La mia Ragazza & sua Cugina
Capitolo 8 - Droga & Sesso, il giorno della ricompensa
La luce del mattino inonda la cucina, ma l'aria attorno al tavolo è così carica di elettricità che basterebbe una scintilla per far saltare in aria la casa. La zia è uscita presto per fare la spesa, lasciandoci soli.
Erika è appoggiata al bancone, una tazza di caffè in mano e un sorriso raddolcito. Mi si avvicina, passandomi una mano tra i capelli. "Dormito bene, amore?" mi sussurra, lasciandomi un bacio sul collo. "Io benissimo... anche se ieri sera mi hai letteralmente tolto tutte le energie. Poi sei crollato accanto a me e hai dormito come un sasso tutta la notte."
Faccio un sorriso di circostanza, bevendo un sorso di caffè bollente per nascondere l'espressione. "Già. Ero distrutto."
Un tintinnio metallico interrompe il momento. Giulia abbassa la sua tazza di latte sul tavolo. Ha abbandonato la tuta informe di ieri. Indossa un paio di shorts cortissimi e una canottiera aderente. I capelli sono sciolti. Ma è il suo sguardo a essere letale. Quando Erika mi bacia il collo, gli occhi di Giulia si stringono in due fessure. C'è un lampo di gelosia cruda, quasi feroce, dietro le lenti sottili.
Di scatto, sento il suo piede nudo scivolare sotto il tavolo. L'alluce di Giulia non si limita a sfiorarmi: preme con possessività contro l'interno della mia coscia, come a marcare il territorio. La guardo. Lei non batte ciglio, il mento sollevato in una muta sfida di arroganza. Ha provato il frutto proibito e ora, nella sua testa di ragazzina esaltata, io sono roba sua.
Erika, completamente ignara di quel braccio di ferro silenzioso, si siede. "A proposito, Giuly, come va con le equazioni? Qualche pomeriggio fa Franci ci ha perso due ore buone per spiegartele."
Il piede di Giulia scivola più in alto. Dischiude le labbra in un sorrisetto, la macchinetta che cattura la luce del sole. "Oh, sì. Ma la vera illuminazione l'ho avuta... ripassando stanotte, mentre voi dormivate," risponde Giulia, fissandomi con una fame sfacciata. "Franci è un insegnante... eccellente. Ha dei metodi così profondi. Diciamo che mi ha fatto entrare la materia in testa perfettamente."
Fa una pausa, assottigliando lo sguardo. "Anzi, Franci... credo che da ora in poi avrò bisogno di te per studiare in modo... esclusivo. Le lezioni private mi piacciono molto di più. Solo noi due."
La sua è una dichiarazione di possesso mascherata. Sta rivendicando il suo territorio davanti alla sorella.
"Sono felice di esserti stato utile, Giuly," le rispondo, calcando sul suo nomignolo con un tono freddo, incastrando la sua caviglia tra le mie gambe per ricordarle che non è lei a dettare le regole. Lei sussulta appena, ma il suo sorriso si allarga.
In quel momento, la porta si apre ed entra Giada.
Indossa una vestaglia di seta scura, radiosa e perfetta. Il suo sguardo spazza la stanza. Sa tutto. Sa di me, sa di Giulia, ha visto ogni singola mossa. E quando incrocia il mio sguardo, mi lancia un mezzo sorriso diabolico.
"Buongiorno famiglia," mormora Giada, versandosi il caffè. "Che aria tesa stamattina. Erika, tu sei l'unica che sembra rilassata. sorride, inclinando la testa verso Giulia. "E tu, cuginetta? Sei radiosa. Ti trovo... cambiata, stamattina. Hai un bagliore diverso. Sembra quasi che tu sia diventata grande tutta in una notte.”
Giulia non si lascia intimidire. Anzi. Si appoggia allo schienale, gonfiando leggermente il petto sotto la canottiera stretta. "Forse ho solo smesso di fare la bambina, Giada. Ho capito che mi piacciono nuovi passatempi."
Giada scoppia in una risatina bassa, di gola, sorseggiando il caffè. L'ironia della situazione è devastante: Giulia fa la spavalda, ignorando totalmente che la persona che sta sfidando l'ha guardata inginocchiata a soffocare nel buio poche ore prima.
"Nuovi passatempi, mh?" mormora Giada, posando la tazza. "Attenta, cuginetta. Certi passatempi notturni richiedono molta, molta resistenza. E tu sei ancora piccola... rischi di strozzarti se fai passi più lunghi della gamba."
Giulia stringe i denti, infastidita dalla provocazione, e il suo piede preme ancora più forte contro la mia gamba. "Tranquilla, Giada. Ho un'ottima... flessibilità. E chi mi sta insegnando sa esattamente come farmi arrivare fino in fondo. Vero, Franci?"
Il silenzio in cucina diventa denso come pece. Erika mi guarda, aspettando una risposta innocente. Giulia mi guarda con possessività feroce. Giada mi guarda, sfidandomi a reggere il suo gioco sadico e compiacendosi dell'assoluta cecità della cugina minore.
"È vero," dico, la voce piatta e implacabile, sostenendo lo sguardo di Giada per una frazione di secondo prima di fulminare Giulia. "Ha un sacco di entusiasmo. Ma deve ancora imparare a stare al suo posto. La teoria è una cosa, ma prima di fare la donna grande, dovrà prendere molte altre lezioni."
Il mio avvertimento scivola addosso a Giulia come acqua. Lungi dall'essere intimidita, il suo sorriso si fa ancora più affilato. Sotto il tavolo, il suo piede nudo risale con un’audacia che sfiora l’incoscienza, arrivando a premere esattamente al centro delle mie cosce. Faccio un respiro lento, invisibile, aggrappandomi al bordo del tavolo di legno finché le nocche non mi diventano bianche.
"Oh, credo di aver ampiamente superato la fase della teoria, Franci," ribatte Giulia, la voce che vibra di una sicurezza nuova, arrogante. Alza il mento, fissandomi con una possessività feroce. "So benissimo cosa voglio adesso. E so anche come prendermelo. Ormai sono grande, non c'è più bisogno che tu mi tenga per mano."
Giada, dall'altra parte del tavolo, nasconde una risata letale dietro il bordo della tazzina di ceramica. Giulia pensa di aver appena fatto la battuta del secolo, di essere la nuova regina della casa, ignorando totalmente che la donna di fronte a lei ha letteralmente diretto ogni suo singolo gemito la notte scorsa.
"Essere grandi non significa solo fare i capricci per avere il proprio giocattolo, Giulia," mormora Giada, posando la tazza con un clic secco. I suoi occhi neri si piantano nei miei, carichi di una malizia oscura. "Significa saper gestire le conseguenze. Significa sapere che, a volte, ci sono... spettatori che giudicano le tue performance. E tu, tesoro mio, hai ancora un sacco di strada da fare."
Giulia sbuffa, roteando gli occhi, liquidando la cugina come la solita snob moralista. Non ha colto una virgola del vero significato. Io, invece, sento un brivido freddo colarmi lungo la spina dorsale.
"Almeno io scendo in campo e mi sporco le mani," ribatte Giulia, sfidando Giada con uno sguardo sfacciato. "A differenza di chi sta sempre a guardare dal suo stupido piedistallo, credendo di essere migliore degli altri solo perché non si spettina mai."
Giada non fa una piega. Beve un piccolo sorso di caffè, i suoi occhi neri che brillano di una crudeltà purissima sopra il bordo di ceramica. "Oh, ma io adoro guardare, tesoro," sussurra con una calma letale. "Gli spettatori notano dettagli che a chi si 'sporca le mani' sfuggono. Notano i tremori, la goffaggine... notano chi sa dominare la scena e chi, invece, sta solo elemosinando attenzioni."
Il colpo va a segno. Giulia non sa che Giada sta parlando letteralmente della notte scorsa, ma la parola "elemosinare" le fa stringere le mascelle. Sotto il tavolo, il suo piede preme contro la mia coscia con una forza quasi dolorosa, un riflesso involontario della sua rabbia.
"Smettetela, voi due," interviene improvvisamente Erika, spezzando l'atmosfera con la sua voce allegra e totalmente stonata rispetto al clima della stanza.
Si sporge verso di me, circondandomi le spalle con un braccio e appoggiando la guancia contro la mia tempia. "È una giornata troppo bella per litigare. E poi Franci ha bisogno di relax oggi, vero amore?" Erika mi stampa un bacio rumoroso e umido proprio sull'angolo della bocca, per poi stringersi contro il mio fianco, possessiva, intrecciando le sue dita alle mie sopra il tavolo. "Oggi sei tutto mio. Niente libri, niente lezioni. Solo noi."
Il contatto fisico di Erika è la goccia che fa traboccare il vaso.
Vedo gli occhi di Giulia scurirsi all'istante. La ragazzina esaltata, che fino a un secondo prima si sentiva la padrona del mondo, viene improvvisamente declassata alla realtà dei fatti: io sono il fidanzato di sua sorella, e lei lo sta rivendicando davanti a tutti. Il piede di Giulia si ritrae di scatto da sotto il tavolo. La sua mascella si contrae così forte che la macchinetta le segna l'interno delle labbra.
"Cristo, Erika, puoi smetterla di stargli addosso come una cozza?" sbotta Giulia, la voce acida, intrisa di una gelosia così feroce che per un secondo temo voglia saltarle al collo.
Erika si blocca. Si stacca lentamente da me, fissando la sorella con gli occhi spalancati. "Scusa? Ma che ti prende?"
"Mi prende che siete patetici!" sibila Giulia, incrociando le braccia. "Siete sempre appiccicati, è disgustoso. Entri in cucina e fai la padrona, come se tutto girasse intorno a te e alla tua cazzo di relazione perfetta!"
Il panico mi sale in gola. Giulia sta perdendo il controllo. Se continua così, butterà tutto all'aria in preda a un raptus di gelosia. La fisso dritto negli occhi. Le do un calcio netto da sotto il tavolo, uno strattone silenzioso e brutale. Fermati."Giulia, dacci un taglio. Adesso," le ordino, abbassando il tono di voce in un ringhio avvertitorio che solo lei può comprendere davvero.
Giulia incassa il mio colpo, i suoi occhi guizzano sui miei, lucidi di frustrazione. Ha capito l'antifona. Sa di essersi spinta troppo oltre, ma la rabbia cieca che ha dentro deve sfogarsi in qualche modo. Così, afferra la prima scusa idiota che le passa per la testa, dirottando la litigata.
"E non dirmi di darci un taglio!" urla Giulia, sbattendo i palmi sul tavolo di legno. Fissa Erika con rabbia. "E tu sei un'egoista insopportabile! Stamattina sei entrata nel mio bagno, hai usato il mio bagnoschiuma nuovo e l'hai lasciato vuoto nella doccia! Pensi che le mie cose siano automaticamente tue? Pensi di poter prendere sempre quello che ti pare solo perché sei la sorella maggiore?"
È una scusa pietosa. Una cavolata colossale. Ma l'aggressività con cui la vomita addosso a Erika è reale, alimentata dal fuoco di quello che le ho fatto io la notte prima.
Erika, che era rimasta sulla difensiva, esplode a sua volta. "Ma sei impazzita?! Stai facendo questa scenata isterica per un fottuto bagnoschiuma? Sei una ragazzina viziata, ecco cosa sei!"
"Non chiamarmi ragazzina!" urla Giulia, la voce che si spezza, scattando in piedi e facendo stridere violentemente le gambe della sedia sul pavimento. "Non hai idea di niente, Erika! Tu non vedi un cazzo di niente!"
"Vedo una bambina capricciosa che ha un disperato bisogno di crescere!" le urla di rimando Erika, alzandosi anche lei. La dolcezza di stamattina è svanita, sostituita dalla rabbia viscerale tra sorelle. "Vedi di darti una calmata, perché hai rotto le palle a tutti in questa casa!"
Giada, silenziosa e perfetta nella sua vestaglia di seta, osserva la scena sorseggiando il suo caffè. Le labbra incurvate in un sorriso di puro godimento. Ha acceso il fiammifero e ora si gode l'incendio, ammirando il modo in cui le due sorelle si stanno sbranando a causa mia.
Giulia fissa Erika per tre lunghissimi secondi, il respiro affannato, i pugni stretti lungo i fianchi. C'è un istante di terrore puro in cui penso che lo urlerà. Che le dirà: Io me lo sono scopato mentre tu dormivi. Ma poi si gira di scatto, tirando un calcio alla sedia Il tonfo sordo della sedia riecheggia in cucina. Giulia aveva fatto per correre di sopra, ma si blocca a metà scala con un ringhio strozzato. Torna indietro come una furia, afferra il cellulare che aveva lasciato sul tavolo con un gesto stizzito e va a buttarsi sul divano in soggiorno, le braccia incrociate al petto e il viso scuro come la pece. Rifiuta di cedere il campo.
Erika, ancora in piedi in cucina, si passa le mani tra i capelli, esasperata. "Ma ti rendi conto?" sbotta, guardandomi con gli occhi lucidi di frustrazione. "È insopportabile. Io cerco di essere gentile, di farla sentire inclusa, e lei fa queste scenate isteriche per un bagnoschiuma! È una mocciosa viziata."
"L'adolescenza è una brutta bestia, tesoro," commenta Giada dalla sua sedia, rigirando il cucchiaino nella tazza con una calma che rasenta la psicopatia. "Ha gli ormoni a mille. O magari... ha solo bisogno di attenzioni che non sta ricevendo."
Giada mi lancia un'occhiata tagliente, carica di doppi sensi.
Sto per rispondere, ma il rumore metallico di una chiave che gira nella toppa della porta d'ingresso ci congela tutti. "Ragazze! Franci! Sono tornata, la fila alla cassa era infinita!" La voce allegra della zia risuona dall'ingresso, seguita dal fruscio delle borse della spesa.
Erika chiude gli occhi, massaggiandosi le tempie. "Non ho la forza di fare finta di niente davanti a mia madre adesso. Sarei capace di urlare ancora."
"Vieni con me," le sussurro, mettendole un braccio attorno alle spalle. Faccio la parte del fidanzato perfetto, il rifugio sicuro. "Andiamo in camera tua. Lasciala sbollire, non pensarci più."
Lancio una singola, fulminea occhiata al soggiorno. Giulia mi fissa dal divano, gli occhi carichi di un risentimento bruciante, mentre Giada le si avvicina con un sorriso da predatore, pronta a banchettare con le insicurezze della cuginetta rimasta sola con lei.
Guido Erika su per le scale, lontano dal campo minato, e ci chiudiamo la porta della sua stanza alle spalle.
L'atmosfera cambia all'istante. Il silenzio della camera da letto è un balsamo. Erika si lascia cadere sul bordo del materasso, sospirando profondamente. La rabbia lascia il posto alla stanchezza emotiva. Mi siedo accanto a lei, prendendole le mani. "Scusa per la scenata, amore," mi sussurra, appoggiando la testa sulla mia spalla. "Non volevo rovinare la mattinata. È solo che a volte... a volte mi fa sentire una cattiva sorella, ma io ci provo, giuro che ci provo."
"Ehi, guardami," le dico, la voce morbida, accarezzandole una guancia. L'ironia malata di questa situazione mi stringe lo stomaco in una morsa. Sto consolando la ragazza a cui ho appena distrutto la vita alle spalle. "Tu sei perfetta. È lei che è una ragazzina confusa. Vuole fare la grande, ma non ha gli strumenti per farlo. Tu non hai sbagliato niente."
Erika mi guarda, un sorriso dolce e grato che le illumina il viso. "Cosa farei senza di te? Sei l'unico che riesce sempre a calmarmi."
"Allora lascia che ti aiuti a rilassarti davvero. Spegni il cervello," le sussurro.
La spingo dolcemente all'indietro, facendola sdraiare sulle lenzuola. Le bacio la fronte, poi le palpebre, poi scendo lungo il collo. Sento i suoi muscoli tesi iniziare ad allentarsi sotto il mio tocco. Le sfilo i pantaloni della tuta con lentezza, un gesto di una devozione quasi disperata.
Mi posiziono tra le sue gambe. L'adrenalina della mattinata, il senso di colpa, la tensione con Giada e Giulia... tutto confluisce in un'urgenza carnale, intensa. Non c'è la fretta rubata della notte scorsa, c'è solo la volontà di possederla con una dolcezza che maschera il tradimento.
Inizio a baciarle l'interno coscia, risalendo lentamente. Erika trattiene il fiato, le sue mani scivolano tra i miei capelli. E quando finalmente mi dedico alla sua intimità, lo faccio con una foga e una dedizione totali. La mia lingua traccia percorsi precisi, esigenti, caldi. È un ritmo incalzante, un'attenzione febbrile che la travolge completamente. Non le do il tempo di pensare a niente, né alla sorella, né alla madre di sotto.
"Franci..." ansima lei, inarcando la schiena, la voce spezzata dal piacere puro. Le sue dita si stringono convulsamente tra le mie ciocche, guidandomi, implorandomi silenziosamente di non fermarmi.
Uso ogni movimento per farle perdere il controllo, spingendo sull'intensità, nutrendomi dei suoi gemiti soffocati contro il cuscino. È un atto di adorazione e al tempo stesso l'apice dell'ipocrisia: le sto regalando il paradiso, mentre la mia mente è ancora intrappolata nell'inferno che ho scatenato al piano di sotto.
Il suo respiro si fa sempre più corto, il suo corpo freme sotto il mio tocco esperto, abbandonandosi totalmente a me.
Siamo al sicuro nella bolla della camera di Erika, ma giù in salotto è rimasta una bomba a orologeria innescata.
La mia lingua danza sulla sua pelle, esplorando la delicatezza della sua fessura, umida di desiderio. C'è la lieve ruvidità di una ricrescita che non ho ancora assaggiato, una grinta tenera che mi eccita ulteriormente. Accarezzo con il labbro inferiore quel pelame che cresce, sentendolo frizzare contro di me prima di immergermi di nuovo, più a fondo. L'odore del suo eccitamento mi pervade, intenso e speziato, un aroma che mi fa impazzire.
"Sei...cavolo amore!" geme lei, il suono che si trasforma in un gemito sordo contro il cuscino mentre cerca di soffocarlo. La sua schiena si inarca in un ponte perfetto, le natiche si stringono. Le sue gambe tremano intorno alla mia testa, una prigione che non ho alcuna voglia di lasciare. So che ha paura che sua madre o sua sorella sentano, e quella paura la rende ancora più vulnerabile, più bagnata, più mia.
"Aaaaaah... Franci... sì... lì... non smettere..." Il suo controllo crolla. Si lascia andare, un torrente di suoni che provengono dal profondo della sua gola. Gemiti rauchi, sospiri affannati, piccoli urli strozzati. Sento le sue mani scivolare dalla mia nuca alla schiena, le unghie che mi graffiano leggermente attraverso la maglietta, un riflesso involontario del piacere che la travolge. Accelero il ritmo, la mia lingua sempre più insistente, sempre più precisa, picchiando sul suo clitoride come un tamburo di guerra, sentendolo gonfiarsi e pulsare sotto il mio assalto. Voglio sentirla esplodere, voglio che il suo piacere sia così assordante da coprire il rumore dei miei peccati.
Con un ultimo urlo soffocato dal cuscino, Erika scivola languida sul letto. Il respiro le esce a singhiozzi di piacere. Mi allungo al suo fianco, soddisfatto. La bacio, facendole assaggiare il suo stesso sapore sulle mie labbra. Ha un'espressione sognante, assente, persa in una nuvola di beatitudine.
Lei si rannicchia sotto il mio braccio, un sorriso pigro e felice stampato sulle labbra. Le accarezzo il fianco, sfiorando l'elastico di cotone bianco dei suoi slip, gettati distrattamente sul piumone poco prima. E all'improvviso, con negli occhi ancora impressa l'immagine della seta nera di Giada e della sfacciataggine di Giulia, quell'intimo così innocente e banale mi urta i nervi.
"Sai, stavo pensando..." mormoro, passandomi il pizzo di cotone tra le dita. "Ogni tanto... non sarebbe male se osassi un po' di più. Mettendo qualcosa di diverso."
Erika solleva la testa dal mio petto, aggrottando la fronte con un sorrisetto divertito. "Diverso tipo? Vuoi che mi metta i mutandoni della nonna?"
"No, intendo il contrario," ribatto, cercando di mantenere un tono leggero, ma la frustrazione mi incrina la voce. "Qualcosa di più... sexy. Pizzo, trasparenze. Un intimo più eccitante, provocante. Sei bellissima, potresti valorizzarti molto di più anche sotto i vestiti."
Erika scoppia in una risata cristallina, dandomi una pacca leggera sul petto. "Ma dai, Franci! I completini di pizzo sono scomodissimi, prudono e costano un occhio della testa. E poi, a che servono? Tanto finiscono sempre sul pavimento in cinque secondi, no?" Si riappoggia a me, baciandomi il collo con leggerezza. "Sei diventato un maniaco dei merletti da film di serie B? Non ti basto io al naturale?"
La sua risata e il suo tono di scherno bonario, pur se privo di malizia, mi fanno gelare il sangue. Per lei è una battuta, ma per me è l'ennesima dimostrazione della sua totale, noiosissima innocenza. Non capisce il potere dell'erotismo, della provocazione. È vanilla fino alla nausea, mentre la sua famiglia al piano di sotto è un covo di vipere viziose. "Certo che mi basti," le rispondo a denti stretti, ingoiando l'irritazione. "Era solo un'idea."
Quando scendiamo in cucina per il pranzo, il divario tra noi è abissale. Erika è radiosa. Aiuta la zia a mettere in tavola i piatti con un'energia nuova, chiacchierando del più e del meno. Giulia è seduta al suo posto, silenziosa, lo sguardo basso sul piatto e il broncio di chi è stata messa in castigo. Non osa incrociare i miei occhi. Io, invece, maschero a fatica il mio nervosismo, tagliando la carne nel piatto con una forza eccessiva, la mascella contratta.
Il pranzo scorre in questo clima surreale. Quando finalmente la zia annuncia di aver finito, si alza pulendosi le mani col tovagliolo. "Ragazze, io porto Giulia a fare compere. Staremo fuori tutto il pomeriggio. Voi fate i bravi."
"Certo zia, tranquilla," cinguetta Erika, ignara del fatto che quelle parole siano musica per le orecchie di qualcun altro.
Appena la porta d'ingresso si chiude alle spalle della zia e di Giulia, lasciandoci soli, l'aria nella stanza cambia pressione. Giada, che fino a quel momento aveva mangiato in un silenzio regale, si appoggia allo schienale della sedia. Incrocia le braccia sotto il seno e ci lancia un'occhiata complice, abbassando la voce in un sussurro confidenziale.
"Bene. Le guastafeste se ne sono andate," mormora Giada, un sorriso malizioso che le piega le labbra perfette. "Che ne dite di rilassarci sul serio? Ho portato una cosa da casa."
Infila due dita nella tasca della vestaglia ed estrae un piccolo involucro di cellophane, appoggiandolo sul tavolo di legno. Al suo interno c'è un pezzetto di fumo scuro, compatto.
Erika sbarra gli occhi, metà sorpresa, metà affascinata. "Ma... Giada, è erba? Cioè, fumo?"
"Roba buonissima, cuginetta. Un regalo di un mio compagno di corso," risponde Giada con voce suadente. Si alza, andando a prendere le cartine dalla borsa. "Siamo soli, non c'è nessuno a giudicarci. Una bella canna forte per staccare il cervello. Vi va?"
Io fisso Giada negli occhi. So esattamente cosa sta facendo. Sta preparando il terreno. Ha visto il mio nervosismo, sa che ho bisogno di sfogare la tensione e sta per stendere un tappeto rosso verso il disastro.
Erika guarda il pezzetto scuro sul tavolo, mordendosi il labbro. La ragazza che fino a venti minuti prima mi prendeva in giro per un perizoma di pizzo, improvvisamente sembra voler dimostrare di non essere la bambina noiosa che sua sorella ha descritto. "Io... non ho mai fumato in vita mia," ammette Erika, la voce che tradisce un'eccitazione nervosa. "Ma sai che c'è? Oggi ci vuole proprio. Dopo la litigata di stamattina ho bisogno di spegnere la testa. Ci sto."
Si gira verso di me, gli occhi brillanti in cerca di approvazione. "Tu ci stai, Franci? Facciamo questa pazzia?"
Il sorriso di Giada, oltre la spalla di Erika, è il ritratto del diavolo in persona. "Ci sto," rispondo, la voce ferma, ma con il cuore che ha già iniziato a battermi a un ritmo folle. "Facciamolo."
Ci spostiamo in soggiorno. Giada chiude a metà le tapparelle, lasciando filtrare solo delle lame di luce dorata che tagliano la penombra della stanza. L'atmosfera si fa subito densa, quasi clandestina.
Erika si rannicchia su un lato del grande divano a L, abbracciandosi le ginocchia, un sorriso nervoso e infantile sulle labbra. Io mi siedo al centro, mentre Giada prende posto sul tavolino basso di fronte a noi, incrociando le gambe coperte dalla seta della vestaglia.
Con movimenti lenti e ipnotici, inizia a preparare il materiale. Estrae le cartine, sbriciola il fumo scuro e lo mescola al tabacco. Non le sfugge nulla. Mentre Erika guarda affascinata il procedimento, Giada mi lancia una rapida occhiata d'intesa: sta preparando due canne diverse. Una è carica, densa, scura. L'altra, quella che sigilla per prima, ha giusto un'ombra di fumo, pensata apposta per far sballare la cugina inesperta senza farla collassare o vomitare.
"Ecco a te, battesimo del fuoco," mormora Giada, accendendo la canna più leggera e passandola a Erika. "Tira piano. Tieni il fumo nei polmoni per tre secondi e poi butta fuori."
Erika la prende con due dita, esitante. Fa un tiro piccolo, poi un altro più profondo. Trattiene il respiro, sgrana gli occhi e scoppia a tossire disperatamente, sventolandosi la mano davanti alla faccia. Io e Giada scoppiamo a ridere. È una risata complice.
"Oddio, brucia la gola!" ansima Erika, con gli occhi che le lacrimano, ma poi inizia a ridacchiare anche lei, passandomi il giunto.
Io passo la canna leggera a Giada, che la appoggia nel posacenere. Poi, Giada accende l'altra. Quella vera. Fa un tiro lunghissimo, le guance che si scavano. Si sporge verso di me e, invece di passarmi la cartina, mi soffia il fumo denso e dolciastro direttamente sulle labbra, a un millimetro di distanza. Il contatto visivo è una scossa elettrica. "Aspira, Franci," sussurra.
Lo faccio. La botta del fumo buono mi arriva dritta al cervello, allentando la tensione muscolare che mi portavo dietro da stamattina, ma acuendo i sensi in modo spaventoso.
Nel giro di venti minuti, la stanza si riempie di una nebbia dolce e pesante. La situazione degenera con una naturalezza disarmante. Erika è sdraiata con la testa sulle mie gambe, i capelli sparsi sui miei jeans. Fissa il soffitto e non smette di ridere per ogni minima cavolata. È completamente andata, euforica, la voce impastata e allegra.
"Non pensavo... non pensavo fosse così rilassante," ridacchia Erika, allungando una mano per cercare di nuovo la canna (la sua, ormai quasi finita). "Mi sento leggera come una piuma. Giada, sei un genio. Franci, perché non lo facciamo più spesso?"
"Vacci piano, tesoro. Ti ho detto che è roba che picchia forte," le risponde Giada, la voce suadente e vellutata. "Ma sono felice che ti piaccia. Ti vedevo così... tesa, ultimamente. Tu e Franci parlate mai di cose vere, o fate solo i fidanzatini perfetti?"
Erika ride, una risata gutturale e sbadata. "Certo che parliamo! Di tutto. Vero amore?" Si gira verso di me, accarezzandomi la coscia in modo goffo. "Oggi però era arrabbiato con me. Perché dice che sono... come hai detto? Che non sono abbastanza sexy."
Il sangue mi si gela per un secondo, ma l'erba mi fa sorridere in modo ebete. "Non ho detto questo, Erika..."
"Oh, davvero?" interviene Giada, scivolando dal tavolino per sedersi sul divano, esattamente al mio fianco, stringendomi contro di sé. Erika, con la testa sulle mie ginocchia, non può vedere cosa fa la cugina. E anche se potesse, i suoi occhi sono semichiusi in una fessura ridente.
La mano di Giada si posa sul divano, dietro la mia schiena, e le sue dita iniziano a tracciare piccoli cerchi caldi sulla mia nuca, nascoste dai cuscini. "Erika non è sexy?" continua Giada, con un tono falsamente innocente. "Forse è solo timida. O forse, Franci... tu hai dei gusti molto più... esigenti. Ti piacciono le donne che sanno prendere l'iniziativa, vero?"
Erika sbuffa una risatina, mettendosi le mani sulla pancia. "A lui piacciono i completini di pizzo. Me l'ha detto un'ora fa. Ma il pizzo prude, Giada! Fa schifo!"
Giada mi guarda. Il suo viso è a un palmo dal mio. I nostri occhi sono lucidi per l'effetto del fumo. "Il pizzo non prude se te lo tolgono con i denti," mormora Giada, la voce così bassa e carica di lussuria che sento una fitta all'inguine.
Sotto il livello visivo di Erika, la mano libera di Giada scivola dalla mia nuca al mio fianco. Si infila sotto l'orlo della mia maglietta, le unghie laccate che mi graffiano dolcemente la pelle calda dell'addome. Il contrasto è folle: la mia ragazza è appoggiata sulle mie gambe, ridacchiando mezza sballata per i mutandoni, mentre sua cugina mi sta spogliando con le dita a dieci centimetri dalla sua faccia.
"Vero, Franci?" insiste Giada, premendo la coscia contro la mia. "Le cose belle vanno tolte con... dedizione."
"Già..." riesco a malapena a dire, la bocca impastata. Il cuore mi batte così forte che temo Erika possa sentirlo attraverso le mie gambe.
Erika fa un sospiro lungo, chiudendo del tutto gli occhi. "Mmh... ho la bocca secca. E mi gira un po' la testa. Ma sto da dio. Vorrei solo... starmene qui. A galleggiare." Si rannicchia su se stessa, cercando la posizione più comoda sulle mie cosce, il respiro che si fa profondo e pesante. È nel pieno del viaggio, persa nei suoi pensieri ovattati.
Giada si inumidisce le labbra, guardando la cugina ormai fuori gioco, poi sposta lo sguardo su di me. Il suo sorriso si allarga, predatorio e definitivo. Ha creato la situazione perfetta.
La stanza è ormai una cappa di fumo dolciastro. Erika fa un altro tiro profondo, tossicchia leggermente e poi si lascia cadere all'indietro, la testa di nuovo abbandonata sulle mie gambe. I suoi occhi sono lucidi, le pupille dilatate, e un sorriso perennemente stampato sulle labbra. È nel pieno della botta: disinibita, liquida, completamente priva dei suoi soliti filtri.
Io e Giada ci scambiamo l'ennesimo sguardo attraverso la nebbia. Giada aspira lentamente dal suo giunto, espira il fumo verso l'alto e poi si sporge in avanti, appoggiando i gomiti sulle ginocchia.
"Siete noiosi quando siete così rilassati," mormora Giada, la voce suadente, gli occhi che brillano di una luce pericolosa. "Facciamo un gioco. Per svegliare un po' i sensi. Obbligo o verità."
Erika scoppia in una risatina impastata, sollevando a malapena la testa dalle mie cosce. "Obbligo o verità? Ma quanti anni abbiamo, quindici? Giada, sei assurda..." "Hai paura, cuginetta?" la provoca dolcemente. "L'erba è il siero della verità perfetto. E poi siamo solo noi tre. Nessun segreto."
"Io non ho segreti," ribatte Erika, con l'ingenuità fiera di chi è totalmente sballato. "Inizia tu a chiedermi qualcosa. Verità."
Giada si inumidisce le labbra. Il suo sguardo scivola da Erika a me, freddo e calcolatore. "Perfetto. Verità. Erika... so che tu e Franci fate scintille ultimamente. Vi si sente attraverso i muri. Ma qual è la fantasia più estrema che non hai mai avuto il coraggio di chiedergli? Quella che ti fa arrossire solo a pensarci."
Erika affonda il viso contro la mia spalla, ridacchiando nervosamente. La botta della canna le ha sciolto ogni inibizione, trasformando la sua solita dolcezza in una fame liquida e spudorata. Solleva la testa, guardandomi con le pupille dilatate, scurissime, cariche di una lussuria che mi fa mancare il fiato.
"La verità?" sussurra Erika, la voce resa roca dal fumo, passandomi una mano sul petto. "La verità è che a volte... vorrei che per una sera non fossimo Franci ed Erika. Vorrei che fingessimo di non conoscerci."
Si morde il labbro, le guance in fiamme. "Vorrei un gioco di ruolo. Io sono una sconosciuta al bancone di un bar. Tu ti avvicini, mi sussurri cose sporche all'orecchio, mi ordini cosa fare. E la regola è che io non posso guardarti in faccia, né toccarti con le mani. Posso solo obbedire alla tua voce e sentire quello che mi fai, come se fossi in balia di un perfetto estraneo che mi usa."
Il mio cuore perde un battito. È una confessione bellissima e incredibilmente erotica. Erika vuole sottomettersi all'illusione di un dominatore senza volto, annullando la realtà per perdersi nel brivido dell'anonimato.
E in quel preciso istante, Giada capisce di aver vinto.
Il sorriso che le si allarga sul viso è un capolavoro di sadismo e pura tattica. Erika le ha appena servito la scusa per farmi recitare una parte, imponendosi da sola di chiudere gli occhi e non usare le mani.
"Vedi, Franci?" mormora Giada, la voce bassa e vibrante come le fusa di un gatto. "La tua fidanzata vuole essere sedotta e comandata da uno sconosciuto. Vuole chiudere gli occhi ed essere il tuo giocattolo. E siccome il gioco prevede dei turni... ora tocca a te. Obbligo o verità?"
"Obbligo," rispondo d'istinto, la gola secca, capendo in una frazione di secondo la portata della trappola.
"Perfetto," sibila Giada. Si alza lentamente dal tavolino e si avvicina al divano. "Il tuo obbligo, Franci, è regalarle esattamente questa fantasia. Adesso. Devi parlarle come farebbe quello sconosciuto. Dille cosa farle. Ma..."
Giada fa una pausa, un sorriso divertito che le piega le labbra. "I ruoli esatti li sceglierà Erika. Vediamo quanto è creativa la nostra bimba quando ha la testa tra le nuvole."
Erika scoppia a ridere, una risata di gola, impastata e incontenibile, nascondendo il viso contro il mio petto. Ci pensa su per qualche secondo, accarezzandomi la maglietta, poi alza il viso. Ha gli occhi lucidi, le guance rosse e un'espressione di una buffa malizia.
"Ok, ce l'ho!" annuncia Erika, la voce vibrante di eccitazione e sballo. "Voglio che tu sia... un ladro. Un ladro mascherato che si è appena intrufolato in casa mia dalla finestra. Io ti sorprendo in salotto, ma invece di urlare e chiamare la polizia... decido di corromperti per non farti rubare niente. Con il mio corpo."
L'assurdità della situazione, unita alla sua faccia serissima mentre propone questo cliché da film di serie B, mi strappa un sorriso nervoso. Ma l'idea di giocarci, di prenderla con prepotenza interpretando una parte, mi infiamma il sangue.
Tuttavia, c'è un grosso, ingombrante problema seduto a un metro da noi. Alzo lo sguardo verso Giada. "Aspetta un attimo. Dobbiamo farlo adesso? Davanti a te?"
Erika sembra improvvisamente rendersi conto della presenza della cugina. Si volta verso Giada e viene colta da un'altra crisi di ridarella incontrollabile, tipica della botta da fumo. "Oddio, no!" sbuffa Erika, coprendosi la bocca con le mani. "È stranissimo! Giada, ti prego, se mi fissi mentre cerco di corrompere il mio ladro mi viene troppo da ridere, non riesco a stare nel personaggio!"
Giada alza le mani in segno di resa, ma il suo sorriso è furbo, carico di sottintesi. Non sembra affatto sconfitta; al contrario, sembra divertirsi un mondo a tirare i fili del nostro teatrino. "Va bene, va bene, non vi scaldate, puritani," dice Giada, raccogliendo il suo pacchetto di cartine dal tavolino. "Il pubblico toglie il disturbo. Vado di là in cucina a farmi un caffè."
Si gira, facendo fluttuare la seta della vestaglia, ma prima di sparire oltre la porta del soggiorno, si ferma e si volta a guardarci. "Ma attenzione, c'è una regola," aggiunge, sventolando il telefono in aria. "Metto un timer. Avete esattamente cinque minuti. Trecento secondi per consumare questo 'riscatto' prima che io torni qui dentro, a prescindere da quello che state facendo. Siate veloci, piccioncini!"
Ci fa l'occhiolino, sparisce nel corridoio e chiude la porta del soggiorno alle sue spalle. Sento il rumore dei suoi passi allontanarsi.
Siamo soli. Ma l'orologio sta già ticchettando. L'atmosfera cambia all'istante. La ridarella di Erika svanisce, sostituita da un respiro corto e affannato. Cinque minuti sono un battito di ciglia. L'urgenza ci travolge come un treno merci.
Non perdo un secondo. La ribalto sul divano, bloccandole i polsi sopra la testa con una mano sola, calandomi perfettamente nella parte che mi ha assegnato. "Non fare un fottuto rumore," le ringhio a un millimetro dalle labbra, abbassando la voce fino a farla diventare un sussurro roco e minaccioso. "O ti porto via tutto quello che hai."
Erika sussulta, spalancando gli occhi. Il gioco di ruolo e l'effetto della canna l'hanno già portata oltre il limite. "Prendi quello che vuoi..." ansima lei, inarcando la schiena contro di me. "Ma fai in fretta..."
Il silenzio nel soggiorno è totale, rotto solo dai nostri respiri spezzati e dal ticchettio sordo dell'orologio a muro in cucina, che sembra rimbombare fino a qui come un conto alla rovescia impazzito. Tic. Tac. Tic. Tac.
Il timer di Giada è una mannaia invisibile sopra le nostre teste. Cinque minuti sono un'eternità quando sei sballato, ma sono un battito di ciglia se devi spogliarti, calarti nella parte e consumare. Questa fretta disperata, unita all'erba che ci circola nel sangue, trasforma l'eccitazione in una fame animalesca.
Mantengo la presa sui suoi polsi, spingendoglieli contro i cuscini del divano. Mi chino su di lei, sfiorandole il collo con le labbra senza baciarla. La sento fremere. L'erba le ha dilatato le pupille, rendendo i suoi occhi due pozzi neri di pura lussuria.
"Hai una bella casa," le sussurro all'orecchio, la voce roca e raschiante, calandomi perfettamente nella parte del predatore. "Sarebbe un peccato se la mettessi a soqquadro. Cosa sei disposta a darmi per farmi uscire da quella porta senza fare danni?"
Erika ansima. Il gioco di ruolo l'ha completamente catturata, spazzando via ogni traccia della ragazza dolce e ragionevole. Si inarca contro di me, i seni che premono contro la mia maglietta, il respiro caldo che mi solletica il collo. "Non ho soldi..." mormora, la voce impastata e tremante, recitando la sua parte con una devozione che mi fa impazzire. "Ma puoi prendere me. Fammi quello che vuoi. Usami e poi vattene."
È la frase che fa saltare ogni mio fottuto freno inibitore.
Lascio la presa sui suoi polsi e le afferro l'orlo della maglietta. Non c'è dolcezza, non c'è il romanticismo di prima. C'è solo l'urgenza brutale dei minuti che scorrono. Le sfilo la maglia in un colpo solo, gettandola sul pavimento, seguita dal reggiseno.
"Mossa intelligente," ringhio contro la sua bocca, prima di divorarla in un bacio famelico.
Erika mi risponde con una violenza inaspettata. Le sue mani scattano sui miei fianchi, tirandomi disperatamente contro il suo bacino. L'effetto della droga amplifica ogni singola sensazione: il sapore del fumo sulle nostre lingue, il calore accecante della sua pelle sotto le mie mani, il rumore dei nostri vestiti che vengono strappati via e lanciati sul tappeto.
Due minuti andati. Ne restano tre.
Le bacio il collo, mordendole leggermente la clavicola. Lei getta la testa all'indietro con un gemito soffocato, le dita che mi graffiano la schiena nuda. "Sei troppo lenta," le sussurro, sganciandole i pantaloncini e tirandoglieli giù lungo le cosce con una foga che la fa sussultare. "Devi sbrigarti a convincermi, o mi prendo tutto."
"Ti sto convincendo..." ansima lei, la voce rotta dal piacere mentre mi sfila i jeans con gesti frenetici e goffi, accecata dall'urgenza. "Ti sto dando tutto quello che ho... non fermarti..."
Quando i nostri corpi sono finalmente a contatto, pelle contro pelle, la tensione accumulata esplode. La possiedo con una passione cruda, dettata dal ticchettio mentale di quel maledetto timer. Ogni movimento è intenso, profondo, esigente. Erika è un fuoco. L'erba l'ha resa disinibita fino all'estremo: mi implora, mi stringe, asseconda il mio ritmo con una forza che mi lascia senza fiato.
Nel nostro mondo alterato, non siamo più Franci ed Erika nel salotto della zia. Siamo un predatore e la sua preda consenziente, intrappolati in una bolla di sudore, fumo e pura frenesia.
Un minuto. Forse meno.
Il ticchettio dell'orologio in cucina sembra farsi più veloce, martellandomi nelle tempie insieme al battito del mio stesso cuore. L'urgenza mi divora, amplificata dal fumo che mi annebbia la mente.
Le afferro i polsi con una mano sola, bloccandoglieli sopra la testa, mentre con l'altra le stringo un fianco per ancorarla al divano. Mi abbasso su di lei e mi accanisco famelico sul suo seno nudo. Prendo la sua pelle tra le labbra, succhiando e mordicchiando con una foga quasi animale che le strappa un grido strozzato e acuto.
"Pensi che basti questo per comprarmi?" le ringhio contro la pelle madida di sudore, la voce graffiata, calandomi sempre più nella parte del predatore insaziabile. "Pensi che mi accontenti di così poco, padrona di casa? Voglio tutto."
Erika è in balia totale della botta e dell'eccitazione. Getta la testa all'indietro, i capelli sparsi disordinatamente sui cuscini. "Allora prendi di più..." ansima, inarcando il bacino contro di me, disperata, cercando un attrito ancora più profondo e spietato. "Svuotami... rubami tutto quello che ho, prenditelo con la forza... ma non fermarti... ti prego, ladro..."
Le sue parole sono benzina sul fuoco. Abbandono il suo petto per risalire fino alla sua bocca, baciandola con una violenza che sa di possesso puro. Il nostro ritmo diventa brutale, frenetico. Non c'è spazio per la dolcezza, non oggi, non con i secondi che bruciano. C'è solo la carne che sbatte contro la carne nel disperato tentativo di vincere contro il tempo.
I secondi scorrono via, inesorabili. Quaranta. Trenta.
Le sue unghie mi affondano nella schiena nuda, graffiandomi, mentre le sue gambe si stringono attorno alla mia vita come una morsa d'acciaio. Erika singhiozza nel bacio, il corpo teso come una corda di violino. L'erba ha amplificato ogni terminazione nervosa, trasformando il sesso in una corsa all'ultimo respiro, una scarica di adrenalina purissima.
"Sei mia," le sibilo all'orecchio, accelerando ancora, affondando con una forza che le fa mancare il fiato. "Te lo sto strappando io. Te lo sto prendendo tutto."
"Sì... sì! Oddio, Franci... sì!" urla lei, dimenticandosi del ruolo per una frazione di secondo, totalmente sopraffatta dall'onda d'urto del piacere che le sta esplodendo dentro.
Venti secondi. Dieci.
Il suo corpo si contrae violentemente sotto di me. Erika raggiunge il climax in modo devastante, un orgasmo lungo, profondo e incontrollabile che la fa tremare dalla testa ai piedi. Mi stringe con una forza sovrumana dall'interno, e il suo grido di piacere viene soffocato dalla mia bocca.
La sua reazione è così intensa, così viscerale, che mi trascina giù nel baratro insieme a lei all'istante. Smetto di pensare. Il gioco di ruolo svanisce, il timer svanisce, tutto viene inghiottito dall'oscurità del piacere puro. Mi svuoto con un gemito rauco, crollandole addosso, il petto che mi scoppia mentre cerco disperatamente di incamerare aria.
Siamo un groviglio di sudore, respiri mozzati, petti che si alzano e si abbassano all'unisono. Erika ha gli occhi chiusi e un sorriso sfinito, pigro, estasiato sulle labbra.
Il silenzio cala di colpo sul soggiorno, ovattato e pesantissimo.
E poi.
BZZZ. BZZZ. BZZZ.
La vibrazione acuta e implacabile della sveglia di un cellulare squarcia l'aria, non dalla cucina, ma da dietro la porta del soggiorno. Cinque minuti esatti. Spaccati al millesimo di secondo.
La voce di Giada, cristallina e carica di una malizia letale, ci arriva chiara attraverso il legno socchiuso della porta. "Tempo scaduto, piccioncini. Spero abbiate rubato tutto quello che c'era da rubare. Sto entrando."
La porta si apre con uno scatto secco.
Ma prima ancora che Giada possa fare un passo nel soggiorno, una risata confusa, quasi assatanata, erompe improvvisamente dal petto di Erika.
Non è la risatina nervosa di prima. È un suono viscerale, sguaiato, incontrollabile, figlio della botta tremenda dell'erba e dell'onda d'urto di un orgasmo fulmineo e brutale.
Erika è completamente fusa. Giace nuda sui cuscini, scomposta, la pelle lucida di sudore. Invece di cercare disperatamente i vestiti o provare vergogna per l'ingresso della cugina, getta la testa all'indietro e inizia a ridere fino alle lacrime, in un delirio totale e senza filtri.
"Oddio... oddio, il ladro..." biascica Erika, la voce impastata, indicandomi debolmente mentre si contorce dalle risate sul divano. "Giada... mi ha rubato tutto. È stato... un furto da manuale! Ahahah! Non ci credo che l'abbiamo fatto davvero in cinque minuti! Sono... sono distrutta!"
Io sono crollato a terra, in ginocchio sul tappeto, i gomiti appoggiati al bordo del divano e il respiro che mi raschia in gola. Sono in uno stato di estasi assoluta, il corpo svuotato, i muscoli che tremano per lo sforzo e per l'adrenalina. Mi passo una mano tra i capelli madidi, cercando di rimettere a fuoco la realtà attraverso la nebbia del fumo.
Alzo lo sguardo.
Giada è in piedi sulla soglia. Non ha in mano nessuna tazza di caffè. Ha le braccia incrociate sotto il seno, la vestaglia di seta nera stretta sui fianchi, e ci guarda dall'alto in basso. Il suo sguardo spazza la stanza: i nostri vestiti sparsi sul tappeto, il mio petto nudo che si alza e si abbassa freneticamente, e infine Erika, la perfettina di casa, trasformata in una ragazza completamente sballata, nuda e delirante di piacere sul divano di famiglia.
Il sorriso che affiora sulle labbra di Giada è l'incarnazione del trionfo. Ha distrutto l'immagine immacolata della cugina, portandola al suo livello più basso e animale, e se la sta godendo fino all'ultima goccia.
"Vedo che la rapina è andata a buon fine," mormora Giada, la voce di velluto scuro, facendo un passo lento nella stanza. I suoi occhi neri, però, non guardano Erika. Si piantano nei miei. Bruciano di una consapevolezza letale. Lei sa perfettamente che il mio non era solo un gioco per Erika, ma una disperata corsa contro il suo timer.
"E a giudicare da come sei ridotto, Franci... direi che ci hai messo tutto te stesso in questa interpretazione," aggiunge, fermandosi a un palmo da me. Sento il suo profumo dolce fondersi con l'odore acre del fumo e del sesso che satura la stanza.
Erika continua a ridacchiare, coprendosi il viso con le mani, totalmente persa nel suo trip. "È stato pazzesco..." sospira, la voce che si fa via via più debole, rotolandosi su un fianco contro i cuscini. "Voglio... voglio un bicchiere d'acqua gigante... e poi credo che dormirò per tre giorni. Non mi sento più le gambe."
Giada abbassa lo sguardo su di me. Il suo sorriso si indurisce, trasformandosi in una promessa spietata.
"Te la porto io l'acqua, tesoro," risponde dolcemente ad alta voce per la cugina, senza mai staccare gli occhi dai miei. Poi, muovendo solo le labbra, mi lancia un sussurro muto che mi gela e mi infiamma il sangue allo stesso tempo: "L'hai scaldata a dovere. Ma ora tocca a me."
Lentamente, Giada si volta e si dirige verso la cucina. La vedo svoltare l'angolo del corridoio e sparire, ma la sua presenza mi rimane addosso come un marchio a fuoco. Il suono dei miei respiri e di Erika, che ora ansima piano, è tutto ciò che riempie il silenzio.
Erika si agita un istante. Si appoggia su un gomito, l'altro braccio che si stende cercando me sul divano vuoto. "Franci..." mormora il mio nome, una sillaba sognante e dolce. Poi, con un sospiro lungo e liberatorio, si lascia ricadere all'indietro. La sua testa si appoggia a un cuscino, la bocca spalancata leggermente e in poco tempo sprofonda in un sonno profondo e immediato. I suoi capelli sono un'esplosione di riccioli sparsi sui cuscini grigio antracite del divano, una macchia castana e disordinata sul grigio scuro. Una gamba è piegata, il piede appoggiato sul bordo del cuscino. L'altra è scivolata lungo il morbido tessuto, il ginocchio quasi toccando terra, creando una linea lunga e sensuale che termina nel piede chino in una forma delicata e innocente.
Un click delicato mi annuncia il suo ritorno. Non alzo subito lo sguardo; sento la sua vicinanza, percepisco il calore del suo corpo che si ferma dietro di me, un'aura di potere che mi accarezza la nuca.
"Ecco, bimba mia, il tuo bicchiere d'acqua," fa Giada, la voce un velenoso miele che si versa su Erika. Vedo dalla mia posizione inginocchiata che avvicina un bicchiere pieno alla faccia della cugina, ma il gesto è lento, studiato, quasi teatrale.
Poi, con una rapidità che mi mozza il fiato, il suo polso scatta. Non le fa bere l'acqua. La scarica in un getto freddo e preciso dritto sul viso di Erika.
Erika sussulta violentemente. Un gemito strozzato e infastidito le sfugge dalle labbra socchiuse. Gira bruscamente la testa di lato, aggrottando la fronte e affondando la guancia bagnata nel tessuto del divano per sfuggire a quel fastidio gelido. Porta una mano al viso con un gesto goffo, strusciandosela sugli occhi e sui capelli umidi, per poi tossicchiare appena.
Trattengo il fiato, i muscoli paralizzati dal terrore che possa aprire gli occhi da un momento all'altro e vederci.
Ma non succede.
La mano di Erika ricade a peso morto sul cuscino. I lineamenti del suo viso si distendono di nuovo e il respiro torna immediatamente profondo, pesante e regolare. Non ha schiuso le palpebre nemmeno per una frazione di secondo, trascinata di nuovo a fondo dalla roba che Giada le ha fatto fumare.
Giada guarda il suo lavoro e il suo sorriso si allarga in una piega di pura, diabolica soddisfazione. Posa il bicchiere sul tavolino con un colpo secco. "Bene," sibila, e la sua voce ora è tutta per me. "Abbiamo tempo per noi, ora."
Si china verso di me, il suo respiro caldo contro il mio orecchio. "Finalmente quello che le ho messo nella canna ha preso il controllo totale. Non si sveglierà per un po’ ”
La mia mente è ancora un trip di endorfine e cannabis, ma le sue parole funzionano come una scarica elettrica. La vedo. La vera Giada, la regina delle tenebre che manovra i suoi burattini.
E il suo prossimo gioco ha inizio.
Con una lentezza voluttuosa, si raddrizza. Si volta e si china nuovamente sul corpo esanime di Erika. La sua mano, le dita affusolate e elegantissime, si posa su un seno della cugina. Non lo accarezza. Lo afferra. Lo stringe con una proprietà che mi fa un freddo pazzesco, anche se il mio sangue ribolle.
"Guarda che bellezza," mormora Giada, ma non sta parlando con me. Sta ammirando la sua preda, la sua creazione. I suoi occhi neri e liquidi brillano di una luce predatrice. "Ora posso scoparmi il suo fidanzato davanti a lei inerme e urlare quanto mi pare!"
La scena è così sbagliata, così elettrizzante, così fottutamente eccitante che il mio corpo reagisce prima ancora che il mio cervello possa elaborare la perversione della situazione. Sono stremato, vuoto, ma un nuovo fuoco, diverso, più oscuro, si accende nelle mie viscere.
Giada si stacca dal corpo di Erika con una leggerezza innaturale. Si gira lentamente verso di me, e i suoi occhi mi fermano. In quel momento non sono più il suo esecutore. Sono co-protagonista del suo spettacolo privato.
"è il momento della tua ricompensa Franci..." dice, la voce un sussurro carico di promesse. "ora sei tutto mio"
Non si aspetta una risposta. Sa di avermi già catturato.
Mentre mi fissa, le sue dita affusolate si agganciano al nodo della vestaglia di seta. Lo sciolgono con una lentezza deliberata, una mossa da maestra. Il tessuto nero si apre come un fiore notturno, rivelando un'opera d'opera.
Sotto non indossa il semplice cotone che idossa sempre Erika. Indossa un intimo di pizzo rosso fuoco che le brucia sulla pelle come una seconda fiamma. Un corpetto a balconcino, con coppe a punta che le sollevano il seno, facendolo apparire pieno, invitante, quasi minaccioso. Il pizzo è delicato, quasi trasparente in alcuni punti, disegnando complesse volute che incorniciano i suoi capezzoli scuri, già duri e sporgenti, tesi contro il tessuto.
La vita è fasciata da una guaina dello stesso rosso acceso, che stringe i suoi fianchi e si allarga leggermente sulle anche, prima di finire in perizoma.
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