Chiacchieriamo un poco e mi racconta che è di Dusseldorf, che ha visto che l’itinerario della mostra va proprio nella sua città e ci diffondiamo a parlare del Museo, del suo direttore e della possibilità di ritrovarci quando la mostra andrà nella sua città.
Mi dà la sensazione di una persona di qualità e mi appunto i suoi recapiti.
Glissiamo la cena che hanno proposto a fine cerimonia con la scusa di una emicrania; tutti chiaramente pensano che abbiamo fretta di andare a fare l’amore; non hanno tutti i torti; e ci avviamo in macchina a casa.
“Che ti è sembrato?”
Chiedo.
“Bellissima serata, mostra meravigliosa, compagno perfetto e compagnia gradevole. … Ehi, non ti illudere che domani sarà la stessa atmosfera. Preparati a barbe lunghe e discorsi seriosi.”
“Farò come ho visto fare alla mia compagna; osservare, tacere, imparare e registrare.”
“Cos’era quel discorso sulla mostra in Germania?”
“E’ un po’ lungo. Ma domenica possiamo parlarne, perché ho anche bisogno di fare chiarezza.”
“Accennami almeno. Per esempio chi è Oriana?“
“E’ mia sorella, la mamma di Patrizia, fa l’architetto e ha un progetto faraonico di edilizia speculativa. Quando vinse quel concorso, io le diedi una grossa mano seducendo una signora della commissione.”
“Il vizietto dell’escort che riemerge.”
“Anche; ma soprattutto aiutavo una sorella che amavo alla follia.”
“Questo lo sapevo da Patrizia; ma perché usi l’imperfetto amavo?”
“Perché, dopo quell’evento, Oriana in pratica non mi ha neppure mai salutato, presa com’è dal ruolo di archistar. Con la signora tedesca e con Oriana concordai di proporre che insieme alla mostra ci fosse la presentazione del progetto; ai tedeschi non pare vero di farlo al museo del disegno. Ma evidentemente, stando almeno a quel poco che mi hanno detto, Oriana vorrebbe far diventare la sua presentazione evento principale tale da offuscare o annientare la mostra.”
“Ah, che pensi di fare?”
“Te l’ho detto; ne riparliamo un poco domenica. Stasera mi godo la mia inaugurazione e domani celebriamo la tua presentazione.”
Devo accostare e fermarmi perché il bacio che mi scocca in bocca rischia di mandarmi fuori strada.
Prima di rientrare, ceniamo con pizza e birra sotto casa e Margie solleva molto interesse per la sua bellezza ma anche per la mise da sera, seduta a un tavolo di legnaccio con tovaglie di carta.
Poi, finalmente, la fuga verso casa.
Mentre ci spogliamo ciascuno con i suoi ritmi, lei mi spara una domanda che mi inchioda.
“Se ti proponessi di fare un figlio, che mi risponderesti?”
Resto interdetto, fermo a sfilarmi un calzino; scoppia in una risata argentina.
“Calmati, sciocco, non ho detto che voglio proportelo, ma che potrei farlo. Lo so che sono tre giorni che rifletti che non è proponibile la nostra convivenza, per via dei miei ritmi di lavoro che secondo te sono incompatibili anche con l’amore. Non ti parlavo né di convivenza, né di fidanzamento né di matrimonio. Se io decidessi di fare un figlio, tu lo faresti con me? Dopo potresti anche dimenticartene, me la vedrei io; ma un figlio prima o poi lo voglio fare; e averlo da te mi piacerebbe molto.”
“Amore, cerchiamo di procedere per gradi. Se io accetto di fare un figlio con te, dopo, sposati o no, non lo lascio solo a te, me ne occupo anch’io, da padre. Non dimenticare che di padri abbiamo esperienze diverse, ma terribili e non sopporterei che nostro figlio avesse una simile esperienza con suo padre. Anzi, proprio per fare meglio, ti sposo e al diavolo i problemi di lavoro. Ma il quesito è ancora più a monte e chiarisce il seguito. Ti puoi permettere, con questi ritmi di vita, di fare un figlio e allevarlo? Se tu pensi di poter fare questo, allora sei autorizzata da me personalmente a progettare il nostro matrimonio, perché evidentemente riusciresti anche a gestire la convivenza.”
“Quindi ci staresti?”
“Si, senza un attimo di esitazione.”
“Ascolta, nelle grandi città il lavoro è massacrante, ma in quelle piccole , come ho sperimentato a Bolzano, è assai più leggero. Stanno organizzando una sede importante a P….…”
“A P……!?!?!? A casa, cioè?”
“Si, è l’Istituto ….”
“Cavoli, ma la ristrutturazione la sta curando proprio Oriana.”
“Non lo so e non mi interessa l’architettura. Mi interessa che sono la prima in graduatoria per andare a dirigere quel centro.”
“Caz … pardon dottoressa, mi è scappato. Quindi tu dici, vengo a P…… e sbatto anche in faccia a tutti il mio successo, passo ad un lavoro meno impegnativo e mi faccio anche il figlio col mio amore … è così?”
“L’apertura è prevista fra un anno o poco più. Che ne dici?”
“Se ci aggiungi che vai a convivere col tuo amore e, nel caso, lo sposi, io firmo il contratto qui stesso!”
“E allora che aspettiamo a fare l’amore e ad esercitarci per fare questo figlio, tra un paio d’anni? Certe cose richiedono conoscenza ed esperienza”
“Hai ragione.”
Facciamo l’amore come non ci è mai capitato e come forse non ci capiterà mai più.
So di avere azzardato molto impegnandomi a convivere o a sposarmi; ma gli azzardi si fanno da giovani, se si vuole crederci.
E io credo a Margie, credo al suo amore, credo al nuovo progetto di vita e voglio costruirmelo, un futuro degno di essere vissuto.
La amo con passione, senza rinunciare a cercare quelle pieghe del piacere che lo fanno più intenso; ma mettendoci soprattutto tanta voglia di fondermi, di essere una sola cosa, l’androgino famoso, mettendoci insomma tutto l’amore del mondo.
E credo proprio che Margie lo senta anche fisicamente, quell’amore, perché ricambia con altrettanto fervore e sento il piacere vibrare in tutte le fibre come sta vibrando nelle mie.
“Sono felice che tu sia qui.”
Mi sussurra lei.
“Ed io sono felice che abbiamo deciso che, in qualche modo, tra qualche tempo, saremo sempre insieme.”
Il sonno ci sorprende abbracciati.
Sabato è quasi sempre una giornata importante, per Margie; ma questo sabato è fortemente speciale; presenta il suo libro, lavoro di un anno di ricerca, in una città difficile come Roma, dove è appena arrivata a dirigere un Istituto importante, in una sede prestigiosa come la Libreria …, con presenze di altissimo significato.
Mi meraviglio che riesca ad avere tanto controllo, considerata anche l’età giovanissima.
Mentre l’accompagno alla conferenza, le accarezzo la mano quasi a darle coraggio e lei mi sorride quasi a ringraziare.
Stiamo ancora discutendo se conviene farmi intervenire, quando, appena entrati in libreria, il giornalista, che era presente all’inaugurazione ieri, mi riconosce, ci saluta festoso e comunica a tutti che è presente il designer candidato al compasso d’oro; per molti è arabo, ma va bene lo stesso.
Margie è contrariata.
“Addio alla tutela della privacy. Addio intervento. Mi spiace, ma dovrai startene nell’angolo a guardare.”
“Vuol dire che guarderò te e sarò felice.”
“No, guarderai me e mi infonderai coraggio.”
“Come hai fatto tu all’inaugurazione?”
“Esatto.”
“Ti amo.”
“Intanto puoi cominciare a pensare al nome.”
“Al nome? Di chi?”
“Del bambino che faremo fra un paio d’anni.”
Tutto mi aspettavo, tranne la battuta di spirito proprio al momento di affrontare microfono e pubblico.
Va avanti per un bel po’, la presentazione, e poi si aprono gli interventi.
Per mia fortuna accanto a me si è piazzata Francesca che mi suggerisce titoli e qualità di chi interviene; mi sorprendo ad annoverare viceministri, direttori e tutto l’apparato dello Stato, tutti a pendere dalle labbra del mio amore e a tesserne gli elogi per il lavoro svolto.
Mi sento quasi inorgoglito e mi accorgo di amarla anche di più.
Una provvidenziale emicrania del suo accompagnatore, il giornalista tedesco è l’unico a sottolineare che è la copia esatta dell’emicrania di ieri sera; ma qui la gente è meno disposta ad apprezzare la smania di correre a fare l’amore; costringe la relatrice ad abbandonare il campo appena conclusi i lavori; e posso prendere il mio piccolo grande amore e rapirlo verso il nostro nido.
Per cena, pizza e birra allo stesso posto; ma, stasera, Margie indossa la solita divisa, tailleur tendente al grigio, e non suscita entusiasmi.
Peccato; mi piace sentire che anche gli altri la trovano bella.
In casa, solito rituale di spoliazione.
Inesorabilmente e perfidamente, mi viene di pensare che siamo ormai una vecchia coppia abitudinaria.
Devo aver fatto uno strano sorriso, perché l’esperta di psicologia mi ammonisce.
“Quando saremo nel letto, questa fisima ti passerà!”
“Quale fisima?”
Faccio lo gnorri ma mi ha colpito la capacità di intuizione.
“Quella che ti prende ogni volta che facciamo qualcosa di scontato o ripetitivo.”
“Anche quando ti salto addosso e ti prendo brutalmente? … Anche quando ti penetro nel sedere come piace a me? … Anche quando mi succhi fino a slogarti le mascelle?”
E’ bello anche giocare, con questa donna e lei comincia a picchiarmi sul torace, ma sta solo accarezzandomi.
Siamo tutti e due in ginocchio sul letto; le blocco le braccia, la abbraccio e la spingo riversa supina.
“Ti voglio dentro.”
Il suo sguardo implorante mi scioglie il cuore; mi accosto sopra di lei, la bacio intensamente, dirigo il membro alla vulva e la penetro con dolcezza, fino in fondo; spinge col bacino da sotto alla ricerca di un contatto più intimo e si calma solo quando il sesso è all’utero.
Si rilassa e mi tira con forza su di sé; i capezzoli mi pungono il torace, tanto sono ritti; ventre e stomaco aderiscono a me alla perfezione, la sua bocca esplora il mio viso e stiamo fermi col bacino muovendo solo la muscolatura interna.
Poi Margie allarga le gambe e solleva i piedi dietro la mia schiena; più di così non posso entrare ma lei continua a volerne.
