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Erotika
una coppia moderna · Cap. 13
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Capitolo 13 di 15 26 min di lettura

impara a stare al mondo…

non si finisce mai di imparare...

metzenbaum
1 anno fa · 489 letture · 0

“è così, te lo giuro amico” continuò “l’ha detto anche a Stella, perché poi ne abbiamo parlato…”

scossi la testa ma lui ridacchiò.

“ha fatto quello che ha fatto, la verità è quella e non si può tornare indietro” mi disse, sporgendosi verso di me, “ha sbagliato? ok! lo rifarà ancora? può darsi, chi lo sa?”

lo guardavo… incuriosito.

“ti do un consiglio da amico… accettalo…” sussurrò, quasi stesse dicendo un segreto, “accettalo e fattene una ragione, accettala com’è e tieni stretta la tua donna e… falle sentire che qualsiasi tempesta le giri intorno tu sarai sempre la sua roccia, che lei ti troverà sempre quando avrà bisogno, e anche se farà degli errori… perdonala”

e poi scese il silenzio.

e pensai che… io… ero proprio un coglione a dare retta a un altro coglione come Enrico, ma era comunque una brava persona, anzi, un uomo eccezionale sotto certi punti di vista, uno che era sceso a patti con il demonio e aveva strappato un… contratto vantaggioso!

e il demonio, ovviamente, aveva un nome che iniziava per S e finiva per A, e non era Satana…

“e poi…” continuò, quasi si fosse dimenticato, “posso dirti che se avrà bisogno di un uomo vero potrà sempre venire da me…”

lo presi in giro dicendo che non aveva grandi feedback da quel punto di vista, ma avvicinandosi per parlarmi sottovoce disse “lo sai che io mi sono scopato tua moglie, vero?”

potevo essere furioso per una domanda del genere, ma non quella sera, e non con lui.

“sì, lo so…”

“lo sai che mi ha dato anche il culo, vero?”

“sì, so anche quello…” risposi, “ma me l’ha dato anche la tua, quindi siamo pari, giusto?”

scoppiammo di nuovo a ridere, tracannammo l’ultima birra ma eravamo davvero al limite.

era mezzanotte passata, domani per lui era giorno di lavoro, per me no perché avevo detto che non sarei rientrato fino alla fine delle vacanze.

“io adesso vado” mi disse alzandosi a fatica, si rivestì rabbrividendo di freddo ma poi si tolse tutto perché si sarebbe preso una polmonite a tornare a casa in scooter così gli portai delle cose mie, gli erano grandi ma almeno erano asciutte.

gli proposi di fermarsi per la notte e smaltire, ma rifiutò.

“tranquillo, mammina” ridacchiò, “quando torno ti mando il messaggino, va bene?”

“ma va fuori dalle palle…” gli risposi, “e schiantati!”

ridemmo, poi gli porsi la mano per stringergliela ma lui me la prese e mi tirò verso di sé, abbracciandomi.

“noi due ci vediamo domani o dopodomani” disse, “e prepara le tue cose, abbiamo una vacanza da fare…”

“ci penserò” gli risposi, anche se…

“ma che ci penserò!” sbottò, “prepara tutto, non fare cazzate…”

barcollò e quasi cadde, e sarebbe andato giù lungo e tirato se non l’avessi retto.

“amico… tu non sei in grado di guidare, lo sai?” gli dissi, “fermati qui, torni a casa domani mattina…”

“tranquillo, davvero” rispose, si mise il casco e montò in sella.

mi guardò serio, e poi mi fece l’occhiolino.

“stanotte… Gioia resta da me” mi disse, “domani vediamo, ok?”

“se puoi… domani mattina passa, vieni a prendertela” mi disse, bonario e sereno, "troverai un’altra donna, diversa da quella di oggi pomeriggio, fai che anche lei trovi un’altro uomo, ok?”

“ok…” gli risposi, dandogli una pacca sulla spalla.

“e tranquillo, non te la scopo…” continuò, “però… ripensandoci… se vuoi ti mando Stella e io mi tengo Gioia, che dici?”

alzai le spalle.

“si può fare…” gli risposi, “si può fare…”

mi salutò e se ne andò, per fortuna tornò a casa sano e salvo perché mi mandò il messaggio “mammina sono a casa!” e allora mi tolsi quelle cose bagnate e nudo andai a gettarmi sul letto della camera degli ospiti, e ormai sbronzo e con la mente un po’ meno sconvolta mi addormentai di botto, svegliandomi la mattina successiva alle nove e mezza, con un gran mal di testa e un senso di… spossatezza.

restai mezz’ora sotto la doccia con l’acqua al limite della tollerabilità per quanto era fredda ma servì, e con la mente lucida e “fresca”, memore delle parole di Enrico e di quello che sentivo dentro… decisi che sarei andato a riprenderla.

e giurai a me stesso che… non l’avrei più fatto, che non avrei più avuto reazioni, che non mi sarebbe più importato PER DAVVERO di quello che aveva fatto o non fatto, di chi aveva conosciuto o di chi aveva spompinato o da chi si era fatta scopare, non mi interessava se paragonato ad averla accanto.

cos’era, quella, la terza volta? la quarta?

e chissà poi se sarebbe stata l’ultima…

mi misi seduto per terra in mezzo al soggiorno, nel più perfetto silenzio, con una tazza di caffè americano fumante in mano e il telefono nell’altra, e cominciai a scrivere un messaggio a Gioia ma… non mi venne nulla che valesse la pena di inviarle in un momento come quello che stavamo vivendo.

no, non serviva un messaggio freddo e distaccato, la volevo… la volevo vedere, e vivere.

ma dovevo essere sicuro che fossero in casa, e per quello mi serviva Stella.

così le scrissi.

“ti disturbo?”

non rispose subito, ci mise dieci minuti e rispose “sì”.

“scusa…” le risposi un po’ deluso, ma subito dopo mi arrivò una faccina che sorrideva.

“sta bene, tranquillo, siamo fuori a spendere per negozi con i tuoi soldi”

“è lì con te?”

“no l’ho spedita a provarsi un paio di costumi”

“com’è andata la notte?”

“di merda”

“davvero?”

“che cazzo di domande che fai dottore…”

“vorrei venire a prenderla” le scrissi dopo qualche istante di riflessione.

“e dopo?”

“dopo cosa?”

“dopo la insulti ancora? come hai fatto con me?”

“no” le risposi, “e scusa per l’altra sera”

“ma va a cagare dottore insieme a tutte le tue scuse!” scrisse, ma aggiunse una faccina che rideva per sdrammatizzare.

“davvero voglio venire a prenderla e portarla a casa”

“non adesso” scrisse facendomi stare male, “la riporto a casa mia tra poco, le parlo e vedo com’è e poi ti scrivo ok?”

le risposi “grazie” con l’icona delle mani giunte che pregano, e la sua risposta fu… diciamo così particolare.

“ti costerà cara questa cosa qui! come minimo una cena al Koga e una nottata al Palace, lo sai vero?”

non sarebbe mai cambiata Stella…

“affare fatto” le risposi, stavo per aggiungere “se mi ridai indietro mia moglie” ma quest’ultima frase la cancellai.

“allora a dopo” scrisse, e si disconnesse.

e non mi restò altro da fare che aspettare, quindi restai a casa e cominciai a fare telefonate di lavoro la prima delle quali a Gianna e poi ad altri due colleghi scusandomi tanto ma dando colpa a un virus gastrointestinale che per un dentista erano peggio della lebbra!

ci avrebbero pensato loro allo studio, tanto le bollette arrivavano a me e le parcelle a loro, quindi…

arrivò mezzogiorno e niente, l’una del pomeriggio ma ancora niente, le due e tutto era silenzioso.

e cominciai a pensare che la cosa stava volgendo davvero al peggio, e che stavolta… stavolta era davvero finita lì.

alle quattro non ci stavo più dentro e scrissi a Stella ma non mi rispose, facendolo solo alle cinque passate.

“puoi venire?” mi scrisse.

e fu come ricevere ossigeno dopo essere stato ore in apnea!

“la lascio a casa da sola, presentati e fai quello che devi fare, solo con lei, ok?”

“e non fare cazzate!”

presi l’auto e andai sotto casa sua e sotto ci trovai Stella, pronta per andare via.

“ci siamo capiti, giusto?” mi chiese, mi abbracciò e poi se ne andò chissà dove.

salii le scale e arrivai alla loro porta, inspirai profondamente e poi suonai il campanello e dentro sentii “arriiiiiivooooo….” e una serie di tonfi che erano i suoi passi, sentii le mandate della serratura e poi la porta si aprì.

“hai dimentic…” provò a dire ma la sorpresa la bloccò, a bocca aperta.

“ciao amore mio…” le dissi, imbarazzatissimo e quasi impaurito, “scusa, io…” riuscii solo a dire prima che la voce mi cedesse, ma fu l’ultima cosa che potei fare perché Gioia cambiò espressione passando dalla sorpresa alla rabbia e al disgusto.

“cosa… cosa ci fai qui?” mi chiese, “che vuoi?”

“io… io voglio che torni a casa…” le dissi, di nuovo umile e di nuovo… sottomesso.

mi guardò ancora sprezzante, schifata, inspirò profondamente e poi scosse la testa, debolmente.

“vattene via” disse, dura e fredda, “non ti voglio più vedere”

“amor…” provai a dire ma non ci riuscii perché fui costretto a fare un passo indietro.

mi aveva sbattuto la porta in faccia.

fine capitolo tredici

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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metzenbaum

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