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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 13
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Capitolo 13 di 15 33 min di lettura

calma apparente

si ritorna a un sentore di normalità, anche se niente è mai come sembra

Alessia
7 mesi fa · 731 letture · 5

Il ritorno in città ha il sapore amaro della cenere. Lontani dall'isolamento della villa in montagna, la realtà ci è crollata addosso con tutto il suo peso. Il primo mese è un purgatorio silenzioso, una punizione che mi merito fino all'ultima goccia.

per Erika è fin troppo facile evitarmi dato che ci siamo entrambi rintanati in casa. Per i primi sette giorni, è un fantasma. Visualizza i miei messaggi e risponde a monosillabi, o non risponde affatto. Le rare volte in cui riesco a convincerla a vedermi e mi fa salire in camera sua, mantiene le distanze. Si siede sulla sedia della scrivania, lontana dal letto, e se provo a sfiorarle una spalla per cercare un contatto, si irrigidisce come se la stessi marchiando a fuoco. Il senso di colpa mi divora. Le ho vomitato addosso le sue insicurezze più profonde usando il nome di sua cugina, e per cosa? Per un'ossessione che ho dovuto seppellire viva in me stesso.

Poi, una sera della seconda settimana, il muro si incrina. Vado a casa sua. I suoi genitori sono in salotto a guardare la tv. Entro in camera e la trovo seduta sul bordo del letto, al buio. Sta piangendo silenziosamente, le ginocchia strette al petto. Chiudo la porta a chiave e mi siedo accanto a lei, a debita distanza. Non dico nulla.

"Perché mi hai detto quelle cose, Franci?" sussurra, la voce rotta, senza nemmeno guardarmi. "Perché mi hai fatto sentire così... insufficiente?" "Perché sono un coglione," le rispondo, la voce che mi trema per l'emozione vera, cruda. Ingoio la bugia più grande della mia vita e mi concentro solo su di lei. "Mi sono lasciato prendere da quel gioco stupido. Volevo fare il duro, volevo spingermi oltre il limite per farti vedere che potevamo essere 'trasgressivi', e non mi sono reso conto che ti stavo distruggendo. Non pensavo a lei, Erika. Usavo le tue insicurezze perché sono uno stronzo sadico quando perdo il controllo, ma io amo te. Solo te."

Erika si volta a guardarmi. Ha gli occhi gonfi. Lentamente, annulla la distanza tra noi e appoggia la testa sulla mia spalla. È un perdono fragile, un cerotto messo su una ferita profonda, ma è un inizio.

Da quella sera, ricominciamo a camminare sulle uova. Il sesso torna, nei rari pomeriggi in cui le nostre case sono vuote e riusciamo a ritagliarci un paio d'ore, ma è completamente diverso. Non c'è più la foga selvaggia, non ci sono giochi di ruolo. C'è solo una dolcezza disperata e riparatrice. Quando facciamo l'amore, lo faccio con un'attenzione quasi religiosa. Le bacio ogni millimetro di pelle, la guardo costantemente negli occhi per rassicurarla. "Sei bellissima," le sussurro in un pomeriggio rubato, le mie mani che accarezzano con lentezza esasperante i suoi fianchi, scivolando lungo l'interno delle sue cosce morbide per farla schiudere. Lei geme piano, inarcando la schiena contro le lenzuola, aggrappandosi alle mie spalle come se fossi la sua unica ancora di salvezza. I miei movimenti dentro di lei sono lenti, profondi, misurati. Voglio farla sentire venerata. Voglio cancellare l'ombra di Giada dalla sua mente. Erika chiude gli occhi, le lacrime che le bagnano le tempie mentre raggiunge l'orgasmo stringendosi a me, in un misto di sollievo e amore ritrovato. Stiamo riattaccando i cocci. Piano piano, con il terrore di fare una mossa sbagliata.

E poi, alla fine del mese, il passato viene a presentarmi il conto.

Siamo a cena a casa di Erika. Ci siamo solo noi, i genitori di Erika e Giulia, È una cena apparentemente tranquilla. Dopo cena, le donne restano in cucina a chiacchierare. Erika va in bagno a darsi una rinfrescata. Io vado in camera sua per cercare una mia felpa che avevo lasciato lì la settimana prima.

Sono chinato davanti all'armadio, quando sento la porta della camera chiudersi con uno scatto e la chiave che gira nella toppa. Mi volto di scatto.

Giulia è lì. Ha l'espressione di chi ha covato rabbia per trenta lunghissimi giorni. Indossa dei jeans aderenti e un top scollato, gli occhi neri che mi puntano con una fame aggressiva. Non è più la ragazzina in ginocchio sul patio. Vuole riprendersi il potere che le è stato tolto.

Senza dire una parola, si avventa su di me. Mi spinge contro l'anta dell'armadio. Le sue labbra si schiantano sulle mie con una foga disordinata, sfacciata, la lingua che cerca di aprirmi la bocca. Le sue mani scendono rapidamente, afferrando con prepotenza la stoffa dei miei jeans, proprio sopra la mia intimità, sfregando con insistenza per cercare di farmi eccitare con la forza, in una scimmiottatura dei gesti dominanti di sua sorella.

L'istinto di un mese fa sarebbe stato quello di ribaltarla sul letto e dominarla, usarla per sfogare la tensione. Ma il Franci che è tornato in città è terrorizzato all'idea di rischiare di perdere tutto di nuovo.

Invece di stringerla o di respingerla con violenza, alzo le mani e le afferro dolcemente i polsi, fermando i suoi movimenti frenetici. Stacco le labbra dalle sue, spostando il viso.

"Giulia... ehi, ferma," sussurro, la voce bassa e incredibilmente calma.

Lei ansima, guardandomi con rabbia e confusione. Cerca di divincolarsi, di spingere di nuovo il bacino contro il mio, ma io la tengo ferma. Non con forza, ma con fermezza. Le lascio i polsi e porto le mani a incorniciarle il viso, i pollici che le accarezzano le guance arrossate.

"Basta, piccolina," le dico, guardandola negli occhi con una dolcezza che la spiazza completamente. "È finita."

Gli occhi di Giulia si riempiono istantaneamente di lacrime. Il muro di sfacciataggine crolla, lasciando scoperta la ragazzina ferita e confusa che è in realtà. "Perché fai così?" sibila, la voce che si spezza. "Perché con lei facevi il mostro e con me fai il finto prete? Io ti ho visto, so cosa sei capace di fare! Volevi me prima di tutto questo!"

"Lo so. E ho sbagliato," ammetto, facendo un passo verso di lei per abbracciarla. Lei si irrigidisce, ma poi cede, affondando il viso contro il mio petto. Le accarezzo i capelli, cullandola piano come si fa con una cognatina a cui si vuole bene. "È stato un gioco folle. Mi hai fatto impazzire, sei bellissima e quegli attimi sono stati intensi. È stato bello finché è durato. Ma io amo Erika. E sto cercando di sistemare i disastri che ho fatto."

Mi stacco leggermente per guardarla negli occhi. "Devi tornare a essere solo la mia cognatina, Giuly. Per il tuo bene e per il mio."

La dolcezza è un'arma letale. A Giulia avrebbe fatto meno male uno schiaffo. Sentirsi trattata con tenerezza, essere declassata a "cognatina" dopo aver visto le fiamme dell'inferno, fa esplodere il suo orgoglio ferito.

Si stacca da me con uno strattone rabbioso. Si asciuga le lacrime con il dorso della mano, i lineamenti contorti in una smorfia da mocciosa viziata a cui hanno appena negato il capriccio. "Fai schifo!" mi sibila contro, colpendomi il petto con un pugno chiuso. "Sei un ipocrita di merda! Fai finta di essere il fidanzato perfetto di là in cucina, e poi nascondi i segreti più schifosi! Ti odio!"

"Puoi odiarmi quanto vuoi," le rispondo, incassando il colpo senza battere ciglio, mantenendo il tono pacato. "Ma la porta per te è chiusa."

Giulia mi fissa, il petto che si alza e si abbassa per il respiro corto. Sa che ho ragione. Sa che non c'è più spazio per lei. Si dirige verso la porta e gira la chiave con un gesto stizzito.

Prima di uscire, si volta a guardarmi con un disprezzo feroce. "Non dirò niente a Erika," promette, la voce carica di veleno. "Ma non perché voglio proteggerti. Non le dirò niente perché siete patetici. Fate finta di essere felici, ma io so che marcio hai dentro. Ed è una punizione sufficiente vederti recitare questa farsa del cazzo tutti i giorni."

Apre la porta e sparisce nel corridoio, lasciandomi solo nel silenzio della camera di Erika.

Averla respinta così, con una dolcezza che non credevo di possedere dopo tutta quella depravazione, mi lascia svuotato ma stranamente lucido. Mentre sento i suoi passi furiosi allontanarsi lungo il corridoio, mi appoggio alla porta dell'armadio, scivolando lentamente fino a sedermi sul pavimento.

Fisso il vuoto. Giulia è stata solo un giocattolo. Un giocattolo bellissimo, proibito e pericoloso, con cui ci eravamo fatti prendere la mano nell'isolamento della montagna. Lì, le regole non esistevano. Ma qui, in città, la realtà ha un peso diverso. Non ho mai provato per lei l'amore viscerale che mi lega a Erika, né l'ossessione bruciante che sento per Giada. Giulia era solo uno sfogo, un modo per canalizzare l'aggressività e la voglia di dominio su un corpo giovane e compiacente. Avevamo esagerato, l'avevamo coinvolta in un gioco troppo grande per lei, e ora ne pagavamo le conseguenze. Ma stasera, mentre la tenevo tra le braccia, il senso di colpa e un residuo di istinto fraterno hanno prevalso sulla lussuria. Meglio così. È finita.

Metà Luglio.

La notte avvolge la spiaggia in un abbraccio scuro e fresco, un contrasto perfetto con l'afa opprimente che ha soffocato la giornata. Siamo lontani dai falò e dalla musica dei lidi affollati, nascosti in una piccola caletta isolata che abbiamo raggiunto camminando al buio tra le dune. Non c'è nessuno a chilometri di distanza. Solo la luce argentea di una mezza luna che si specchia sull'acqua nera e il rumore ritmico delle onde che si infrangono a pochi metri da noi.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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