capitolo quattordici
i mostri dentro…
“NON TI VOGLIO PIU’ VEDERE! VATTENE VIA DA QUI!!!!!!!” gridò ancora mentre piangeva a dirotto, “VATTENE VIA!” gridò isterica e poi il suo pianto si allontanò sempre di più fino a che non scomparve.
fui tentato di suonare ancora e di insistere ma non lo feci, aspettai qualche istante ma poi decisi di andarmene, dapprima con un moto di stizza pensando “ma chi cazzo me lo fa fare? non mi vuoi più vedere? ma vaffanculio, Gioia!” ma poi… poi ci pensai, no, non era giusto mollare così, e mi autoconvinsi dicendomi che era solo un inciampo, un intoppo, che dovevo… perseverare.
pensando che di lì a poco sarebbe venuta alla porta, l’avrebbe aperta e mi avrebbe fatto entrare, per parlarmi.
passò un minuto, poi i minuti diventarono due e poi tre, e dall’altra parte della porta c’era solo silenzio, allora… semplicemente me ne feci una ragione, almeno per quella sera capii che non dovevo insistere.
scesi giù per le scale e appena fuori fui accolto dal caldo torrido, mi sedetti in auto e nemmeno la accesi restando a lessare sudando copiosamente, poi presi il telefono e scrissi a Stella.
“non è andata bene”
ci mise qualche minuto, poi rispose.
“perché??????????” con le faccine allarmate.
“mi ha sbattuto la porta in faccia”
stava rispondendo ma restarono i puntini in sospensione per minuti interminabili, dentro l’auto arroventata stavo cuocendo ma lo consideravo… un qualcosa come una punizione necessaria e non feci nulla, proprio nulla, fino a che arrivò la sua risposta.
“ok”
solo ok?
sì, era solo ok, perché Stella si era disconnessa.
aspettai e quasi mi venne un mancamento per via del caldo, finalmente accesi l’auto e la brezza fresca del condizionatore mi riportò alla vita, ma ero… madido di sudore.
tornai a casa lentamente per via degli occhi arrossati e bruciati dal sudore, ero pensieroso ed ero diviso in due metà: la prima parte la odiava, la rifiutava, la detestava, ed era felice della sua reazione, e mi diceva ‘adesso finalmente te ne sei liberato, comincia a vivere e divertiti, tocca a te non avere più freni!’.
l’altra parte invece mi diceva di darle tempo, di… aspettare, che non poteva finire così…
rientrai in casa e pochi minuti dopo ero in piscina, in ammollo, una bottiglia di bollicine nel secchiello colmo di ghiaccio, un bicchiere in mano, occhi chiusi.
in due ore di permanenza in ammollo, con la testa bruciata dai pensieri contrastati, finii la prima bottiglia e ne finii anche una seconda e quando fu il momento di issarmi sul bordo andai giù dritto sott’acqua perché le braccia non mi sostenevano, riemersi “umiliato” sputando acqua salata e dovetti usare la scaletta faticando anche con quella per uscire, mi levai il costume piantandolo a terra (che poi erano i boxer perché non me l’ero neanche messo il costume) e mi misi sotto la doccia, ci restai sotto non so quanto e poi rientrai, nudo e gocciolante, e con quel senso di leggerezza da sbronza e con le orecchie che ronzavano mi lasciai andare sul divano crollando ubriaco marcio, senza nemmeno sentire le chiamate ricevute da Stella e da Enrico che mi tempestavano di telefonate.
mi svegliai a notte fonda pisciandomi addosso, faticai a raggiungere il bagno e dovetti sedermi sopra per farla perché barcollavo, e quando mi alzai mi guardai allo specchio.
“ci risiamo, eh?” sussurrai, “hai di nuovo mandato tutto a puttane?”
guadagnai la via della camera da letto (ancora quella degli ospiti, ovviamente) e mi lasciai andare ancora una volta finendo a pancia in giù con le chiappe per aria, mi addormentai ma mi risvegliai nuovamente sentendo un suono… un trillo, quello del mio telefono.
scesi dal letto e arrivai all’apparecchio solo quando ormai aveva smesso di suonare, guardai e mi venne da ridere, otto chiamate di Enrico e diciannove di Stella, tra le quali anche l’ultima di pochi istanti prima.
“pronto?” sussurrò quando la richiamai, “pronto! ma dove cazzo sei dottore?”
“sono… sono a casa… dormivo…” riuscii a sbiascicare.
“coglione… ti sei ubriacato…” sussurrò ancora, la sentii dire qualcosa a chi le stava vicino e capii che era Enrico.
“cazzo, ma dov’eri?” mi chiese allora lui, “sono venuto a casa tua, ho bussato, ho suonato al campanello come un matto ma non hai mai risposto!”
“stavo… dormendo…”
“cazzo, ci hai fatto preoccupare” mi disse, gli era passata la voglia di ridere, “non vogliamo romperti le palle, volevamo solo sapere se stavi bene…”
“ah, una favola…” risposi, “sto una favola…”
“ehi, amico, non fare stronzate, eh?” disse ancora Enrico, “guarda che se hai bisogno anche solo di parlare noi siamo qui, ok?”
“grazie… grazie ma non ho molta voglia di parlare…”
“vuoi che venga da te?” mi chiese ancora, ma subito gli dissi di no, che non era necessario.
“vuoi che venga io?” mi chiese allora Stella, forse erano in vivavoce e sentivano tutto.
esitai, un conto era lui, bravo ragazzo, un’altro era lei…
“non… non lo so…” mormorai, “non voglio… non voglio rompere i coglioni a nessuno…”.
“vuoi che venga lì con te?” mi chiese ancora insistendo, “dai, vengo lì? sto un po’ con te?”
cercai di trattenermi ma non ci ruscii, forse avevo i nervi più a pezzi di quello che immaginavo.
“sì… sì Stella… ho… ho bisogno di te…” risposi con voce rotta, ma senza cedere e mettermi a piangere.
“arrivo, tesoro, arrivo subito” sussurrò, “pochi minuti e sono da te, ok?”
“ok…” risposi, poi misi giù.
avevo la gola stretta da una morsa, lasciai cadere il telefono (e si ruppe il display, per fortuna solo sull’angolo) e a passi veloci (per come riuscivo) arrivai in bagno e vomitai svuotandomi lo stomaco una, due, tre volte, ricadendo seduto all’indietro con il fiatone.
ci misi parecchio a rimettermi in piedi, mi ripulii e andai di nuovo a letto, e non so come ma mi addormentai senza nemmeno aspettare Stella, e quando riaprii gli occhi, forse pochi minuti dopo o forse dopo un’ora, accanto a me c’era lei che mi aveva fatto appoggiare la testa sulle sue gambe e che mi stava accarezzando i capelli.
“eccolo qui il mio stupidone, stupido testone…” sussurrò quando mi fui svegliato, “ci hai fatto preoccupare…”
“scusa…” riuscii solo a dire prima di chiudere ancora gli occhi.
“pensi che ubriacarti sia la soluzione?” sussurrò ancora, “eh, testone?”, si chinò e mi posò un bacio sulla fronte.
“ma guarda tu…” sospirò, “mi tocca anche farti da babysitter”
“G-Gioia?” mormorai ancora con la voce sottoterra, “come sta?”
sorrise scuotendo la testa.
“sta bene, Gioia sta bene” rispose sorridendo, “a modo suo sta bene, stai tranquillo…”
“credo… credo che sia finita, giusto?” le chiesi.
sorrise e alzò le spalle.
“non lo so…” mi rispose, “con due come voi… come faccio a saperlo? io… io non ho mai visto due che si amano alla follia dopo venti e passa anni insieme ma al tempo stesso si… mollano come fate voi” continuò, “siete davvero due… colossali stronzi, lo sapete?”
“scusa…” le dissi, “hai ragione…”
“idiota…” sussurrò.
“e… e per che cosa, poi?” continuò, “per che cosa avete rotto, per orgoglio? perché ti sei sentito… tradito come uomo? perché ha voluto divertirsi un po’ e non ha voluto dirti che aveva sbagliato e quanto l’aveva pagato quell’errore?”
‘ventisei volte’ pensai, ‘ventisei volte questa donna se n’era andata e poi era tornata…’
io ero solo alla terza, o alla quarta, praticamente un dilettante.
“cazzo ma io non vi capisco! né te né lei! scopri che… ha fatto certe cose, vi spiegate, state bene insieme, poi vi mettere a fare gli scambisti e va tutto bene e poi tornate a rompere perché saltano fuori dei dettagli?”
dettagli… li chiamava dettagli…
“io non volevo… non volevo fare cazzate…” cercai di dire ma girava ancora tutto e allora Stella sorrise, mi sussurrò “stai tranquillo, adesso passa…” e così chiusi di nuovo gli occhi e non mi ricordo più niente, solo del mio risveglio nel letto, quello sbagliato.
la stanza aveva smesso di girare, ma avevo un’arsura incredibile.
misi giù i piedi e provai ad alzarmi, ci riuscii e solo allora scoprii che ero nudo.
dopo aver preso un paio di boxer e una maglietta mi guardai attorno, tutto era silenzioso e immobile, claustrofobico.
andai in bagno e feci una pisciata da cavallo, mi lavai la faccia e guardandomi nello specchio scossi la testa.
ero… uno schifo.
mi asciugai mani e viso e poi uscii dal bagno ma appena girato l’angolo del corridoio mi trovai davanti Stella.
cacciò un grido di spavento e spalancò gli occhi, poi si appoggiò al muro con la schiena e si mise le mani al petto mettendosi a ridere.
“cazzo, Mauro, che strizza che mi hai fatto prendere…” disse.
era in costume da bagno, uno di quelli di Gioia che però le stava così stretto sul seno che…
mentre invece il pezzo sotto era troppo largo.
“non ti dispiace se ne ho approfittato, vero?” mi chiese indicandomi il costume, “ero qui e mi annoiavo e c’è la piscina libera…”
scossi la testa e mi stiracchiai, poi la ringraziai per essere stata con me.
“non dirlo nemmeno…” rispose, “è il minimo che possa fare…”
“già, il minimo…” risposi, sottotono, “dopo tutte le belle cose che ti ho detto quella sera…”
