Metà agosto. (Flashback)
Siamo nella mia auto, parcheggiata nel nostro solito piazzale industriale alla periferia della città. È notte fonda. L'aria condizionata è spenta e i finestrini sono abbassati a metà, lasciando entrare l'aria densa e afosa dell'estate milanese.
Abbiamo appena fatto l'amore. L'abitacolo è saturo del nostro odore, un misto di sudore dolce, sesso e del suo inconfondibile profumo di vaniglia. Il sedile del passeggero è completamente reclinato. Io sono steso, e Giada è sdraiata sopra di me.
È nuda. La sua pelle chiara brilla di sudore nella penombra. Il suo petto si alza e si abbassa contro il mio, i suoi seni morbidi e ancora caldi per le mie carezze sono schiacciati contro i miei addominali. Ha le gambe intrecciate alle mie e il viso nascosto nell'incavo del mio collo. Con una mano le accarezzo distrattamente la schiena nuda, tracciando la linea della colonna vertebrale giù, fino all'inizio dei glutei, mentre lei mi lascia piccoli baci umidi e pigri sulla clavicola.
È un momento di una pace disarmante, lontanissimo dalla foga animale con cui ci eravamo divorati poco prima, quando l'avevo spinta contro il cruscotto facendola gemere il mio nome a perdifiato.
Giada si solleva leggermente sui gomiti, i capelli scuri che le ricadono in disordine sul viso. Prende la mia mano sinistra, intrecciando le sue dita sottili alle mie. Inizia a giocare con le mie nocche, assorta.
"A cosa pensi?" le sussurro, sfiorandole un capezzolo turgido con l'altra mano, facendola rabbrividire sotto il mio tocco.
"A una stupidaggine," mormora, senza smettere di guardare le nostre mani intrecciate. Un sorriso malinconico, quasi infantile, le piega le labbra. "Sai... io amo gli anelli. Ne vado pazza. Ma se ci fai caso, non ne porto mai nessuno."
"Perché?" le chiedo, la voce roca e bassa, rapito da questa sua ennesima, inaspettata vulnerabilità.
Giada fa spallucce, la pelle liscia delle sue spalle che sfiora la mia. "Perché ho sempre pensato che gli anelli non si comprino da soli. Che abbiano valore solo se te li regala qualcuno che ti guarda e pensa: questo starebbe benissimo sulla sua mano. Ma," fa una piccola risata amara, "i ragazzi con cui sono stata erano troppo impegnati a spogliarmi per pensare di regalarmi qualcosa che non avesse a che fare con il sesso o con il farmi sentire inadeguata. Nessuno me ne ha mai regalato uno."
Le sue parole mi colpiscono dritto allo stomaco. La "regina di ghiaccio" che si commuove per l'idea di un anellino è un contrasto che mi scioglie letteralmente le vene.
Mi sollevo un po' di più, spostandola delicatamente di lato. "Dove vai?" mi chiede lei, sorpresa, coprendosi istintivamente il petto con un braccio. "Aspetta," le dico.
Mi allungo verso il vano portaoggetti centrale. Frugo un po' alla cieca tra scontrini e monete. Trovo un cartoncino rigido, forse il pezzo di una vecchia confezione di gomme da masticare o il biglietto di un parcheggio. Lo strappo con cura, ripiegandolo su se stesso più volte fino a formare una piccola striscia spessa, per poi piegarla a cerchio, incastrando i bordi.
Torno da lei. Giada mi guarda con gli occhi neri sgranati e curiosi, illuminati dal riflesso fioco di un lampione lontano. Prendo la sua mano sinistra. Le bacio il dorso, poi il palmo, guardandola dritta negli occhi. "Dammi l'anulare," sussurro.
Lei deglutisce, il respiro che si fa improvvisamente corto. Mi porge il dito esitando. Con una lentezza quasi sacrale, faccio scivolare quel misero, ridicolo anellino di cartone stropicciato lungo il suo dito, fino alla base.
"È cartone," le dico, la voce carica di un'emozione densissima. Le accarezzo il viso, spostandole i capelli dietro l'orecchio. "Fa schifo ed è probabile che si rompa appena ti rivesti. Ma è tuo. E magari... magari un giorno te ne regalerò uno vero. Uno carino. Te lo prometto."
Giada guarda l'anellino di cartone. E per la prima volta, la vedo cedere completamente. Non c'è malizia, non c'è sesso, non c'è controllo. I suoi occhi si riempiono di lacrime vere. Si getta letteralmente contro il mio petto, abbracciandomi con una forza disperata, nascondendo il viso contro il mio collo mentre un singhiozzo silenzioso le scuote le spalle nude. "È bellissimo, Franci," sussurra contro la mia pelle, stringendomi come se fossi la sua unica ancora di salvezza. "È l'anello più bello del mondo."
E in quella macchina, nudi e sudati, ci siamo abbracciati non come due amanti clandestini, ma come due persone che si erano appena trovate nel buio.
Presente.
Due giorni dopo quella notte insonne, il coraggio che mi ero imposto di trovare si materializza in un groppo allo stomaco che non mi fa respirare.
È giovedì sera. Ho chiesto a Erika di vederci. L'ho portata nel "nostro" posto: il parcheggio sterrato dietro il vecchio parco cittadino. È qui che ci siamo baciati la prima volta. È qui che, per mesi, abbiamo appannato i vetri della mia macchina con i nostri respiri, perdendoci l'uno nell'altra. L'aria di settembre è fresca e pungente, ma dentro l'abitacolo l'atmosfera è pesante, asfissiante.
Spengo il motore. Il silenzio scende tra noi, rotto solo dal rumore lontano del traffico. Erika mi guarda. Ha un'espressione dolce, fiduciosa, indossa il mio maglione preferito. È ignara di essere seduta sul patibolo della nostra storia.
Mi passo le mani sul viso, strofinando gli occhi. Devo farlo. Ora.
"Eri..." inizio, e la voce mi esce come carta vetrata. "Dobbiamo parlare."
Il suo sorriso si spegne istantaneamente. Le sue mani, che fino a un secondo fa accarezzavano la manica del maglione, si stringono in grembo. Conosce quel tono. Tutte le donne lo conoscono. "Franci... che succede? Sei strano da martedì."
"Succede che non ce la faccio più," le dico, guardando dritto davanti a me, oltre il parabrezza, verso il buio. Non riesco a sostenere il suo sguardo. "Non funziona più, Erika. Noi... io non funziono più con te."
La sento smettere di respirare per un secondo. "Cosa stai dicendo? Abbiamo passato un'estate bellissima. Io stavo bene, tu stavi bene... cosa ho sbagliato?"
"Non hai sbagliato niente, Cristo," sbuffo, voltandomi finalmente verso di lei. Gli occhi le si stanno già riempiendo di lacrime. È una tortura guardarla. "Sei perfetta. Sei la ragazza migliore che potessi mai avere. Ma sono io a essere rotto. Mi guardo dentro e sento che la luce si è spenta. Faccio finta che vada tutto bene, cerco di darti tutto l'amore che meriti, ma la verità è che... non sono più al cento per cento in questa storia. E tu meriti qualcuno che ti ami senza riserve."
Erika scuote la testa, una lacrima le riga la guancia. Si sporge verso di me, afferrandomi le mani. Sono fredde. "Franci, ma i periodi no capitano a tutti! Si superano. Ricordi quando abbiamo iniziato a venire in questo parcheggio?" La sua voce trema, carica di una nostalgia disperata. "Ricordi la prima volta che abbiamo fatto l'amore su questi sedili? Mi hai spogliata con una dolcezza che mi ha fatto piangere. Mi baciavi il collo, mi stringevi i fianchi come se fossi la cosa più preziosa del mondo, e io mi sono sentita invincibile. I vetri erano così appannati che abbiamo dovuto aprire gli sportelli per respirare. Eravamo un fuoco, Franci. Quel fuoco c'è ancora, io lo sento quando mi tocchi!"
Soffoco un groppo in gola. Il ricordo di quella passione dolce e pura mi trafigge, perché so che il Franci di quel ricordo è morto, ucciso dalle bugie e dall'ossessione per l'ombra. "Era bellissimo, Eri. Non dimenticherò mai quello che siamo stati. Ma quel Franci non c'è più. Si è perso. E tenerti legata a me adesso sarebbe solo un atto di puro egoismo."
Parliamo per quasi un'ora. Piange, mi stringe, mi supplica di riprovarci, poi si arrabbia, mi dà del codardo. Io incasso tutto, mantenendo la mia bugia chirurgica: le dico che sono depresso, che devo ritrovare me stesso, che non sono pronto per una relazione seria. Sto attento a non menzionare mai, per nessun motivo, l'esistenza di un'altra persona. Voglio salvarle almeno l'orgoglio.
Alla fine, l'esaurimento prende il sopravvento. Erika si asciuga il viso con le maniche del maglione. Il suo respiro si calma. Appoggia la nuca al sedile e fissa il cruscotto nel buio. Sembra aver accettato la sconfitta.
Poi, in quel silenzio di tomba, accade l'irreparabile.
Erika curva le labbra in un sorriso. Non è il suo sorriso dolce. È un sorriso spezzato, amaro, intriso di una rassegnazione agghiacciante. Gira lentamente il viso verso di me. I suoi occhi castani, ancora gonfi e bagnati, mi scrutano con una lucidità che mi fa gelare il sangue.
"Dimmi la verità, Franci," mormora, la voce improvvisamente ferma. "C'è un'altra, vero?"
Il mio cuore perde un battito. L'istinto di sopravvivenza mi urla di negare fino alla morte. Mi urla di dirle che è pazza, che sta inventando scuse per giustificare la fine. Ma mentre la guardo, il ricordo dell'anellino di cartone, della lacrima di Giada e della mia stessa epifania mi blocca la lingua. Non posso più mentire. Non a lei, non a me stesso.
