“Tu ne sapevi qualcosa?”
La domanda è rivolta a me.
“Semplicemente tutto!”
La faccia di Oriana è lo sbalordimento fatta persona.
“Devi sapere che ci eravamo impegnati a fare sesso ciascuno con la madre dell’altro e, mentre mamma violentava e svezzava lui, sua madre faceva con me esattamente la stessa cosa; anzi, visto che ci scambiavamo le informazioni quasi ogni giorno, in qualche modo facevamo a gara per alzare l’asticella delle prestazioni e le signore, che se ne erano accorte, ci davano dentro con un entusiasmo maggiore del nostro.“
“Ma in questo modo non era come se ogni madre si scopasse anche il figlio?”
“No, perché materialmente, poi, le madri concupirono i figli, oltre l’amico.”
“Mamma, ma quindi anche Mario?”
“Oriana, amore di mamma, vuoi scendere dal pulpito? Tu, nella tua santa beatitudine, ti sei già fatta comunque tuo fratello, davanti e di dietro.”
Oriana sembra un po’ risentita.
“Senti, sorellona, qui nessuno vuole affermare l’eticità dell’immoralismo; ma mi pare che tu ti nascondi dietro il ditino dei luoghi comuni e, nel concreto, anche tu hai quel prurito di vulva di cui parlavamo. Non fare la manichea, di qua i buoni, di là i cattivi, e pensa anche ad altri aspetti.”
Oriana però è come Patrizia, non a caso è sua figlia; quando si incuriosisce, diventa assillante.
“Mamma, mi spieghi come hai fatto a diventare così … così … insomma così puttana … ecco?”
Mamma la guarda quasi con commiserazione.
“Stai attenta piccola, preferisco sentirmi troia, non puttana.“
“Perché?”
“Perché una troia lo fa per passione, come suggerisce De Andrè, mentre una puttana, nel farlo, ha sempre un interesse, diretto o indiretto. Io ho sempre fatto l’amore solo e sempre per passione, da quando conobbi tuo padre e mi feci mettere incinta fino ad oggi. Ti prego adesso di non fraintendere quello che sto per dirti e quindi di non offenderti. Paradossalmente, al limite, molto al limite, bada bene, è più da ‘puttana’ la tua copula col capufficio, comunque legata in qualche modo agli interessi professionali che non le mie copule con l’istruttore della palestra legate solo al piacere reciproco.”
A quel punto, l’aria si è surriscaldata e cerco di fare il pompiere.
“Credo che mamma sia diventata ‘troia per reazione’. Io ho conosciuto alcuni dei suoi amanti in particolare quello di cui si parlava ma anche altri e mai i rapporti instaurati sono stati passibili di giudizi. Se proprio vuoi, direi che è quasi una benemerita della società, un’educatrice … al sesso. In definitiva, il giusto e l’ingiusto qui non sono definibili.”
“No, no, non usciamo dal seminato, per favore; io non sto né commentando né giudicando nessuno. Solo cercavo di parlare con mia madre di mia madre. Sono sempre più convinta che non ho capito molto di te e che Mario è molto più informato di me, sulla tua vicenda; e vorrei anch’io entrare nel tuo mondo. Solo questo … e con molto affetto.”
Mamma ha l’intenerimento rapido e si precipita a stringerla tra le braccia.
“Scusa se sono stata brutale; ma certi argomenti lasciano il segno e rendono cattivi. Allora, se è un dialogo tra noi, forse è meglio che tu chieda e io ti risponda lealmente, serenamente, brutalmente.”
“Per esempio, ho notato che non ti è difficile fare sesso con una donna e mi piacerebbe sapere se sei etero, omo o bisex.”
“Per mia definizione, sono tutto; per la nomenclatura corrente, potrei essere bisex. Io amo il sesso, in qualunque forma, dovunque e comunque si manifesti; un membro o una vulva mi danno in bocca le stesse emozioni, nella differenza delle sensazioni; manipolare un bastone di carne o stimolare un piccolo pene al centro di una vulva mi scuotono dentro allo stesso modo. E’ chiaro che alcune cose mi stimolano più di altre, ma si tratta anche di momenti e situazioni; prenderlo in vagina e prenderlo nel retto non è la stessa cosa, ma ti sconvolgono ambedue. Io mi sono trovata a praticare il lesbismo, come tutte le donne forse, quasi per caso, abbracciando un’amica in un momento di emozione, leccandole la pelle sulla spiaggia per recuperare del gelato caduto sul petto o ammirandoci mentre ci provavamo l’intimo, chiuse in camera. Non ho difficoltà di sorta e credo che tu possa capirlo, visto che non ti è dispiaciuto qualche mio assaggio.”
“Anche per questo ti chiedo; pensi che mi possa trovare ancora in quella situazione?”
“Perché no?”
“Perdonami se sembro la bambina che vuole sapere come sono fatti i dolci, ma sono così e forse è la prima volta che lo faccio con la mia mamma. Hai detto che i membri dei neri possono essere particolarmente grossi e che li hai sperimentati. Mi racconti quando?”
“La prima volta è capitato in spiaggia. A proposito, sai che molti eventi particolari si svolgono proprio in spiaggia? E’ successo molti anni fa, all’epoca dei fatti di Mario di cui abbiamo detto. C’era un uomo che girava per la spiaggia con una palandrana e vendeva teli di stoffa. Era un autentico armadio quattro stagioni con un fisico imponente, elegante e di quel nero cioccolato che intriga. Quello che affascinava di più, però, era il notevole batacchio che gli sbatteva fra le gambe; non c’era modo di vederlo, ma suscitava infinite voglie a strafare con quel manganello. Una mattina che avevo un forte prurito, due masturbazioni non erano bastate a calmarmi, lo vidi apparirmi all’ombrellone con i suoi teli; dal punto in cui si era collocato, il suo membro mi batteva quasi sul viso; mi montò una voglia di prenderlo in bocca che mi fece scattare un orgasmo immediato; il costume mi si bagnò ampiamente e l’odore di sesso si fece irresistibile; notai un movimento del suo barracano che era senz’altro segno di un’erezione incipiente. Guardandolo negli occhi, mi alzai dalla sdraio e mi diressi alle cabine. Forse li ricordate quei gabbiotti di legno dove ci si spogliava e si depositavano le cose. Mi lasciò avanzare per qualche metro, poi mi seguì lentamente. Aperta la porta, mi guardai intorno ed entrai lasciando l’uscio socchiuso; arrivò subito dopo ed entrò. Neanche una parola ci scambiammo.
Mi prese letteralmente in braccio, mi strinse al petto e appoggiò la mia vulva sul suo sesso; cominciai immediatamente a sbrodolare; riuscii solo a succhiargli la lingua a lungo e a carezzarlo sul petto e sulle spalle; dalla posizione in cui ero, nient’altro potevo fare. Quando mi fece poggiare di nuovo i piedi a terra, afferrai immediatamente il membro da sopra il barracano e lo accarezzai per tutta la lunghezza; era enorme, da sembrarmi impossibile anche prenderlo in mano. Sollevò la falda del barracano e mise in luce la bestia; mi accovacciai in adorazione e cominciai a baciarlo su tutta la superficie; aprii la bocca e cercai di prenderlo ma imboccai solo la cappella ed una piccola parte dell’asta; con due mani lo manipolavo frenetica. Mi alzai in piedi e piegai il serpentone ad adagiarsi fra le mie cosce, sotto la fessura della vulva; mi sollevò prendendomi per le ascelle; io guidai la punta verso la vulva e lui mi abbassò lentamente mentre il mostro scivolava nella mia vagina che dolorosamente lo lasciava penetrare. Non potevo farcela, a prenderlo tutto dentro; mi facevo solo male anche se l’eccitazione era alle stelle e gli orgasmi si susseguivano senza sosta. Ancora una volta mi sollevò e si sfilò dalla vagina; quando fui di nuovo in piedi, mi face girare, mi spinse a piegarmi a novanta gradi, appoggiò la cappella alla vulva grondante e cominciò a penetrarmi lentamente e cautamente.
Sentivo il ventre squarciarsi e i tessuti piangere umori di orgasmo; tra la sofferenza del canale forzato allo stremo e la goduria degli orgasmi che si inseguivano, riuscivo solo ad ansimare, a gemere e a tapparmi la bocca per impedirmi di urlare. L’orgasmo esplose all’improvviso e fu molto strano; anche la consistenza dello sperma era diversa, ma aveva un odore intenso di selvatico. Me ne scaricò tanta, in corpo, che subito dopo mi scivolò lungo l’interno delle cosce fino al tavolato del pavimento. Rapidamente, in silenzio come era stato tutto il tempo, spazzolò con una mano il barracano e sgattaiolò fuori; non l’avrei rivisto più, forse perché aveva cambiato territorio. Mi lasciò comunque il ricordo di una copula diversa, bella, intrigante, e il rimpianto di non aver osato di più, di aver usato troppo poco quel giocattolone.
La seconda volta mi capitò in casa nel periodo in cui se ne vedevano molti che, muniti di pacchi giganteschi, giravano porta a porta a proporre inutili pacchetti di fazzolettini, calzini improbabili, accendini e merce varia. Lo vidi dallo spioncino e fui tentata, con il buonsenso diffuso, di non aprire neppure, considerate le storie che si raccontavano e il fatto che fossi del tutto sola in casa. Poi qualcosa, forse il solito prurito di vulva, mi spinse ad aprire e a farlo entrare. Era alto, ricciuto, ben fatto, forse non molto proporzionato per i canoni nostri, ma decisamente bello e di un nero profondo, da carbone. Anche lui indossava un barracano con disegni e colori tipici. Lo feci accomodare e gli offrii da bere; chiesi se volesse anche del cibo ma rifiutò. Prima che attaccasse la litania del vu’ cumpra’ gli accarezzai direttamente la gamba e vidi qualcosa muoversi sotto il barracano ed era qualcosa che mi riportava ad un deja vu di meravigliosa memoria. Poiché era maledettamente alto, lo baciai facendolo restare seduto e, mentre lui mi succhiava l’anima dalla bocca con le sue labbra a ventosa, andai immediatamente con la mano a verificare cosa si nascondesse sotto il barracano. Il membro che impugnai non era grosso come l’altro ma lo seguiva molto da presso. Lo presi per la mano e lo guidai alla camera da letto. Sfilare il barracano fu questione di un attimo e mi trovai di fronte ad una scultura vivente, un nero di una bellezza mai vista. Per come ero vestita, mi bastò sciogliere una cintura, la vestaglia cadde per terra e gli apparve la mia, di scultura vivente. A quell’epoca ero ancora più tonica ed ero proprio una bellezza, quasi come Oriana, ma un po’ più vissuta tra età, parti e stenti sofferti.
