La mia Ragazza & sua Cugina
Capitolo 15 - mi scopo la cugina della mia ex!
Metà agosto. (Flashback)
Siamo nella mia auto, parcheggiata nel nostro solito piazzale industriale alla periferia della città. È notte fonda. L'aria condizionata è spenta e i finestrini sono abbassati a metà, lasciando entrare l'aria densa e afosa dell'estate milanese.
Abbiamo appena fatto l'amore. L'abitacolo è saturo del nostro odore, un misto di sudore dolce, sesso e del suo inconfondibile profumo di vaniglia. Il sedile del passeggero è completamente reclinato. Io sono steso, e Giada è sdraiata sopra di me.
È nuda. La sua pelle chiara brilla di sudore nella penombra. Il suo petto si alza e si abbassa contro il mio, i suoi seni morbidi e ancora caldi per le mie carezze sono schiacciati contro i miei addominali. Ha le gambe intrecciate alle mie e il viso nascosto nell'incavo del mio collo. Con una mano le accarezzo distrattamente la schiena nuda, tracciando la linea della colonna vertebrale giù, fino all'inizio dei glutei, mentre lei mi lascia piccoli baci umidi e pigri sulla clavicola.
È un momento di una pace disarmante, lontanissimo dalla foga animale con cui ci eravamo divorati poco prima, quando l'avevo spinta contro il cruscotto facendola gemere il mio nome a perdifiato.
Giada si solleva leggermente sui gomiti, i capelli scuri che le ricadono in disordine sul viso. Prende la mia mano sinistra, intrecciando le sue dita sottili alle mie. Inizia a giocare con le mie nocche, assorta.
"A cosa pensi?" le sussurro, sfiorandole un capezzolo turgido con l'altra mano, facendola rabbrividire sotto il mio tocco.
"A una stupidaggine," mormora, senza smettere di guardare le nostre mani intrecciate. Un sorriso malinconico, quasi infantile, le piega le labbra. "Sai... io amo gli anelli. Ne vado pazza. Ma se ci fai caso, non ne porto mai nessuno."
"Perché?" le chiedo, la voce roca e bassa, rapito da questa sua ennesima, inaspettata vulnerabilità.
Giada fa spallucce, la pelle liscia delle sue spalle che sfiora la mia. "Perché ho sempre pensato che gli anelli non si comprino da soli. Che abbiano valore solo se te li regala qualcuno che ti guarda e pensa: questo starebbe benissimo sulla sua mano. Ma," fa una piccola risata amara, "i ragazzi con cui sono stata erano troppo impegnati a spogliarmi per pensare di regalarmi qualcosa che non avesse a che fare con il sesso o con il farmi sentire inadeguata. Nessuno me ne ha mai regalato uno."
Le sue parole mi colpiscono dritto allo stomaco. La "regina di ghiaccio" che si commuove per l'idea di un anellino è un contrasto che mi scioglie letteralmente le vene.
Mi sollevo un po' di più, spostandola delicatamente di lato. "Dove vai?" mi chiede lei, sorpresa, coprendosi istintivamente il petto con un braccio. "Aspetta," le dico.
Mi allungo verso il vano portaoggetti centrale. Frugo un po' alla cieca tra scontrini e monete. Trovo un cartoncino rigido, forse il pezzo di una vecchia confezione di gomme da masticare o il biglietto di un parcheggio. Lo strappo con cura, ripiegandolo su se stesso più volte fino a formare una piccola striscia spessa, per poi piegarla a cerchio, incastrando i bordi.
Torno da lei. Giada mi guarda con gli occhi neri sgranati e curiosi, illuminati dal riflesso fioco di un lampione lontano. Prendo la sua mano sinistra. Le bacio il dorso, poi il palmo, guardandola dritta negli occhi. "Dammi l'anulare," sussurro.
Lei deglutisce, il respiro che si fa improvvisamente corto. Mi porge il dito esitando. Con una lentezza quasi sacrale, faccio scivolare quel misero, ridicolo anellino di cartone stropicciato lungo il suo dito, fino alla base.
"È cartone," le dico, la voce carica di un'emozione densissima. Le accarezzo il viso, spostandole i capelli dietro l'orecchio. "Fa schifo ed è probabile che si rompa appena ti rivesti. Ma è tuo. E magari... magari un giorno te ne regalerò uno vero. Uno carino. Te lo prometto."
Giada guarda l'anellino di cartone. E per la prima volta, la vedo cedere completamente. Non c'è malizia, non c'è sesso, non c'è controllo. I suoi occhi si riempiono di lacrime vere. Si getta letteralmente contro il mio petto, abbracciandomi con una forza disperata, nascondendo il viso contro il mio collo mentre un singhiozzo silenzioso le scuote le spalle nude. "È bellissimo, Franci," sussurra contro la mia pelle, stringendomi come se fossi la sua unica ancora di salvezza. "È l'anello più bello del mondo."
E in quella macchina, nudi e sudati, ci siamo abbracciati non come due amanti clandestini, ma come due persone che si erano appena trovate nel buio.
Presente.
Due giorni dopo quella notte insonne, il coraggio che mi ero imposto di trovare si materializza in un groppo allo stomaco che non mi fa respirare.
È giovedì sera. Ho chiesto a Erika di vederci. L'ho portata nel "nostro" posto: il parcheggio sterrato dietro il vecchio parco cittadino. È qui che ci siamo baciati la prima volta. È qui che, per mesi, abbiamo appannato i vetri della mia macchina con i nostri respiri, perdendoci l'uno nell'altra. L'aria di settembre è fresca e pungente, ma dentro l'abitacolo l'atmosfera è pesante, asfissiante.
Spengo il motore. Il silenzio scende tra noi, rotto solo dal rumore lontano del traffico. Erika mi guarda. Ha un'espressione dolce, fiduciosa, indossa il mio maglione preferito. È ignara di essere seduta sul patibolo della nostra storia.
Mi passo le mani sul viso, strofinando gli occhi. Devo farlo. Ora.
"Eri..." inizio, e la voce mi esce come carta vetrata. "Dobbiamo parlare."
Il suo sorriso si spegne istantaneamente. Le sue mani, che fino a un secondo fa accarezzavano la manica del maglione, si stringono in grembo. Conosce quel tono. Tutte le donne lo conoscono. "Franci... che succede? Sei strano da martedì."
"Succede che non ce la faccio più," le dico, guardando dritto davanti a me, oltre il parabrezza, verso il buio. Non riesco a sostenere il suo sguardo. "Non funziona più, Erika. Noi... io non funziono più con te."
La sento smettere di respirare per un secondo. "Cosa stai dicendo? Abbiamo passato un'estate bellissima. Io stavo bene, tu stavi bene... cosa ho sbagliato?"
"Non hai sbagliato niente, Cristo," sbuffo, voltandomi finalmente verso di lei. Gli occhi le si stanno già riempiendo di lacrime. È una tortura guardarla. "Sei perfetta. Sei la ragazza migliore che potessi mai avere. Ma sono io a essere rotto. Mi guardo dentro e sento che la luce si è spenta. Faccio finta che vada tutto bene, cerco di darti tutto l'amore che meriti, ma la verità è che... non sono più al cento per cento in questa storia. E tu meriti qualcuno che ti ami senza riserve."
Erika scuote la testa, una lacrima le riga la guancia. Si sporge verso di me, afferrandomi le mani. Sono fredde. "Franci, ma i periodi no capitano a tutti! Si superano. Ricordi quando abbiamo iniziato a venire in questo parcheggio?" La sua voce trema, carica di una nostalgia disperata. "Ricordi la prima volta che abbiamo fatto l'amore su questi sedili? Mi hai spogliata con una dolcezza che mi ha fatto piangere. Mi baciavi il collo, mi stringevi i fianchi come se fossi la cosa più preziosa del mondo, e io mi sono sentita invincibile. I vetri erano così appannati che abbiamo dovuto aprire gli sportelli per respirare. Eravamo un fuoco, Franci. Quel fuoco c'è ancora, io lo sento quando mi tocchi!"
Soffoco un groppo in gola. Il ricordo di quella passione dolce e pura mi trafigge, perché so che il Franci di quel ricordo è morto, ucciso dalle bugie e dall'ossessione per l'ombra. "Era bellissimo, Eri. Non dimenticherò mai quello che siamo stati. Ma quel Franci non c'è più. Si è perso. E tenerti legata a me adesso sarebbe solo un atto di puro egoismo."
Parliamo per quasi un'ora. Piange, mi stringe, mi supplica di riprovarci, poi si arrabbia, mi dà del codardo. Io incasso tutto, mantenendo la mia bugia chirurgica: le dico che sono depresso, che devo ritrovare me stesso, che non sono pronto per una relazione seria. Sto attento a non menzionare mai, per nessun motivo, l'esistenza di un'altra persona. Voglio salvarle almeno l'orgoglio.
Alla fine, l'esaurimento prende il sopravvento. Erika si asciuga il viso con le maniche del maglione. Il suo respiro si calma. Appoggia la nuca al sedile e fissa il cruscotto nel buio. Sembra aver accettato la sconfitta.
Poi, in quel silenzio di tomba, accade l'irreparabile.
Erika curva le labbra in un sorriso. Non è il suo sorriso dolce. È un sorriso spezzato, amaro, intriso di una rassegnazione agghiacciante. Gira lentamente il viso verso di me. I suoi occhi castani, ancora gonfi e bagnati, mi scrutano con una lucidità che mi fa gelare il sangue.
"Dimmi la verità, Franci," mormora, la voce improvvisamente ferma. "C'è un'altra, vero?"
Il mio cuore perde un battito. L'istinto di sopravvivenza mi urla di negare fino alla morte. Mi urla di dirle che è pazza, che sta inventando scuse per giustificare la fine. Ma mentre la guardo, il ricordo dell'anellino di cartone, della lacrima di Giada e della mia stessa epifania mi blocca la lingua. Non posso più mentire. Non a lei, non a me stesso.
Deglutisco. Sostengo il suo sguardo. "Sì."
La parola cade tra di noi come un blocco di cemento. Erika chiude gli occhi per un secondo, incassando il colpo. Poi li riapre. "Chi è?"
Faccio un respiro tremante. Sento la mia anima lacerarsi mentre mi preparo a pronunciare la sua condanna a morte. "Io... io mi sono innamorato di lei da un bel po' di tempo, Eri. Ho cercato di combatterlo. Ho cercato di nasconderlo. Pensavo fosse solo una sbandata, una follia, ma l'ho capito solo di recente. Non è solo un'altra." Mi fermo, la voce che mi muore in gola. "È Giada."
Il tempo nel parcheggio si congela. Erika non urla. Non subito. Mi fissa con un'espressione di puro, assoluto orrore, come se le fosse appena cresciuta una seconda testa davanti agli occhi. Il suo viso sbianca. Il sorriso amaro scompare, sostituito dal disgusto più profondo che abbia mai visto sul volto di un essere umano.
"Giada," ripete, la voce un sussurro vuoto. "Mia cugina. Giada."
"Mi dispiace, Erika, io—"
"Taci!" esplode, la sua voce acuta come una coltellata nel silenzio dell'abitacolo. Si scaglia verso di me, colpendomi il petto con i pugni chiusi, una volta, due volte. Non faccio nulla per fermarla. Me li merito tutti. "Fai schifo! Fai fottutamente schifo!" urla, le lacrime che ora le rigano il viso come fiumi di rabbia. "Tutto questo tempo... tutta l'estate! Quando venivi dentro di me, quando mi giuravi amore... tu pensavi a lei! Siete due mostri. Due fottuti mostri sociopatici!"
Si ritira contro il suo sportello, respirando a fatica, guardandomi come si guarda uno scarafaggio schiacciato. "Lo sapevo," sibila, la voce carica di un veleno che non le ho mai sentito addosso. "L'ho sempre sospettato, nel profondo. Quel modo in cui vi guardavate alla villa. Quel suo sorriso del cazzo quando eravate nella stessa stanza. Mi hai usata come copertura. Mi avete presa in giro tutti e due, mentre vi scopavate alle mie spalle!"
"Erika, non è iniziato come credi..." cerco di difendermi, disperatamente, ma le mie parole suonano patetiche.
"Non me ne frega un cazzo di come è iniziato!" urla lei, afferrando la maniglia dello sportello. Lo spalanca. L'aria fredda invade la macchina, spazzando via il calore residuo del nostro ultimo incontro. Scende dall'auto con le gambe tremanti, ma prima di sbattere la portiera, si china a guardarmi un'ultima volta. Il suo viso è una maschera di dolore e odio puro.
"Mi hai distrutta," mi dice, la voce che si incrina, spogliata ormai da ogni difesa. "Ti odio, Franci. Odio te e odio lei. Siete marci dentro, entrambi."
Si passa una mano furiosa sotto gli occhi, raddrizzando la schiena con una dignità straziante. "Eppure," aggiunge, in un sussurro che taglia più dei pugni, "vi auguro di essere felici. Perché se dopo aver fatto questo a me non lo siete... allora tutto questo dolore non avrà avuto un fottuto senso. Addio."
Sbam. Lo sportello si chiude con violenza.
Resto nell'abitacolo buio, paralizzato, mentre guardo la sua figura minuta allontanarsi a piedi sotto i lampioni del parcheggio, finché non scompare nella nebbia di settembre.
Il sipario è calato. Ho appena distrutto la ragazza più dolce del mondo. Sono solo, al buio, con il petto squarciato dal senso di colpa e dalle sue ultime parole che mi rimbombano nel cranio.
Il rumore dello sportello sbattuto da Erika riecheggia nel parcheggio deserto, per poi spegnersi nel silenzio freddo di settembre. Resto immobile, le mani ancora strette sul volante di pelle ghiacciata. Porterò il peso delle sue ultime parole per un bel po'. Ho fatto soffrire Erika in un modo che non meritava, ho umiliato Giulia, ho calpestato la fiducia di una famiglia intera. Dovrei sentirmi tormentato. Dovrei piangere, spaccarmi le nocche contro il cruscotto, odiarmi.
Ma la verità, la crudele e fottuta verità, è che mentre accendo il motore e ingrano la marcia come un automa, nella mia testa c'è solo un nome. Un solo volto. Una sola ossessione che mi sta consumando vivo.
Giada.
Infilo la macchina nel traffico diradato della tangenziale. Sono due giorni che non la sento. Due giorni da quella lacrima nel piazzale dell'università, da quella telefonata in cui mi ha respinto con una voce che sembrava cenere. Afferro il telefono, lo collego al bluetooth dell'auto e faccio partire la chiamata. Uno squillo. Tre squilli. Cinque. Sto per tirare un pugno al volante, quando la linea scatta.
"Pronto." La sua voce è un sussurro raschiato, privo di qualsiasi inflessione. "Giada," dico d'un fiato, il cuore che mi martella in gola. "Scendi giù. Sono quasi sotto casa tua. Devo parlarti, è urgente. Ho fatto una cosa, ho chiuso con—"
"Non sono a casa, Franci," mi interrompe lei. Il suo tono è vuoto. Freno leggermente, confuso. "Dove sei? Ti vengo a prendere. Dimmi dove sei."
Dall'altra parte del telefono sento un sospiro lungo, tremante. Sento il rumore del vento in sottofondo. "Non puoi." "Giada, cazzo, dimmi dove sei!" alzo la voce, la disperazione che inizia a incrinarmi il controllo. "Ho bisogno di vederti ora."
"Avevo bisogno di stare da sola," mormora lei, e per una frazione di secondo sento la sua corazza spezzarsi di nuovo, rivelando la ragazza terrorizzata che si nasconde dietro. "Non riuscivo più a stare a casa. Non riuscivo più a respirare. Sono... sono venuta alla casa in montagna."
Il respiro mi si blocca nei polmoni. Alla villa. Dove tutto è iniziato. Dove ci siamo distrutti e creati a vicenda. "Giada, ascoltami—" "Non venire a cercarmi, Franci. Lasciami in pace."
Clic. La linea muta riempie l'abitacolo.
Guardo lo schermo nero del telefono per un istante infinito. E poi, l'epifania mi colpisce con la violenza di un incidente frontale. Sono stato un coglione. Un mostro, egoista e cieco. Ho passato un mese e mezzo a convincermi che a lei andasse bene così. Che fosse la solita Giada, forte, spietata, inattaccabile. Pensavo che questa doppia vita non la scalfisse, che si divertisse a giocare nell'ombra. E invece la stavo dilaniando dentro. Giorno dopo giorno. Ogni volta che la salutavo per tornare da Erika, le piantavo un coltello nello stomaco. E io cosa facevo? Mi godevo l'adrenalina. Mi godevo le stupide, incredibili scopate notturne in macchina con lei, per poi tornare a fare il fidanzatino perfetto alla luce del sole. Mi nutrivo del mio ego, senza capire che la donna che amavo stava sanguinando in silenzio pur di non perdermi.
Fanculo tutto.
Schiaccio il piede sull'acceleratore. Il motore ruggisce mentre imbocco violentemente lo svincolo per l'autostrada in direzione nord. Non me ne frega niente dei limiti di velocità, non mi frega niente della stanchezza. Inizio a guidare verso le montagne, inghiottito dalla notte nera.
Mentre i chilometri scorrono sull'asfalto e i fari bucano il buio, la mia mente è un vortice di ricordi sensoriali che mi infiammano il sangue. Ricordo la nostra ultima notte. Il modo in cui mi stringeva con le gambe, spingendo il suo bacino contro il mio con una foga disperata, le unghie piantate nella mia schiena. Ricordo il sapore della sua pelle sudata sotto la mia lingua, il calore umido e strettissimo in cui mi immergevo ogni volta per dimenticare il resto del mondo. Ricordo il suono del mio nome ansimato dalla sua bocca, non come un ordine da dominatrice, ma come una supplica d'amore.
Voglio sentirla gemere di nuovo sotto di me, ma questa volta non in una macchina scomoda, non rubando ore al sonno e nascondendoci dal mondo. La voglio possedere in quella cazzo di villa dove mi ha fatto impazzire la prima volta. Voglio spogliarla di ogni insicurezza, voglio leccarle via il dolore dal corpo, centimetro per centimetro, fino a farle dimenticare che io sia mai stato di qualcun'altra. Il mio cazzo è già duro contro la cerniera dei jeans al solo pensiero di averla nuda, vulnerabile e finalmente e inequivocabilmente mia.
L'autostrada lascia spazio ai tornanti bui della montagna. I pini scuri sfrecciano ai lati della strada. Il freddo inizia a penetrare dai finestrini. Curve strette, frenate brusche, la mente completamente annebbiata dall'urgenza. Dopo due ore di corsa disperata, le gomme della mia auto stridono contro la ghiaia del vialetto.
Freno di colpo. Spengo i fari. La villa si staglia nel buio, enorme e silenziosa. L'unica luce accesa è quella del salotto al piano terra, che filtra debolmente dalle grandi vetrate. La sua macchina è parcheggiata sotto il porticato.
È lì. È dentro. Apro lo sportello e scendo, l'aria gelida della montagna che mi schiaffeggia il viso sudato.
L'aria di montagna a settembre, nel cuore della notte, è una lama di ghiaccio che ti taglia la pelle. Sono sceso dalla macchina a mezze maniche, i muscoli contratti per il freddo pungente, ma non me ne frega assolutamente niente. Sto gelando, tremo, ma il fuoco che mi divora dentro è cento volte più forte della temperatura esterna.
Ignoro la porta principale. Faccio il giro della villa, camminando sull'erba umida di brina, fino al porticato. La porta finestra del salotto è accostata, come se non avesse avuto nemmeno la forza di chiuderla a chiave. La spingo ed entro. Il silenzio della casa è assordante. È lo stesso silenzio che ci ha visti complici e carnefici poche settimane fa, ma stasera ha un sapore diverso. Salgo i gradini di legno due a due, cercando di fare meno rumore possibile. So esattamente dove trovarla.
La porta della sua camera è socchiusa. La spingo lentamente. La luce dell'abat-jour proietta ombre lunghe sui muri. Giada è lì. È seduta sul tappeto, ai piedi del letto, le ginocchia tirate al petto. Indossa un maglione a dolcevita nero, stretto, coperto da una felpa enorme, aperta sul davanti, con la zip verde. È la mia felpa, quella che le avevo prestato una sera in cui aveva freddo, un secolo fa. Ha i piedi nudi, le dita smaltate di scuro che spuntano dall'orlo dei jeans sbiaditi.
Ha lo sguardo perso nel vuoto. Gli occhi sono gonfi, arrossati, e sulle guance ci sono le tracce lucide e secche di lacrime che ha smesso di asciugare. La regina di ghiaccio, la dominatrice inarrivabile, non esiste più. C'è solo una ragazza distrutta, avvolta nel mio odore per cercare conforto.
Faccio un passo nella stanza. Il pavimento scricchiola. Giada sussulta. Alza la testa di scatto e, quando mi vede, il suo respiro si blocca. I suoi occhi si sgranano, increduli, per poi riempirsi immediatamente di una rabbia difensiva, l'istinto di un animale ferito.
"Che cazzo ci fai qui?" sibila, la voce rotta dal pianto. Si alza in piedi di scatto, stringendosi la mia felpa verde addosso. "Ti avevo detto di lasciarmi in pace! Vattene, Franci. Voglio stare da sola!" Fa un passo verso di me, posandomi le mani sul petto gelato per spingermi verso la porta. Ma non ha forza. Le sue mani tremano contro la mia maglietta fredda.
Invece di assecondarla, non riesco a trattenermi: rido. È una risata bassa, dolce, un respiro di puro sollievo per averla finalmente trovata, per aver capito tutto. "Franci, non c'è un cazzo da ridere!" urla lei, colpendomi debolmente la spalla. "Vattene a casa dalla tua fidanzatina perfetta e lasciami morire qua dentro!"
Le afferro dolcemente i polsi, fermando i suoi colpi. Le mie mani sono congelate, ma il tocco la fa zittire all'istante. "Fammi parlare un secondo. Solo uno," la supplico, la voce roca e carica di un'emozione che mi fa tremare.
La guido verso il letto. Si lascia cadere seduta sul bordo del materasso, sconfitta, lo sguardo basso. Mi siedo accanto a lei. Le nostre cosce si sfiorano. Il suo calore contrasta con la mia pelle gelata. Senza dire una parola, infilo la mano nella tasca dei jeans. Le prendo la mano sinistra, quella con le dita affusolate e perfette.
"Te l'avevo promesso," sussurro.
Apro il palmo e le metto davanti l'anello. Non è un diamante pacchiano, non è niente di esagerato. È una fascetta sottile di metallo nero, elegante e scura, con incastonata una piccola pietra nera, sfaccettata e graziosa. Quando l'ho visto in quella vetrina, ci ho visto lei. La sua eleganza, la sua anima oscura e bellissima. "L'ho comprato il giorno dopo che ti ho dato quello di cartone in macchina," le confesso, la voce che mi trema. "Ce l'ho in tasca da settimane. Aspettavo solo... di avere il coraggio di capire cosa significasse."
Giada guarda l'anello sul mio palmo. Smette di respirare. I suoi occhi neri si riempiono di nuove lacrime, che questa volta traboccano, scivolandole lungo le guance. Alza lo sguardo su di me, le labbra che le tremano. "È bellissimo..." singhiozza, la voce che le si spezza in gola.
Improvvisamente, il muro crolla. Non ce la fa più a trattenersi. Si getta letteralmente addosso a me, nascondendo il viso nell'incavo del mio collo, le sue mani calde che si aggrappano disperatamente alle mie spalle. "Io non riesco ad andare avanti così, Franci," piange contro la mia pelle, le parole che le escono in un fiume in piena, cariche di tutto il dolore represso di quel mese e mezzo. "Non ci riesco. Ti amo. Ti amo da impazzire e mi fa schifo doverti dividere. Non voglio più farlo! Ho bisogno di averti tutto per me. Voglio poter dormire con te, tutta la notte, senza che tu debba scappare via alle quattro del mattino per non farti scoprire."
Alza il viso, guardandomi negli occhi con una disperazione totale. "Voglio abbracciarti alla luce del sole. Voglio che ci svegliamo insieme e facciamo colazione senza avere fretta. Voglio starmene sul divano con te a guardare le serie tv e farci le coccole tutto il fottuto giorno, senza il terrore che lei ci chiami! Sono stanca dell'ombra, Franci. Sono stanca di essere il tuo segreto sporco!"
Il suo sfogo mi investe in pieno. È tutto ciò che ho sempre sognato di sentirle dire. La regina della trasgressione che implora per una colazione la domenica mattina. La donna fatale che piange perché vuole le coccole sul divano. È la cosa più fottutamente romantica e straziante che abbia mai vissuto.
La guardo. Le accarezzo i capelli arruffati. E poi, una risata felice, cristallina e irrefrenabile mi scoppia nel petto. Sorrido, un sorriso enorme, che mi arriva fino agli occhi.
Giada mi guarda confusa, quasi ferita dalla mia reazione. "Perché ridi?" tira su col naso, offesa.
"Mh, okay," le dico, usando un tono ironico, fingendo di rifletterci su. "È impegnativo, devo ammetterlo... Però, sai com'è, ho un bel po' di tempo libero adesso." Mi avvicino al suo viso, fino a sfiorare le sue labbra con le mie. "Mi sono da poco lasciato."
Giada si immobilizza. Il tempo nella stanza si ferma. Le sue pupille si dilatano. Mi fissa, cercando nel mio sguardo anche solo l'ombra di uno scherzo, di una presa in giro. Ma non trova niente. Trova solo una devozione assoluta e la verità più pulita che le abbia mai detto.
"Tu... cosa?" sussurra, il fiato che le muore sulle labbra. "È finita, Giada. Le ho detto tutto stasera. O meglio, quasi tutto," le dico, accarezzandole lo zigomo con il pollice. "Non c'è più nessuna doppia vita. Non c'è più nessun'altra. Ci siamo solo noi. Per sempre."
Il gemito che le esce dalla gola non è umano. È un suono di liberazione totale. Mi afferra il viso con entrambe le mani e si schianta contro la mia bocca. Non è un bacio, è un'esplosione. Le sue labbra sanno di sale, di lacrime e di una passione che è rimasta repressa per troppo tempo. La sua lingua mi invade la bocca con una fame disperata, possessiva, come se volesse fondersi con me.
La spingo all'indietro, facendola cadere sul materasso, e mi ci butto sopra. Le mie mani, ancora gelide, scivolano sotto l'orlo del suo maglione a dolcevita. Lei sussulta a contatto con il freddo, ma invece di ritrarsi inarca la schiena, spingendo i seni contro i miei palmi. Sfilo la felpa verde e il maglione in un unico, frenetico movimento, gettandoli sul pavimento.
Il suo seno è perfetto, pallido nella penombra. Mi chino a baciarle la pelle, mordicchiando dolcemente i capezzoli già turgidi, mentre lei intreccia le dita nei miei capelli, tirandomi verso di sé con forza. "Sei mio," ansima, la voce impastata di lussuria e lacrime di gioia. "Giuramelo, cazzo. Giuramelo che ora sei solo mio." "Sono tuo. Dalla prima sera in questa casa," le ringhio contro il collo.
Le slaccio i jeans, sfilandoglieli
Rimane solo con quel perizoma di pizzo nero che si annida perfettamente tra le sue chiappe sode e con il reggiseno a balconcino, sempre nero, che le solleva e offre il seno come una coppa prelibata. Sembrerebbe quasi una foto di Playboy, se non fosse per il sorriso sornione e complice che le illumina il viso. È la felicità della predatrice che ha finalmente catturato la sua preda più ambita. Io. Mi spinge via con una forza inaspettata, mi fa rotolare sul fianco e si piazza sopra di me, una dea pagana nella gelida penombra della camera.
"Voglio scoparti tutta la notte," sussurra all'orecchio, la voce roca e carica di una promessa che mi vibra nelle ossa.
"Non dormiremo," le rispondo, afferrandole le anche e tirandola forte contro di me.
Il mio cazzo, duro come il marmo, le preme contro il pube, ancora protetto dai jeans che indosso. Lei impasta le sue tette attraverso il reggiseno, strizzandole i capezzoli tra dita implacabili mentre si dondola, una lenta, torturante danza sfregatrice. Il tessuto ruvido dei miei jeans e delle mutande contro il mio cazzo, separati solo dal sottile strato del pizzo dello slip, è una tortura celeste. Il respiro le sfugge a singhiozzi ogni volta che la punta del mio glande sfiora il punto giusto.
"Sei duro... così cazzo di duro," geme, chiudendo gli occhi. Non aspetta una risposta. Si china e mi bacia, una lingua che esplora, che reclama. La bacio indietro con la stessa furia, le mie mani che scivolano lungo la sua schiena sudata fino ad affondare tra le sue chiappe. La pressione attraverso il denim e il pizzo è un incendio. È un bacio che sa di vittoria, di sale e di una notte che promette di non avere fine.
Ci rotoliamo sul letto, un groviglio di arti e bisogni. Finisco sopra di lei, le sue gambe si avvolgono attorno alla mia vita, premono, mi incatenano a sé. Le sue unghie mi graffiano la schiena attraverso la maglietta, un dolore acuto e godurioso.
I suoi piedini, piccoli e curati, mi sfiorano i jeans. Giada mi guarda dall'alto, una dea trionfante nell'oscurità della nostra notte. Le lacrime non sono ancora del tutto asciugate, le hanno incorniciato gli occhi di un alone brillante, rendendoli ancora più grandi, più profondi. È un'immagine struggente, la purezza della sua gioia mescolata alla lussuria più feroce.
"Vedrai che godrò ogni singolo secondo di questa notte," sorride, un lampo bianco nella penombra. "E tu di più."
Si alza leggermente, le sue dita scivolano sulla cerniera dei miei jeans, aprendola con un secco zzzzzip. Li tira giù insieme alle mutande, liberando il mio cazzo che si erge teso e pulsante, già lucido di precum nella gelida aria della stanza. Lei lo guarda con una fame adorante, ma non si china. Invece, con un'aria giocosa che mi manda in tilt, si mette di lato, appoggiandosi su un gomito e sollevando le gambe.
"Sei tutto mio, Franci. Solo mio," sussurra, e i suoi piedi, perfetti e scalzi, mi avvolgono. È una sensazione che conosco bene, che abbiamo esplorato in segreto, ma mai come stavolta. Mai con la luce della verità che ci inonda. Le sue piante, morbide e calde, mi cingono l'asta. Le sue dita agili, dipinte di un rosso scuro che quasi non si vede, iniziano a muoversi.
Un ritmo lento, sapiente. Il pollice di un piede preme sul glande, spalmandoci il liquido che cola, mentre l'arco dell'altro piede accarezza la base. È un massaggio esperto, un ballo intimo e perverso che solo lei può orchestrare. I suoi piedi non sono solo strumento di piacere, sono un'estensione della sua anima che mi possiede.
"Ti ricordi la prima volta che l'ho fatto?" chiede, la voce un filo sottile. "Eri così imbarazzato. Ti ho visto diventare rosso anche al buio." Ride, un suono cristallino. "Ma ti sei lasciato andare. E ho capito quanto mi amavi."
Il suo ritmo accelera. Le sue piante si stringono, si allentano, si strofinano una contro l'altra lungo la mia pelle, una frizione divina che mi spezza la ragione. "Sei il mio uomo, Franci. Mio. Dalla testa ai piedi," dice, e l'enunciazione della parola "piedi" è accompagnata da una pressione più forte sul glande che mi fa gemere.
La guardo. La perdo. La guardo davvero, per la prima volta. Non è più la cugina della mia fidanzata, non è più la complice segreta. È la mia donna. I suoi occhi gonfi, le labbra tumide, i capelli spettinati, il suo corpo nudo e il suo sorriso malizioso. È un'opera d'arte vivente, e sta dipingendo il mio piacere con la punta dei suoi piedi.
"Ti amo," sussurro, e la frase mi esce spontanea, grezza, pura.
Lei si ferma un attimo, solo per un istante. Poi riprende, con un'energia rinnovata. "Anch'io, Franci. Dio, anch'io," risponde, la voce rotta dall'emozione. "Sei perfetto. Sei mio. E questa notte è solo nostra." Un piede scivola più in basso, ad accarezzarmi le palle, l'altro continua a lavorare sull'asta, su e giù, su e giù, un movimento incessante che mi spinge sull'orlo del baratro.
Mi avvicino, le afferro le caviglie e le porto alle labbra, baciandole una per una. Leccandole le piante, succhiandole le dita. Lei geme, il suo controllo vacilla per un momento. Il massaggio si fa più disperato, più veloce.
"Ti sto facendo godere, vero? Dimmelo." "Sì... Dio, sì..." ansimo. "Allora vieni, amore mio. Vieni per me. Sporca i miei piedi. Dimostrami che sei mio."
Il suo comando è la fine. Un'ondata di calore mi sale dalla schiena, i miei muscoli si contraggono, il mondo scompare. Tutto ciò che esiste sono i suoi piedi, il suo sguardo e il mio piacere che esplode, un getto bollente che le inonda le piante, le caviglie, che le sporca della mia essenza, come aveva chiesto.
Continua a muoversi dolcemente, mentre vengo, prolungando l'orgasmo, strizzandomi fino all'ultima goccia. Poi si ferma, con un sorriso compiaciuto. Mi guarda, poi guarda i suoi piedi, luridi e bianchi del mio seme. Porta un piede alla bocca con un gesto atletico e con la lingua, lecca una goccia. Non distoglie lo sguardo da me.
"E adesso," sussurra, "devo pulire quel cazzo."
Mi alzo un po' sui gomiti per vederla meglio. Giada non perde tempo. Si sposta, con la grazia fluida di un predatore che si appresta a banchettare, e si piazza tra le mie gambe aperte. I suoi occhi, ancora lucidi di lacrime e passione, mi fissano con un'intensità quasi religiosa. Mi sta guardando come se il mio cazzo, ancora tremante e sporco del nostro precedente gioco, fosse il sacro calice da cui bere la redenzione.
"Pulirò ogni singolo centimetro di te," promette, la voce un sussurro carico di devozione.
E poi si china. La prima cosa che sento è il calore della sua lingua, larga e umida, che parte dalla base e sale lentissima, lungo la venatura sottile, leccando via il mio piacere. È un gesto di adorazione totale. Si ferma all'apice, dove l'ultima goccia di sperma brilla, e la raccoglie con la punta della lingua, come se fosse una perla preziosa. Non la deglutisce subito. La porta in bocca, la mescola con la sua saliva, e poi si mostra a me, le labbra socchiuse in un sorriso malizioso.
"Buono," sussurra, prima di mandare giù.
E poi mi avvolge. La sua bocca è un inferno di paradiso. Calda, bagnata, incredibilmente stretta. Non mi dà tregua. Scende tutta, fino a inghiottirmi fino alle palle, la gola che si apre per accogliermi, il naso che si pianta nella mia pelle pubica. Mantiene la posizione per un secondo che sembra un'eternità, le sue guance concave per il vuoto che sta creando, la lingua che mi si avvolge a spirale sotto l'asta.
Poi risale, lentamente, lasciandomi uscire con un suono bagnato e osceno. Un filo immenso di saliva unisce la sua bocca alla mia cappella, un ponte traslucido che pende e si rompe sulla sua mano. Non si cura. Si butta giù di nuovo, con più foga. Su e giù. Su e giù. Il suono dei suoi gargarismi riempie la stanza, un simfonico coro di lussuria che si mescola ai miei gemiti incontrollabili.
Mi guarda da sotto le ciglia, gli occhi che mi bruciano. La sua mano, bagnata di saliva, mi accarezza le palle, stringendole, tirandole giù con una padronanza che mi fa tremare. "Ti piace come ti lavo? Ti piace quando la mia bocca diventa la tua troia?" sussurra, prendendosi una breve pausa, il fiato corto. "Dimmelo. Parla sporco con me, amore mio."
"Sei la migliore puttana che io abbia mai avuto," gemo, le parole che mi escono a fatica. "La tua bocca è fatta per il mio cazzo."
Lei ride, una risata soffocata dalla carne, e si immerge di nuovo. Questa volta è un uragano. La sua testa si muove a una velocità impossibile, i capelli che le colpiscono le cosce, le sue mani che si aggrappano ai miei fianchi. La saliva cola copiosa, inonda la mia asta, le mie palle, il buco del culo. È un delirio bagnato, un'inondazione di piacere. Si ferma a leccarmi l'uretra, a succhiarmi i testicoli, uno per uno, portandoli in bocca come fossero caramelle. Torna alla cappella, la mastica dolcemente con le labbra, la punzecchia con la punta della lingua.
"Vengo," gemo, l'avvertimento strappato con la forza. "Giada, cazzo, vengo."
Lei non si ferma. Anzi, accelera, mi prende tutto in gola, il suo mento che mi picchia contro le palle. Sento i muscoli della sua gola che si contraggono intorno a me, che mi masturbano dall'interno. È troppo. Un altro orgasmo mi travolge, più potente del primo, un'esplosione che parte dalle viscere e le esplode in bocca, getti caldi e abbondanti che lei cerca di inghiottire del tutto, in un raptus. Qualche goccia le cola dagli angoli delle labbra, mescolandosi alla saliva, scendendo lungo il mento, finendo a macchiare il suo seno.
Si rialza lentamente, con un movimento serpentino che mi fa sobbalzare il cazzo ancora sensibile. Le sue labbra sono gonfie e lucide, il mento stilla del nostro miscuglio. Scosta un capello bagnato dalla fronte e si guarda il reggiseno nero, ora macchiato di bianco.
"Cavolo, il tuo sperma mi ha macchiato il reggiseno," dice, con una nota di finta recriminazione che si scioglie subito in un sorriso compiaciuto. Con un gesto lento, teatrale, slaccia il gancio e lo lascia cadere. Le sue tette, finalmente libere, si protendono verso di me, pallide e perfette, con i capezzoli duri come due sassolini. Si arrampica su di me, strusciandomi il corpo contro il mio, e trova le mie labbra. È un bacio diverso. Più dolce, più profondo. Sa di me, sa di lei, sa della nostra nuova, stupida meraviglia.
"Sei proprio assatanata," le sussurro contro la sua bocca, le mani che le affondano nelle chiappe sode, calde e scivolose per il sudore. "Da amante eri già famelica... ma da fidanzata sei una bestia."
Lei ride, un suono caldo e vibrante che sento risuonare nel mio petto. "Solo per te," anela, continuando a limonare con una tenerezza che mi spezza il cuore. Le sue tette mi schiacciano il petto, i nostri cuori battono all'unisono, un ritmo selvaggio e sincronizzato. Ci baciamo per un'eternità, un tempo sospeso fatto solo di lingue, respiro e pelle che si cerca.
Poi si allontana appena, il suo viso a pochi centimetri dal mio. "Ti sei ripreso?" mi chiede, con un sorriso malizioso che sa già la risposta.
Non aspetta la mia risposta. Da sopra di me, si solleva leggermente su un ginocchio, l'altra gamba ancora piantata al mio fianco. La sua mano, agile e sicura, scivola tra i nostri corpi, afferra l'elastico del suo perizoma e lo fa scivolare giù lungo le cosce, gettandolo via senza guardare. Poi la stessa mano mi afferra il cazzo, ancora duro, ancora bagnato della sua saliva. Lo allinea con la sua entrata. La sento bollente, aperta, già pronta.
"E adesso... sono tua," sibila, e si lascia cadere.
Un gemito ci esce in coro. L'inserimento è perfetto, una lama di piacere bollente che mi trafigge fino in fondo. Lei resta immobile un attimo, la testa reclinata all'indietro, i capelli che mi sfiorano le cosce. Poi inizia a muoversi. Un ritmo lento, profondo, che mi scuote dalle fondamenta. Ogni colpo è una dichiarazione, ogni spinta è un giuramento. Le sue mani si appoggiano sul mio petto, le dita mi graffiano lievemente, mentre il suo bacino dondola con una grazia animalesca, un'ondata costante che mi travolge.
"Fran-ci..." geme il mio nome, sillabato, un canto dolce e rotto. "Ti amo, sì... ti amo... cazzo, ti amo..."
Le sue parole sono il carburante. Le mie mani si stringono con più forza sulle sue chiappe, guidandola, spingendola a prendermi ancora più a fondo. La sua figa è un vortice caldo e stretto che mi avvolge, mi mastica, mi succhia. Inizio a spingere da sotto, incontrando i suoi colpi, alzando le anche per sfondarla. Il suono dei nostri corpi che si scontrano, bagnati e sudati, è l'unica musica che voglio sentire.
"Anch'io," ringhio, la voce roca. "Ti amo, Giada. Sei mia."
"Ancora," ansima. "Ancora, amore mio. Scopami, spacca quella figa che è solo tua."
La sua schiena si inarca, le tette si protendono verso il cielo. La sua mano scivola tra le sue gambe, le dita che si agitano furiose sul suo clitoride. La sento contrarsi intorno a me, un'estasi di muscoli che mi stringe in una morsa mortale. "Vengo, Franci! Vengo! Con me! Vieni con me, cazzo!"
Il suo corpo si contorce in un arco perfetto, un grido le si strappa dalla gola, un suono puro e primordiale che risuona nelle pareti di quella casa silenziosa. Sento le sue pareti vaginali contrarsi intorno a me in una morsa che quasi mi fa venire, un'ondata di calore bollente che mi avvolge. Si abbandona sull'orgasmo, gemendo, ansimando, il corpo che trema convulsamente.
Ma io non mi fermo. Non la lascio ricadere. Non le concedo un secondo di tregua. Continuo a pompare, duro, profondo, spingendo il mio cazzo in quella figa che ora è un vulcano in piena eruzione, una molla che si contrae e si allenta, che mi stringe e mi succhia con una forza disperata.
"Non è finita, amore," le sibilo all'orecchio, la voce un tuono basso e minaccioso. "Non ti lascerò il brivido del 3 a 1. La notte è lunga."
Lei apre gli occhi sgranati, un misto di terrore ed estasi sul suo viso. "Franci... no... non riesco... cazzo, non ce la faccio più..."
"Sì, ce la fai," la incalzo, afferrandole i fianchi e sollevandola leggermente per cambiare l'angolazione, per colpirla più in fondo. "E ne vuoi ancora. Te lo leggo in faccia. Vuoi che ti spacchi tutto."
Mi guarda come se fossi un dio e un diavolo allo stesso tempo. Le sue mani cercano di spingermi via, ma poi si aggrappano alle mie spalle, tirandomi verso di sé. È una lotta tra il suo corpo che urla basta e la sua mente che brama ancora. Io non mi arresto. La scopo con una rabbia santa, con una passione che mi consuma. Le sue pareti mi strozzano il cazzo, una sensazione paradisiaca, una tortura dolcissima che mi spinge al limite.
Urla di nuovo, un suono diverso, più alto, più disperato. "Giuro che mi fai impazzire! Mi stai uccidendo! Sì, così! Continua! Non fermarti!"
Il suo corpo si agita come in preda a una crisi epilettica. Un secondo orgasmo la travolge, più potente del primo, un'onda sismica che la scuote dalle fondamenta. Questa volta, io non riesco a trattenermi. La sento esplodere, sento l'ondata del suo piacere che mi travolge, e la seguo, unendomi a lei in un urlo liberatorio. Vengo con una violenza che mi prosciuga le palle, un getto bollente che la inonda dall'interno, che la marca come mia per sempre.
Restiamo immobili, l'uno sull'altra, animali esanimi dopo una battaglia, i nostri cuori che battono all'unisono, un tamburo selvaggio nel silenzio della stanza. La sento respirare contro il mio collo, il suo corpo che trema ancora.
Ma l'adrenalina mi pulsa ancora forte nelle vene. Non è abbastanza. Voglio tutto. Voglio il suo sapore, voglio sentire il suo piacere sulla mia lingua.
Con un movimento brusco, mi stacco da lei, la lascio sdraiata sul letto, un guscio vuoto e tremente. Scendo subito giù, con il viso schiacciato tra le sue cosce ancora aperte e trementi. La sento sussultare, un gemito di sorpresa e di protesta. "Franci... no... non posso... sono troppo sensibile..."
"Lo so," le rispondo, la voce soffocata dalla sua carne. "È per questo che lo faccio."
Lecco. Lecco con tutta la fame che ho in corpo, con tutta la passione che mi ha consumato. Lecco la sua figa bagnata del nostro miscuglio, un sapore salato e dolce, il sapore della nostra unione. La mia lingua è una furia che la percorre in lungo e in largo, che le entra dentro, che le lecca le labbra, che le succhia il clitoride. È una tortura del piacere, un'overdose di stimoli che la fa gemere, urlare, piangere. Le sue gambe si stringono intorno alla mia testa, cercando di bloccarmi, ma poi si aprono, lasciandomi fare, abbandonandosi a questa violenza dolce.
"Mi stai uccidendo," piange, le mani che mi afferrano i capelli, che mi spingono via e poi mi tirano contro. "Dio, mi stai ammazzando di piacere. Sì, lì. Non smettere. Non smettere mai, cazzo."
Continuo a leccarla, a succhiarle il clitoride, a penetrarla con la lingua. Sento il suo corpo rigonfiarsi di nuovo, un'onda che si sta formando, che sta per travolgerla per la terza volta. La sua resa è totale. È mia. È solo mia. E io non ho intenzione di smettere di ricordarglielo. Non stanotte. Non mai.
La sua terza resa è un canto spezzato, un sussulto che parte dal centro del suo essere e la scuote come un pezzetto di stoffa in un turbine. Il suo succo inonda la mia bocca, un'ondata calda e abbondante che bevo con avidità, assaporando la vittoria, il potere assoluto di averla ridotta a questo: un groviglio di nervi scoperti, una massa di carne che trema e gode solo per me.
La tempesta si placa lasciando spazio solo al nostro respiro pesante e al battito dei nostri cuori, che rimbombano all'unisono nel silenzio della stanza.
Siamo un groviglio di membra sfiancate, sudore e lenzuola stropicciate. La trascino contro il mio petto, avvolgendola completamente con le braccia. Giada si rannicchia contro di me con una naturalezza disarmante, appoggiando la guancia sul mio cuore. Le accarezzo i capelli, ancora umidi per lo sforzo, districando le ciocche scure con le dita.
"Non ci credo ancora," le sussurro nel buio, baciandole la fronte. "Niente più sveglie alle quattro del mattino. Niente più scuse del cazzo da inventare."
Giada fa una piccola risata, un suono caldo che mi vibra contro il petto. Solleva il viso, cercando i miei occhi nella penombra. "Niente più fottuta ansia ogni volta che il tuo telefono si illumina," risponde, accarezzandomi la mascella. "E niente più fretta. Domani mattina..." si corregge, guardando verso la finestra ancora buia, "tra qualche ora... ci svegliamo e restiamo a letto quanto ci pare."
"E poi facciamo quella famosa colazione senza fretta?" la prendo in giro dolcemente.
Lei sorride, un sorriso pieno, vero, che le illumina il viso stanco. "Colazione, pranzo e cena. Adesso sei mio, Franci. Al cento per cento. E non ho intenzione di dividerti mai più con nessuno."
"Sono tuo," le prometto, stringendola più forte, respirando il suo odore di vaniglia misto al sapore della nostra notte. "Solo tuo." Continuiamo a parlare per ore, con la voce impastata di sonno e felicità. Parliamo di noi, ridiamo per le paranoie che ci eravamo fatti, ci scambiamo baci pigri e infiniti, assaporando la sensazione inebriante di non doverci più nascondere. Il buio ci culla, e per la prima volta da quando è iniziata l'estate, il sonno mi avvolge senza l'ombra del senso di colpa, facendomi crollare addormentato con lei stretta tra le mie braccia.
Il sole filtra coraggioso attraverso le persiane, disegnando strisce dorate sul pavimento di legno della stanza. Non è il rumore a svegliarmi, ma una sensazione. Una linea bollente che viene tracciata lentamente dal mio petto, giù lungo l'addome, fino a sfiorare l'elastico inesistente dei miei boxer.
Apro gli occhi, sbattendo le palpebre contro la luce del mattino. Giada è già sveglia. È stesa al mio fianco, bellissima, la pelle chiara che brilla sotto i raggi del sole. I capelli le ricadono morbidamente su una spalla. Ha un'espressione indecifrabile sul viso: un mix perfetto tra la dolcezza della donna innamorata e la malizia della predatrice che non ha ancora finito di giocare con la sua preda.
Mi chino a baciarla, ma lei mi ferma, posandomi l'indice sulle labbra. "Buongiorno, amore mio," sussurra, la voce un velluto denso e sensuale che mi manda subito il sangue al cervello. Si muove sotto le coperte, strusciando la sua gamba nuda contro la mia. "Ieri notte mi hai dimostrato che sei disposto a distruggere il mondo per me. E mi hai scopata come se non ci fosse un domani."
Un brivido mi percorre la spina dorsale. Il mio cazzo, già reattivo per il risveglio, si indurisce all'istante alla sua voce. "E me ne vanto," mormoro, le mani che scivolano istintivamente sui suoi fianchi perfetti.
Giada sorride, un sorriso sornione e carico di promesse. "Ma ti ricordi quell'accordo che avevamo fatto alla villa? Quella sera in cui ti ho detto che ti avrei dato tutto di me, ogni singolo buco, se te lo fossi meritato?" Mi guarda negli occhi, mordendosi il labbro inferiore. "Beh... direi che te lo sei ampiamente meritato. Tutto di me è tuo. E io ho voglia di sentirti dentro nel modo più profondo possibile."
Non c'è arroganza nella sua voce, ma una resa totale e una fiducia incondizionata che mi fa mancare il fiato. Con un movimento fluido e felino, Giada si volta dandomi le spalle, mettendosi carponi sul materasso. La luce del mattino illumina la curva perfetta della sua schiena, scendendo fino ai suoi glutei rotondi e invitanti. Si volta appena a guardarmi da sopra la spalla, gli occhi neri che brillano di sfida e desiderio. "Prendimi," sussurra.
Il cuore mi fa una capriola nel petto. Mi allungo verso il comodino, afferrando il flacone di olio da massaggio che aveva preso a fine maggio quando eravamo in vacanza lì. Ne verso una dose generosa sul palmo della mano, sfregando le dita per scaldarlo. Mi metto in ginocchio dietro di lei. Le bacio la spina dorsale, partendo dalla nuca e scendendo lentamente, fino alla base della schiena. La sento rabbrividire sotto le mie labbra.
Le mie mani unte di olio scivolano sulle sue chiappe, massaggiandole, per poi scendere a preparare il suo centro più nascosto. I miei movimenti sono lenti, disarmanti, chirurgici. Non c'è la fretta rabbiosa della notte. C'è un'esplorazione attenta e venerante. Giada geme, la testa affondata nel cuscino, i pugni che stringono le lenzuola candide mentre le mie dita la abituano alla mia grandezza, rilassando i suoi muscoli con infinita pazienza. "Sei bellissima," le sussurro contro l'orecchio, accarezzandole i fianchi. "Rilassati, amore. Lasciati andare."
Quando la sento cedere, aperta e pronta per me, mi posiziono. Afferro saldamente i suoi fianchi morbidi e mi spingo contro la sua resistenza con una pressione costante, lenta, inesorabile. Un gemito acuto, spezzato, le sfugge dalle labbra. "Ah... Franci... mio Dio..." Entro in lei millimetro dopo millimetro. La sensazione è indescrivibile: un calore strettissimo, una morsa bollente che mi avvolge e mi inghiotte, facendomi stringere i denti per non impazzire dal piacere.
Mi fermo un istante quando sono completamente dentro di lei, lasciandole il tempo di abituarsi alla mia invasione totale. Mi chino in avanti, premendo il mio petto contro la sua schiena nuda, baciandole il collo, intrecciando le mie dita con le sue sul materasso. "Ci sei?" le chiedo, il respiro roco contro la sua pelle. "Sì," ansima lei, muovendo timidamente il bacino all'indietro per accogliermi ancora di più. "Cazzo, sì. Muoviti."
Inizio a ritirarmi e a spingere di nuovo, stabilendo un ritmo lento, viscerale, profondo. Ogni affondo è un rintocco sordo nella stanza luminosa. La sua figa, stretta e accogliente, mi munge a ogni spinta, regalandomi ondate di piacere che mi annebbiano la vista. Giada è magnifica. I suoi lamenti si fanno sempre più forti, non più trattenuti. La luce del sole fa brillare il sottile strato di sudore che ricopre i nostri corpi incastrati l'uno nell'altro. Le lascio le mani e mi aggrappo di nuovo ai suoi fianchi, aumentando il ritmo, spingendo sempre più forte. I nostri corpi si scontrano con un suono osceno e perfetto.
"Sei il mio fottuto amore scemo," geme lei, la testa buttata all'indietro, la voce incrinata dall'estasi, usando quella parola non più come un gioco di ruolo malato, ma come la confessione della sua totale appartenenza. "E tu sei la mia vita," le ringhio in risposta, la voce che mi trema.
La stringo a me, pompando dentro il suo corpo con una foga inarrestabile. Sento i suoi muscoli interni contrarsi in spasmi violenti attorno al mio cazzo. L'orgasmo la travolge, un'onda sismica che la fa gridare il mio nome nel silenzio della montagna. La sensazione della sua morsa in spasmo mi fa saltare ogni freno. Con un ultimo, disperato affondo, vengo dentro di lei, un'esplosione caldissima e intensa che mi svuota di ogni energia, lasciandomi ansimante e tremante contro la sua schiena.
Collasso dolcemente sopra di lei, seppellendo il viso tra i suoi capelli disordinati, respirando a pieni polmoni.
Qualche ora dopo, sono sdraiato supino, con gli occhi fissi sul soffitto di legno della camera. Giada è rannicchiata contro il mio fianco, nuda sotto le coperte, e dorme di nuovo, il viso finalmente sereno, disteso, privo di ombre.
Le accarezzo la spalla nuda con il pollice, in un movimento ritmico e distratto. Nella quiete di questa stanza, la mia mente vola giù a valle, verso la città che ci aspetta.
Non mi faccio illusioni. So benissimo che la guerra è appena iniziata. Quando la verità verrà fuori del tutto—e verrà fuori, perché non abbiamo più intenzione di nasconderci—scoppierà l'inferno. Erika è a pezzi, ed è una ferita che porterò sulla coscienza per sempre. Giulia sarà una mina vagante, carica di rabbia, risentimento e segreti minacciosi. I nostri pranzi di Natale in famiglia non esisteranno più. Gli zii ci guarderanno con disgusto. Saremo giudicati, sussurrati, etichettati come i mostri egoisti che hanno distrutto un equilibrio per la loro lussuria.
Sarà un fottuto casino. Una relazione nata e cresciuta sulle macerie.
Ma poi guardo lei. Guardo il modo in cui il suo petto si alza e si abbassa al ritmo del mio. Penso a tutto quello che abbiamo passato, al gioco al massacro da cui siamo sopravvissuti, al modo in cui mi ha guardato ieri sera mentre le infilavo quell'anello di metallo nero.
Stringo la presa intorno al suo corpo caldo, sentendola in inconfutabilmente mia. Affronteremo l'odio di Erika, la vendetta di Giulia, il disprezzo della nostra famiglia e il peso dei nostri stessi rimorsi. Affronteremo il mondo intero se sarà necessario. Perché quello che abbiamo trovato nell'oscurità è più forte di qualsiasi giudizio alla luce del sole.
È una storia complicata, sporca, nata nel modo più sbagliato possibile. Ma è la nostra. E so, con una certezza che mi brucia nell'anima, che questa bufera non ci distruggerà. Durerà. Perché alla fine, per quanto possa essere torbido l'inizio, non c'è niente di più forte e assoluto di due mostri che hanno deciso di innamorarsi per davvero.
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