capitolo dodici
fiducia
feci forse un chilometro e mezzo durante il quale mi passarono per la testa le cose più assurde (e anche inconfessabili, delle quali mi vergognai nei minuti a seguire) e con il solo pensiero fisso alle foto e a come avrebbe reagito Gioia tornai in mezzo al traffico e in modo del tutto automatico perché la mia testa era altrove arrivai in studio, ancora una volta il ritardo.
ebbi solo il tempo di cambiarmi e indossare la divisa azzurra che arrivò il paziente, e sempre meccanicamente feci quello che dovevo fare, rx, controllo con i precedenti, poi anestesia e a seguire il resto, un’ora di intervento senza che mi fossi focalizzato per un solo istante sul paziente e sul suo trattamento: l’assistente di quella mattina era “incuriosita” dal vedermi così distratto, era una di quelle che veniva di meno e forse mi ricordava un po’ diverso, in ogni caso conclusi il lavoro e dopo una breve attesa post intervento lo liberai dandogli appuntamento per settembre (se ci sarei stato ancora), e una volta finito mi lasciai andare sulla poltrona sprofondandoci dentro, mani davanti alla faccia e gambe distese, un’ora di lavoro e già ero alla frutta: non potevo lavorare in quelle condizioni, avrei rischiato di fare del male a qualcuno, ne andava della salute dei pazienti che niente avevano a che fare con lei… porcherie combinate da quella troia di Stella e dalla sua gang di pervertiti, per non parlare della reputazione che avrei rischiato come professionista ma anche come medico.
il pensiero delle fotografie che dovevano arrivare, al fatto che Gioia le avrebbe viste e che avevo obbligato Stella a dirle tutta la verità non mi permetteva di avere la necessaria concentrazione.
e fu in quei minuti che cambiai drasticamente idea, dandomi dell’idiota perché non ci avevo pensato prima.
non potevo permettere che fosse Stella a parlare con Gioia di un argomento così destabilizzante, con la possibilità che ancora una volta mettesse in gioco le sue sudicie manovre e provasse a manipolarla, magari finendo pure per trovarmi contro mia moglie.
no, non lo potevo permettere.
erano le nove e tre quarti, con un po’ di fortuna Stella non l’aveva ancora fatta quella visita, anche perché non mi aveva ancora mandato alcuna fotografia, ci pensai e… al diavolo tutto, Gioia era mia moglie, nella buona e nella cattiva sorte, toccava a me fare l’uomo!
e anche se per questo il nostro stesso rapporto poteva cambiare, con chissà quali altre complicazioni, era compito mio e questa cosa la dovevo affrontare di persona, non demandare a una… prostituta come Stella.
controllai sul pc e vidi che per quel giorno, a parte un paio di otturazioni, tre ablazioni e due visite di controllo in serata, il programma era del tutto scarno.
allora presi il telefono e contattai Gianna, il mio “spacciatore” di backup del nostro franchising.
“pronto Mau, come va?” mi salutò gentile come sempre.
“ciao Gianna, sto bene grazie, e tu?”
dopo gli scambi di rito le inventai che non mi sentivo bene e che avevo bisogno di qualcuno che venisse in studio per prendere il mio posto, le spiegai qual era il programma e nel giro di trenta secondi mi disse che mi avrebbe mandato un sostituto, forse già entro un’ora.
la ringraziai di tutto e poi mi cambiai, informai del cambio di programma tutto lo staff scusandomi con il paziente successivo che era già in studio e poi uscii, salii in auto e mi rimisi nel traffico con il cuore in gola.
mi arrivarono delle notifiche che mi fecero trasalire ma niente di quello che aspettavo, pensai bene se chiamare Gioia avvisandola che “qualcosa” stava arrivando a devastarle la vita ma preferii aspettare: il traffico era… terribile quella mattina, le strade principali erano bloccate così deviai su qualche percorso secondario ma con il solo scopo di allontanarmi ancora di più da casa, e allora… sì, decisi di chiamarla.
lo feci ma era occupato, e allora cominciarono i sudori freddi.
continuai a chiamarla e richiamarla ma niente, era sempre occupato.
le mandai anche messaggi del tipo “sto tornando a casa”, “chiamami appena puoi”, “ho bisogno di parlarti con estrema urgenza” ma nemmeno li lesse.
cinque minuti, dieci minuti, mezz’ora: maledissi il giorno in cui avevo disdetto la linea fissa affidandomi solo ai cellulari, ma non avevo davvero altri modi per contattarla ma per fortuna sbucai da quel tappo di traffico e puntai dritto verso casa, bruciai la strada per arrivare prima della notizia e sollevando una nuvola di polvere schizzai per la via di casa dove nessuno passava mai a lavare la strada e inchiodando mi fermai proprio davanti.
avevo il cuore che pompava a mille.
inspirai profondamente, poi aprii la porta.
la tv era accesa, e già quello era un buon segno, chiusi rumorosamente la porta per farmi sentire e allora dalla camera schizzò fuori Gioia, ancora con il flacone dello spray in una mano e uno straccio nell’altra.
“amore!” esclamò spaventata ma anche felice per vedermi a casa, “ma… cosa…”
mise per terra lo spray e lo straccio venne verso me, quasi impaurita.
“dobbiamo… parlare” le dissi soltanto, la presi per mano vedendola veramente spaventata e la portai sul divano, facendola sedere ed accomodandomi accanto a lei.
non c’erano modi facili per dirlo, così andai dritto al punto.
“senti… quel… quel venerdì sera…” le dissi, e il suo viso diventò… grigio, perdendo colore.
le dissi tutto quello che avevo sentito da Stella, quello che sospettavo, e le parlai anche delle incongruenze della sua confessione, dei punti oscuri ma anche dell’irragionevolezza di quello che mi aveva detto, che dopo approcci sessuali molto spinti arrivati all’orale da entrambe le parti nessuno si fosse spinto oltre.
cosa del tutto impossibile visto il contesto e gli stati d’animo diciamo così… fuori controllo.
non cambiava molto ma un rapporto penetrativo era davvero qualcosa di… troppo spinto, anche per un gioco o per una sorta di iniziazione: facendo forza su me stesso potevo anche concederle che succhiare il cazzo e farsi strusciare la figa da due uomini non era sesso ma solo preliminari o come cazzo li vogliamo chiamare, ma era una giustificazione così sottile da rischiare di rompersi al solo pensiero.
Gioia aveva la testa bassa, la scuoteva, ma non piangeva.
le dissi dello scontro con Stella di quella stessa mattina e di come l’avessi minacciata se non lasciava in pace la nostra famiglia, ma a quel punto Gioia sollevò la testa.
“Stella… Stella no” sussurrò, “Stella è l’unica che… non ha mai…” ma si fermò.
“che non ha mai che cosa?” le chiesi intuendo qualcosa, “Gioia, non ha mai ‘che cosa’ Stella? cosa cazzo c’entra Stella in tutto questo schifo?” la incalzai.
“Stella… è stata l’unica che non mi ha mai chiesto di andare oltre” sussurrò, “che non mi ha mai… detto… o proposto di fare… qualcosa di più che non sia lo scambio, e solo con loro due…”
lo dovevo immaginare, c’era dell’altro, e Gioia ne era consapevole.
Gioia sapeva.
e non me ne aveva mai parlato.
come non mi avrebbe mai parlato di quel venerdì se non l’avessi vista con i miei occhi e inchiodata alle sue responsabilità.
ed ero certo che quello era stato solo “un” venerdì, uno di tanti.
ma fino a che punto era… invischiata? fino a che punto giocava a fare la vittima quando lei stessa era parte del gioco, anzi, lei stessa ERA il gioco, magari facendo girare tutto e tutti sulle punte delle sue dita?
“Stella… mi ha sempre d-difeso” sussurò ancora, “è stata solo lei a… fermarmi quando io…”
avevo i brividi sulla schiena.
“quando cosa, Gioia?” le chiesi, provando ad essere il più calmo possibile.
“Gioia, è questo il momento di dire… tutto, di dire la verità, finalmente” la incalzai, “io… non farò niente, voglio solo che mi dici la verità, poi… poi decideremo, con calma”
mi guardava fissa.
“non puoi mentire in eterno” conclusi, “lo so, sento che c’è qualcosa di… pericoloso che non mi vuoi dire, ma… o lo dici ora, adesso, o non lo dirai mai più, e sai che cosa voglio dire”
Gioia continuò a guardarmi negli occhi e annuì, annuì a lungo probabilmente pensando che non aveva più né coperture né tempo.
“io… io non… non sono stata del tutto sincera con te… ci sono cose che ho fatto e… e non ti ho detto” mi disse, e lì… credetti di impazzire.
le avevo dato fiducia partecipando a questo “gioco” nel quale mi aveva trascinato dando per scontato che mi avesse detto tutta la verità, ma saltava fuori che… ero stato ingenuo, forse manovrato, o manipolato o peggio, ero stato usato e sfruttato.
mi alzai di scatto ed andai davanti alla vetrata, la superficie dell’acqua della piscina luccicava mossa dalla calda brezza di quella fine di luglio, il cielo era luminoso e azzurro senza alcuna traccia di nubi, il sole brillante, tutto era bellissimo ma… avevo solo voglia di cancellare tutto, far diventare tutto nero.
