"Sì... così... leccami... puliscimi..." sussurra lei, la voce rotta dal piacere. "Lecami la fica... mentre lecco il tuo sperma dalle tette di tua ragazza."
Le parole sono un'accelerazione. La mia lingua si muove più veloce, più profonda. Lecco il suo clitoride, lo succhio dolcemente, lo morso con delicatezza. Le sue gambe tremano, e il suo corpo inizio a muoversi in modo ritmico, spingendo il suo culo contro il mio viso, cercando più contatto, più piacere. Non è più lei a comandare. Sono io che le sto insegnando cosa significa essere completamente posseduta.
Mentre la lecco, la masturbo con una mano, le dita che entrano nella sua fica bagnata, un movimento che la fa gemere ancora più forte. Con l'altra mano, le palpo il culo, le dita che si avvicinano al suo buco stretto, un'ulteriore provocazione che la fa sobbalzare.
"Franci... cazzo... Franci... mi stai facendo impazzire..." geme lei, la voce un filo di puro desiderio.
Mi alzo lentamente, la mia bocca ancora bagnata del suo sapore. il mio cazzo, duro e pulsante, le sfiora la schiena. "Ora sei mia," levo, la voce un sussurro che è una minaccia e una promessa.
sono all'in piedi dietro di lei, la mia erezione che ora preme contro l'ingresso della sua fica. Non entro subito. Resto lì, un attimo, facendola desiderare, facendola implorare.
"Dimmelo, Giada," sussurro. "Dimmi cosa vuoi."
"Tu... voglio te... cazzo... fammi sentire il tuo cazzo dentro di me... per favore..." geme lei, la voce rotta dal bisogno.
Con un sorriso crudele, obbedisco. In un solo colpo, la inondo di nuovo.
Non c'è più nessuna delicatezza. Nessuna rassicurazione. La mia mano si stringe in un pugno tra i capelli di giada e la tiro all'indietro, costringendola ad alzare la testa. "Guarda tua cugina, troia," sibilo. "Guarda che stai facendo davanti a tua cugina"
Il mio cazzo la entra di colpo, senza preparazione, una violenza secca che la fa urlare, un suono soffocato contro la pelle di Erika. Non è più una questione di piacere, è una questione di potere. La scopo con una furia che non sapevo di avere, ogni spinta è un pugno, un insulto, un'accusa. Il mio corpo si scontra contro il suo, facendola barcollare, le ginocchia che cedono sotto la violenza del mio assalto.
Giada si aggrappa. Letteralmente. Le sue braccia si stringono intorno alle spalle nude di Erika, abbracciandola come se fosse una zavorra, una salvezza nella tempesta di carne che la sta travolgendo. Ha il viso sepolto nel collo della cugina, i suoi gemiti di dolore e piacere soffocati contro quella pelle innocente. "Franci... troppo... cazzo, troppo..." geme, ma le sue parole sono un'eco distorta, un invito mascherato da supplica.
Il suo corpo è diventato un strumento del mio piacere. È sensibile, ipersensibile. La sua eleganza è sepolta sotto strati di sudore, i suoi capelli sono un nido disordinato sulla sua schiena, la sua pelle è rossa e segnata dalle mie mani. I suoi gemiti non sono più eleganti, sono urla da pazza, da zoccola in preda al delirio, suoni animali che riempiono la stanza e che mi spingono a fare ancora di più.
Il mio cazzo la scopa sempre più forte, più profondo. Colpisco la sua portata interna con una precisione che è quasi chirurgica, un'azione mirata a distruggerla, a renderla solo un recipiente per il mio desiderio. Le mie mani le afferrano i fianchi, le unghie che si affondano nella sua pelle, lasciando dei solchi rossi che la segnano come mia proprietà.
"Senti come ti scopo, Giada?" levo, la voce un ruggito roco. "Senti questo cazzo? È il cazzo di Franci, l'uomo di tua cugina. E ti sta distruggendo."
Lei non risponde. Solo gemiti, urla, suppliche incomprensibili. Il suo corpo trema, si contorce, un'intera sinfonia di sensazioni che la sta travolgendo. È un'immagine perversa e meravigliosa: Giada, la regina del controllo, ora è solo un corpo in preda al piacere, che si aggrappa alla cugina svenuta mentre viene scopata con una violenza che quasi la fa male.
"Più forte... cazzo... più forte..." riesce a dire, le parole rotte dal piacere. "Non fermarti... non ti fermare mai..."
E io non mi fermo. Aumento la cadenza, la forza. La scopo come se la volessi rompere in due, come se volessi fonderla con me, con Erika, con il divano. Il mondo intorno a noi scompare.
Il suo corpo è un filo teso al punto di rottura. Ogni mio colpo è un martello che la fa vibrare, un'onda d'urto che si propaga da quella fica martoriata fino alla punta dei capelli. Si aggrappa a Erika con disperazione, le unghia che affondano nella pelle tenera delle spalle della cugina, lasciando delle mezzelune rosse che svaniranno nel sonno. Il suo viso è nascosto tra il seno e il collo di Erika, e i suoi gemiti sono ora un lamento continuo, ininterrotto, un suono primordiale che è dolore e piacere fusi insieme.
"Franci... sto venendo... cazzo... sto venendo!" riesce a sbraitare, la voce rotta dalle convulsioni che la scuotono. "Dai... dannazione... non ti fermare!"
E poi l'apocalisse. Un urlo strozzato le esplode dalla gola, mentre un orgasmo sismico la sconvolge. La sua fica si stringe attorno al mio cazzo in una morsa disumana, una serie di spasmi potenti che cercano di espelleremi, di schiacciarmi. Le sue pareti interne, già così sensibili, diventano una gabbia pulsante che mi strozza, che mi succhia, che cerca di strapparmi l'anima.
Il suo corpo trema all'impazzata, le gambe che cedono, sorrette solo dalla mia presa feroce sui suoi fianchi. È un'ondata, un'onda gigante che la travolge e la lascia inerme, un relitto umano ancora aggrappato alla cugina.
Ma io non mi fermo.
Anzi, il dolore puro del suo orgasmo, quella morsa che cerca di distruggermi, mi spinge ancora oltre. Ignoro le sue suppliche, le sue urla di "basta, basta, è troppo". La scopo con una violenza che è quasi rabbia, un'azione di puro possesso. Voglio sentirla gridare, voglio sentirla soffrire, voglio sentirla godere fino alla follia.
"Non hai finito, troia," levo, la voce un ruggito che copre le sue urla. "Continua a venire. Fino a che non ti sei rotta."
E le piace. Quel misto di dolore e piacere, quella violenza che la spinge oltre ogni limite, è la sua droga. Invece di respingermi, spinge indietro, il suo corpo che cerca ancora il mio, un masochismo che la fa urlare di piacere. "Sì... cazzo... sì... distruggimi..."
Finalmente, sento il mio limite avvicinarsi. Un'onda di calore che mi sale dalla schiena, una pressione che diventa insostenibile. Con un urlo che è un ringhio, mi tiro fuori da lei all'ultimo secondo. Il mio cazzo scoppia, una pioggia bollente che inonda il suo culo, la sua schiena, i suoi reni. Getti potenti e copiosi che la ricoprono, che la marchiano, che la rivendicano come mia proprietà.
Collasso su di lei, un peso morto e sudato che la fa crollare dal divano, strisciando giù fino a finire ammassati sul tappeto ai piedi di Erika. La cadenza del mio respiro è un rantolo roco, un suono che non sembra mio, un motore appena spento che ancora fuma. Il mio corpo non mi appartiene più, è solo un involucro dolorante e appagato.
Giada è sopra di me, un groviglio di arti frementi e pelle umida. Il suo respiro è anch'esso un fuoco che le arde i polmoni. Per un attimo, restiamo immobili, solo un groviglio di membra affrante, ascoltando il ritorno lento del mondo che ci circonda, mentre il mio sperma le cola ancora lungo la schiena, un fiume caldo e bianco che la segna.
Poi, i nostri occhi si trovano. Il suo non sono più pozzi diabolici, ma laghi neri e profondi, traboccanti di una stanchezza e un piacere che sono quasi religiosi. Con un lento, tremendo sforzo, si avvicina. Le nostre labbra si toccano. È un bacio diverso. Non è un bacio di dominazione, o di sfida. È un bacio di sopravvivenza. Un patto sigillato con la lingua e i denti.
Le sue labbra sono morbide, nonostante il rossore e il gonfiore. Le sue lingua danza con la mia, non per combattere, ma per fondersi. È un bacio focoso, disperato, come se ci tenessimo a galla l'un l'altra in un oceano di peccato.
"Sei... un mostro," sussurra lei contro la mia bocca, le sue parole che si perdono nel suono dei nostri baci. "Un cazzo di mostro..."
"Sei tu... che mi hai creato," rispondo, la mia voce un roco sussurro, la mia mano che le afferra il culo, palmandolo con un possesso che non ammette repliche. Le mie dita affondano nella sua carne soda, ancora umida e segnata dal nostro sesso.
Lei geme, un suono basso, profondo, un gemito che è puro piacere e pura stanchezza.
Il silenzio ovattato del soggiorno torna a stringerci, denso del nostro odore, spezzato solo dai nostri respiri irregolari e dal ronzio distante del frigorifero in cucina. Siamo stesi sul tappeto, un groviglio di pelle madida e muscoli sfiancati, ai piedi del divano dove Erika dorme ancora, immutata, come se la tempesta che ci ha appena travolti non l'avesse nemmeno sfiorata.
