La mia Ragazza & sua Cugina
Capitolo 3 - La famelica Giada, che ama giocare con i suoi piedi
Appena la porta della camera scatta alle nostre spalle, l’aria cambia. Il brusio della festa in salone diventa un ronzio ovattato, e la finta pacatezza di Erika svanisce in un istante. Non fa nemmeno in tempo ad accendere la luce grande; le basta la penombra filtrata dalle tapparelle. Mi spinge contro il battente della porta, incollando il suo corpo al mio. Le sue mani sono ovunque, febbrili, cariche di quell’adrenalina territoriale che Giada le ha innescato senza che lei nemmeno lo sappia.
“Ti voglio adesso,” ansima contro la mia bocca, baciandomi con una foga quasi violenta, un morso sul labbro inferiore che mi fa sussultare.
Le sue dita scendono rapide verso la mia cintura. Slaccia la fibbia con un rumore metallico che nel silenzio della stanza sembra uno sparo. Abbassa la zip, e in quel millesimo di secondo il mio cuore smette letteralmente di battere. Il panico mi gela il sangue. Erika fa scivolare giù i miei pantaloni di scatto, ed eccolo lì: il disastro. Il tessuto dei miei boxer è scuro, inequivocabilmente umido per quello che sua cugina mi ha appena fatto sotto il tavolo.
Le mani di Erika si fermano sul mio elastico. Abbassa lo sguardo. Il respiro le si incastra in gola. “Franci…” mormora, sorpresa. “Cazzo, sei già… sei bagnato.”
È il momento della verità. Se esito, se balbetto, sono finito. Le afferro i polsi con dolcezza ma con fermezza, costringendola a guardarmi negli occhi. Metto in scena la bugia più sporca e perfetta della mia vita. “In bagno…” sussurro, con la voce roca e spezzata a regola d’arte. “Prima, in bagno. Quando mi hai toccato attraverso i pantaloni e mi hai detto cosa mi avresti fatto… mi hai mandato il cervello in fumo. Tutto il pranzo a pensare a te, a guardare tua cugina che faceva la sbruffona e sapere che invece io sono solo tuo… non ho retto, Eri. Ho perso il controllo prima ancora di iniziare.”
Il silenzio dura un secondo infinito. Poi, vedo le sue pupille dilatarsi. L’idea di avere un potere così assoluto su di me, di avermi fatto cedere solo con una parola e un tocco, fa esplodere il suo ego. Il dubbio scompare, sostituito da un trionfo puro e feroce. “Mio Dio, sei letteralmente pazzo di me,” sussurra, il viso che le si accende di pura lussuria. “Vieni qui.”
Mi trascina verso il letto e si sfila il vestitino con un gesto fluido, gettandolo sul pavimento. Resto senza fiato, non solo per l'eccitazione che ricomincia a montare, ma per il contrasto devastante che ho davanti. Niente pizzo nero, niente completini aggressivi studiati per sedurre. Erika indossa un intimo basico, di semplice cotone bianco. Un reggiseno morbido e uno slip pulito, rassicurante, quasi innocente. È la perfezione della normalità, della brava ragazza che amo. E il fatto di starla per prendere con addosso l'odore e l'impronta di Giada mi fa sentire un mostro, ma un mostro fottutamente eccitato.
Mi butta sul materasso, salendomi a cavalcioni. Inizia a baciarmi il collo, il petto, scendendo con la bocca e con le mani. I preliminari sono intensi, affamati. Sento il calore del suo inguine premere contro il mio attraverso quel sottile strato di cotone bianco, mentre la accarezzo stringendole i fianchi, sentendo la pelle morbida e familiare sotto i polpastrelli. Il mio corpo, che fino a cinque minuti fa era svuotato e distrutto, risponde alla sua energia. Ma la mia mente non è solo sul letto.
I miei occhi scattano oltre la sua spalla. La porta della camera. L’avevo chiusa io, ma nella foga… l'ho chiusa bene? C'è una fessura millimetrica. Uno spiraglio buio che dà sul corridoio.
Mentre Erika mi sfila definitivamente i boxer e spinge via il suo slip di cotone bianco con un calcio, liberando la sua intimità già calda e pronta per me, il mio sguardo resta incollato a quella fessura. La faccio scivolare sotto di me, ribaltando le posizioni. Mi posiziono tra le sue cosce. Lei geme, inarcando la schiena, le mani tra i miei capelli. “Sì, amore… entra,” mi supplica.
Proprio mentre affondo lentamente dentro di lei, sentendo le sue pareti stringersi attorno a me con un’accoglienza dolcissima e bagnata, lo vedo. Un’ombra. Il sottile fascio di luce che filtrava dal corridoio sotto la porta viene improvvisamente oscurato. Qualcuno si è fermato lì fuori. E io so benissimo chi è.
Il cuore mi esplode nel petto. Giada è lì. Ci sta ascoltando. Magari sta spiando attraverso la linea sottile dello stipite. Sa perfettamente che la scusa che ho usato con sua cugina è una farsa; sa che sto usando l'erezione che lei mi ha regalato per scopare Erika.
Questa consapevolezza perversa mi accende come una torcia. L'idea di essere il burattino nel suo gioco mi fa perdere ogni residuo di dolcezza. Aumento il ritmo, spingendo con una forza che strappa a Erika un grido strozzato. “Franci… oddio, così!” ansima, affondando le unghie nella mia schiena.
Io non parlo. Non riesco. Continuo a muovermi dentro di lei con colpi profondi e ritmici, il sudore che ci incolla i petti. Guardo il viso di Erika, stravolto dal piacere, i suoi occhi chiusi, le labbra socchiuse in una serie di gemiti disperati che rimbombano nella stanza. E poi alzo lo sguardo verso la porta. L’ombra è ancora lì. Immobile.
Guardami, penso, spingendo ancora più forte dentro Erika, facendo cigolare la struttura del letto in modo ritmico, osceno. Ascolta come la faccio impazzire.
È un amplesso rabbioso, alimentato da un triangolo psicologico che mi sta consumando l'anima. Erika crede di dominarmi, io credo di possederla, e Giada… Giada possiede entrambi. Quando il climax si avvicina, la tensione è insopportabile. Erika mi stringe con le gambe, tremando convulsamente sotto di me. “Sto venendo, amore mio… sto venendo!” urla contro la mia spalla. La sua esplosione mi trascina oltre il limite. Mi lascio andare dentro di lei con un grugnito roco, svuotandomi per la seconda volta in un’ora, i muscoli contratti in uno spasmo che mi lascia senza fiato.
Crollo accanto a lei, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. Erika si rannicchia subito contro il mio fianco, baciandomi il petto madido di sudore, un sorriso stanco e felice sulle labbra. “Te l'avevo detto che dovevo farti capire chi comanda,” sussurra, trionfante.
Sorrido a fatica, accarezzandole i capelli. Poi, lentamente, sollevo di nuovo gli occhi verso la porta. L’ombra non c’è più. La luce del corridoio è tornata a filtrare indisturbata. Se n'è andata in silenzio, esattamente come era arrivata, portandosi via un altro pezzo della mia sanità mentale.
“Amore non sai quanto cazzo ti amo!” Le dico baciandola e coccolandola, lei come sempre si accoccola dolcemente, accarezzandomi il petto.
“Ciccio, mi sa che io riposo un po’, stasera si farà sicuramente tardi con gli altri.” Dice rialzandosi leggermente, rimettendo il suo vestitino addosso, anche io mi vesto con lei e approfitto di ogni occasione in cui si gira per toccarle il culo. “Amore! Oggi sei un po’ un monello eh” dice calandosi su di me e dandomi un bacio. “Gioca bene le tue carte e magari dopo faremo un altro round!” Mentre eravamo tranquilli a flirtare, ecco che Giulia, con la sua solita sfrontatezza spalanca la porta della camera entrando, fortunatamente, avevamo entrambi finito di vestirci.
“Erika! Mi sono dimenticata di fare gli esercizi di algebra, quella mi mette un altro due se non li faccio, ti prego aiutami!” È nel panico totale, sua sorella invece, nel mentre si è messa a letto e la guarda con un’intensa pigrizia.
“Giu ho sonno, non puoi farli da sola?” Le dice sbadigliando mentre si sistema meglio per dormire.
“NO! Assolutamente, non ci capisco una mazza!” Strilla Giulia, pronta a infastidirci tutto il giorno pur di farsi aiutare, quindi decido di fare un altro regalo ad Erika, salvandola da questo supplizio.
“Ei giu, ti aiuto io, me la cavo in queste cose, così tu riposi amore!” Mi alzo dal letto, Giulia saltella, felice di aver ottenuto quello che voleva, Erika invece sorride beata, addormentandosi.
Seguo Giulia lungo il corridoio fino alla sua camera. Camminandole dietro, è impossibile non notare quel maledetto vestitino corto che ha tenuto banco tra le lamentele di suo padre per tutto il pranzo. A ogni passo, la stoffa leggera sale pericolosamente, minacciando di svelare tutto. Ormai si veste sempre così, sfrontata e incurante dell'effetto che fa sugli altri. È un istinto prettamente maschile quello che mi fa scivolare lo sguardo lì per un secondo di troppo, ma lo ricaccio subito indietro. Per me è Giulia, la sorellina di Erika, la ragazzina a cui rubavo le patatine anni fa. Diamine, devo concentrarmi.
Ci sistemiamo alla sua scrivania, uno accanto all'altra. La stanza profuma di vaniglia e di profumi dolciastri. Giulia apre il libro di algebra sbuffando in modo teatrale e si china in avanti per leggere il testo del problema. Facendolo, la scollatura le cede, offrendo una visuale fin troppo generosa del suo décolleté acerbo ma già prorompente. Come se non bastasse, inizia a mordicchiare il tappo della penna, accavallando le gambe nude sotto il tavolo e sfiorandomi il polpaccio per sbaglio. È una sensualità totalmente involontaria, ingenua, ma in una giornata in cui ho i nervi a fior di pelle e il sangue che mi pulsa ancora per colpa di sua cugina, è una tortura. Cerco di non farci caso. Le spiego i passaggi, mi concentro sui numeri, faccio il "bravo cognato".
Siamo quasi a tre quarti del lavoro quando la porta, che avevamo lasciato socchiusa, si spalanca lentamente. "Disturbo?" La voce roca e vellutata di Giada mi fa gelare il sangue. È appoggiata allo stipite, le braccia incrociate sotto il seno che le sollevano il maglioncino a coste. Ha un'espressione annoiata, ma i suoi occhi scuri brillano della solita, spietata malizia. "Di sopra dormono tutti come sassi, una noia mortale," dice, staccandosi dalla porta e facendo il suo ingresso nel nostro piccolo spazio vitale. "Che fate di bello?"
"Algebra," sbuffa Giulia, senza nemmeno alzare la testa dal foglio. "Un incubo. Non mi entra in testa." "Oh, ma hai un maestro eccezionale qui," mormora Giada. Si avvicina, ma invece di mettersi dall'altra parte della scrivania, si piazza esattamente dietro la mia sedia.
Sento il calore del suo corpo prima ancora che mi tocchi. "Vero, Francesco?" sussurra Giada. Si china in avanti per guardare il quaderno di Giulia. Facendolo, preme deliberatamente il suo seno morbido contro la mia schiena. Trattengo il respiro. Il suo profumo speziato azzera la vaniglia della stanza.
"Sì, ma questa equazione è troppo lunga e incasinata!" si lamenta Giulia, cancellando furiosamente un numero con la gomma. "Tranquilla, Giu," risponde Giada, la voce che vibra contro il mio orecchio. "Francesco è un vero esperto nel gestire le cose lunghe e dure. Sa esattamente dove mettere le mani per risolvere i... problemi."
Deglutisco a vuoto. Giulia, completamente ignara del doppio senso, annuisce: "Meno male, perché io non so proprio da dove prenderla." Giada fa una risatina bassa, gutturale, che mi fa vibrare la spina dorsale. "Lascia fare a lui. Ha una resistenza incredibile. E non si tira mai indietro quando c'è da faticare."
La mia mente va in tilt, ma il peggio deve ancora arrivare. Mentre Giulia è concentrata a scrivere la riga successiva, la mano destra di Giada scivola lentamente dalla spalliera della mia sedia, sfiorandomi il collo, per poi scendere lungo il mio petto. Si insinua nello spazio tra il mio busto e il tavolo. È invisibile agli occhi di Giulia, coperta dal mio corpo. Ma io la sento benissimo. Le dita esperte di Giada sfiorano la fibbia della mia cintura, scendendo con una sfacciataggine letale proprio lì dove sono ancora ipersensibile per l'orgasmo di prima. Inizia a massaggiarmi lentamente attraverso i pantaloni, con la stessa pressione esasperante che aveva usato sotto il tavolo in sala.
"Franci, qui il segno cambia, giusto?" mi chiede Giulia, girandosi di scatto verso di me. Il mio corpo si irrigidisce come una tavola di legno. La mano di Giada si ferma, ma non si sposta di un millimetro, premendo ferma sul mio inguine. "Sì..." balbetto, la voce strozzata, fissando il quaderno di Giulia senza vederlo. "Sì, diventa meno. Devi... devi invertirlo."
"Perfetto!" trilla Giulia, ignara di avere il fidanzato di sua sorella sull'orlo di una crisi erotica a trenta centimetri dalla sua faccia. Scrive furiosamente gli ultimi numeri. "X uguale a tre! Finita! Alleluia!" Giulia chiude il quaderno con un tonfo secco, facendomi trasalire. "Sei un salvatore, Franci, giuro che ti adoro!" esclama, balzando in piedi. Afferra una borsa di tela lanciata sul letto e inizia a infilarci dentro il portafoglio e il telefono in modo frenetico. "Le ragazze mi stanno aspettando giù in piazza da venti minuti, papà mi uccide se sa che esco di nuovo, ma io scappo!"
"Vai, vai," riesco a dire, con un sorriso tirato, le mani ancorate ai braccioli della sedia per non tradire il mio stato. Giulia mi stampa un bacio veloce sulla guancia. "Ciao Giada, grazie Franci, a dopo!" Si precipita fuori dalla stanza come un uragano, sbattendosi la porta alle spalle.
Il rumore rimbomba per un secondo, poi cala un silenzio assoluto, denso, quasi solido. Siamo rimasti soli. La mano di Giada è ancora lì, sul mio inguine. Sento il suo respiro caldo sul collo. Lentamente, le sue dita riprendono a muoversi, accarezzando il rigonfiamento che, nonostante le mie due recenti "sconfitte", sta di nuovo, traditrice, prendendo vita. "Molto bravo, professore," mormora Giada nel silenzio della stanza. "Ma la tua lezione non è ancora finita."
Il rumore della porta d'ingresso che sbatte, segno che Giulia è uscita di casa, decreta la mia fine definitiva. La casa è immersa in un silenzio irreale. Di sopra dormono tutti. E io sono in trappola.
Giada toglie lentamente la mano dal mio inguine, facendomi mancare il respiro per la perdita improvvisa di quel contatto. Con una calma esasperante, fa il giro della scrivania e si siede al posto appena lasciato vuoto da Giulia. Non dice una parola. Si appoggia allo schienale, mi fissa con quegli occhi neri, insondabili, e poi solleva le gambe. Poggia i piedi nudi, impreziositi da quello smalto bianco e candido, direttamente sulle mie cosce.
Sussulto, inchiodato alla mia sedia. Con una lentezza calcolata, fa scivolare il piede destro verso l'alto, superando il ginocchio, fino a posare la pianta esatta mente sul mio pacco, che, contro ogni logica biologica o morale, sta ricominciando a pulsare. Giada lo nota. Un sorriso superbo, quasi aristocratico, le increspa le labbra lucide.
"La tua reazione fisiologica è affascinante, Francesco," esordisce, con un tono così formale ed elegante che stride ferocemente con quello che sta facendo. "Un bravo ragazzo, un fidanzato devoto... eppure basta che io ti metta un piede addosso per farti indurire di nuovo come un ragazzino alla prima esperienza. E questo dopo che ti ho già prosciugato davanti a mezza famiglia."
"Giada, cazzo, fermati..." sussurro, la voce roca. Provo a scostarle la caviglia, ma la mia presa è debole, ridicola. Non voglio che si fermi.
Lei ignora la mia mano e preme l'alluce contro la cerniera dei miei jeans, tracciando la lunghezza della mia erezione con una precisione chirurgica. Mi guarda dall'alto in basso, come un giudice che osserva un colpevole che si è già arreso. "Non fare l'ipocrita con me," ribatte lei, la voce che si abbassa di un'ottava, carica di una lussuria vellutata. "Siete spariti subito dopo la torta. Immagino che la mia dolce cuginetta avesse urgenza di marcare il territorio. Siete crollati subito a dormire o sei riuscito a farti scopare con quel poco di energie che ti avevo lasciato?"
Il mio cervello si blocca. Le parole di Giada mi colpiscono come uno schiaffo freddo. Siete crollati a dormire o sei riuscito...? La fisso, confuso. Il respiro mi si incastra in gola. Se mi sta chiedendo cosa abbiamo fatto in camera... significa che non lo sa. Significa che non ci ha visti. Ma l'ombra. L'ombra sotto la porta, mentre io spingevo dentro Erika e guardavo verso il corridoio. Ero sicuro fosse lei. Se non era Giada a spiarci... chi cazzo c'era dietro quella porta? La madre di Erika? Suo padre? Giulia?
Un brivido di terrore puro mi attraversa la schiena. Apro la bocca per chiederglielo, per capire, ma Giada decide che ha aspettato abbastanza. Aumenta la pressione del piede, piegando le dita per massaggiarmi il glande attraverso la stoffa rigida dei jeans. Il contrasto tra il panico mentale e il piacere fisico è un cortocircuito devastante.
"Non rispondere," mormora Giada, accavallando l'altra gamba con un'eleganza felina, senza mai staccare gli occhi dai miei. "In realtà non mi interessa cosa hai fatto con lei. Mi interessa sapere a cosa pensavi. Perché scommetto tutto quello che ho, Francesco, che mentre le stavi dentro e lei gemeva convinta di averti in pugno... tu desideravi solo che ci fossi io. Desideravi la mia bocca, la mia saliva, la mia lingua che ti prendeva sotto quel tavolo."
"Sei un diavolo," sibilo, chiudendo gli occhi e gettando la testa all'indietro. Il mistero di chi ci stesse spiando scivola via, inghiottito dall'eccitazione violenta che questa ragazza riesce a scatenarmi. Non mi importa più di chi c'era dietro la porta. Mi importa solo della sua voce sporca e raffinata.
"Guardami," mi ordina. Il tono non ammette repliche. Riapro gli occhi. È bellissima, crudele e padrona assoluta della situazione. "Sai benissimo che è la verità," continua lei, il piede che si muove in un attrito continuo e ipnotico, portandomi all'esasperazione. "Sei così duro in questo momento che potresti strappare la stoffa. Dimmelo, Francesco. Dimmi di chi sei il burattino adesso. Dimmi che mentre ti scopavi la fidanzata perfetta, nella tua testa c'era la cugina stronza."
Le sue parole sono benzina sul fuoco. L'eleganza con cui pronuncia volgarità simili è l'arma più letale che abbia mai usato contro di me. Sto fremendo sulla sedia, le mani aggrappate ai braccioli, totalmente sottomesso alla sua gravità.
"Dimmelo," sussurra lei, sporgendosi appena verso di me, le labbra dischiuse. Deglutisco. La mia identità, il mio ruolo, tutto va in frantumi sotto il peso del suo smalto bianco e dei suoi occhi neri. "Pensavo a te," ansimo, confessando il mio peccato più sporco. "Cazzo, Giada... pensavo solo a te."
Il suo sorriso si allarga, radioso e diabolico. Ha vinto. "Lo sapevo," mormora, compiaciuta. "E ora, visto che sei stato così sincero... vediamo se riesci a resistermi per la terza volta in un giorno."
All'improvviso, Giada smette di muovere il piede. La perdita di quel contatto e l'improvviso sbalzo termico mi fanno sussultare. Si alza dalla sedia con una lentezza snervante, i suoi occhi scuri e imperscrutabili sempre fissi nei miei. A piedi nudi sul parquet, fa tre passi silenziosi verso la porta. L'afferra, la chiude e, con un gesto secco, fa scattare la serratura.
Click. Un suono metallico, definitivo. Il mio cuore perde un battito. "Giada, che cazzo fai... se qualcuno si sveglia e scende..." sussurro, il terrore che mi afferra lo stomaco, mescolandosi in un groviglio tossico con l'eccitazione.
Lei non risponde. Sorride, con quel dannato sorriso arrogante, superiore. Inizia a camminare verso di me, e mentre lo fa, le sue mani afferrano l'orlo del vestitino semplice che indossa. Lo sfila in un unico movimento fluido, gettandolo a terra incurante.
Il fiato mi muore in gola. Il contrasto con l'intimo basico e innocente di cotone bianco di Erika, che le ho sfilato non più di un'ora fa, è violento. Abbagliante.
Giada indossa un completo di pizzo nero, sottile, aggressivo. È un capolavoro di lussuria ed eleganza che le fascia il corpo come una seconda pelle. Il reggiseno a balconcino solleva e stringe il suo seno pieno e sodo, lasciando intravedere la scollatura profonda e l'ombra scura dei capezzoli turgidi, eccitati, attraverso la trama semitrasparente. La sua pelle dorata, baciata dal sole, brilla nella luce del pomeriggio, enfatizzando ogni singola curva. La mutandina è un filo di pizzo scuro che si appoggia basso sui fianchi larghi e sensuali, incorniciando un addome piatto e tonico, scendendo a formare una "V" perfetta che attira inesorabilmente lo sguardo verso il suo centro, dove il tessuto aderente non lascia letteralmente spazio all'immaginazione. Le sue cosce sono piene, forti, levigate. È uno spettacolo carnale, una dea pagana della tentazione.
"Giada... ti prego, siamo a casa della tua famiglia..." mi agito sulla sedia, stringendo i braccioli fino a farmi sbiancare le nocche.
Il panico di essere scoperti è reale. Immagino i passi della nonna sulle scale, o la porta della camera di Erika che si apre. Mi rimbomba tutto nelle orecchie, eppure la vista del suo corpo seminudo a due passi da me mi sta mandando il sangue al cervello con una prepotenza inaudita. Sono teso allo spasimo, un fascio di nervi pronti a spezzarsi.
A lei non frega assolutamente nulla della mia agitazione. Anzi, se ne nutre. La mia paura è la sua droga. Si avvicina, fermandosi esattamente in mezzo alle mie gambe divaricate. Non mi tocca subito con le mani. Si piega leggermente in avanti, i capelli scuri che mi sfiorano il viso, e preme il suo addome nudo e il bacino direttamente contro il mio inguine, incastrandosi contro la mia erezione intrappolata nei jeans. Il calore del suo corpo mi investe come un'onda anomala.
"Shhh..." mi zittisce, passandomi un'unghia laccata di bianco sul labbro inferiore. "Non fare il codardo proprio adesso, Francesco. Ti piace il rischio. Ti piace da morire avermi addosso mentre lei dorme tranquilla al piano di sopra."
Inizia a muovere il bacino contro di me. Un attrito lento, circolare, spietato. Il pizzo nero e ruvido della sua mutandina sfrega contro la cerniera dura dei miei pantaloni. Chiudo gli occhi, la testa che cade all'indietro contro lo schienale, straziato da un gemito strozzato che non riesco a trattenere. L'ansia di essere beccati rende ogni sfregamento dieci volte più intenso.
"Sei bellissimo quando sei terrorizzato e arrapato," sussurra, la sua bocca a un millimetro dal mio orecchio, la voce un graffio bollente sulla pelle. Le sue mani scendono veloci e sicure, armeggiando con la mia cintura. "Ti farò esplodere, Franci. E tu non potrai fare altro che godere e ringraziarmi, rinchiuso nel silenzio della camera di sua sorella."
"Alzati," mi ordina, con un sussurro vellutato che non ammette repliche.
Il mio corpo obbedisce prima ancora che il mio cervello possa elaborare il comando. Mi alzo in piedi, tremante, le mani abbandonate lungo i fianchi. Giada non perde la sua naturale eleganza nemmeno per un secondo. Le sue dita, veloci e aggraziate, slacciano la mia cintura. Fa scivolare giù i jeans e, insieme a quelli, anche i boxer. Faccio un passo fuori dall'intreccio di stoffa, restando completamente nudo e vulnerabile di fronte a lei.
Giada mi osserva dall'alto in basso, gli occhi scuri che brillano di un trionfo assoluto. Poi, con una lentezza che è pura tortura, si abbassa sulle ginocchia. Il pizzo nero del suo intimo contrasta in modo disarmante con la pelle dorata, creando un quadro di sensualità illegale. Avvicina il viso al mio inguine. Sento il suo respiro caldo, speziato, accarezzarmi la pelle. Chiudo gli occhi, aspettando il tocco delle sue mani, ma lei fa qualcosa di molto più intimo. Sfiora appena la punta della mia virilità calda, tesa e pulsante con le labbra dischiuse, un bacio leggerissimo, umido, quasi devoto.
"Mi era mancato," sussurra contro la mia pelle. Una frase folle, ma che mi manda letteralmente in corto circuito il cervello.
Si rialza, passandosi la lingua sulle labbra lucide. "Vieni qui," mormora, afferrandomi per una mano. Mi spinge dolcemente all'indietro, costringendomi a indietreggiare fino a farmi scontrare con il bordo del letto di Giulia. Cado seduto sul materasso, affondando tra le lenzuola sfatte che profumano ancora della vaniglia dolce della sorellina di Erika. Un dettaglio innocente che rende tutto quello che sta succedendo ancora più perverso e sbagliato.
Giada sale sul letto, posizionandosi esattamente di fronte a me. Si siede, appoggiandosi all'indietro sui gomiti, inarcando la schiena e offrendo alla mia vista lo spettacolo mozzafiato dei suoi seni stretti nel balconcino nero, il respiro che le solleva il petto. È una dea del sesso perfetta, spietata, consapevole di ogni millimetro del suo potere. Si sporge appena in avanti, socchiudendo la bocca, e lascia scivolare un lungo e denso rivolo di saliva che cade con precisione millimetrica proprio sulla punta della mia erezione. Il contrasto tra il fresco della sua saliva e il calore del mio corpo mi fa sussultare con un gemito strozzato.
Senza usare le mani, Giada solleva entrambe le gambe. I suoi piedi nudi, con quel maledetto smalto bianco, si posano su di me. Intrappola la mia virilità tra le piante dei piedi e inizia a muoverli. È una sensazione indescrivibile. La pelle morbida dell'arco plantare, lubrificata dalla sua saliva, scivola su e giù con un'intensità pazzesca, stringendo, massaggiando, stuzzicando i punti più sensibili con una maestria che mi svuota i polmoni. Il movimento è fluido, esasperante, perfetto.
"Cazzo, Giada... sei... ahh..." Cerco di parlare, ma la testa mi cade all'indietro, le mie mani stringono le coperte di Giulia fino a stropicciarle. Impazzisco. Il piacere è così acuto che rasenta il dolore.
Giada mi guarda dall'alto della sua posizione di dominio assoluto, il respiro che le si fa un po' più corto, eccitata dalla mia totale disperazione. "Dimmi la verità, Franci," sussurra, la voce roca, mentre aumenta il ritmo, sfregando i piedi in un movimento alternato che mi fa inarcare la schiena. "La mia dolce cuginetta ti fa mai queste cose?"
La domanda mi colpisce come una frustata. Erika. Il cotone bianco. Le carezze dolci e prevedibili. Il sesso fatto per "marcare il territorio" ma sempre nei confini del normale. Scuoto la testa, incapace di formulare una frase di senso compiuto. "N-no..."
Giada fa una risatina bassa, vittoriosa. L'alluce scivola sul glande, spargendo l'umidità, mentre i talloni premono alla base, mandandomi in tilt. "Immaginavo," mormora lei, fissandomi con quegli occhi neri che mi stanno divorando l'anima. "Erika è brava. È dolce. È per le cose semplici, vero? Il sesso al buio, sotto le coperte. Ma tu..." Aumenta la pressione, stringendo entrambi i piedi attorno a me con una foga improvvisa, selvaggia, portandomi a un passo dal baratro. "...tu sei un animale, Francesco. Tu non vuoi le cose semplici. Tu vuoi essere distrutto. E io sono qui per questo."
Il ritmo dei suoi piedi si fa spietato. La pelle morbida delle sue piante, resa viscida e scivolosa dalla sua stessa saliva, sfrega contro la mia virilità con una frenesia calcolata che mi annienta. Giada sa esattamente dove premere, dove stringere, inclinando le caviglie per far scivolare gli alluci proprio sul punto di massima sensibilità. Ogni sua parola, ogni insulto mascherato da complimento, è una spinta verso l'abisso. Il mio bacino scatta verso l'alto da solo, cercando disperatamente un attrito ancora maggiore contro le sue piante.
"Vieni per me, Franci," mi ordina, gli occhi neri che bruciano di una lussuria oscura. "Fammi vedere quanto ti piaccio."
Non riesco a trattenermi un secondo di più. Un verso roco, quasi bestiale, mi squarcia la gola mentre il piacere esplode, assoluto e devastante. I miei fianchi si contraggono in spasmi violenti, e mi svuoto per la terza volta in poche ore, macchiando la pelle dorata dei suoi piedi e il mio stesso addome. Il respiro mi esce a scatti, il cuore mi martella contro le costole come se volesse spezzarle.
Ma Giada non ha finito. Non si ritrae schifata, tutt'altro. Con un movimento fluido e felino, scivola in avanti, gattonando sul materasso di Giulia fino a sovrastarmi. Si abbassa sulla mia virilità ancora sensibile e pulsante, e si trasforma in una predatrice famelica. Le sue labbra calde si chiudono su di me, raccogliendo ogni singola goccia del mio piacere. La sua lingua guizza abile e avida, ripulendomi con una foga e una dedizione che mi fanno tremare le gambe. Assapora il mio sapore chiudendo gli occhi, con un'espressione di godimento puro sul viso, prima di rialzarsi e passarsi il dorso della mano sulle labbra lucide.
Poi, lentamente, si lascia cadere all'indietro. Si stende supina sul letto, le braccia allargate sopra la testa, offrendosi totalmente al mio sguardo. È una Venere del peccato adagiata sulle lenzuola innocenti di una ragazzina. L'intimo di pizzo nero esalta ogni curva in modo illegale: i seni gonfi che spingono contro il balconcino scuro, l'addome teso, la "V" di tessuto semitrasparente che le incornicia l'inguine, invitante e letale.
Mi fissa dal basso verso l'alto, le labbra gonfie, il respiro pesante. "Ora tocca a te," sussurra, la voce carica di una sfida eccitante. Allarga leggermente le cosce, un invito muto e inequivocabile. "Voglio vedere se sei davvero il bravo ragazzo di Erika... o se sai prenderti quello che vuoi. Fammi vedere che animale sei, Francesco. Fammi quello che vuoi."
Quella frase è la chiave che apre l'ultima gabbia della mia lucidità. Il senso di colpa evapora. L'ansia di essere scoperti svanisce. Resta solo l'istinto, crudo e primitivo. Mi avvento su di lei. Le salgo sopra a cavalcioni, intrappolandola col mio peso. Afferro il suo viso con entrambe le mani e schiaccio la mia bocca sulla sua. È un bacio disperato, famelico, le nostre lingue si scontrano con violenza mentre lei mi graffia la schiena con le unghie laccate.
Strofino il mio cazzo, di nuovo duro e pulsante, direttamente contro il pizzo ruvido delle sue mutandine. L'attrito della stoffa contro la mia pelle nuda, unito al calore che emana dal suo sesso, mi fa ringhiare nella sua bocca. Le mie mani scendono veloci, possedendo il suo corpo senza traccia di dolcezza. Afferro i suoi seni con foga, stropicciando il pizzo del reggiseno senza curarmi di rovinarlo, strizzando la carne morbida e turgida con una forza che le strappa un gemito di puro piacere. A Giada piace essere dominata fisicamente tanto quanto le piace dominare mentalmente.
Il suo profumo, il sapore della mia stessa essenza sulle sue labbra, la sua pelle bollente... è una droga. Voglio divorarla. Mi stacco dalle sue labbra, scendendo con baci umidi e morsi leggeri lungo il collo, tra i seni, giù fino all'addome piatto. Voglio sentire il suo sapore. Voglio strapparle quel filo di pizzo scuro con i denti e affondare il viso tra le sue cosce bagnate.
Ma proprio mentre mi abbasso, sfiorando l'elastico della sua mutandina con il mento... le sue mani scattano verso il basso. Le sue dita si intrecciano tra i miei capelli e mi tirano indietro, con una forza inaspettata. Mi blocca.
Alzo lo sguardo, ansante, confuso dal blocco improvviso. Giada ha le guance arrossate dal piacere, il petto che si alza e si abbassa freneticamente, ma i suoi occhi scuri brillano di una lucidità spietata. Ha il sorriso di chi ha appena calato l'asso vincente. "No, cucciolo," sussurra, tirandomi appena i capelli per tenermi fermo. "Non adesso. Ho in mente un gioco molto più divertente per noi."
"Seguimi," sussurra Giada, staccandosi da me. Non è una richiesta. È un ordine impartito con quella sua diplomatica sensualità che non ammette repliche, una perversione calma e calcolata che mi spaventa e mi eccita allo stesso tempo.
Si avvia verso la porta, nuda sotto quel pizzo nero che sembra dipinto sulla sua pelle dorata. Mi guardo: sono nudo, sporco, sul letto di mia cognata. La follia della situazione mi colpisce come uno schiaffo.
"Dove cazzo vai? Sono nudo, Giada," sibilo, provando a oppormi, allungando la mano verso i miei boxer buttati a terra.
Lei si ferma sulla soglia. Non si volta nemmeno del tutto. Mi lancia un'occhiata dall'alto in basso, carica di un disprezzo divertito. "Meno chiacchiere, professore. Il tuo corpo non mente, e nemmeno il mio."
E ha ragione, maledizione. Nonostante mi sia appena svuotato in quel modo famelico, sento la sua presenza bruciarmi la pelle. Basta un suo sguardo, il ricordo della sua lingua sui miei piedi, e sento la mia virilità indurirsi di nuovo, traditrice, ignorando la stanchezza. È un diavolo che sa esattamente quali tasti toccare. Sono esasperato dalla mia stessa debolezza, dalla facilità con cui sa ridurmi a un burattino. Ma non riesco a fermarmi. Cazzo. La seguo.
Usciamo dalla stanza di Giulia. Camminiamo nudi sul parquet, in silenzio, nel buio del corridoio. Il cuore mi martella nel petto, la paura è quasi tangibile. Se qualcuno si sveglia... se Giulia torna indietro... Giada apre la porta della camera di Erika. Click.
L'oscurità è densa, spezzata solo da un sottile, preciso rivolo di luce che trapela dalle fapparelle. L'aria profuma di Erika, di pulito, un profumo familiare che ora mi nausea per il senso di colpa. Erika è lì, stesa sulla schiena, il respiro regolare. Dorme profondamente, con quella mascherina di seta nera spinta su sulla fronte. I suoi lineamenti sono rilassati, innocenti. È la mia ragazza, ed è a tre metri da noi.
Capisco tutto in un istante. Il sangue mi si gela, lussuria e terrore si fondono in un nodo tossico che mi toglie il fiato.
"No," sibilo, afferrando il braccio di Giada con una forza eccessiva, cercando di tirarla fuori. "Giada, no. Qui no. Sei impazzita."
Lei mi guarda, illuminata dal rivolo di luce. La sua perversione è calma, quasi accademica. “mia cugina ha il sonno super pesante," sussurra, avvicinando la bocca al mio orecchio, il suo respiro speziato che mi investe i sensi. "Dormirebbe anche durante un terremoto. E noi stiamo per farglielo, il terremoto."
Prima che io possa protestare di nuovo, lei si muove con un'eleganza spaventosa. Slinka verso il letto. Con un gesto fluido, quasi teatrale, si sfila le mutandine di pizzo nero e le lascia cadere a terra. Si sdraia accanto a Erika, con una naturalezza che mi fa orrore e attrazione allo stesso tempo.
Vedo Giada, nuda accanto a sua cugina vestita, nuda accanto all'innocenza che sto tradendo. I suoi occhi non si staccano dai miei. Lentamente, alza le mani dietro la schiena, sgancia il reggiseno e lo lascia cadere oltre il bordo del letto.
Le sue tette meravigliose, perfette, turgide nella luce fioca, si offrono al mio sguardo. Il suo corpo, immensamente sexy, è un'arma di seduzione di massa che mi sta puntando addosso. Solleva un dito e mi invita. Uno.
Chi se ne frega.
Il bravo ragazzo muore definitivamente in quel momento. Salgo sul letto, strisciando verso di lei, nudo, con la virilità pulsante e dura come mai prima d'ora, gonfiata dal terrore e dalla lussuria più pura. Mi avvento su di lei, stendendomi sopra il suo corpo bollente, facendo attenzione a non sfiorare Erika. Il mio cazzo si struscia intensamente sulla sua figa bagnata, un attrito viscerale che mi fa gemere nella sua bocca mentre la bacio con una passione rabbiosa, disperata, le nostre lingue che si scontrano.
Mi stacco dalle sue labbra. Scendo lungo il suo collo, tra i suoi seni. Inizio a succhiarle le tette, divorandole con foga, la bocca avida, la lingua che guizza sui capezzoli duri. Le mie mani scendono veloci, afferrando quei seni meravigliosi, stringendoli con forza, stropicciando la carne morbida tra le dita mentre mi struscio con intensità bestiale contro di lei.
Giada fa un suono. Sottile. Elegante. Un gemito da regina che riceve il suo tributo, anche in questo scenario sporco e traditore. Un suono che risuona nel silenzio, a trenta centimetri dall'orecchio della mia fidanzata addormentata.
Il letto cigola.
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