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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 3
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Capitolo 3 di 15 26 min di lettura

La famelica Giada, che ama giocare con i suoi piedi

il continuo del compleanno di Erika, dove giada finalmente fa la sua mossa e cavolo che mossa.

Alessia
7 mesi fa · 1.2k letture · 10

Appena la porta della camera scatta alle nostre spalle, l’aria cambia. Il brusio della festa in salone diventa un ronzio ovattato, e la finta pacatezza di Erika svanisce in un istante. Non fa nemmeno in tempo ad accendere la luce grande; le basta la penombra filtrata dalle tapparelle. Mi spinge contro il battente della porta, incollando il suo corpo al mio. Le sue mani sono ovunque, febbrili, cariche di quell’adrenalina territoriale che Giada le ha innescato senza che lei nemmeno lo sappia.

“Ti voglio adesso,” ansima contro la mia bocca, baciandomi con una foga quasi violenta, un morso sul labbro inferiore che mi fa sussultare.

Le sue dita scendono rapide verso la mia cintura. Slaccia la fibbia con un rumore metallico che nel silenzio della stanza sembra uno sparo. Abbassa la zip, e in quel millesimo di secondo il mio cuore smette letteralmente di battere. Il panico mi gela il sangue. Erika fa scivolare giù i miei pantaloni di scatto, ed eccolo lì: il disastro. Il tessuto dei miei boxer è scuro, inequivocabilmente umido per quello che sua cugina mi ha appena fatto sotto il tavolo.

Le mani di Erika si fermano sul mio elastico. Abbassa lo sguardo. Il respiro le si incastra in gola. “Franci…” mormora, sorpresa. “Cazzo, sei già… sei bagnato.”

È il momento della verità. Se esito, se balbetto, sono finito. Le afferro i polsi con dolcezza ma con fermezza, costringendola a guardarmi negli occhi. Metto in scena la bugia più sporca e perfetta della mia vita. “In bagno…” sussurro, con la voce roca e spezzata a regola d’arte. “Prima, in bagno. Quando mi hai toccato attraverso i pantaloni e mi hai detto cosa mi avresti fatto… mi hai mandato il cervello in fumo. Tutto il pranzo a pensare a te, a guardare tua cugina che faceva la sbruffona e sapere che invece io sono solo tuo… non ho retto, Eri. Ho perso il controllo prima ancora di iniziare.”

Il silenzio dura un secondo infinito. Poi, vedo le sue pupille dilatarsi. L’idea di avere un potere così assoluto su di me, di avermi fatto cedere solo con una parola e un tocco, fa esplodere il suo ego. Il dubbio scompare, sostituito da un trionfo puro e feroce. “Mio Dio, sei letteralmente pazzo di me,” sussurra, il viso che le si accende di pura lussuria. “Vieni qui.”

Mi trascina verso il letto e si sfila il vestitino con un gesto fluido, gettandolo sul pavimento. Resto senza fiato, non solo per l'eccitazione che ricomincia a montare, ma per il contrasto devastante che ho davanti. Niente pizzo nero, niente completini aggressivi studiati per sedurre. Erika indossa un intimo basico, di semplice cotone bianco. Un reggiseno morbido e uno slip pulito, rassicurante, quasi innocente. È la perfezione della normalità, della brava ragazza che amo. E il fatto di starla per prendere con addosso l'odore e l'impronta di Giada mi fa sentire un mostro, ma un mostro fottutamente eccitato.

Mi butta sul materasso, salendomi a cavalcioni. Inizia a baciarmi il collo, il petto, scendendo con la bocca e con le mani. I preliminari sono intensi, affamati. Sento il calore del suo inguine premere contro il mio attraverso quel sottile strato di cotone bianco, mentre la accarezzo stringendole i fianchi, sentendo la pelle morbida e familiare sotto i polpastrelli. Il mio corpo, che fino a cinque minuti fa era svuotato e distrutto, risponde alla sua energia. Ma la mia mente non è solo sul letto.

I miei occhi scattano oltre la sua spalla. La porta della camera. L’avevo chiusa io, ma nella foga… l'ho chiusa bene? C'è una fessura millimetrica. Uno spiraglio buio che dà sul corridoio.

Mentre Erika mi sfila definitivamente i boxer e spinge via il suo slip di cotone bianco con un calcio, liberando la sua intimità già calda e pronta per me, il mio sguardo resta incollato a quella fessura. La faccio scivolare sotto di me, ribaltando le posizioni. Mi posiziono tra le sue cosce. Lei geme, inarcando la schiena, le mani tra i miei capelli. “Sì, amore… entra,” mi supplica.

Proprio mentre affondo lentamente dentro di lei, sentendo le sue pareti stringersi attorno a me con un’accoglienza dolcissima e bagnata, lo vedo. Un’ombra. Il sottile fascio di luce che filtrava dal corridoio sotto la porta viene improvvisamente oscurato. Qualcuno si è fermato lì fuori. E io so benissimo chi è.

Il cuore mi esplode nel petto. Giada è lì. Ci sta ascoltando. Magari sta spiando attraverso la linea sottile dello stipite. Sa perfettamente che la scusa che ho usato con sua cugina è una farsa; sa che sto usando l'erezione che lei mi ha regalato per scopare Erika.

Questa consapevolezza perversa mi accende come una torcia. L'idea di essere il burattino nel suo gioco mi fa perdere ogni residuo di dolcezza. Aumento il ritmo, spingendo con una forza che strappa a Erika un grido strozzato. “Franci… oddio, così!” ansima, affondando le unghie nella mia schiena.

Io non parlo. Non riesco. Continuo a muovermi dentro di lei con colpi profondi e ritmici, il sudore che ci incolla i petti. Guardo il viso di Erika, stravolto dal piacere, i suoi occhi chiusi, le labbra socchiuse in una serie di gemiti disperati che rimbombano nella stanza. E poi alzo lo sguardo verso la porta. L’ombra è ancora lì. Immobile.

Guardami, penso, spingendo ancora più forte dentro Erika, facendo cigolare la struttura del letto in modo ritmico, osceno. Ascolta come la faccio impazzire.

È un amplesso rabbioso, alimentato da un triangolo psicologico che mi sta consumando l'anima. Erika crede di dominarmi, io credo di possederla, e Giada… Giada possiede entrambi. Quando il climax si avvicina, la tensione è insopportabile. Erika mi stringe con le gambe, tremando convulsamente sotto di me. “Sto venendo, amore mio… sto venendo!” urla contro la mia spalla. La sua esplosione mi trascina oltre il limite. Mi lascio andare dentro di lei con un grugnito roco, svuotandomi per la seconda volta in un’ora, i muscoli contratti in uno spasmo che mi lascia senza fiato.

Crollo accanto a lei, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. Erika si rannicchia subito contro il mio fianco, baciandomi il petto madido di sudore, un sorriso stanco e felice sulle labbra. “Te l'avevo detto che dovevo farti capire chi comanda,” sussurra, trionfante.

Sorrido a fatica, accarezzandole i capelli. Poi, lentamente, sollevo di nuovo gli occhi verso la porta. L’ombra non c’è più. La luce del corridoio è tornata a filtrare indisturbata. Se n'è andata in silenzio, esattamente come era arrivata, portandosi via un altro pezzo della mia sanità mentale.

“Amore non sai quanto cazzo ti amo!” Le dico baciandola e coccolandola, lei come sempre si accoccola dolcemente, accarezzandomi il petto.

“Ciccio, mi sa che io riposo un po’, stasera si farà sicuramente tardi con gli altri.” Dice rialzandosi leggermente, rimettendo il suo vestitino addosso, anche io mi vesto con lei e approfitto di ogni occasione in cui si gira per toccarle il culo. “Amore! Oggi sei un po’ un monello eh” dice calandosi su di me e dandomi un bacio. “Gioca bene le tue carte e magari dopo faremo un altro round!” Mentre eravamo tranquilli a flirtare, ecco che Giulia, con la sua solita sfrontatezza spalanca la porta della camera entrando, fortunatamente, avevamo entrambi finito di vestirci.

“Erika! Mi sono dimenticata di fare gli esercizi di algebra, quella mi mette un altro due se non li faccio, ti prego aiutami!” È nel panico totale, sua sorella invece, nel mentre si è messa a letto e la guarda con un’intensa pigrizia.

“Giu ho sonno, non puoi farli da sola?” Le dice sbadigliando mentre si sistema meglio per dormire.

“NO! Assolutamente, non ci capisco una mazza!” Strilla Giulia, pronta a infastidirci tutto il giorno pur di farsi aiutare, quindi decido di fare un altro regalo ad Erika, salvandola da questo supplizio.

“Ei giu, ti aiuto io, me la cavo in queste cose, così tu riposi amore!” Mi alzo dal letto, Giulia saltella, felice di aver ottenuto quello che voleva, Erika invece sorride beata, addormentandosi.

Seguo Giulia lungo il corridoio fino alla sua camera. Camminandole dietro, è impossibile non notare quel maledetto vestitino corto che ha tenuto banco tra le lamentele di suo padre per tutto il pranzo. A ogni passo, la stoffa leggera sale pericolosamente, minacciando di svelare tutto. Ormai si veste sempre così, sfrontata e incurante dell'effetto che fa sugli altri. È un istinto prettamente maschile quello che mi fa scivolare lo sguardo lì per un secondo di troppo, ma lo ricaccio subito indietro. Per me è Giulia, la sorellina di Erika, la ragazzina a cui rubavo le patatine anni fa. Diamine, devo concentrarmi.

Ci sistemiamo alla sua scrivania, uno accanto all'altra. La stanza profuma di vaniglia e di profumi dolciastri. Giulia apre il libro di algebra sbuffando in modo teatrale e si china in avanti per leggere il testo del problema. Facendolo, la scollatura le cede, offrendo una visuale fin troppo generosa del suo décolleté acerbo ma già prorompente. Come se non bastasse, inizia a mordicchiare il tappo della penna, accavallando le gambe nude sotto il tavolo e sfiorandomi il polpaccio per sbaglio. È una sensualità totalmente involontaria, ingenua, ma in una giornata in cui ho i nervi a fior di pelle e il sangue che mi pulsa ancora per colpa di sua cugina, è una tortura. Cerco di non farci caso. Le spiego i passaggi, mi concentro sui numeri, faccio il "bravo cognato".

Prima di andare avanti…

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