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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 1
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Capitolo 1 di 15 18 min di lettura

Assaggiare la propria cugina

quando un pranzo dalla nonna diventa particolarmente piccante e la cugina della tua ragazza….diventa curiosa di assaggiare

Alessia
7 mesi fa · 2.6k letture · 12

“Erika mi ha parlato tanto di te,” dice Giada, e per un attimo i suoi occhi scuri si piantano nei miei. C'è una scintilla di malizia? O me la sto immaginando io, colpevole fin nel midollo?

Erika ride, ignara, abbracciandola. “Sì, è il mio Francesco. Guai a chi me lo tocca.”

Giada sorride, ma non guarda la cugina. Guarda me, piegando appena la testa di lato, le labbra lucide che si increspano in un mezzo sorriso indecifrabile.

“Tranquilla cugina,” mormora, senza smettere di fissarmi. “Sembra... molto fedele.”

Sento il sudore freddo lungo la schiena. Amo Erika, la amo davvero. Ma mentre ci sediamo a tavola e Giada prende posto proprio di fronte a me, accavallando le gambe e sistemandosi il choker al collo, capisco che quel pranzo sarà una tortura. Il mio cervello dice "Erika", ma i miei occhi, ogni volta che possono, tornano lì. Su quelle labbra, su quella pelle dorata, su quel frutto proibito che è appena entrato nella mia vita.

Il pranzo scorre tra il rumore delle posate e le domande di rito dei parenti, ma l'energia al tavolo è tutta sbilanciata verso di lei. Giada non occupa solo una sedia; occupa l'intera stanza.

Scopro presto che ha passato l'ultimo anno a studiare all'estero, e quel periodo lontano sembra averle tolto ogni filtro. Racconta aneddoti con una teatralità innata, gesticolando ampiamente, ridendo forte, toccando il braccio dello zio o della nonna per enfatizzare i concetti. È espansiva in un modo che quasi infastidisce, eppure non riesci a smettere di guardarla. È vita pura, caotica e rumorosa.

“E tu, Francesco? Erika mi ha detto che ti manca poco alla laurea,” mi chiede a bruciapelo, mentre si versa un altro bicchiere di vino rosso, incurante del galateo.

“Sì, sono all'ultimo anno di Giurisprudenza. Sto iniziando a guardare per la tesi,” rispondo, cercando di mantenere il tono pacato, da bravo ragazzo.

I suoi occhi si illuminano, ma non di ammirazione. Di sfida.

“Ah, colleghi allora. Io sono un anno indietro, ho perso un po' di tempo con il trasferimento, ma onestamente...” fa una pausa, passandosi la lingua sulle labbra lucide, “...trovo che il modo in cui insegnano qui sia vecchio. Superato.”

Inizia così un dibattito che nessuno degli altri commensali può seguire davvero. Parliamo di diritto penale, di casi recenti, e scopro subito che Giada è... insopportabile. È polemica per natura. Non le interessa il confronto, le interessa vincere. Mi interrompe, stravolge le mie parole, alza la voce quel tanto che basta per sovrastarmi ma senza sembrare maleducata, solo appassionata.

“Ti sbagli, Franci,” mi dice, usando quel diminutivo con una confidenza che non le ho dato. “È una visione troppo rigida. Il diritto deve evolversi, se resti attaccato ai codici come se fossero la Bibbia non sarai mai un grande avvocato.”

Lo dice con un’arroganza che dovrebbe farmi infuriare. È vanitosa, terribilmente piena di sé. Mentre parla, noto che lancia brevi, furtive occhiate al riflesso di sé stessa nella vetrinetta della credenza, o si sistema una ciocca di capelli dietro l'orecchio con movimenti lenti, studiati. Sa di essere bella e usa la sua intelligenza come un accessorio in più per schiacciare gli altri.

Eppure, invece di essere irritato, sono ipnotizzato.

Erika, accanto a me, mi stringe il ginocchio sotto il tavolo, dolce, forse cercando di calmarmi pensando che io sia nervoso per la discussione. Ma il mio nervosismo ha un'altra origine.

Ogni volta che Giada si sporge verso di me per ribadire un punto, il suo profumo — qualcosa di speziato, intenso — invade il mio spazio vitale. Quando si infervora per avere ragione, il suo respiro si fa più veloce, il petto si alza e si abbassa visibilmente sotto quel top bianco troppo stretto.

C'è qualcosa di incredibilmente erotico nel vederla così combattiva. È una donna che non chiede permesso, che prende quello che vuole.

“Allora? Non hai una risposta?” incalza lei, puntandomi un dito contro, con un sorrisetto vittorioso stampato su quella bocca sensuale.

La guardo, e per un attimo dimentico la procedura penale, dimentico il pranzo, dimentico persino Erika.

“Ho la risposta,” dico, abbassando la voce, sostenendo il suo sguardo senza indietreggiare. “Ma credo che tu sia troppo testarda per accettarla.”

Lei ride, gettando la testa all'indietro, scoprendo ancora di più la gola avvolta dal nastrino nero.

“Mi piace chi resiste,” mormora, tornando a fissarmi. E in quel momento, ho la certezza assoluta che non stiamo più parlando di legge.

Il pranzo finisce in un torpore generale, con la nonna che ci spedisce quasi a forza a fare il "riposino" pomeridiano. La camera degli ospiti che ci ha assegnato è fresca, in penombra, con le persiane accostate che lasciano filtrare solo lame di luce polverosa.

Appena la porta si chiude alle nostre spalle, l’aria cambia istantaneamente. Non c’è bisogno di parole. Erika ha percepito tutto: la tensione a tavola, il mio sguardo che scivolava troppo spesso su Giada, l’atteggiamento da prima donna di sua cugina. E la cosa la manda ai matti.

Non è tristezza la sua, è pura competizione femminile.

“Ti è piaciuto lo spettacolo di là, vero?” mi sibila, ma non è una domanda. Mi spinge indietro fino a farmi sedere sul bordo del letto vecchio stile, con la rete che cigola.

“Amore, io...” provo a dire, ma lei non vuole scuse. Vuole dimostrare.

“Zitto,” mi ordina, con una voce che vibra di un’autorità nuova, alimentata dalla gelosia. “Adesso guardi me. Solo me.”

La gelosia la rende febbrile, elimina ogni preambolo dolce. Le sue mani sono veloci, impazienti. Si sfila il vestitino a fiori con un gesto secco, lasciandolo cadere a terra come una pelle inutile, restando in quell’intimo di pizzo che so essere il mio preferito. Ma oggi non lo indossa per essere romantica, lo indossa per essere letale.

Si avventa su di me con una foga diversa dal solito. Mi bacia con rabbia, mordendomi il labbro inferiore, le mani che mi spogliano cercando la pelle con urgenza. Vuole ricordarmi cosa ho qui, cosa è suo. Vuole cancellare il profumo speziato di Giada con il suo odore dolce e naturale, vuole sovrascrivere l'immagine di quella vanitosa con la realtà del suo corpo che conosce ogni mia reazione.

“Sei mio, Franci. Sei mio,” mi sussurra contro il collo, e sento che ci crede disperatamente.

Quando sale sopra di me, i suoi movimenti sono frenetici, una danza di possesso. Erika è bellissima in questo stato: il viso arrossato, i capelli scompigliati, il respiro rotto. C’è qualcosa di incredibilmente eccitante nel sapere che sta facendo tutto questo per gelosia, per tenermi legato a sé. Mi lascio trascinare dalla sua energia, le mani sui suoi fianchi, perdendomi nella sensazione di lei che mi accoglie.

È tutto perfetto, intenso, privato.

O almeno, così credevo.

Mentre Erika inarca la schiena, persa nel suo piacere, con gli occhi chiusi e un gemito che le muore in gola, il mio sguardo, annebbiato dal piacere, cade oltre la sua spalla.

La porta della camera.

Nella foga, non l’abbiamo chiusa bene. La serratura vecchia non è scattata ed è rimasta socchiusa di pochi centimetri, lasciando uno spiraglio buio verso il corridoio silenzioso.

E lì, nel buio, vedo un riflesso.

Mi si gela il sangue, ma il cuore inizia a battere ancora più forte, se possibile.

C’è qualcuno.

Riconosco la sagoma, immobile. Riconosco il luccichio di due occhi scuri che riflettono la poca luce della stanza.

È Giada.

Non se n’è andata a dormire. È lì, ferma nel corridoio, silenziosa come un'ombra.

Non si nasconde nemmeno troppo. Attraverso la fessura, vedo che ci sta guardando. Ma non c’è malizia derisoria nel suo sguardo adesso, né quell’arroganza da avvocato in carriera. È immobile, quasi ipnotizzata.

Sta guardando sua cugina, la "dolce" Erika, cavalcarmi con quella passione sfrenata, ed è come se fosse rimasta folgorata dalla scena. Vedo le sue labbra dischiudersi leggermente, sorprese, forse addirittura ammirate dalla bellezza cruda di quel momento.

Erika non se ne accorge, continua a muoversi sopra di me, ignara di avere un pubblico. Ma io lo so. E sapere che quegli occhi scuri e pericolosi ci stanno divorando mentre facciamo l'amore aggiunge una scossa perversa, un brivido proibito che mi attraversa la spina dorsale e mi fa stringere i fianchi di Erika ancora più forte.

Prima di andare avanti…

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