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Erotika
La mia Ragazza & sua Cugina · Cap. 9
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Capitolo 9 di 15 32 min di lettura

Scopare su tua cugina svenuta

finalmente la ricompensa di giada, che si rivela essere molto più eccitante e intensa di quello che franci immaginava

Alessia
7 mesi fa · 1.1k letture · 9

Giada solleva lentamente il viso dal mio petto. Il trucco è leggermente sbavato agli angoli degli occhi, i capelli neri le ricadono disordinati sulle spalle nude, incollandosi alla schiena umida. È bellissima. Non della bellezza perfetta e intoccabile con cui è entrata in questa casa, ma di una bellezza cruda, carnale, distrutta e ricreata dalla lussuria.

I suoi occhi oscuri sondano i miei, cercando qualcosa oltre l'appagamento fisico. Mi passa una mano sul viso, le dita che mi accarezzano la mascella con una tenerezza che stride violentemente con la brutalità di quello che abbiamo appena fatto.

"Dimmelo, Franci," sussurra, la voce graffiata, un filo roco che mi fa vibrare lo stomaco. "Non voglio più giochi adesso. Non voglio più sentire stronzate. Dimmelo." "Cosa vuoi che ti dica?" mormoro, catturando la sua mano e baciandole il palmo.

"Dimmelo e basta," insiste, avvicinando il viso al mio, il respiro che si fonde col mio. C'è un'urgenza disperata nel suo tono, un bisogno viscerale di sentirsi ancorata a me. "Dimmi che sei ossessionato da me. Dimmi che quello che provi per lei non è niente in confronto a questo. Dimmi che mi ami, cazzo. Anche se è sbagliato. Anche se siamo malati."

Le sue parole sono una confessione a cuore aperto, spogliata di ogni arroganza. È la regina che si toglie la corona per mostrare la sua dipendenza. La guardo. Guardo il suo corpo segnato da me, sento il vuoto assoluto che mi ha lasciato dentro, un vuoto che solo lei può riempire di nuovo. La verità mi sale alle labbra, incontrollabile e devastante.

"Sono malato di te, Giada," confesso, la voce che mi trema appena, tirandola contro di me per affondare il viso nel suo collo. "Sono fottutamente ossessionato. Ti amo. Ti amo in un modo che mi fa schifo, in un modo che mi distrugge, ma non posso farne a meno. Non voglio farne a meno. Tu sei mia."

Giada chiude gli occhi, un sospiro lungo e tremante le sfugge dalle labbra. "Anch'io, Franci. Dio, anch'io," mormora, stringendosi a me con una forza inaspettata. "Ti amo. Questa fame che abbiamo... ci consumerà vivi. E io non vedo l'ora."

Restiamo abbracciati sul pavimento, avvolti in una bolla di dolcezza perversa. È un amore nato nel tradimento, alimentato dal voyeurismo e cementato da una lussuria animale, ma in questo momento, sul tappeto sporco del soggiorno, è l'unica cosa reale. Ci accarezziamo in silenzio, assaporando la vicinanza, le labbra che si cercano per baci pigri, lunghi e profondi.

Ma il mondo reale non aspetta. L'orologio a muro in cucina segna quasi le diciotto. Il pomeriggio è scivolato via, inghiottito dal nostro delirio.

"Dobbiamo muoverci," sussurra improvvisamente Giada, rompendo l'incantesimo. Si stacca da me a malincuore, mettendosi seduta. "Mia zia e la mocciosa potrebbero tornare da un momento all'altro. Dobbiamo ripulire tutto questo."

Mi alzo, i muscoli che protestano, e annuisco. La realtà ci piomba addosso come un secchio d'acqua ghiacciata. Ci muoviamo in fretta, un lavoro di squadra silenzioso e collaudato dall'urgenza. Recuperiamo i nostri vestiti sparsi per la stanza. Giada si infila l'intimo rosso e la vestaglia di seta con gesti veloci, io mi rimetto i jeans e la maglietta. Puliamo il divano e il tappeto con salviette umidificate prese in bagno, cancellando ogni traccia della nostra tempesta.

Poi, il problema più grande: Erika. Giace ancora sul divano, nuda e beatamente svenuta.

"Vado a prenderle qualcosa di comodo dalla sua valigia," dico a bassa voce, correndo di sopra. Ritorno un minuto dopo con un paio di slip puliti di cotone e una maglietta oversize che le fa da pigiama.

Rivestire una persona priva di sensi è un'operazione goffa, ma farlo insieme all'amante con cui l'hai appena tradita assume contorni surreali. Giada mi aiuta a sollevarle il bacino, le sue mani dalle unghie laccate che sfiorano la pelle della cugina con un distacco clinico, mentre io le infilo gli slip. Poi la facciamo sedere per infilarle la maglietta dalla testa, infilando le sue braccia inerti nelle maniche. Erika mugugna qualcosa di incomprensibile, la testa le ciondola contro la mia spalla. Ha un odore pungente di sudore, sesso ed erba.

"La porto di sopra," sussurro, prendendola in braccio a mo' di sposa. Pesa pochissimo.

Giada mi fa strada, aprendo le porte. La adagio sul suo letto, rimboccandole le coperte. Sembra un angelo caduto, ignara dell'inferno che ha appena attraversato. Lasciamo la porta della sua camera socchiusa e scendiamo in cucina. Giada prepara un caffè forte, mentre io mi sciacquo la faccia nel lavandino, cercando di cancellare dal mio sguardo la colpa e l'estasi.

Passa quasi un'ora. Stiamo finendo il caffè in un silenzio carico di elettricità, quando sentiamo dei passi lenti e strascicati scendere le scale.

Erika compare sulla soglia della cucina. Ha i capelli arruffati, gli occhi gonfi e un'espressione confusa e dolorante. Si tiene una mano sulla fronte.

"Buongiorno, principessa," la accoglie Giada, il tono perfettamente bilanciato tra l'ironico e il premuroso. "O dovrei dire buonasera? Hai dormito per ore."

Erika strizza gli occhi, colpita dalla luce. "Oddio... che mal di testa. Mi sento come se mi fosse passato sopra un camion." Si avvicina a me, appoggiandosi alla mia sedia e mettendo le braccia attorno al mio collo, nascondendo il viso nell'incavo della mia spalla.

"Hai esagerato col fumo, amore," le dico dolcemente, accarezzandole i capelli e baciandole la tempia, il cuore che mi martella nel petto. Mentire è diventato troppo facile. "Sei crollata di colpo. Ti abbiamo rivestita e messa a letto."

Erika si irrigidisce leggermente contro di me. Alza la testa, guardando prima me e poi Giada, le guance che si infiammano di colpo, diventando rosse come pomodori. L'erba ha cancellato quasi tutto, ma le ha lasciato un frammento, un ricordo sbiadito ma nitidissimo.

"Cristo..." mormora Erika, coprendosi il viso con le mani, mortificata. "Io... mi ricordo il divano. Mi ricordo... noi due. Franci, noi... l'abbiamo fatto davvero mentre Giada era lì?"

Giada beve un sorso di caffè, nascondendo un sorriso letale dietro la tazzina. "Eri molto... creativa, tesoro. Devo dire che non ti facevo così disinibita. Ma tranquilla, a un certo punto sono andata in cucina. Siete stati molto rumorosi, però."

Erika geme, nascondendo di nuovo il viso contro il mio collo, l'imbarazzo che la divora. "Voglio sprofondare. Non berrò e non fumerò mai più in vita mia. Scusa Giada, che figura..."

"Tranquilla, tutto resta in famiglia," risponde Giada con voce suadente, posando la tazza e alzandosi. "Vado a farmi una doccia prima che rientrino tua madre e la piccola peste. Vi lascio soli." Lancia a me un'ultima occhiata bruciante, carica di mille segreti, e sparisce nel corridoio.

Resto solo con Erika. Lei si stacca un po', guardandomi negli occhi. Il rossore dell'imbarazzo è ancora lì, ma c'è anche una scintilla di malizia nuova, sfrontata, figlia di quel gioco di ruolo che ricorda a malapena.

Si morde il labbro inferiore, abbassando lo sguardo, per poi far scivolare una mano sotto il tavolo. Mi dà uno schiaffo leggero, scherzoso ma secco, proprio sul culo.

"Però, signor ladro..." sussurra Erika, un sorrisetto timido ma colmo di orgoglio e desiderio che le illumina il viso. "Devo ammettere che... mi è piaciuto da morire."

Sorrido, un sorriso vero e spezzato, stringendola a me. Ignora completamente di essere la vittima della più grande rapina della sua vita.

Il rumore della chiave nella toppa spezza definitivamente la nostra bolla. La zia e Giulia irrompono in casa cariche di buste dello shopping, portando con sé la frenesia del mondo esterno. La cena scorre in un clima surreale. Erika mangia a malapena, gli occhi pesanti per il post-sbornia da erba, mentre io e Giada recitiamo la parte dei perfetti convitati. Sotto il tavolo, Giulia cerca un paio di volte il mio sguardo, stizzita dalla mia freddezza, ignara del fatto che il mio corpo appartenga ancora, in ogni singola fibra, a sua cugina maggiore seduta di fronte a noi.

Per scrollarci di dosso l'afa e la stanchezza, la zia propone un bagno serale in piscina. L'acqua scura e illuminata dai fari subacquei è un sollievo, ma per Erika è il colpo di grazia. Dopo appena venti minuti a mollo, si trascina verso la scaletta. "Io vado, sono stanca morta," mormora, avvolgendosi in un asciugamano. Si avvicina al bordo dove sono appoggiato e si china su di me. Mi prende il viso tra le mani e mi dà un bacio profondo, passionale, la lingua che cerca la mia con una foga inaspettata davanti alla sua famiglia.

Con la coda dell'occhio, vedo l'acqua incresparsi violentemente. Giulia è a pochi metri da noi, aggrappata al bordo. Fissa il bacio con gli occhi ridotti a due fessure letali, la mascella contratta. La sua possessività è così palese che quasi mi fa sorridere, se non fossi troppo impegnato a gestire i miei stessi, enormi segreti. "Notte, amore," mi sussurra Erika, sfiorandomi i capelli bagnati prima di sparire dentro casa per farsi la doccia.

Prima di andare avanti…

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