La mia Ragazza & sua Cugina
Capitolo 12 - quella troia deve sentirmi urlare
La domenica mattina ha l'odore aspro dei finali. Il sole picchia contro le grandi vetrate del soggiorno, ma dentro la villa l'aria è densa, satura dei segreti che abbiamo consumato la notte precedente.
Siamo sparsi tra le camere e il corridoio, circondati da borsoni aperti e vestiti da piegare. Domani all'alba si torna a casa e l'urgenza di chiudere i bagagli stride con la tensione palpabile che ci lega.
Erika è in piedi davanti al nostro letto, piegando accuratamente una t-shirt. Ha i capelli legati in uno chignon disordinato e un velo di malinconia sul viso. Mi guarda, mordendosi il labbro inferiore, e si avvicina per accarezzarmi il petto. "Non me lo perdono, lo sai?" mormora, la voce un impasto di dolcezza e senso di colpa. "Aver rovinato tutto ieri sera... Eravamo partiti così bene col nostro gioco, e io sono letteralmente crollata. Sono una stupida." Mi sfiora la mascella, alzandosi in punta di piedi per lasciarmi un bacio umido all'angolo della bocca. "Ma stasera mi faccio perdonare. Te lo prometto, Franci. Stasera niente fumo, niente distrazioni. Solo io e te, e ti giuro che ti farò impazzire."
La sua promessa è sincera, ma suona quasi amara alle mie orecchie. Non sa che la mia fame ora ha un altro nome.
"Non vedo l'ora," le rispondo, sfoderando il mio miglior sorriso rassicurante e passandole una mano sul fianco.
"Forse Franci ha solo bisogno di qualcuno che abbia un po' più di... resistenza," sibila una voce alle mie spalle.
Giulia è appoggiata allo stipite della porta. Finge di cercare il caricabatterie, ma i suoi occhi sono due fessure cariche di veleno e di una possessività sfacciata. Da quando ci ha beccati in bagno la sera prima, è una mina vagante. È gelosa di Erika, terrorizzata da Giada, ma soprattutto è affamata di attenzioni. Passa accanto a me per raggiungere la presa di corrente. Con una mossa calcolata, sfiora il mio bacino con l'anca e fa scivolare due dita lungo la mia coscia, un tocco leggero ma inequivocabile, nascosto dalla visuale di Erika che si è voltata verso l'armadio.
Il mio sangue si gela, ma la mia reazione è istintiva e implacabile. Prima che possa fare un altro passo, la mia mano scatta. Le afferro il polso con una presa d'acciaio, stringendo abbastanza da farle male ma senza farla sussultare. Giulia sbarra gli occhi, il fiato che le si mozza in gola.
La tiro impercettibilmente verso di me, piantando i miei occhi nei suoi con una rigidità assoluta e dominante. "Pensa a finire la tua valigia, ragazzina," le sussurro a denti stretti, il tono così basso e freddo da farle venire i brividi lungo la schiena. "E tieni le mani a posto. Le lezioni private sono sospese finché non impari a stare al tuo posto. Sono stato chiaro?"
Il mio tono autoritario, quella freddezza sexy e severa, ha un effetto devastante su di lei. Giulia deglutisce, le guance che le si infiammano, e annuisce impercettibilmente, totalmente sottomessa alla mia autorità. Lascio la presa e lei si allontana, massaggiandosi il polso con un sorrisetto nervoso e turbato, eccitata da quella rimproverata.
Finita questa conversazione scendiamo al piano di sotto, la porta finestra è spalancata e lei è lì.
Giada è distesa su uno dei lettini a bordo piscina, ma si è appena sollevata sui gomiti per guardarci. Indossa un bikini nero a due pezzi che è un vero e proprio insulto alla decenza. I laccetti sottilissimi le affondano nei fianchi morbidi, e i due triangoli di tessuto minuscoli a stento contengono il seno pieno, lo stesso seno che io stesso ho marchiato poche ore prima. La sua pelle di porcellana è lucida di olio abbronzante, facendola brillare sotto il sole come una dea pagana.
Ogni suo respiro fa tendere quel costume striminzito, e io sento un colpo all'inguine solo a guardarla. È la padrona assoluta della scena.
"Basta con questi musi lunghi e queste valigie deprimenti!" esclama Giada, la voce vibrante e suadente, che taglia l'aria pesante della stanza. Si alza dal lettino con una lentezza felina, inarcando la schiena e stiracchiandosi, offrendomi la visuale perfetta del suo stacco di coscia e del ventre piatto.
Si appoggia allo stipite della vetrata, incrociando le gambe e sventolandosi con una mano. "Partite domani all'alba. Fuori fa un caldo infernale e l'acqua è perfetta. Andate a mettervi i costumi, tutti quanti. Facciamo un ultimo bagno."
Non è un invito. Sotto la sua patina allegra, è un ordine. I suoi occhi neri, profondi e predatori, si incastrano nei miei. C'è un messaggio in quello sguardo, una promessa legata all'accordo che abbiamo fatto. Vuole che la partita inizi ora, sotto la luce del sole, nell'acqua fredda della piscina.
Erika le sorride, sollevata dalla distrazione. "Hai ragione, Giada. Sto impazzendo con queste magliette. Mi metto il costume e scendo."
Dieci minuti dopo, il prato attorno alla grande vasca azzurra si è trasformato in una vera e propria arena.
Quando esco sul patio in costume, lo spettacolo che mi trovo davanti mi mozza il respiro. Giada è già in acqua. Nuota a dorso con una lentezza calcolata, i seni pieni e costretti nei minuscoli triangoli neri che affiorano a ogni bracciata, lucidi e perfetti. Erika mi raggiunge un istante dopo. Ha abbandonato i costumi interi sportivi. Indossa un bikini bianco ottico, sgambato, che le esalta l'abbronzatura e le curve morbide. Si è persino sciolta i capelli. Vuole essere guardata. Vuole essere all'altezza della promessa che mi ha fatto in camera.
Ma Giada, con l'istinto letale di un predatore, fiuta la sua insicurezza da un chilometro di distanza. E decide di massacrarla.
Appena entriamo in acqua, Giada emerge vicino al bordo, proprio di fronte a me. L'acqua le scivola lungo il collo, scendendo nella valle profonda tra i seni. Si appoggia con i gomiti alle piastrelle, inarcando la schiena in modo che il suo corpo galleggi a pelo d'acqua, offrendomi una visuale ipnotica del suo bacino fasciato dal laccetto nero. "Finalmente," fa le fusa Giada, passandosi una mano tra i capelli bagnati per tirarli indietro, il petto che si alza e si abbassa provocatoriamente. "Cominciavo a pensare che voi due non sapeste fare altro che piegare magliette. Fa un caldo infernale oggi, Franci. Non trovi che qui dentro si stia molto... molto meglio?"
Il suo sguardo è un abisso nero che mi tira a sé. Erika se ne accorge. Non ha idea di cosa sia successo davvero la scorsa notte, ma percepisce la vibrazione sessuale, l'elettricità che Giada mi sta lanciando addosso. E per la prima volta, invece di ritrarsi, raccoglie la sfida.
Nuota verso di me, l'acqua che le accarezza il corpo sodo. Arriva alle mie spalle e mi circonda il collo con le braccia, premendo i suoi seni coperti dal bikini bianco contro la mia schiena nuda. Mi lascia un bacio umido e sonoro sulla spalla, per poi appoggiare il mento, guardando la cugina con un sorriso di sfida. "Vero, si sta bene," ribatte Erika, la voce un po' più alta del solito. "Ma io preferisco quando le temperature si alzano fuori dall'acqua. Specie quando siamo da soli. Stasera abbiamo un bel po' di tempo da recuperare, io e il mio ragazzo."
Giada non batte ciglio. Anzi, il suo sorriso si allarga, affilato come un rasoio. Le piace da impazzire l'idea di vederla dimenarsi in una competizione che ha già perso in partenza. "Oh, cuginetta," mormora Giada, scivolando lateralmente lungo il bordo per avvicinarsi a noi, i movimenti fluidi e ipnotici di una sirena. "Spero per lui che tu stasera abbia un po' più di... fiato. Gli uomini si annoiano in fretta se il ritmo cala. E Franci mi sembra uno che ha bisogno di un'intensità continua. Non è vero?"
La stoccata va a segno. Il riferimento indiretto alla "dormita" di Erika la fa irrigidire contro di me. Sento le sue mani stringersi sulle mie spalle. Punta sul vivo, Erika si stacca da me e nuota verso la scaletta. Vuole riprendersi la scena. Esce dall'acqua con una lentezza esasperante, studiata. L'acqua le scivola lungo le cosce, il bikini bianco diventa quasi trasparente aderendo perfettamente alle sue curve. Inarca la schiena mentre strizza i capelli, spingendo il petto in fuori in una posa chiaramente rubata alle riviste, guardandomi da sopra la spalla con un'intensità che raramente le ho visto addosso.
È bellissima. Pura, sana, eccitante nel suo disperato tentativo di fare la "cattiva" per tenermi legato a sé.
Ma Giada non gliela dà vinta. Con un colpo di reni, si solleva dal bordo senza usare la scaletta. Si siede sul marmo bagnato a un metro da Erika, divaricando leggermente le gambe. L'acqua le cola lungo l'addome piatto, sparendo nel tessuto nero del perizoma. Si passa una mano sul collo, piegando la testa all'indietro e chiudendo gli occhi in un'espressione di puro, sfacciato godimento sotto il sole, un'esibizione carnale e crudele di superiorità estetica e sessuale.
Le due cugine sono lì. La luce e l'oscurità. Il bianco e il nero. Ed entrambe si stanno letteralmente mettendo in mostra per me, in una gara silenziosa fatta di sguardi, petti in fuori, gocce d'acqua e lussuria. Giulia, dall'altra parte della piscina, ci guarda aggrappata a un salvagente, il volto scuro di gelosia, ma nessuno le presta attenzione. Il mondo si è ridotto a questo triangolo malato.
Resto immerso nell'acqua fino al petto, il cuore che mi rimbomba nelle orecchie, la mia erezione dura come la pietra che pulsa contro il tessuto del costume.
Mentre guardo Erika, il respiro mi si mozza per un'emozione che va oltre il sesso. Io la amo. La amo follemente. Amo la sua dolcezza, il suo mettersi in gioco per me, il modo in cui cerca di essere disinibita solo per rendermi felice. Guardandola gocciolante e bellissima sotto il sole, immagino il nostro futuro a Milano. Immagino le domeniche mattina, la nostra vita insieme. È lei il mio porto sicuro, la mia sanità mentale.
E poi il mio sguardo scivola su Giada. Le sue labbra dischiuse, il seno perfetto, quell'aura di perversione assoluta che le emana dai pori. Se Erika è il mio futuro, Giada è la fiamma nera che minaccia di bruciare tutta la casa. È il vizio, è la sottomissione, è il sesso sporco che mi svuota e mi annienta. E la verità, la terribile e mostruosa verità che mi colpisce in mezzo a quella piscina, è che non posso fare a meno di nessuna delle due. Ho un disperato bisogno dell'amore puro di Erika per non impazzire, e ho una fame letale del corpo di Giada per sentirmi vivo.
"Sembri incantato, Franci," mi richiama Giada, la voce un sussurro rauco che vola sull'acqua, aprendo gli occhi neri per fissarmi. "A cosa stai pensando?"
"Penso che..." la voce mi esce roca, lo sguardo che salta dai fianchi di Erika alle labbra di Giada. "...penso che questo panorama mi mancherà moltissimo quando torneremo in città."
Erika fa un sorriso fiero, pensando che la mia ammirazione sia tutta per lei. Scende di nuovo in acqua e mi abbraccia, ignara del fatto che il mio cazzo sia duro per il pensiero di averle entrambe.
La competizione in acqua si trasforma in una guerra fredda fatta di pelle nuda, sguardi incendiari e doppi sensi.
Giada non si arrende. Mentre Erika mi tiene le braccia al collo, baciandomi con una foga ostentata, sento improvvisamente il piede nudo di Giada scivolare sott'acqua. L'alluce dal colore scuro risale lungo il polpaccio, sfiora l'interno della mia coscia e si ferma pericolosamente vicino all'inguine. Sott'acqua mi sta letteralmente accarezzando, mentre in superficie sorride innocentemente alla cugina. Devo mordermi l'interno della guancia per non sussultare.
"Sei così affettuosa oggi, Erika," commenta Giada, la voce liscia come l'olio. "È bello vedervi così uniti. Anche se, sai, a volte le fiamme troppo alte bruciano in fretta e poi resta solo la cenere. Ci vuole... costanza."
Erika stringe la presa sui miei capelli. Ignora il vero significato di quelle parole, ma l'istinto territoriale le fa drizzare le antenne. "Non preoccuparti per la nostra fiamma, Giada. Sappiamo come alimentarla. E Franci non si stanca mai di me."
Mi dà un altro bacio, sfacciato, spingendo il bacino contro il mio. Giada, a un metro di distanza, osserva la scena socchiudendo gli occhi. Il suo piede sott'acqua preme per un secondo proprio sul rigonfiamento del mio costume, un tocco fantasma e letale, prima di allontanarsi. Una fitta di piacere puro mi trapassa la spina dorsale.
Il pranzo è un campo minato. La zia chiacchiera del viaggio di ritorno, ignara dell'elettricità che satura l'aria. Giulia mangia in silenzio, lanciandomi occhiate rabbiose e gonfiando il petto sotto la canottiera bagnata, ma io non le presto la minima attenzione. Tutta la mia concentrazione è divisa tra le due donne ai lati opposti del tavolo.
Giada prende un acino d'uva dal cesto della frutta. Lo porta alle labbra con una lentezza esasperante. Lo morde a metà, lasciando che una goccia di succo le lucidi il labbro inferiore, gli occhi neri piantati nei miei. "La frutta estiva è la migliore," sussurra, passandosi la lingua sulle labbra. "Dolce, succosa... va assaporata lentamente, fino all'ultima goccia. Non credi, Franci?"
Erika scatta. Prende un pezzo di fragola dal suo piatto, si sporge verso di me e me lo infila letteralmente in bocca, le sue dita che mi sfiorano le labbra con una possessività feroce. "Franci sa benissimo cosa gli piace," ribatte Erika, guardando la cugina con un mezzo sorriso di sfida. "E sa che le cose migliori le ha già in casa."
La tensione è così spessa che si potrebbe tagliare col coltello. Appena il pranzo finisce, la zia annuncia di voler fare un'ultima siesta. Giulia, sbuffando, sparisce di sopra, chiudendosi la porta della camera alle spalle con un tonfo.
Siamo rimasti in tre. Giada si alza languidamente. "Io vado a prendere l'ultimo sole sul patio," annuncia, sistemandosi il laccetto del minuscolo bikini nero. Prende il suo telo e un paio di occhiali da sole, ed esce dalla grande vetrata scorrevole del soggiorno, sdraiandosi sul lettino esattamente di fronte ai vetri del salotto.
Rimango solo con Erika in cucina. Le prendo la mano. "Amore, andiamo di sopra in camera," le sussurro, l'adrenalina che mi pompa nelle vene. "Finiamo quello che abbiamo lasciato a metà ieri sera."
Ma Erika scuote la testa. I suoi occhi castani bruciano di una fiamma nuova, un misto di rivalsa e desiderio. Guarda verso la vetrata del soggiorno. Fuori, Giada è sdraiata sul lettino, il corpo perfetto esposto al sole, rivolta verso l'interno della casa.
"No. Non andiamo di sopra," mormora Erika, la voce che trema per l'audacia della sua stessa idea. Mi afferra per il laccetto del costume e mi tira verso il centro del soggiorno.
Mi ferma esattamente a un metro dalla grande parete di vetro. Fuori, il patio è inondato di luce. Dentro, la penombra ci avvolge.
"Erika... cosa fai?" chiedo, il respiro che si fa improvvisamente corto. "Ci può vedere. Le tende sono aperte."
"Lo so," risponde lei, con una determinazione feroce. "Voglio che ci veda."
Il mio cervello subisce un blackout totale. Erika, la mia dolce, pudica ragazza, è talmente accecata dalla competizione territoriale con la cugina che ha deciso di esibirsi. Vuole sbattere in faccia a Giada la sua "vittoria". Vuole marcare il territorio.
Senza staccare gli occhi dai miei, Erika porta le mani dietro la schiena e sgancia il bikini bianco. I due triangoli di tessuto scivolano a terra. Il suo seno nudo si offre al mio sguardo e, contemporaneamente, alla visuale della vetrata alle mie spalle.
Con un movimento fluido, Erika mi spinge con la schiena contro il vetro fresco della finestra panoramica. Fuori, con la coda dell'occhio, vedo Giada abbassare lentamente gli occhiali da sole scuri. Si è accorta di noi.
"Sei mio, Franci," ansima Erika contro la mia bocca, baciandomi con una foga disperata, le sue mani che scivolano giù, agganciando l'elastico del mio costume e tirandolo via con uno strattone.
È la scena più psicologicamente folle e perversa che potessi immaginare. Erika è convinta di star umiliando sua cugina, di starle dimostrando chi comanda. Si inarca contro di me, i suoi seni nudi premuti contro il mio petto, le sue mani che mi accarezzano con un'urgenza animalesca. E mentre lei geme contro il mio collo, stringendomi i fianchi... io guardo fuori dal vetro.
Giada non è umiliata. Giada non è sconfitta. Giada è sul lettino a tre metri da noi. Ha gli occhiali abbassati sul naso e ci sta fissando. E sta sorridendo. Un sorriso diabolico, predatorio. Ha capito esattamente il gioco di Erika, e lo sta ribaltando.
Erika scivola sulle ginocchia davanti a me, proprio contro la vetrata. "Falle vedere come mi ami," sussurra la mia ragazza, la voce rotta dal desiderio, convinta di essere la padrona del gioco mentre le sue mani si stringono attorno a me.
Mentre Erika inizia a baciarmi, la mia testa si getta all'indietro contro il vetro. I miei occhi incrociano quelli di Giada fuori sul patio. Giada si passa lentamente la lingua sulle labbra rosse. Poi, mantenendo il contatto visivo con me attraverso il vetro, scivola con una mano lungo il proprio ventre, infilando due dita sotto il laccetto del bikini nero, iniziando a toccarsi al ritmo dei gemiti di sua cugina.
Sono intrappolato nel punto esatto in cui paradiso e inferno si toccano. Mia moglie mi sta venerando per dimostrare di possedermi, mentre la mia dominatrice ci guarda, si masturba e mi ricorda con un solo sguardo che io, in realtà, appartengo a lei.
Il vetro della grande finestra scorrevole è fresco contro le mie scapole nude, un contrasto folle con il calore rovente del corpo di Erika che mi si stringe addosso.
La mia ragazza è posseduta da una foga che non le ho mai visto. Vuole essere rumorosa. Vuole essere sfacciata. Le sue mani vagano sul mio petto, scendono lungo i miei fianchi, le sue labbra si accaniscono sul mio collo estorcendo gemiti che rimbombano nel silenzio del soggiorno. "Sei mio..." ansima Erika, i seni nudi premuti contro il mio stomaco, alzando il viso per divorarmi la bocca. È un bacio esigente, disperato, carico dell'illusione di aver vinto la sua battaglia invisibile. "Falle vedere di chi sei."
Ma la verità è al di là di quel vetro.
Mentre Erika scivola verso il basso, determinata a farmi impazzire, io tengo gli occhi sbarrati sulla scena che si svolge sul patio illuminato dal sole. Giada è sul lettino. Ha abbassato gli occhiali scuri sul naso. Il suo sorriso è un taglio crudele di pura malizia. Vede l'impegno di sua cugina, vede la sua goffaggine nascosta dalla rabbia, e la trova infinitamente divertente. Un gioco da bambine. Senza mai spezzare il contatto visivo con me, Giada scivola con la mano destra sotto l'elastico dei suoi shorts neri. Il movimento è lento, inequivocabile. Inizia a sfiorarsi, assecondando il ritmo dei respiri spezzati che provengono dall'interno del salotto. Si sta eccitando guardando l'illusione di sua cugina e la mia totale, fottuta schiavitù psicologica.
Ed è proprio in quel momento che la porta a vetri della cucina si apre di scatto.
Giulia esce sul patio, un asciugamano sulle spalle, il viso ancora scuro per la litigata silente del pranzo. Fa due passi e si blocca di colpo. Il suo sguardo attraversa il vetro del soggiorno. Vede Erika in ginocchio davanti a me. Vede me, appoggiato alla vetrata, la testa all'indietro e il respiro mozzo. I pugni di Giulia si stringono fino a farle sbiancare le nocche. La gelosia le deforma i lineamenti. L'arroganza con cui pensava di potermi avere si sgretola davanti alla visione della sorella maggiore che si prende ciò che vuole alla luce del sole.
Fa per voltarsi, per scappare o forse per fare una scenata, ma Giada non ha intenzione di lasciarsi rovinare lo spettacolo.
"Dove credi di andare, piccolina?" la voce di Giada è un sussurro affilato che fende l'aria calda del pomeriggio.
Giulia si volta verso di lei, gli occhi lucidi di rabbia. "Fanno schifo. Siete tutti disgustosi!" sibila, la voce che trema.
Giada non si scompone. Con la mano sinistra si solleva appena sul lettino, mentre l'altra rimane nascosta sotto la stoffa, continuando a muoversi impercettibilmente. "Fanno schifo o ti fa semplicemente rabbia non essere al suo posto?" la provoca Giada, con una crudeltà chirurgica.
Giulia apre la bocca per ribattere, ma Giada è più veloce. Allunga la gamba nuda e perfetta. Con la pianta del piede, preme con forza dietro il ginocchio di Giulia, facendole perdere l'equilibrio.
La ragazzina sussulta e cade in ginocchio sul pavimento di cotto rovente, esattamente di fianco al lettino di Giada. "Stai giù," le ordina Giada, la voce che abbandona ogni traccia di ironia per diventare puro comando. Il suo piede si sposta, premendo leggermente sulla spalla di Giulia per tenerla incollata a terra. "Volevi giocare a fare la donna vissuta? Bene. Inizia a prendere appunti."
Giulia ansima, umiliata, lo sguardo incollato a terra. "Non ho detto di guardare il pavimento," sibila Giada, spingendole il mento con l'alluce per costringerla ad alzare la testa. "Guarda tua sorella. Guardala mentre cerca di tenersi stretto un uomo che non sa gestire. E guarda lui."
I nostri occhi si incrociano di nuovo, attraverso il vetro. Io, Giada e, un gradino più in basso, Giulia, costretta in ginocchio a guardare.
"Guarda come mi fissa mentre lei si danna l'anima per lui," sussurra Giada, la voce rotta da un gemito di piacere che non riesce a trattenere, aumentando il ritmo della sua mano sotto gli shorts. "Sei in prima fila per lo spettacolo, cuginetta. Impara qual è il tuo posto."
E in quella prigione di vetro, con Erika che mi consuma credendo di essere la padrona del mondo, io vengo travolto dall'immagine di Giada che domina tutto: il mio desiderio, la mia ragazza ignara, e la ragazzina in ginocchio ai suoi piedi.
"Vedi, Franci? deve capire quella stonza!." Erika è un'incendio tra le mie braccia, le sue parole sono coltelli che cerca di piantarmi nella schiena per legarmi a sé. Le sue dita affondano nei miei capelli mentre mi spinge con forza sul divano nero di pelle, già lucido di sudore. Un respiro profondo la fa fremere, i suoi seni turgidi si alzano verso di me come un'offerta. "Ora le faccio vedere di chi sei davvero."
Il suono dello scivolare della pelle nuda contro la pelle dei divano si mescola ai gemiti rumorosi di Erika. Con un movimento fluido e feroce, si allarga sopra di me, afferrandomi il cazzo con una presa che è quasi violenza. Non mi guarda. Il suo sguardo è fisso, attraverso la vetrata, su Giada.
Fuori, c'è un leggero cigolio. Giada, con un sorriso beffardo, ha ruotato il suo lettino. Ora è perfettamente rivolta verso di noi, una spettatrice d'eccezione. Sposta gli occhiali in cima alla testa, gli occhi scuri che brillano di divertimento malato.
"Tanto è questo che vuole, no?" la sua voce è un sussurro che, so magicamente, arriva chiaro e teso a Giulia, ancora inginocchiata accanto a lei. "Vuole farci vedere chi comanda. E io... io mi godo lo spettacolo."
Giulia trema come una foglia, il viso teso, gli occhi che non sa se fissare il pavimento rovente o la scena esplicita che si svolge dietro il vetro. È una tortura vivente, e la sua angoscia è il carburante che mi alimenta.
Erika, ignara, si abbassa, la lingua pronta a leccarmi la punta del cazzo, ma Giada la anticipa con una mossa che mi mozza il fiato. Con un gesto teatrale, la burattinaio si alza, il suo corpo scultoreo che si staglia contro il sole. Con le dita, aggancia l'elastico del suo costume bagnato di sopra, lasciandolo cadere a terra. I suoi seni perfetti si offrono all'aria, con i capezzoli duri e scuri. Poi, con una lentezza che è un puro atto di crudeltà, scivola via anche il perizoma.
È nuda. È un'opera d'arte vivente, una regina sul suo trono di umiliazione.
Vede la turbazione di Giulia, la vergogna mista a un'inconfessabile curiosità che le contorce il viso. Giada si ristende sul lettino, le gambe divaricate con una naturalezza che è più erotica di qualsiasi posa provocante. Con un dito, si tocca il labbro della sua figa, già liscia e gonfia.
"Dai, perché non aiuti tua cugina a godere dello spettacolo?" le chiede, la voce un miele avvelenato. "Così non ci pensi."
Giulia scuote la testa, un minuscolo movimento negativo, i pugni serrati.
"Oh, sì, invece," insiste Giada, la sua mano che inizia un cerchio lento sul proprio clitoride. "Sei una brava ragazza, Giulia. Le brave ragazze aiutano. Vieni qui."
Con l'altra mano, le accarezza i capelli lisci, un gesto materno e mostruoso allo stesso tempo. "Non è niente di che. Solo un bacio. Fallo per me. Per noi."
La pressione psicologica è enorme, irresistibile. Giulia cede. Come in un sonnambulismo, si avvicina, il viso a pochi centimetri dalla figa di Giada.
"Leccala," ordina Giada, la voce ora dura, senza inflessioni. "E io mi godrò lo spettacolo mentre lo fai."
Dentro il salotto, Erika mi sta succhiando il cazzo con una foga da cagna in calore, i suoi gemiti riempiono la stanza. Fuori, Giulia esita per un istante, poi la sua lingua timida esce e tocca la pelle calda di Giada.
"E brava," sospira Giada, la schiena che si inarca. "Adesso leccala tutta."
Mentre Giulia, a tratti titubante a tratti disperata, lecca la figa della cugina, io alzo il busto. Con due dita, mi masturbo lentamente, la punta del cazzo bagnata di saliva di Erika. Il suo sguardo è avido, i suoi occhi sono due buchi neri di desiderio, la sua bocca è aperta, la lingua fuori.
"Sì, Franci, sì..." ansima Erika, vedendomi masturbare davanti a lei. "Vieni, vieni in bocca."
"Non ancora," dico, la voce roca. "Ancora un po'."
Erika, frustrata, aumenta il ritmo, la sua testa che va su e giù sul mio cazzo duro come il marmo. Io la osservo, ma la mia mente è altrove. È con Giulia, con la sua lingua che esplora la figa di Giada, con il suo umore che si mescola con l'eccitazione di Giada.
"Guardami," ordino a Erika, la mano che le afferra i capelli. "Guardami mentre ti guardo."
Erika obbedisce, i suoi occhi che mi fissano con una intensità che mi fa tremare. Io, con uno sguardo, la domino.
Il mondo si è ristretto a tre focolai, tre universi che vibrano su frequenze diverse ma sono tutti puntati su di me.
Fuori, Giada è una dea crudele. Con un gemito prolungato che mi penetra le orecchie anche attraverso il vetro, si allena la cugina. "No, piccolina, non solo lì... Senti questo bottone? È il mio. Senti come pulsava? Adesso usi la lingua, non le labbra. Lenta. Più profonda... Sì, così. Falle vedere a quella stronza di tua sorella cosa significa far godere una donna." Mentre parla, le sue mani si stringono sui suoi seni perfetti, i polpastrelli che pizzicano i capezzoli duri, tirandoli verso l'alto in un gesto di autocompiacimento puro e sadico. Il suo sguardo non mi abbandona un secondo, godendo della mia erezione, dell'umiliazione di Erika e della sottomissione totale di Giulia.
All'interno, Erika è un'uragano di carne e furia competitiva. Si rialza di scatto, una foga selvaggia negli occhi. Non c'è più amore, c'è solo la proprietà. "Ti stai distraendo?" mi sibila, afferrandomi il cazzo con una violenza che mi fa sussultare. "Non mi basta succhiare. Ora voglio sentirti dentro." Con un movimento brusco, mi spinge a sedermi sul divano e senza preavviso, si infila il mio cazzo dentro di sé, impalandosi con un gemito che è metà piacere, metta sfida. Si muove su di me con ritmi forsennati, i seni che rimbalzano davanti al mio viso, le unghie che mi graffiano le spalle. "Guarda! Guarda solo me! È questo che vuoi, eh? Una vera donna! Non una bambina viziata!" urla, le sue parole colpi che vorrebbero raggiungere Giada. Il suo obiettivo è farmi urlare il suo nome, farmi venire dentro di lei con una violenza che sia una vittoria, una firma messa sul suo territorio.
E io? Io sono al centro di tutto. Il mio unico obiettivo è tenerla incollata a me, negarle la possibilità di voltarsi, negarle la sconfitta di scoprire cosa sta succedendo davvero. E contemporaneamente, godermi ogni singolo secondo di questo inferno paradisiaco. Affondo le mie mani nei fianchi di Erika, guidandone il ritmo, la sento bagnata, calda, stretta. La sollevo, la giro. "A quattro zampe," le ordino, la voce un ruggito. "E urla il mio nome."
Erika ubbidisce, si mette carponi sul divano, il culo perfettamente inondato dal sole che entra dalla finestra. "Sì, Franci! Sì!" geme, mentre la inizio a scopare da dietro, con colpi profondi e decisi che fanno ondeggiare i suoi fianchi generosi. Le sue urla sono ora genuine, cariche di un piacere che spera sia un'arma.
Fuori, il mio sguardo incrocia Giulia, la cui faccia è sepolta tra le gambe di Giada. Vedo solo i suoi capelli scuri che ondegano al ritmo impartito dalla regina. Vedo le sue lacrime che si mescolano con i succhi della cugina. Vedo la sua totale distruzione.
Mi concentro di nuovo su Erika. Le mordo il collo, le stringo i seni con forza, le sussurro oscenità all'orecchio, le parole giuste che la fanno fremere e urlare più forte. "Godi, stronza. Godi per me." La sento contrarsi, le sue pareti vaginali che stringono il mio cazzo in un'onda di spasimi violenti. Urla il mio nome, un'invocazione disperata che rimbomba nel salotto e spero, anche sul patio.
Non l'ho fatta venire ancora. Non è il momento. Questo è solo l'inizio. Il mio cazzo è un'arma, il mio piacere è una corazza, e sto giocando una partita a cui nessun altro, nemmeno Giada, conosce tutte le regole. La tengo sulla cresta dell'orgasmo, godendo del suo potere e della sua impotenza, mentre fuori, un'altra vita viene rubata sotto il mio sguardo complice.
L'urlo di Erika svanisce, sostituito da un respiro ansimante e rotto che le scuote le spalle. È esausta, un cumulo di membra sudate e soddisfazione che crede di aver vinto. La sua testa ciondola, il corpo molle sotto il mio.
È il momento che aspettavo.
Con una lentezza che è un'ulteriore tortura per lei, mi estraggo dalla sua figa bagnata e calda. Un filo lucido ci lega ancora per un istante prima di spezzarsi. Non le do tempo di voltarsi, di capire. La spingo delicatamente sul fianco, facendola sdraiare sul divano. È completamente alla mia mercé.
"Non finisce qui," le sussurro contro la pelle umida della schiena. "Non ho finito con te."
Mentre dico questo, il mio sguardo vaga fuori, sul patio. Giada si è appena goduta, un gemito gutturale le è sfuggito mentre la schiena si inarca in un arco perfetto. Le sue dita stringevano i capelli di Giulia, costringendola a non fermarsi. Ora, Giada si rilassa, il respiro ancora affannoso, ma con lo stesso sorriso feroce stampato sul volto. Giulia, invece, si ritrae, il viso bagnato e stravolto, gli occhi lucidi di lacrime e umiliazione.
Erika, sentendo il mio silenzio, si volta appena, appena abbastanza per vedermi il viso. Il suo è un mix di orgoglio e incertezza. "Ce l'hai fatta," dico, la voce un rago di velluto e acciaio. "mi hai fatto vincere"
Le mie parole sono un veleno dolce. La fanno sorridere, ma la sua felicità è di breve durata.
"Ma ora," continuo, scendendo verso di lei, "voglio il mio premio."
La mia bocca si posa sulla sua, ma non è un bacio. È un assaggio. Lecco le sue labbra, le sue guance, il suo mento. Scendo, lungo il suo collo, lecco il sale del suo sudore. Il suo respiro cambia. Si fa più veloce, più incerto.
"Franci, che fai?" chiede, la voce che trema.
"Sto prendendo il mio premio," rispondo, la bocca che ora è su un seno. Lecco il suo capezzolo duro, lo morde delicatamente. Lei geme.
"Sei tutta mia," sussurro, la mano che scende lungo la sua pancia, le dita che le sfiorano la figa. "E voglio tutto."
Il mio dito entra in lei, lento, profondo. Lei sussulta, un gemito le esce dalle labbra. "Sì, così," sussurro, leccando il suo orecchio. "Godi per me. Dimostrami che sei tu quella che può soddisfarmi."
Mentre la faccio godere con le mie dita, la mia bocca scende ancora. Lecco il suo ventre, la pelle liscia e calda. Il mio obiettivo è la sua figa, bagnata e desiderosa. Lecco le sue labbra, il suo clitoride, la sento contrarsi, un'altra ondata di piacere che la travolge. Il suo corpo è uno strumento che io so suonare, che io so far cantare.
Ma la mia mente è divisa. Un pezzo di me è ancora con Giulia, con la sua lingua timida che esplora la figa di Giada. Un altro pezzo è con Giada, con il suo corpo nudo che si dondola al ritmo del piacere. E un altro pezzo è con Erika, con il suo corpo che si contorce sotto il mio.
"Non puoi fermarti," geme Erika, le mani che mi afferrano i capelli, mi premono contro la sua figa. "Non osare fermarti."
"Non mi fermerò," rispondo, la voce roca. "Non finché non avrai urlato il mio nome così forte che anche i morti potranno sentire."
E con queste parole, inizio a leccarla con una foga che è quasi violenza. La mia lingua è un fuoco che la divora, le mie dita un martello che la percuote. Il suo corpo è un campo di battaglia, e io sono il vincitore.
Il sapore di Erika è salato, acido, un nettare di vittoria che si spande sulla mia lingua. La sento vicina, così vicina che il suo respiro è un tuono nelle mie orecchie, le sue contrazioni un terremoto che scuote le mie fondamenta. "Franci... Dio, Franci, sì... sì..." geme, le dita piantate nei miei capelli come radici disperate.
Non la lascio andare. La lecco, la succhio, la possiedo con la bocca fino a quando il suo corpo non scatta in un arco teso, un gemito straziato le sfugge dalle labbra mentre un'ondata di calore la inonda, la figa che pulsa contro la mia lingua in una sequenza spasmodica.
E in quel momento preciso, un clangore metallico e secco spezza l'incantesimo.
È stato rapido, quasi impercettibile, ma in quel silenzio post-orgasmico suona come una sirena d'allarme. È il rumore di un bicchiere che cade su un tavolo di metallo. Sul patio.
Erika si irrigidisce. "Cos'è stato?" sussurra, il piacere che già svanisce, rimpiazzato da un brivido d'ansia.
Il mio cuore batte all'impazzata, ma la mia faccia è una maschera di noia. "Nulla. Forse il vento." Le do un ultimo bacio lento sulla figa bagnata, cercando di riportarla nel mio mondo. "Concentrati su di me. Non c'è niente fuori."
Mi alzo, la prendo in braccio con una forza che la sorprende. È leggera, morbida, e si appoggia al mio petto, gli occhi ancora pieni di sospetto. "Sei tutta mia," le sussurro, baciandola mentre la porto verso lo scalino che conduce alla camera da letto.
Ma eccolo di nuovo. Un sussurro di risa. La voce di Giada, chiara e cristallina, unita a un altro suono, più sommesso. Un lamento. Il lamento di Giulia.
Erika si scosta, mi spinge via con forza, il panico dipinto sul volto. "meglio smettere franci! abbiamo fatto abbastanza spettacolo! se scende giulia potrebbe essere imbarazzante" La sua voce è un fischio acuto, carico di rabbia e paura. "vogliamo finire sopra, per non essere disturbati"
Non c'è più passione nel suo gesto, solo disperazione. È una corsa, un tentativo di chiudere la porta al mondo esterno, di sigillare il suo "territorio".
"Va bene," dico, la voce calma, quasi compassionevole. "Finiamola lì."
Mi aiuta a raccogliere i vestiti sparsi per il salotto, i nostri movimenti sono goffi, frettosi. Le sue mani tremano, non riesce a allacciare il costume, io lo faccio per lei, le mie dita che sfiorano la sua pelle fredda. Lei non mi guarda, il suo sguardo è fisso sulla porta a vetri della cucina, come se potesse vederle attraverso, come se le loro ombre potessero materializzarsi da un momento all'altro.
Una volta su, chiudiamo a chiave la porta della camera da letto. Il suono del cilindro che scatta è un sollievo per lei, una condanna per me. Mi getta i vestiti sul letto, si butta su di me, le sue mani che mi cercano, la sua bocca che mi cerca, come se potesse cancellare il mondo con il suo desiderio.
"Scopami," sussurra, la voce rotta. "Scopami fino a farmi dimenticare tutto."
La faccio sdraiare sul letto, i miei occhi che si perdono nel suo corpo, ora illuminato solo dalla fioca luce della lampada da comodino. Le sue curve sono morbide e perfette, la sua pelle liscia e calda. Mi inginocchio tra le sue gambe, il mio cazzo duro e pulsante che le accarezza la figa bagnata.
"è solo mio," sussurra, le mani che mi afferrano i fianchi.
"Solo tuo," confermo, e lo spingo dentro di lei con un lento, profondo movimento. Lei geme, il suo corpo che si adatta al mio, la sua figa che mi stringe, che mi accoglie come se fossi fatto per lei.
La scopo lentamente, con calma, godendo di ogni centimetro, di ogni suo gemito. Le bacio il collo, le orecchie, le labbra, le sue parole che si mischiano con le mie, un'incombenza di sussurri e promesse.
"più forte," geme lei. "più forte."
Aumento il ritmo, i miei colpi che diventano più duri, più profondi. Le sue gambe si stringono intorno alla mia vita, le sue unghie mi graffiano la schiena. Il suo corpo è uno strumento che io so suonare, che io so far cantare. La sento vicina, così vicina che il suo respiro è un tuono nelle mie orecchie, le sue contrazioni un terremoto che scuote le mie fondamenta.
"vieni con me," sussurra, la voce che si rompe. "vieni con me, Franci."
E in quel momento preciso, il mio mondo si scontra con il suo. Il suo corpo scatta in un arco teso, un gemito straziato le sfugge dalle labbra mentre un'ondata di calore la inonda, la figa che pulsa contro il mio cazzo in una sequenza spasmodica.
"erika," gemo, il mio seme che esplode dentro di lei, caldo e abbondante. "ti amo"
Restiamo così per un momento, i nostri corpi incastrati, i nostri respiri che si confondono nell'aria densa della stanza. Il suo corpo è morbido contro il mio, la sua pelle coperta di sudore, i suoi capelli che si attaccano alla sua fronte.
La bacio, un bacio lungo e dolce. Lecco il sudore dal suo collo, lecco le sue lacrime, lecco il suo sorriso.
"io sono tua," sussurra, la voce che è solo un filo. "solo tua."
"io sono tuo," rispondo, la mia voce rotta. "solo tuo."
E per un momento, ci crediamo. Per un momento, in questa stanza sigillata, nel letto sporco del nostro sesso, ci siamo solo noi.
Il silenzio della camera da letto è rotto solo dai nostri respiri che, lentamente, cercano di ritrovare un ritmo normale. Le lenzuola sono un groviglio umido sotto di noi. Erika è rannicchiata contro il mio fianco, la testa appoggiata sul mio petto, le dita che tracciano pigramente dei cerchi invisibili sulla mia pelle sudata.
Sembra serena. Appagata. Ha l'espressione di chi è convinta di aver appena vinto una guerra. Io, invece, sto sprofondando.
Fisso il soffitto attraversato dalle ombre del tardo pomeriggio, ma nella mia testa non c'è la stanza. C'è solo Giada. Giada sul lettino, Giada che piega Giulia al suo volere, Giada che mi guarda attraverso il vetro mentre io scopo la mia ragazza. Le ho detto "Ti amo", a Erika, ed era vero. In qualche angolo contorto della mia anima, io la amo davvero. Ma la verità è che il mio corpo, il mio sangue, la mia mente intossicata appartengono alla donna di sotto. Non riesco più a capire chi sono, né cosa cazzo sto facendo. Sono un pendolo impazzito tra la luce e l'abisso.
"Franci..." mormora Erika, la voce impastata e dolcissima, sollevando il viso per guardarmi. Ha le guance ancora arrossate. "È stato... pazzesco. Averlo fatto lì giù, sapendo che lei poteva vederci... mi ha fatto sentire così potente." Si morde il labbro, un piccolo sorriso complice che le piega la bocca. "Sai... forse avevo solo bisogno di sbloccarmi. Mi è piaciuto osare. Se a te piace, vorrei... non lo so, vorrei provare altre cose un po' pazze con te. Cose che non abbiamo mai fatto."
Le sue parole, dette con un'ingenuità così disarmante, fanno scattare una trappola nel mio cervello annebbiato. Cose pazze. Il ricordo del patto stretto con Giada la notte prima nel buio del salotto mi travolge come un treno merci. Portami tua moglie su un piatto d'argento e mi concederò al mille per cento.
L'ossessione prende il controllo sui miei filtri. Sull'onda dell'adrenalina e di una folle, deviata sensazione di onnipotenza, la mia bocca si muove prima che il mio cervello possa fermarla.
"Se ti è piaciuto sfidarla..." inizio, la voce un po' incerta, cercando di mascherare il mio reale intento dietro a un tono complice e roco. Mi giro verso di lei, accarezzandole il braccio nudo. "...se vuoi davvero dimostrarle che sei tu quella che comanda, potremmo portare la competizione su un altro livello." Erika aggrotta leggermente la fronte, curiosa ma ancora sorridente. "In che senso?" Deglutisco. Sono un funambolo bendato su un filo spinato. "Nel senso di... usarla. Una cosa a tre, Erika. Tu saresti la regina. La faresti entrare nel nostro letto solo per farle vedere come mi prendi, come mi domini. Sarebbe il modo definitivo per sbatterle in faccia che non è superiore a te."
L'aria nella stanza si congela all'istante. Il sorriso di Erika si spegne come una candela soffiata via dal vento. I suoi occhi castani si sgranano, passando dalla confusione a un orrore puro e viscerale.
Si ritrae di scatto, come se la mia pelle l'avesse improvvisamente ustionata. Si tira le lenzuola sul petto nudo, rannicchiandosi contro la testiera del letto. "Cosa... cosa cazzo hai appena detto?" la sua voce è un sussurro strozzato, un sibilo che taglia il silenzio.
Il panico mi sale in gola. Ho calcolato male, malissimo. "Erika, aspetta... era solo un'idea, una fantasia..." "Una fantasia?!" sbotta lei, la voce che si alza di un'ottava, incrinandosi. "Ti fa eccitare l'idea di scoparti mia cugina? Ti fa eccitare metterla nel nostro fottuto letto?!" "No! Cazzo, no, Erika, mi hai frainteso. Stavo scherzando!" mento disperatamente, allungando una mano verso di lei. "Volevo solo stuzzicarti, visto che parlavamo di cose pazze..."
"Non toccarmi!" urla, respingendo la mia mano con uno schiaffo sonoro. Gli occhi le si riempiono di lacrime, lucidi di una rabbia e di un dolore che mi spaccano il petto. "Anche se fosse uno scherzo... fai schifo, Franci! È la mia famiglia! Ma non è nemmeno questo il punto..."
Erika si passa le mani sul viso, un singhiozzo disperato che le sfugge dalle labbra. "Per tutta la vita... per tutta la mia fottuta vita, Giada mi ha fatta sentire una nullità. Più brutta, più noiosa, più piccola, più stupida. Ho passato anni a sentirmi l'ombra sfigata della mia cugina perfetta. E oggi..." Mi punta un dito contro, il petto che le si alza e si abbassa convulsamente. "...oggi mi sono messa a nudo contro quel vetro. Ho fatto una cosa folle, una cosa che non avrei mai fatto, solo per dimostrarti che ti basto! Solo per non farti guardare lei! E tu cosa fai? Come premio, mi chiedi di portarla nel nostro letto?!"
"Erika, ti prego..." la mia voce è un lamento patetico. Non ho difese. Le sue parole sono coltellate di pura verità. "mi hai dato il colpo di grazia, Franci," piange, stringendosi le ginocchia al petto, la vulnerabilità dipinta in ogni suo lineamento. "Hai preso ogni mia singola insicurezza e me l'hai sbattuta in faccia. Evidentemente non ti basto. Evidentemente pensavi a lei mentre mi scopavi."
"Non è vero!" provo a ribattere, ma la mia voce suona vuota anche alle mie stesse orecchie. "Esci," mi ordina, la voce improvvisamente piatta, svuotata di ogni energia. Fissa un punto vuoto sul muro di fronte a lei, le lacrime che le rigano le guance. "Prendi i tuoi vestiti e vattene da questa stanza. Non voglio vederti."
Resto immobile per un secondo, sperando in uno spiraglio, ma l'espressione sul suo viso è una porta chiusa a doppia mandata.
Recupero i miei vestiti sparsi sul pavimento con gesti meccanici, goffi. Mi infilo i boxer e i pantaloncini, sentendomi il pezzo di merda più grande sulla faccia della terra. Afferro la maglietta e apro la porta, senza osare voltarmi indietro, e me la chiudo alle spalle.
Il corridoio è buio e silenzioso. Mi appoggio con la schiena contro la porta chiusa della camera, la maglietta stropicciata stretta in un pugno. Scivolo lentamente verso il basso, fino a sedermi sul pavimento di legno freddo. Mi prendo la testa tra le mani, affondando le dita nei capelli.
Che cazzo sto combinando? Ho appena distrutto la ragazza che amo per inseguire un'ossessione malata. Ho giocato col fuoco, credendomi il padrone delle regole, e ora sto bruciando vivo.
Il freddo del pavimento di legno contro le mie cosce nude è l'unica cosa che mi impedisce di sprofondare del tutto. Seduto nel corridoio, con la schiena premuta contro la porta chiusa della camera di Erika, sento i suoi singhiozzi soffocati filtrare attraverso il legno. Ogni suono è una frustata.
Nella stanza accanto, quella di Giada e Giulia, c'è un silenzio innaturale. I muri di questa villa non sono di carta, ma le urla disperate di Erika, il suo “fai schifo”, sono rimbombate chiare e nitide. Hanno sentito tutto. E io mi sento nudo, esposto, il mostro che sono diventato finalmente alla luce del sole.
Con un enorme sforzo, mi alzo in piedi. I muscoli mi tremano. Ho bisogno di sciacquarmi la faccia, di togliermi di dosso questo senso di sporco che mi scivola sotto la pelle.
Mi trascino verso il bagno padronale. Entro e mi appoggio al lavandino di marmo, lo stesso lavandino dove poche ore prima ho consumato il mio tradimento. Alzo lo sguardo verso lo specchio. Quello che mi fissa è un estraneo: ha gli occhi vuoti, vacui, circondati da un'ombra scura di puro esaurimento mentale. Ho perso tutto per rincorrere un fantasma.
Apro il rubinetto, ma prima ancora di potermi spruzzare l'acqua ghiacciata in faccia, uno scatto metallico mi fa raggelare.
Non avevo chiuso a chiave. La porta si apre e si richiude silenziosamente.
Giada è alle mie spalle. Indossa solo la vestaglia di seta nera, lasciata maliziosamente aperta sul davanti, rivelando il bikini striminzito che porta ancora addosso. Il suo sorriso è la solita lama affilata, ma i suoi occhi brillano di un divertimento oscuro e predatorio. Per lei, il mio fallimento è solo un altro atto della sua commedia.
"Povero cucciolo," fa le fusa, avvicinandosi con passi lenti e felpati. "Hai tirato troppo la corda e il giocattolino si è rotto. Te l'avevo detto che ci voleva pazienza."
Si posiziona dietro di me. Il suo profumo mi invade di nuovo le narici, ma questa volta non innesca l'eccitazione cieca. Mi provoca una fitta di nausea per quello che mi ha portato a fare. Giada si sporge in avanti, premendo i suoi seni nudi contro la mia schiena, e appoggia il mento sulla mia spalla. Le sue mani dalle unghie laccate scivolano sui miei fianchi, accarezzandomi l'addome teso.
"Non fare quella faccia da cane bastonato," mi sussurra all'orecchio, la voce impastata di lussuria. Inizia a baciarmi il collo, dei piccoli morsi umidi e provocanti, esattamente sul punto in cui batte la vena giugulare. "L'hai spaventata. Ma non importa. Lasciala piangere. Ci sono qua io per consolarti. So esattamente come farti dimenticare le sue stupide lacrime..."
La sua mano destra scende più in basso. Oltrepassa l'elastico dei miei pantaloncini, le sue dita calde ed esperte puntano dritte verso la mia intimità, pronte a prendere di nuovo il controllo del mio corpo, a riaccendere quel fuoco malato che mi ha bruciato il cervello.
Ma prima che possa sfiorarmi, la mia mano scatta.
Afferro il suo polso a mezz'aria. La mia presa è dura, quasi feroce. Mi volto di scatto, spingendola via da me, costringendola a fare un passo indietro contro la porta chiusa del bagno.
"Fermati," le ordino, la voce che mi esce come un ringhio rauco, ma carico di una lucidità spaventosa.
Il sorriso di Giada vacilla, sostituito da un'espressione confusa, gli occhi neri che si restringono. "Che ti prende, Franci? Stai facendo i capricci perché hai perso la scommessina?"
"Che cazzo stiamo facendo, Giada?" le sputo in faccia, lasciandole il polso. Il respiro mi esce affannato, ma la nebbia si è finalmente diradata. La guardo, e per la prima volta da quel venerdì notte non vedo una dea da venerare. Vedo solo il veleno. "Me lo spieghi? Che cazzo stiamo combinando?!"
"Stiamo prendendoci quello che vogliamo," sibila lei, incrociando le braccia sotto il seno, cercando di riprendere la sua posa di superiorità. "La passione ti stava divorando con quella santarellina. Io ti ho dato una via d'uscita."
"La passione mi ha fottuto il cervello!" alzo la voce, non me ne frega niente se mi sentono. Mi passo le mani tra i capelli, disperato. "Ho perso la testa, Giada. Mi sono lasciato trascinare sul fondo da te. Ho fatto una marea di cazzate imperdonabili perché tu mi hai fatto credere che questa follia fosse tutto ciò di cui avevo bisogno."
Faccio un passo verso di lei, gli occhi piantati nei suoi. "Ma sai una cosa? Tu sei solo questo. Sei un orgasmo rubato in un bagno. Sei carne, sudore, perversione e puro, fottuto egoismo. Sei una fiamma che brucia tutto, ma quando si spegne... non resta niente. Solo cenere e superficialità."
Le mie parole la colpiscono fisicamente. Vedo la sua mascella contrarsi, la postura perfetta irrigidirsi. Nessuno le aveva mai parlato così. Nessuno l'aveva mai ridotta a un semplice passatempo distruttivo.
"Come osi..." inizia Giada, la voce che per la prima volta vibra di una rabbia vera, non calcolata. "Fino a un'ora fa mi leccavi il sudore implorandomi di dominarti. Mi hai detto che mi amavi su quel tappeto!"
"Ero intossicato!" le urlo contro. "Ero ossessionato dalla carne, non da te! Ma io voglio di più dalla mia cazzo di vita. Io non voglio passare i miei giorni a nascondermi, a ferire le persone, a giocare ai tuoi giochetti malati di potere."
Respiro a fondo, il petto che mi fa male. Sputare fuori la verità è doloroso ma liberatorio. "Erika è reale. Erika si è spogliata delle sue sicurezze solo per farmi felice, e io l'ho ripagata distruggendola con le mie mani per vincere una fottuta scommessa con te. Mi faccio schifo."
Fisso Giada, e il mio sguardo è gelido, inamovibile. "Io chiudo qui. Metto una pietra tombale su questa storia, su di te e su tutto quello che è successo in questa cazzo di casa. È finita, Giada. Esci da questo bagno. Voglio solo rimettere insieme i pezzi della donna che amo davvero, se me ne darà mai l'opportunità."
L'acceso diverbio rimbomba sulle pareti di piastrelle. Giada è pietrificata. Il suo viso, solitamente una maschera di fredda e sensuale intoccabilità, ora è una tela stravolta. C'è rabbia, un'indignazione feroce, ma per un fugace, terribile istante, i suoi occhi lucidi tradiscono qualcos'altro. L'umiliazione.
L'ho spogliata del suo potere. L'ho guardata, nuda e bellissima, e le ho detto che non era abbastanza. Che non valeva la pena di perdere tutto.
Senza dire una parola, i pugni stretti lungo i fianchi, Giada afferra la maniglia. Apre la porta, mi lancia un'ultima, devastante occhiata in cui si mescolano odio puro e un orgoglio ferito a morte, e sparisce nel corridoio, lasciandomi solo con il rumore del mio respiro.
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