"Non è vero!" provo a ribattere, ma la mia voce suona vuota anche alle mie stesse orecchie. "Esci," mi ordina, la voce improvvisamente piatta, svuotata di ogni energia. Fissa un punto vuoto sul muro di fronte a lei, le lacrime che le rigano le guance. "Prendi i tuoi vestiti e vattene da questa stanza. Non voglio vederti."
Resto immobile per un secondo, sperando in uno spiraglio, ma l'espressione sul suo viso è una porta chiusa a doppia mandata.
Recupero i miei vestiti sparsi sul pavimento con gesti meccanici, goffi. Mi infilo i boxer e i pantaloncini, sentendomi il pezzo di merda più grande sulla faccia della terra. Afferro la maglietta e apro la porta, senza osare voltarmi indietro, e me la chiudo alle spalle.
Il corridoio è buio e silenzioso. Mi appoggio con la schiena contro la porta chiusa della camera, la maglietta stropicciata stretta in un pugno. Scivolo lentamente verso il basso, fino a sedermi sul pavimento di legno freddo. Mi prendo la testa tra le mani, affondando le dita nei capelli.
Che cazzo sto combinando? Ho appena distrutto la ragazza che amo per inseguire un'ossessione malata. Ho giocato col fuoco, credendomi il padrone delle regole, e ora sto bruciando vivo.
Il freddo del pavimento di legno contro le mie cosce nude è l'unica cosa che mi impedisce di sprofondare del tutto. Seduto nel corridoio, con la schiena premuta contro la porta chiusa della camera di Erika, sento i suoi singhiozzi soffocati filtrare attraverso il legno. Ogni suono è una frustata.
Nella stanza accanto, quella di Giada e Giulia, c'è un silenzio innaturale. I muri di questa villa non sono di carta, ma le urla disperate di Erika, il suo “fai schifo”, sono rimbombate chiare e nitide. Hanno sentito tutto. E io mi sento nudo, esposto, il mostro che sono diventato finalmente alla luce del sole.
Con un enorme sforzo, mi alzo in piedi. I muscoli mi tremano. Ho bisogno di sciacquarmi la faccia, di togliermi di dosso questo senso di sporco che mi scivola sotto la pelle.
Mi trascino verso il bagno padronale. Entro e mi appoggio al lavandino di marmo, lo stesso lavandino dove poche ore prima ho consumato il mio tradimento. Alzo lo sguardo verso lo specchio. Quello che mi fissa è un estraneo: ha gli occhi vuoti, vacui, circondati da un'ombra scura di puro esaurimento mentale. Ho perso tutto per rincorrere un fantasma.
Apro il rubinetto, ma prima ancora di potermi spruzzare l'acqua ghiacciata in faccia, uno scatto metallico mi fa raggelare.
Non avevo chiuso a chiave. La porta si apre e si richiude silenziosamente.
Giada è alle mie spalle. Indossa solo la vestaglia di seta nera, lasciata maliziosamente aperta sul davanti, rivelando il bikini striminzito che porta ancora addosso. Il suo sorriso è la solita lama affilata, ma i suoi occhi brillano di un divertimento oscuro e predatorio. Per lei, il mio fallimento è solo un altro atto della sua commedia.
"Povero cucciolo," fa le fusa, avvicinandosi con passi lenti e felpati. "Hai tirato troppo la corda e il giocattolino si è rotto. Te l'avevo detto che ci voleva pazienza."
Si posiziona dietro di me. Il suo profumo mi invade di nuovo le narici, ma questa volta non innesca l'eccitazione cieca. Mi provoca una fitta di nausea per quello che mi ha portato a fare. Giada si sporge in avanti, premendo i suoi seni nudi contro la mia schiena, e appoggia il mento sulla mia spalla. Le sue mani dalle unghie laccate scivolano sui miei fianchi, accarezzandomi l'addome teso.
"Non fare quella faccia da cane bastonato," mi sussurra all'orecchio, la voce impastata di lussuria. Inizia a baciarmi il collo, dei piccoli morsi umidi e provocanti, esattamente sul punto in cui batte la vena giugulare. "L'hai spaventata. Ma non importa. Lasciala piangere. Ci sono qua io per consolarti. So esattamente come farti dimenticare le sue stupide lacrime..."
La sua mano destra scende più in basso. Oltrepassa l'elastico dei miei pantaloncini, le sue dita calde ed esperte puntano dritte verso la mia intimità, pronte a prendere di nuovo il controllo del mio corpo, a riaccendere quel fuoco malato che mi ha bruciato il cervello.
Ma prima che possa sfiorarmi, la mia mano scatta.
Afferro il suo polso a mezz'aria. La mia presa è dura, quasi feroce. Mi volto di scatto, spingendola via da me, costringendola a fare un passo indietro contro la porta chiusa del bagno.
"Fermati," le ordino, la voce che mi esce come un ringhio rauco, ma carico di una lucidità spaventosa.
Il sorriso di Giada vacilla, sostituito da un'espressione confusa, gli occhi neri che si restringono. "Che ti prende, Franci? Stai facendo i capricci perché hai perso la scommessina?"
"Che cazzo stiamo facendo, Giada?" le sputo in faccia, lasciandole il polso. Il respiro mi esce affannato, ma la nebbia si è finalmente diradata. La guardo, e per la prima volta da quel venerdì notte non vedo una dea da venerare. Vedo solo il veleno. "Me lo spieghi? Che cazzo stiamo combinando?!"
"Stiamo prendendoci quello che vogliamo," sibila lei, incrociando le braccia sotto il seno, cercando di riprendere la sua posa di superiorità. "La passione ti stava divorando con quella santarellina. Io ti ho dato una via d'uscita."
"La passione mi ha fottuto il cervello!" alzo la voce, non me ne frega niente se mi sentono. Mi passo le mani tra i capelli, disperato. "Ho perso la testa, Giada. Mi sono lasciato trascinare sul fondo da te. Ho fatto una marea di cazzate imperdonabili perché tu mi hai fatto credere che questa follia fosse tutto ciò di cui avevo bisogno."
Faccio un passo verso di lei, gli occhi piantati nei suoi. "Ma sai una cosa? Tu sei solo questo. Sei un orgasmo rubato in un bagno. Sei carne, sudore, perversione e puro, fottuto egoismo. Sei una fiamma che brucia tutto, ma quando si spegne... non resta niente. Solo cenere e superficialità."
Le mie parole la colpiscono fisicamente. Vedo la sua mascella contrarsi, la postura perfetta irrigidirsi. Nessuno le aveva mai parlato così. Nessuno l'aveva mai ridotta a un semplice passatempo distruttivo.
"Come osi..." inizia Giada, la voce che per la prima volta vibra di una rabbia vera, non calcolata. "Fino a un'ora fa mi leccavi il sudore implorandomi di dominarti. Mi hai detto che mi amavi su quel tappeto!"
"Ero intossicato!" le urlo contro. "Ero ossessionato dalla carne, non da te! Ma io voglio di più dalla mia cazzo di vita. Io non voglio passare i miei giorni a nascondermi, a ferire le persone, a giocare ai tuoi giochetti malati di potere."
Respiro a fondo, il petto che mi fa male. Sputare fuori la verità è doloroso ma liberatorio. "Erika è reale. Erika si è spogliata delle sue sicurezze solo per farmi felice, e io l'ho ripagata distruggendola con le mie mani per vincere una fottuta scommessa con te. Mi faccio schifo."
Fisso Giada, e il mio sguardo è gelido, inamovibile. "Io chiudo qui. Metto una pietra tombale su questa storia, su di te e su tutto quello che è successo in questa cazzo di casa. È finita, Giada. Esci da questo bagno. Voglio solo rimettere insieme i pezzi della donna che amo davvero, se me ne darà mai l'opportunità."
L'acceso diverbio rimbomba sulle pareti di piastrelle. Giada è pietrificata. Il suo viso, solitamente una maschera di fredda e sensuale intoccabilità, ora è una tela stravolta. C'è rabbia, un'indignazione feroce, ma per un fugace, terribile istante, i suoi occhi lucidi tradiscono qualcos'altro. L'umiliazione.
L'ho spogliata del suo potere. L'ho guardata, nuda e bellissima, e le ho detto che non era abbastanza. Che non valeva la pena di perdere tutto.
Senza dire una parola, i pugni stretti lungo i fianchi, Giada afferra la maniglia. Apre la porta, mi lancia un'ultima, devastante occhiata in cui si mescolano odio puro e un orgoglio ferito a morte, e sparisce nel corridoio, lasciandomi solo con il rumore del mio respiro.
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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