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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 1
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Capitolo 1 di 15 18 min di lettura

Assaggiare la propria cugina

quando un pranzo dalla nonna diventa particolarmente piccante e la cugina della tua ragazza….diventa curiosa di assaggiare

Alessia
7 mesi fa · 2.6k letture · 12

 La verità è che la mente umana è strana, sporca, specialmente quella maschile: spesso finiamo per ragionare più con l’istinto che con il cervello. 

Questa storia inizia in un parcheggio isolato, nell'intimità della mia macchina. Erika, la mia ragazza, è sopra di me sui sedili posteriori. È seminuda e muove il bacino con un ritmo ipnotico, mentre io sono sotto di lei, con il viso immerso nel suo collo che ho già iniziato a marcare con baci profondi. I vetri dell'auto iniziano ad appannarsi, isolandoci dal resto del mondo. 

“Franci sì, non resisto... ti prego, prendimi!” mi supplica, cercandomi poi con un bacio passionale che sa di urgenza. Non me lo faccio ripetere: con una spinta decisa entro dentro di lei, dettando un ritmo incalzante per portarla subito al limite. 

Lei cerca di soffocare i gemiti contro la mia spalla, ma il piacere è troppo forte. Si muove freneticamente, mentre il suo seno sussulta attirando la mia bocca; serro le labbra attorno ai suoi capezzoli, stimolandoli con la mano mentre il calore tra noi aumenta a ogni respiro. 

“Franci sì... più forte!” mormora Erika tra i sospiri. Aumento la cadenza, sentendo che manca pochissimo. “Sì, così... sto venendo!” grida infine, mentre le sue pareti si stringono attorno a me in un riverbero elettrico che la lascia senza fiato. 

Sudata e svuotata, si accascia per un istante accanto a me baciandomi con dolcezza, ma il suo sguardo è ancora acceso. “Ma tu non sei venuto, amore mio... dobbiamo rimediare,” mi sussurra all’orecchio. Le sue dita avvolgono la mia virilità ancora intrisa di lei, iniziando a stuzzicarmi. 

“Amore, mi fai impazzire quando fai così,” rispondo, abbandonando la testa contro il sedile. 

“Ti piacerà ancora di più adesso,” ribatte con un sorrisetto malizioso. Si abbassa lentamente, accarezzandomi con la punta della lingua prima di accogliermi interamente nella sua bocca calda. La sensazione della sua saliva e il calore di quel contatto mi tolgono il respiro. 

Si ferma solo un secondo, lasciando scivolare un rivolo lucido per lubrificare meglio la presa della mano, un gesto che mi manda letteralmente fuori di testa. “Mi raccomando, avvertimi prima di arrivare al limite,” mormora, tornando a dedicarsi a me con rinnovata passione. 

Le accompagno la testa, affondando le dita tra i suoi capelli. “Eri, sei fantastica... cazzo, mi stai uccidendo.” Le mie parole sembrano caricarla: aumenta l'intensità, aiutandosi con la mano in un movimento fluido che mi porta inesorabilmente al punto di non ritorno. 

“Ci sono quasi, amore!” Riesco a malapena a parlare. Lei risale con le labbra un’ultima volta e poi si ferma, sostituendo la bocca con la mano che si muove frenetica, mentre mi bacia con una foga disperata. Tutta la tensione accumulata esplode finalmente tra le sue dita, lasciandomi sprofondare in un orgasmo intenso e totale.

Mentre il mio respiro rallenta, cercando di ritrovare un ritmo normale, Erika si scioglie dalla mia presa, passandosi una mano tra i capelli spettinati con un sospiro soddisfatto.

“Ok, disastro avvenuto,” ridacchia, guardando le nostre condizioni. “Dobbiamo assolutamente darci una sistemata prima di tornare alla civiltà.”

Si gira e si sporge in avanti, allungandosi nello spazio tra i due sedili anteriori per raggiungere il cruscotto dove teniamo le salviette. Il movimento inarca la sua schiena, offrendo alla mia vista il suo fondoschiena nudo, illuminato appena dalla luce fioca di un lampione lontano. La tentazione è troppo forte, anche adesso. Non resisto: mi avvicino e stampo un bacio sonoro proprio lì, sulla pelle morbida, dandole poi un leggero morso giocoso.

“Ahi! Scemo!” esclama lei sobbalzando, ma la sento ridere mentre afferra il pacchetto. Torna indietro brandendo le salviette come un trofeo e me ne lancia qualcuna addosso. “Tieni, Romeo. Vedi di pulirti.”

Ci sistemiamo alla bell'e meglio, tra gesti impacciati e risate sommesse che riempiono l’abitacolo. Una volta rivestiti, o almeno resi presentabili, l’atmosfera cambia ancora. Non c’è più l’urgenza di prima, ma una calma calda e avvolgente. Lei si rannicchia contro il mio petto, io le circondo le spalle con un braccio, attirandola a me per proteggerla dal freddo che inizia a filtrare dai finestrini.

Restiamo così per un po’, incastrati sul sedile posteriore, a scambiarci baci lenti e carezze pigre.

“Sei un disastro, lo sai?” le sussurro tra i capelli, stringendola forte.

“Sì, ma sono il tuo disastro preferito,” risponde lei pronta, alzando il viso per guardarmi. Ha gli occhi che brillano, quell’espressione innamorata che mi frega ogni volta. Le accarezzo la guancia col pollice.

“Già. Ti amo da morire, piccola.”

“Ti amo anch'io, Franci. Tanto.”

Mi dà un bacio a stampo sulle labbra, poi appoggia di nuovo la testa sulla mia spalla, come se si fosse appena ricordata di qualcosa. Sento che sorride contro la mia maglietta.

“A proposito... cerca di recuperare le energie stanotte.”

“Perché? Hai altre idee in mente?” chiedo io malizioso.

Lei scoppia a ridere e mi dà un colpetto sul petto. “Ma no, stupido! Parlo di domani. Ti ricordi che giorno è, vero?”

La guardo perplesso per un secondo, poi l’illuminazione.

“Oddio. Il pranzo da tua nonna.”

“Esatto,” conferma lei divertita. “E ha detto che ha preparato il ragù e l'arrosto. Quindi vedi di arrivare affamato, perché se non finisci tutto si offende.”

Sbuffo una risata, baciandole la fronte. “D'accordo, d'accordo. Per le lasagne di tua nonna questo e altro. Ma ora restiamo ancora un minuto qui, mh?”

“Sì,” sussurra lei chiudendo gli occhi. “Ancora un minuto.”

Il giorno dopo ha tutto un altro sapore. L’aria è tiepida, pulita, e mentre saliamo le scale verso l’appartamento della nonna di Erika, vengo investito dal profumo inconfondibile del ragù che cuoce da ore.

Stringo la mano di Erika. Lei è bellissima nella sua semplicità, con un vestitino a fiori e quel sorriso dolce di chi si sente a casa. Mi sento bene, solido. Sono il "brav’uomo", il fidanzato innamorato che non ha bisogno di guardarsi attorno perché ha già tutto. Credevo di aver già tutto.

“Amore, vieni, ti presento il resto della truppa,” mi dice Erika tirandomi verso il salone. C’è il solito vociare da pranzo della domenica, bicchieri che tintinnano, parenti che salutano.

“Nonna è in cucina, ma prima...” Erika si ferma e fa un cenno verso la porta finestra che dà sul balcone. “Voglio presentarti mia cugina. È arrivata stamattina.”

Mi giro con un sorriso di circostanza, pronto alla solita stretta di mano formale. E invece, il mio mondo si ferma per un secondo.

Lei è lì, appoggiata allo stipite della porta, con l’aria di chi si annoia mortalmente e allo stesso tempo sa di essere il centro dell’attenzione.

Non assomiglia per niente a Erika. Se la mia ragazza è dolcezza e luce, questa ragazza è un magnete oscuro, pura gravità fisica.

La prima cosa che mi colpisce, come un pugno nello stomaco, è il viso. Ha lineamenti che sembrano disegnati per far perdere la testa a un uomo: labbra piene, carnose, accentuate da un gloss che le rende perennemente umide, quasi un invito silenzioso. I capelli scuri le scendono morbidi sulle spalle nude, incorniciando uno sguardo che non è timido, ma diretto, tagliente. Al collo porta un semplice nastrino nero, un choker stretto che attira inevitabilmente l'occhio sulla gola e sulla pelle liscia, perfetta. C'è qualcosa di sfacciato in quel dettaglio, qualcosa che mi fa deglutire a vuoto.

“Piacere, sono Giada,” dice lei. La voce è bassa, un po’ roca.

“Francesco,” rispondo io. La mia voce invece esce più strozzata del previsto.

Lei si stacca dallo stipite e fa un passo verso di noi. Indossa un completo bianco, leggerissimo, che risalta in modo violento sulla sua pelle abbronzata, dorata da un sole che sembra essersi portata dietro. I pantaloni sono morbidi, scendono bassi sui fianchi, mentre il pezzo di sopra è striminzito, lasciando scoperta una striscia di addome sodo e tonico.

Mentre mi tende la mano, il mio sguardo, traditore, maledetto istinto maschile di cui parlavo, scivola involontariamente verso il basso. Non posso farci nulla. Il modo in cui il tessuto bianco fascia il suo seno, il contrasto con la pelle scura, l'atteggiamento indolente con cui muove il bacino... è una scossa elettrica.

Stringo la sua mano. È calda, la presa è ferma.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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