Passa un'altra mezz'ora. La zia ci saluta per andare a dormire. Giulia, cullata dall'acqua e cullata dalla sua stessa noia, finisce per appisolarsi a pancia in giù su un grande materassino gonfiabile, dondolando dolcemente al centro della piscina. Il silenzio cala sul giardino. Incrocio lo sguardo di Giada, che è seduta sui gradini della vasca. L'acqua le accarezza la vita, il costume intero nero che le aderisce come una seconda pelle. I suoi occhi neri brillano nell'oscurità, carichi di una promessa letale. Fa un cenno impercettibile con la testa verso la villa. È il momento.
Usciamo dall'acqua senza fare il minimo rumore per non svegliare Giulia sul materassino. Entriamo in casa, lasciando una scia di gocce sul pavimento di cotto, i corpi freddi ma il sangue che già ribolle.
Saliamo le scale in silenzio. La porta della camera di Erika è socchiusa. Mi affaccio: ha fatto la doccia e si è gettata sul letto a pancia in giù, addormentandosi all'istante, sfinita, con ancora l'asciugamano avvolto sui capelli. Ancora una volta, è fuori gioco. Ancora una volta, il palcoscenico è nostro.
Non faccio in tempo a voltarmi che Giada mi è già addosso. Mi spinge contro il muro del corridoio, la sua bocca che si avventa sulla mia con una fame feroce, assaporando il cloro e il desiderio. Non ci sono parole, non c'è bisogno di spiegazioni. Il rischio ci intossica.
Le afferro i fianchi, le mie mani che scivolano sulla lycra fradicia del suo costume, stringendo i suoi glutei sodi. La sollevo di peso. Giada allaccia immediatamente le gambe gocciolanti attorno alla mia vita, soffocando un gemito contro il mio collo. Con due falcate entro nel grande bagno padronale e chiudo la porta a chiave dietro di noi.
Il bagno è saturo dell'umidità lasciata dalla doccia di Erika. L'aria è calda, pesante. Faccio sedere Giada sul ripiano di marmo freddo del lavandino. Io mi lascio cadere sul coperchio chiuso del wc, proprio di fronte a lei. Siamo fradici. Gocce d'acqua cadono dai nostri capelli sul pavimento di piastrelle.
L'aria del bagno è un caldo vapore che appiccica la pelle ai vestiti. Giada, seduta sul bordo freddo del marmo, mi guarda dall'alto in basso, un sorriso furbo e predatore che le increspa le labbra. Non dice nulla. Non ha bisogno di farlo. Lentamente, estende una gamba, la cui pelle liscia e fredda porta ancora l'odore del cloro. Il suo piede, delicato ma forte, si posa sulla mia coscia. Non una carezza, una dichiarazione di possesso.
"Allora, professore," sussurra, la voce un filo di seta appuntita. "Ancora non sazio?"
Sento un brivido percorrermi la schiena. Con un movimento quasi impercettibile, sfilo il costume bagnato di dosso, un gesto secco e deciso che la fa gemire con soddisfazione. Il mio cazzo esce dalla sua prigione di tessuto, già duro, già pulsante, la cappella liscia e violacea che tremola nell'aria umida.
Giada non esita. Il suo piede si alza, l'alluce che accarezza prima la base, poi risale lentamente lungo la vena principale, premendo con una precisione che mi fa mordere il labbro. L'acqua gocciola dal suo tallone e si unisce al pre-cum che già perla sulla mia punta.
"Guarda questo bel mostro che hai qui," continua lei, il tono da maestra di scuola che mi fa impazzire. "Sempre così obbediente, sempre così pronto per me."
Il suo altro piede si unisce al gioco, entrambi i piedi che ora mi avvolgono, stringendo il mio cazzo come una morsa calda e scivolosa. Inizia un ritmo lento, su e giù, la pianta dei suoi piedi che si struscia contro la mia carne, le dita che mi accarezzano le palle. Il suono è umido, sporcante, un tonfo ritmico che riempie il silenzio del bagno.
"Cazzo, Giada..." sbuffo, la testa che si appoggia indietro contro il muro freddo. I miei muscoli si tendono, l'anca che spinta in avanti, cercando più pressione, più velocità.
"Non venire ancora, capisci?" mi ordina, la voce dura, mentre accelera il ritmo. "Non ho finito di giocare."
Il piacere è un'onda che cresce, una pressione insopportabile che si accumula alla base della mia schiena. Faccio un cenno, quasi implorante. Giada capisce. Si ferma all'istante, lasciandomi a mezza via dall'orgasmo, un brivido frustrato che mi scuote. Si alza dal lavandino con una flessibilità felina, il costume intero nero che le aderisce al corpo come una seconda pelle, evidenziando ogni singola curva.
Si avvicina, l'acqua che cola da lei e cade su di me, piccoli schizzi freddi sulla mia pelle rovente. Si mette in piedi sopra di me, un piede su ogni lato delle mie gambe, guardandomi dall'alto.
"Hai bisogno di una lezione, Franci," sussurra, abbassandosi lentamente. "Una lezione di pazienza."
E poi si siede. Non sul mio cazzo. Sulle mie cosce, il suo costume bagnato che si struscia contro la mia pelle, un contatto freddo e scivoloso che mi fa tremare. Il peso del suo corpo è perfetto, la sua fica calda e pulsante che si appoggia sulla mia erezione, separata solo da due strati di tessuto fradicio.
Inizia a muoversi, un lento, torturante ondeggiare dell'anca. Il costume si sfrega contro di me, la stoffa che si fa strada nelle mie labbra, stimolandomi e negandomi il piacere allo stesso tempo. Le sue mani mi afferrano le spalle, le unghie che mi pizzicano la pelle mentre si spinge su e giù, su e giù.
"Cazzo, Giada... siediti," imploro, la voce rotta dal desiderio. "Siediti su di me... adesso."
Lei ride, un suono basso, velenoso. "Non sei tu a dare gli ordini qui, amore."
Si alza di un millimetro, giusto il tempo di sfilare il costume. Con un gesto rapido e feroce, lo lancia via, rivelando la sua fica completamente glabra, gonfia e rosata, brillante di eccitazione. È una visione che mi mozza il respiro.
Mi guarda dritto negli occhi, un sorriso trionfante sul volto. Poi, si siede. Lenta, lentamente, lasciando che la mia cappella entri in lei, un centimetro alla volta. È un'invasione, una conquista. La sua fica è una fornace bagnata, una morsa che mi accoglie e mi stritola.
Quando sono completamente dentro di lei, si ferma, godendosi la sensazione. Il suo corpo trema leggermente, il respiro che le si fa corto. Il mio cazzo è impazzito, un sismografo che registra ogni singola contrazione delle sue pareti.
"E adesso?" sussurra lei. "Adesso chi comanda?"
Io non rispondo. Mi alzo di scatto, sollevandola con me. La sua sorpresa si trasforma in un gemito di puro piacere mentre la spingo contro il muro, le sue gambe che si avvolgono automaticamente intorno alla mia vita. Inizio a scoparla, una serie di colpi profondi e violenti, il mio cazzo che la riempie, la distrugge, la possiede.
"Sì, cazzo! Così!" urla lei, le mani che si aggrappano alle mie spalle, le unghie che mi graffiano la schiena. "Non fermarti! Scopami! Scopami come la puttana che sono!"
E io lo faccio. La scopo con una rabbia che non sapevo di avere, con una fame che la consuma e mi consuma. Il suo corpo è uno strumento su cui suono la mia melodia di peccato, ogni suo gemito è una nota, ogni suo tremore un'eco della mia lussuria.
"Sono una cattiva ragazza, Franci," sussurra lei all'improvviso, la voce roca e rotta dal piacere. "Sono molto, molto cattiva. E tu mi ami per questo."
"Sì," rispondo, la voce un ruggito. "Ti amo per questo."
Lei ride, un suono basso e felino. "E sai cosa fanno le cattive ragazze?"
Prima che io possa rispondere, la porta del bagno si spalanca con un tonfo secco.
Sulla soglia, l'acqua della piscina che le cola ancora dai capelli sciolti e lungo il corpo fasciato dal costume fradicio, c'è Giulia.
Lo shock sul viso di Giulia è totale. L'immagine le colpisce il cervello come un pugno in piena faccia. Il suo castello di illusioni in cui si credeva la mia unica, segreta tentazione, va in frantumi in un millesimo di secondo, spazzato via dalla visione cruda e inequivocabile della cugina maggiore nuda con me.
Il silenzio dura solo un istante, denso come cemento.
Poi, la voce di Giulia, acuta, tremante di rabbia, tradimento e totale incredulità, squarcia l'aria.
"Ma che cazzo...!"
Com'è finora?
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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