Il mese che ci separa da quel maledetto weekend nella casa in montagna è una lenta, inesorabile discesa nella follia.
Dal compleanno di Erika a inizio maggio, la vita scorre normalmente, anche troppo e diciamo che da quel compleanno era difficile fare finta di non volere una qualche scintilla.
Nel corso di queste settimane, io ed Erika facciamo l'amore spesso. Anzi, molto più del solito. Lei è al settimo cielo, convinta di aver sbloccato in me un lato passionale e carnale che prima tenevo a bada. Ma la verità è molto più oscura. Ogni volta che la spingo sul materasso, ogni volta che affondo in lei stringendole i fianchi nel buio della nostra camera, io sto disperatamente cercando di ricreare quel momento. Cerco di ritrovare quell'intensità malata, quella violenza intossicante che mi ha divorato al suo compleanno. Erika geme, mi stringe, è profondamente soddisfatta, ma per me non è mai abbastanza. Manca il brivido. Manca il rischio. Manca lei.
Non ci eravamo scambiati i numeri di telefono. Giada aveva ragione: sarebbe stato troppo banale, troppo da "amanti" ordinari. Ma questo non le ha impedito di insinuarsi nella mia quotidianità. Una sera, una settimana dopo quel pranzo, il mio telefono si è illuminato con una notifica di Instagram. Era un messaggio diretto da un account privato, senza foto profilo, seguito solo da me e da nessun altro. Sapevo chi era prima ancora di aprirlo.
Da quel giorno, i DM di Instagram sono diventati il nostro confessionale sporco. Giada non si accontenta di messaggi testuali. Vuole prove visive della mia sottomissione. Vuole sfregiare la purezza della mia relazione da remoto, e mi chiede di mandarle foto intime di me ed Erika mentre lo facciamo. E io, come il peggiore dei tossicodipendenti, obbedisco senza fare mezza domanda.
Le mando scatti rubati, carichi di tradimento e di una lussuria sempre più spudorata. Non mi limito più alle foto sfocate o ai dettagli innocenti. Sotto la spinta delle sue provocazioni, ho iniziato a osare di più, sfidando la sorte e la mia stessa morale. La cosa bella è che erika apprezza questi scatti, pensa siano solo per noi, non immagina la grande perversione che c’è attorno.
Una volta, l'ho spinta a pancia in giù sul materasso. Mentre spingevo dentro di lei con forza, facendole stringere le lenzuola tra le dita, ho afferrato il telefono dal comodino. Ho scattato una foto dall'alto, usando il flash nel buio: la visuale perfetta della schiena nuda di Erika, i suoi glutei arrossati per le mie manate, il sudore che ci incollava la pelle e il mio bacino premuto brutalmente contro il suo. Nella didascalia ho scritto: "La sto sfondando, ma la mia testa è tra le tue cosce".
Un'altra sera le ho mandato un breve video di tre secondi, muto. Erika era in ginocchio sul tappeto del salotto, completamente nuda, bendata con una mia cravatta scura. Ansimava, le tette che le ballavano mentre si muoveva in modo disordinato, cercando la mia bocca. Nel video si vedeva la sua totale, cieca sottomissione, mentre la mia mano libera le teneva ferma la nuca spingendola verso il basso.
Il limite l'ho superato una mattina. L'avevo appena fatta venire dopo un lungo preliminare orale. Le ho scattato una foto mentre era ancora stesa a gambe spalancate, il petto ansimante, le cosce tremanti e ancora lucide della mia saliva, gli occhi chiusi per l'estasi. A Giada ho inviato quello scatto crudo, l'essenza stessa della vulnerabilità di sua cugina, aggiungendo un solo messaggio: "Guarda come l'ho ridotta. Immagina cosa potrei fare a te."
Lo faccio perché sono completamente schiavo delle sue risposte. Giada sa esattamente come ricompensarmi, come tenermi al guinzaglio chilometri di distanza.
L'apice è arrivato ieri sera. Mi ha mandato un video effimero, di quelli che puoi visualizzare una sola volta. Era nella sua camera da letto. Indossava un costume due pezzi turchese, di un tessuto lucido e aderente che contrastava in modo divino con la sua pelle già abbronzata. Lo slip era sgambatissimo, praticamente un filo che le spariva tra i glutei perfetti, esaltando un culo da capogiro. Sopra, i laccetti le stringevano il seno pieno. Teneva il telefono con una mano, riprendendosi allo specchio. "Questo è per la piscina della casa in montagna, Franci..." ha sussurrato nel video. La sua voce era quella di un angelo caduto, teatrale, elegante, ma carica di una perversione che mi ha fatto scattare l'erezione in tre secondi netti. "Non vedo l'ora di farmelo togliere dal vivo... anzi, di farmelo strappare."
Poi, senza staccare gli occhi dall'obiettivo, ha tirato il laccetto dietro il collo. I triangoli di stoffa turchese sono scivolati via, liberando quelle tette sode, meravigliose e arroganti. Ma non si è fermata lì. Ha dischiuso le labbra gonfie e ha lasciato scivolare un denso, lentissimo rivolo di saliva che le è caduto dritto sulla pelle nuda del petto. Con due dita ha spalmato quell'umidità sul capezzolo scuro, accarezzandolo con una lentezza esasperante prima che il video si interrompesse di colpo. Mi ha fatto impazzire. Ho dovuto chiudermi in bagno e segarmi con una furia cieca.
Altre volte i suoi premi sono stati più subdoli. Un messaggio vocale di quindici secondi in cui si sentiva solo il suo respiro affannoso, il suono umido delle sue dita e un sussurro finale: "Sei venuto nella mia testa, cucciolo." Oppure una foto dei suoi piedi nudi, con lo smalto bianco appena rifatto, appoggiati sul cruscotto della macchina di suo padre, con la didascalia: "Pronta per schiacciarti per un intero weekend."
E ora, quel weekend è arrivato. Siamo a fine maggio. Il bagagliaio della mia macchina è carico. Erika è seduta sul sedile del passeggero, canticchiando una canzone alla radio, felice di passare due giorni in villa con la sua famiglia.
Dietro di noi, sdraiata sui sedili posteriori, c'è Giulia. Dorme profondamente, cullata dal movimento dell'auto, con le cuffiette nelle orecchie. Approfittando dell'assenza dei suoi genitori, che ci hanno lasciati partire da soli, ha deciso di vestirsi in modo ancora più sfrontato e provocante del solito. Indossa un paio di shorts in denim talmente corti e sfilacciati che, nella posizione rannicchiata in cui si trova, sembrano quasi un indumento intimo, e un top minuscolo e aderente che lascia completamente scoperta la pancia e fatica a contenere le sue forme.
Ogni volta che butto l'occhio allo specchietto retrovisore per controllare la strada, il mio sguardo scivola inevitabilmente sulle sue cosce nude e accavallate in modo scomposto sul sedile. È la sorellina di Erika, cazzo, la ragazzina a cui un mese fa spiegavo le equazioni. Ma dopo settimane di perversioni digitali, di foto sporche scattate di nascosto e di ricatti mentali con Giada, la mia mente è così fottutamente inquinata che vedo lussuria e tentazione ovunque. Anche in quell'innocenza sfacciata. Tutto mi sembra un'esca.
Mentre imbocco l'autostrada in direzione delle montagne, stringo il volante fino a farmi sbiancare le nocche. Tra Erika al mio fianco che mi crede il fidanzato perfetto, Giulia mezza nuda sui sedili posteriori che mi testa la pazienza senza nemmeno saperlo, e Giada che mi aspetta a destinazione come un ragno al centro della sua tela... non so se in quella baita sopravviverò, o se mi lascerò distruggere definitivamente. Ma so che non vedo l'ora di scoprirlo.
Il viaggio termina davanti a un cancello in ferro battuto che si apre su un enorme cortile lastricato. La villa in montagna della famiglia di Giada è imponente, isolata, circondata da boschi fitti e aria frizzante. Apparentemente, un rifugio tranquillo. Per me, la porta dell'inferno.
Ad accoglierci sui gradini dell'ingresso c'è la madre di Giada, la zia di Erika. È una donna bionda, curatissima, dall'aria affabile ma con una rigidità di fondo inconfondibile. D'altronde, divide la sua vita tra l'essere un avvocato di successo e una preside: l'autorità le trasuda dai pori, persino nel modo in cui sorride. Guardandola, capisco immediatamente da chi ha ereditato Giada quella sua fottuta, naturale attitudine al comando e al controllo.
"Ragazze mie, che bello vedervi!" esclama la zia, stringendo le nipoti in un abbraccio profumato. Poi fa un piccolo sospiro teatrale. "Purtroppo lo zio ha avuto un imprevisto lavorativo all'ultimo minuto, roba di contratti. Questo fine settimana saremo solo noi donne... e il nostro cavaliere, ovviamente," aggiunge, rivolgendomi un sorriso formale e vagamente di circostanza.
Il mio cervello processa quell'informazione alla velocità della luce. Niente zio. Un adulto in meno a supervisionare. Un ostacolo in meno per la perversione di sua figlia. Un brivido mi scende lungo la spina dorsale.
Mentre le donne si perdono nei convenevoli e nelle chiacchiere nel grande salone rustico, io vengo silenziosamente declassato a bestia da soma. Faccio su e giù per le scale di legno massiccio, carico di borsoni e valigie. Le disposizioni per la notte sono già state decise dalla padrona di casa: io ed Erika divideremo la spaziosa camera degli ospiti al piano di sopra, mentre Giulia è stata piazzata nella stanza di Giada. Lascio cadere l'ultima valigia sul nostro letto e mi passo una mano tra i capelli, cercando di regolarizzare il respiro. Sono nella sua tana. Mi chiedo ossessivamente cosa cazzo abbia in mente per questa settimana. Fino a dove vorrà spingersi, ora che mi ha in pugno sotto il suo stesso tetto?
