Il respiro profondo e regolare di Erika è l'unico suono che riempie il salotto, un metronomo lento che scandisce i secondi della mia rovina.
Giada non perde un istante. Con movimenti fluidi, silenziosi e di una freddezza calcolata, si china sulla cugina addormentata. Le afferra dolcemente le spalle nude e, senza il minimo sforzo, fa scivolare il suo corpo inerte lungo la penisola del divano a L. Le sistema la testa su un cuscino, girandole il viso esattamente verso l'altra estremità del divano. Verso di me.
Ora Erika è sdraiata su un fianco, nuda, un braccio abbandonato in avanti. Ha gli occhi chiusi e le labbra dischiuse in quel sonno artificiale, ma il suo viso è puntato direttamente contro il mio. È il pubblico perfetto. Cieca, sorda, ma fisicamente presente in prima fila. L'apoteosi del voyeurismo malato di Giada.
"Perfetto," sussurra Giada, facendo un passo indietro per ammirare il suo diorama umano. "Così non si perderà nemmeno un dettaglio."
Si volta verso di me, e il respiro mi muore in gola. Il pizzo rosso fuoco del suo intimo sembra bruciare nella penombra del soggiorno, un contrasto violento e carnale contro la sua pelle di porcellana.
Giada si avvicina. Sale sul divano, un ginocchio per lato, e si abbassa lentamente a cavalcioni sui miei fianchi. Il peso del suo corpo contro il mio bacino nudo è una scossa elettrica che spazza via la stanchezza e riaccende un fuoco oscuro e disperato. Mi appoggia le mani sul petto, le unghie laccate che mi graffiano dolcemente la pelle ancora umida del sudore di sua cugina.
"Guardala, Franci," mi ordina Giada, la voce un sussurro di seta scartavetrata, spingendomi il mento con due dita per costringermi a fissare il viso addormentato di Erika. "È lì. A due metri da noi. Crede di essere la donna della tua vita, crede di averti appena svuotato. E non sa che ti ha solo scaldato per me."
Abbassa il viso sul mio. Il suo profumo, dolce e letale, cancella l'odore dolciastro dell'erba. Le sue labbra sfiorano le mie, in un bacio che è una promessa di distruzione, per poi scivolare lungo la mia mascella. Mi morde il lobo dell'orecchio, facendomi sussultare, e la sua lingua calda traccia una linea umida lungo il mio collo.
"Sei mio, adesso," sussurra contro la mia giugulare, la sua voce che vibra direttamente contro la mia pelle. "Sei il mio giocattolo. E io so esattamente come farti implorare."
Le sue mani scivolano lungo i miei fianchi, le dita che si stringono con una possessività feroce. "Sai qual è la parte più eccitante, amore mio?" continua, rialzando la testa per guardarmi dritto negli occhi. I suoi sono due pozzi neri, lucidi di una lussuria arrogante. "Il fatto che, mentre io ti farò a pezzi, tu non potrai emettere un solo suono. Dovrai guardare la sua faccia innocente, e dovrai ingoiare ogni fottuto gemito per non svegliarla. Sarà la tua punizione per aver fatto il bravo ragazzo per tutto questo tempo."
Si china di nuovo, azzannandomi il labbro inferiore. È un bacio famelico, arrogante, che non chiede permesso ma pretende sottomissione. La sua lingua si fa strada nella mia bocca con la stessa prepotenza con cui si è fatta strada nella mia vita, un ritmo esigente e dominatore che mi toglie il fiato.
Sono intrappolato. Sotto di lei, sento il tessuto ruvido del divano sulla schiena e il pizzo morbido del suo perizoma rosso premere contro di me. Sopra di me c'è l'incarnazione del peccato, che mi divora il collo, alternando morsi che lasceranno il segno a baci umidi e caldissimi. E di lato, nel mio campo visivo periferico, il volto sereno di Erika che dorme.
"Dimmelo, Franci," ansima Giada contro la mia clavicola, stringendomi le cosce con le sue. "Dimmelo a bassa voce. Dimmi a chi appartieni."
"A te..." riesco a sussurrare, la voce rotta, completamente inebriato dal suo dominio, dal tabù spaventoso della situazione e dalla botta chimica che mi pulsa ancora nel cervello. "Sono tuo."
Giada si solleva appena, un sorriso di trionfo assoluto a piegarle le labbra perfette. Afferra la mia mano e la guida verso il suo seno, costringendomi a stringerla attraverso il pizzo rosso.
"Allora fammi vedere cosa sai fare," sibila, inarcando la schiena e offrendosi a me. "Usa quelle mani. E prega che la tua amata non apra gli occhi."
Il suo respiro è un filo caldo sul mio collo, una promessa che si traduce subito in un'azione tortuosa. Giada inizia a muoversi, non con slancio, ma con una lentezza calcolata che è pura tortura. Il pizzo rosso del suo perizoma sfrega contro la mia erezione, un'attrito esplosivo che mi trafigge il bacino. Ogni movimento è un filo rasoio che tira la mia tensione al limite, facendomi digrignare i denti per non urlare. Il suo corpo è una molla che si carica lentamente, un'arma letale di lussuria.
"Ti piace così, vero, amore mio?" mi sibila in un orecchio, mentre il suo bacino continua quella danza maledetta. "Ti piace sentirmi... così vicina... eppure così... impossibile."
Ridacchia, un suono basso e torbido. "Povera Erika... non sa che adesso sei mio."
Mi costringe a guardarla. I suoi occhi mi fissano, pieni di una consapevolezza così potente da essere quasi fisica. Poi, con un gesto della mano, una sorta di autorità senza parole, mi ordina di agire.
"Spogliami," comanda, non chiede. "Voglio sentire le tue mani su di me. Tutte le tue mani."
Le mie dita, ancora un po' tremolanti, obbediscono. Trovano la piccola chiusura metallica del reggiseno in pizzo rosso. Un "clic" quasi impercettibile nella stanza silenziosa, ma che per me suona come uno sparo. Ie coppe si aprono, rivelando due seni perfetti, pieni ma tesi, con capezzoli scuri e duri che puntano verso il soffitto, implorando attenzione.
Guidato da un istinto primordiale, mi sollevo un attimo e affondo il viso in quel caldo velluto. La mia bocca si chiude su un capezzolo, la lingua lo accarezza, lo morde dolcemente. Le braccia di Giada mi circondano la testa, stringendomi contro di sé.
"Sì... così..." geme lei, e qui la sua eleganza vacilla, sostituita da una volgarità calcolata. "Mordi quel seno... sei mio... non più di quella stupida di mia cugina."
I suoi gemiti, ora, sono teatrali. Volutamente più alti, più forti. Un rischio calcolato che ci fa venire il cuore in gola. Ogni suo suono è una minaccia, una provocazione diretta al sonno di Erika.
"Adesso l'altro... non dimenticare l'altro," ordina, spingendo la mia testa verso il seno opposto.
La mia bocca obbedisce, la mia lingua danza, la mia bocca succhia. Il sapore della sua pelle, il calore del suo corpo, il profumo che mi ha stordito tutto si fondono in un'unica, opprimente sensazione di potere e sottomissione.
"Mio, Franci," sussurra, la voce rotta dal piacere. "Sei tutto mio."
I suoi gemiti si interrompono bruscamente. Con un gesto brusco, Giada afferra il mio mento, costringendomi a guardarla negli occhi. I suoi sono due fiamme nere, brucianti di un desiderio perverso e impaziente.
"Questa volta niente pompini" sibilano le sue labbra, la voce un filo teso di ossidiana. "E basta stronzate. Ho giocato abbastanza."
Si solleva appena, il corpo un arco di tensione pura. Con una mano, si sfila il perizoma di pizzo rosso. Il tessuto scivola via, rivelando una liscia e perfetta piega intima, lucida di desiderio. Lo lascia cadere a terra, un brandello di scarlatto sul legno scuro, come un'offerta.
Poi scende di nuovo, ma questa volta diversamente. Non c'è più il filtro del pizzo. È la sua pelle nuda, la sua umidità, che va a posarsi sulla cappella del mio cazzo. Un contatto diretto, esplosivo, che mi trafigge come una scarica elettrica. Inizia a strusciarsi, un movimento lento, circolare, esatto. Un macchinario umano progettato per la tortura e il piacere. La sua fica, bagnata e calda, scorre lungo di me, senza mai permettermi l'ingresso, solo un insostenibile sfiorare che mi sta facendo impazzire.
"Senti... senti cosa fai a me?" geme, e questa volta non c'è più teatralità. C'è solo un bisogno animalesco, un suono roco e genuino che la tradisce. Le sue mani si appoggiano sul mio petto, le unghie che mi graffiano la pelle, lasciando solchi roventi. "Sento che vuoi entrare...lo sento...."
I suoi fianchi continuano quella danza maledetta, una maestria che non avevo mai conosciuto. Non si limita a muoversi, sa esattamente come ruotare il bacino, come variare la pressione, come usare i suoi muscoli interni per torturarmi ulteriormente. Chiudo gli occhi, la testa gettata all'indietro sul divano, completamente in balia delle sua abilità.
Con un gemito strozzato, un suono che è metà dolore e metà liberazione, Giada alza i fianchi, prende la mia erezione con una mano sicura e la guida. In un solo movimento fluido e implacabile, mi fa entrare in lei.
Un urlo silenzioso mi si chiude in gola. L'invasione è umida, stretta, incandescente. La sua fica è una morsa viva e pulsante che mi avvolge, mi stringe, mi divora. Non c'è delicatezza, non c'è abitudine. C'è solo la presa di possesso.
