“Si, ma resterai sorpresa perché non è più quello che conoscevi. Ora è più grande, più importante e sta nella zona industriale.”
“Va bene, mi fa comunque piacere.”
In studio trovo gli sponsor che stanno attrezzando le ultime macchine.
Chiedo a Clemente se ha ancora i contratti per la mostra a Dusseldorf, sia quello concordato col Museo, sia quello non sviluppato con l’Associazione; me li consegna e mi chiede perché.
“Se va in malora la mostra al Museo, questi dell’associazione in quanto tempo ci confermano che la prendono loro?”
“Aspetta che chiedo.”
Forma un numero di telefono, parla un poco in tedesco e riferisce.
“Se gli mandiamo il contratto firmato, in due giorni sono pronti ad avviare il progetto. Mi spieghi che succede?”
“Ho fatto una cazzata e la mostra al Museo può ritorcersi contro. Se non trovo un accordo con mia sorella, devo disdire col Museo e quindi passa tutto all’Associazione.”
“Dai, questa sarebbe grossa. Sai che scandalo!”
“Ma alla Società per cui lavora Oriana sono merde; se si rompono le ossa, peggio per loro. Ciao. Ti faccio sapere.”
“Mario, stai calmo; non fa bene a nessuno sollevare fango e tu sei comunque in predicato per il compasso d’oro a Milano e per non so quale altro premio a Berlino.”
“Il mio nemico peggiore è mia sorella; ma è per l’appunto mia sorella. Per questo, fino all’ultimo cercherò di trovare un accordo con lei. Sa va male, se la sarà voluta. Ciao.”
“Ok. Auguri. Ciao.”
“Zio, ma è enorme, questa struttura.”
“Deve essere il più importante studio di design in Italia e ci stanno investendo fior di capitali.”
Mentre torniamo a casa, Patrizia torna a fare domande.
“Cos’è questa storia dei premi?”
“Pare che negli ambienti specializzati alcune mie creazioni siano state giudicate eccezionali e mi hanno nominato designer dell’anno.”
“Cavoli! E’ una bomba.”
“Per tutti gli altri; per me è solo una rottura di scatole.”
“Intendi rompere con mamma?”
“No, ma deve rendersi conto che sono io a farle un grande regalo; lei non avrebbe nessun diritto.”
“Perché?”
“Perché il Museo organizza solo attività culturali mentre il progetto di tua madre è solo commerciale. La mostra è stata assegnata a me da due anni, per il suo valore culturale. Io ho commesso la stupidaggine di dire che avrei potuto ospitare nella MIA mostra il suo progetto. Lei e quegli altri due imbecilli si sono convinti di poter ridurre a zero la mia mostra e di farsi belli al Museo con un’operazione di bassa speculazione economica. Se si ostinano a mantenere il punto c’è nella stessa città un’associazione di grande livello che mi aveva chiesto la mostra. Io la ritiro dal Museo e la passo all’Associazione. Tua madre e i suoi complici tedeschi se la prendono nel sedere e, per quello che so, la Società che i due rappresentano si prende una bella tranvata nell’immagine.”
“Mi odierai se cerco di mettere mamma sull’avviso?”
“Patrizia, per carità, per l’amore che ti ho sempre portato, non ripetiamo sempre le stesse cose. Io non voglio fare del male a mia sorella come non voglio fare del male a te, perché vi amo alla follia. Se esiste una sola piccola possibilità di risolvere le cose in amore ed amicizia, io sono felice. Ma sono un professionista. Se vengo minacciato, reagisco e colpisco duro. Ti è tutto chiaro o devo ancora spiegarti che ti sto parlando perché tu sei l’unico modo che vedo per aprire un varco verso il dialogo con mia sorella?”
Mamma ha già messo in tavola e consumiamo in fretta il pranzo.
Dopo pranzo, provo a chiamare Margie che è appena rientrata in ufficio.
Riusciamo solo a scambiarci un ‘ti amo’ frettoloso e lei viene presa dal lavoro.
Mi vado a stendere sul lettino, Patrizia mi raggiunge e mi chiede se può sdraiarsi con me; le faccio posto e la accolgo tra le braccia, per ridurre lo spazio.
“Hai parlato con Margie?”
“Solo due frasi; il lavoro la massacra, poverina.”
Mi si stringe addosso e provo istintivo un fortissimo impulso a carezzarle la testa.
Si agita un poco, poi mi si accoccola davanti a cucchiaio; le passo una mano intorno alla vita e stringo a me il suo sedere; mi prende la mano che carezza i capelli e se la porta sulla bocca; la bacia tutta, delicatamente, con amore.
Entra mamma.
“Non state scomodi? Il lettone può contenerci largamente tutti e tre.”
Patrizia scatta, abbraccia la nonna e si dirigono all’altra camera; sull’uscio, mamma si ferma e mi fa segno di seguirle.
Vado con loro; sul lettone, effettivamente è più comodo prendere la posizione precedente; abbraccio da dietro Patrizia accoccolata contro il mio ventre e Mamma, dalle mie spalle, mi accarezza la schiena sussurrando un ‘figlio mio’ che mi sembra quasi di dolore ma che è di tenerezza e di amore.
Le prendo una mano e me la porto davanti, sul sesso; inevitabilmente, incontra il sedere e la vulva di Patrizia; comincia a giocare tra i nostri corpi solleticandoci alternativamente.
Non c’è sessualità, neppure erezione, in fondo, ma solo un’infinita tenerezza che sembra farci bene più di mille amplessi.
Ci perdiamo in un deliquio di amore e di dolcezza che porta quasi a sonnolenza; ma il tempo corre e i tedeschi, fedeli alla fama di puntualità, chiamano.
Ci precipitiamo in cucina, Patrizia apre il collegamento e appare Siglinde.
Mia madre prende posto all’apparecchio imponendomi di stare da parte.
“Scusi, signora, io vorrei parlare col signor Mario …”
“Io sono la madre di Oriana ed esigo, capisce questo termine, ESIGO di parlare immediatamente con mia figlia.”
Confusione e sconvolgimento dall’altra parte.
Oriana evidentemente intende farsi negare per non affrontare mamma.
“Sua figlia in questo momento non è disponibile; mi lasci parlare col signor Mario …”
“Qui non esiste nessun signor Mario … Mio figlio si chiama Mario ma è l’architetto Mario … valoroso e riconosciuto designer.”
“Mi scusi, l’ho conosciuto un anno fa e non era ancora laureato.”
“In un anno succedono molte cose belle e brutte; a me è capitato che un figlio meraviglioso si sia non solo laureato ma anche affermato a livello internazionale come grande designer; e mi capitato anche che una figlia debole e fragile, che avevamo aiutato ad uscire dal guscio, si sia avviata a finir male.”
Patrizia ha composto un numero di telefono e sta parlottando.
“Signora, posso parlare con suo figlio?”
“Non è disponibile. C’è lì il direttore Richter? Si faccia vedere perché devo consegnargli alcune comunicazioni ufficiali.”
Hans Richter si affaccia a fianco di Siglinde che gli dà spazio.
Faccio cenno a mamma che è lui.
”Egregio direttore, ho qui il contratto per la mostra dell’architetto Mario nel suo Museo; in questo contratto si parla di Mostra e di nient’altro. Se lei non intende tener fede a questo impegno nei termini fissati la prevengo che abbiamo già avviato istanza all’Associazione del disegno della Sua città per spostare lì la mostra e il direttore ha dichiarato la sua disponibilità, considerato anche che, essendo stato l’architetto Mario … segnalato per il premio … a Berlino e per quello … a Milano, la mostra conferisce allo spazio che la ospita un prestigio enorme. Noi aspettiamo fino a domani poi riterremo sciolto il contratto e ci accorderemo con l’Accademia.”
“Un momento … signora … io non posso decidere su due piedi … mi faccia almeno parlare con l’architetto.”
“Mia madre parla in nome e per conto mio; ma se desideri parlare direttamente, dimmi pure.”
Sono comparso come un fantasma ed ora occupo lo schermo.
Patrizia continua a baccagliare al telefono.
“Mario; ma cos’è questa novità? Non dovevamo trovare un accordo?”
“Peccato che la figlia si sia negata alla madre. Questo fa saltare tutti i parametri.”
“Ma gli accordi presi ieri sera?”
“Accordi? Quali accordi? Se c’è una registrazione, guardala e capirai che si è solo rinviato ad oggi su una triplice alternativa; 1) fai la Mostra; 2) fai la presentazione; 3) non ti assumi nessuna responsabilità e consegni a me carta bianca. E’ su queste tre ipotesi che devi scegliere. Quale scegli?”

