“Mi sa che non riuscirai ad entrare, senza un abito da sera.”
“Devo piangere, mamma, se non posso andare alla festa?”
“Non mi prendere in giro. Almeno avessi avvisato; ti affittavo qualcosa.”
Squilla il telefono; è Hans, il direttore; parlottano un poco in tedesco ed io sono fuori.
“Hans dice che per stasera si è dimenticato di procurarsi gli accrediti sia per me che per te. Quindi, per noi niente festa!”
“Piango da solo o piangi con me?”
“Non scherzare; esserci stasera sarebbe importante.”
“Roby, tieni più alla festa o alla mia vicinanza?”
“Che discorsi!!!! Io delle feste me ne frego da una vita …”
“E perché vorresti che me ne preoccupassi io? Sai, l’elemento peggiore di questa riflessione è dato dal fatto che sul presenzialismo si è aperta la voragine tra me e Oriana, quella voragine che ora può ingoiare un bel progetto. Sappi, però, che io, se è vero che solo gli stupidi non cambiano idea, sono orgoglioso, assolutamente orgoglioso, di essere uno stupido. Per questo, ti amo sempre.”
“Si, però Hans e preoccupato e per lui la tua assenza è ferale.”
“Immagino che tu non abbia a casa tutti i dati del lavoro.”
“Che ti serve?”
“L’elenco dei giornalisti e possibilmente il telefono privato di ciascuno.”
“Quello ce l’ho. Chi ti serve?”
“Johannes Schmidt.”
“Addirittura! Punti al bersaglio grosso.”
Compone il numero e mi passa l’apparecchio.
“Hans? … Sono Mario … … Sono a Dusseldorf … si ci vedremo senz’altro. Ma adesso mi devi aiutare. … C’è la festa dell’Associazione e io vorrei partecipare con una dolcissima Sirena che amo … Si è bella proprio come quella di Roma … Ah, basta che ci presentiamo e ti facciamo chiamare? Bene. Ci vediamo alle sei e mezza all’entrata. Ciao.”
Poi, rivolto a Roberta.
“Dici che abbiamo svoltato?”
“Sei imprevedibile! Quindi lui era a Roma all’inaugurazione?”
“Si. E si è quasi innamorato di me … come designer …”
“Vacci piano perché su di lui se ne raccontano molte.”
“Va bene, vuol dire che gli faccio prendere posto nel mio gran cuore.”
“E io ti strappo i testicoli a mano libera. Finché sei in questa città, sei mio. Fuori di qui hai la tua vita e mi accontento di essere una dolce memoria o anche una presenza assente. Ma qui, sei mio.”
“Capito il messaggio. Mangiamo?”
“Si, anche perché il tempo è scarso, se dobbiamo essere lì alle sei e mezza.”
Dopo pranzo, io vorrei riprendere il discorso fermatosi al primo orgasmo, ma Roberta è perentoria; riposo assoluto, ognuno per se; preparazione dei due, che per lei include anche stirarmi maglietta e jeans per non vestirmi da pezzente e lunga seduta di maquillage; e poi via alla festa col traffico serale che è bestiale.
Mentre Roberta si prepara, ne approfitto per qualche telefonata.
La prima a mia madre, che mi sommerge di domande e di raccomandazioni; naturalmente, chiede di parlare con Roberta e dal tono sento che la trova molto giusta e opportuna per il suo bambino all’estero.
Le prometto di chiamarla quando avrò risolto con Oriana.
La seconda a Margie, obbligatoriamente; metto il vivavoce per non far sentire Roby emarginata; lei mi fa cenno di non farlo, ma io vado avanti.
Naturalmente, la prima domanda è dove e con chi sono.
“Con Roberta, anzi per me è Roby”
“E’ un tuo amore?”
“Qui a Dusseldorf senza dubbio.”
“Ci hai fatto o ci farai l’amore?”
“Sono stato già suo ospite mesi fa e abbiamo fatto l’amore. Oggi non potevo evitarmelo.”
“Devo preoccuparmi?”
Interviene Roberta.
“Assolutamente no!”
“Maledetto, ancora il vivavoce, ti piace proprio sbandierare i tuoi amori!”
“Quando quell’amore sei tu, lo deve sapere tutto il mondo. C’è anche tanto affetto, tra me e Roberta; e questo mi autorizza anche a farla partecipe del mio amore per te.”
“Va bene. Senti, Roberta, non ti fidare molto del suo cuore a fisarmonica capace di ospitare migliaia di amori.”
“Non sono così scema. Io amo soprattutto la sua amicizia, la sua generosità e la sua lealtà. Fare un po’ di sesso e un diversivo utile; ma un buon amico è un gioiello da conservare. A proposito, sai che alla stampa tedesca ti ha presentata come la sua sirena romana e quelli ora sbavano per te?”
“Parli di Hans?”
“Si, proprio lui; si sono sentiti e lui si ricorda di te con amore. Devi essere proprio straordinaria.”
“Ti ringrazio; ma sono gli uomini che mitizzano. Adesso devo andare, Mario, ho una delle solite riunioni. Se ti riesce, fammi sapere come vanno le cose. Ti voglio un mondo di bene. Ciao. Ciao Roberta, spero di incontrarti un giorno.”
“Ciao, Margie, piacerebbe tanto anche a me. Se si fa la mostra, chissà … Ciao.”
Ci prepariamo e usciamo in tempo per l’appuntamento.
Un militare di guardia, naturalmente, ci impedisce l’entrata; Roberta chiama Hans e in un attimo arriva, mette all’ordine il militare, ci prende sottobraccio e ci porta in un vasto salone dove molte persone si muovono come insetti impazziti.
Un distinto signore si fa largo verso di noi.
“E’ il Presidente.”
Sussurra Roberta e cerca di tradurmi quel che si dicono.
“Pare che sia ultrafelice di incontrarti personalmente. Conosce la tua fama e adora il tuo lavoro …”
“Basta, Roby, fallo parlare e non tradurre; quando avrà finito, digli che mi dispiace di non aver potuto fare la mostra da loro ma che mi impegno a realizzare con loro qualcosa, uno stage, un work shop o qualche altra diavoleria, appena possibile.”
Mentre Roberta parla con lui, io mi rivolgo ad Hans.
“Sai chi è questa Sirena? E’ la vice direttrice del Museo, anzi è l’anima del museo visto quel che sa fare il direttore.”
Lui è incuriosito e si rivolge a lei in tedesco. Vedo Roberta arrossire, poi mi sibila.
“Che diavolo gli hai detto?”
“Solo verità.”
Poi lei, ad alta voce.
“L’architetto ama scherzare; io sono una semplice funzionaria e amo il mio lavoro; nient’altro.”
Il Presidente le dice qualcosa in tedesco, lei si vede che ringrazia.
“Beh, almeno la pagnotta me l’assicuro. Mi ha detto che conoscono le mie qualità e che, se il Museo dovesse commettere l’errore di lasciarmi libera, da loro c’è un posto garantito da direttrice.”
Intanto ho visto sul fondo Patrizia con sua madre, i tedeschi e il direttore; do di gomito a Roberta per farle notare che si vergognano tanto della mia tenuta che neppure danno segno di conoscermi.
Intanto il Presidente chiede silenzio, fa portare un microfono e fa accendere un televisore.
Un giornalista parla di non so che; ma alle sue spalle sfilano immagini del mio lavoro e nel sottopancia figura il mio nome.
Guardo preoccupato verso Roberta.
“Aspetta non ci riesco ancora a credere. Stanno annunciando i tuoi premi, in contemporanea, a Berlino e a Milano … Aspetta … Il Presidente comunica che l’artista non è a ritirare i premi perché l’artista è qui. Bello, preparati all’assalto della stampa e degli ammiratori. Io mi ritiro.”
La prendo per la vita, la giro verso di me e le soffio sul viso.
“Tu stai qui con me e soffri o gioisci, come vuoi, ma con me.”
“Attenzione, stanno attrezzando per la traduzione simultanea. Vogliono una conferenza stampa.”
“Qui? Ora? Senza preparazione? Hans, non potete fare questo!”
“Lo abbiamo fatto! E tu sei così grande che alla fine ti ringrazieremo sul serio.”
“Roby, per favore, stammi vicino; ti assicuro che è un bruttissimo momento.”
“Ed io ti garantisco che sei all’altezza di questo e di ben altro. Io non saprei prendermi l’amore di un mediocre.”
“Mia madre penserebbe che sei quella giusta.”
“La parola a te, eroe della serata.”
La solfa, in fondo, è la solita e non mi costa grande impegno parlare del mio lavoro, spiegarne il senso ed illustrarne alcune fasi.
Ma gli squali della stampa sono in agguato e cominciano le domande spesso imbarazzanti.
Hans è il più agguerrito; ha visto la mostra a Roma e vuole sapere quando verrà a Dusseldorf; me la cavo indicando il direttore che scarica su Roberta.
Lei se la cava benissimo dicendo che la particolarità dell’allestimento sta rinviando la decisione.
“Quali particolarità?”

