capitolo due
dobbiamo dirci tante cose...
lanciai un urlo disperato “GIOIAAAAAAA”, mi tuffai e dosando male lo slancio finii per picchiare la testa sul fondo, la presi come riuscivo e la riportai a galla, la spinsi verso la parte bassa e ormai in preda al panico trascinai con tutte le forze che avevo quel corpo morto all’asciutto, la rovesciai a pancia in su e con orrore vidi che non stava respirando.
“Gioia! Gioia!” la chiamai scuotendola, e visto che non rispondeva gridai “GIOIAAAAA!” che non servì a farle aprire gli occhi.
preso dal panico e dal terrore non capii più niente e non riuscii a fare altro se non scuoterla e chiamarla, disperato, poi ricordai quel che mi era stato insegnato nei corsi BLS, e come se fosse tutto coperto da un velo che si dissipava lentamente mi ricordai l’ABC della rianimazione dopo un trauma, A come ‘airways’, B come ‘breathing’ e C come ‘circulation’.
le aprii la bocca controllando le vie aeree ma erano libere, le posai una mano sul petto tenendo l’orecchio davanti alla sua bocca e no, non respirava, e infine le tastai la carotide, il polso c’era!
galvanizzato le tappai il naso e incollando le labbra alle sue le soffiai nei polmoni con tutta la forza della disperazione, le misi le mani sul petto sullo sterno e incrociando le dita cominciai premere ritmicamente, tot pressioni e tot insufflazioni bocca a bocca, ripetei per non so quanto e controllai il battito, c’era, il cuore batteva ancora!
continuai a rianimarla per minuti senza nemmeno sapere se facevo le cose giuste, la chiamavo, la scuotevo, le facevo il massaggio e le soffiavo aria nei polmoni ma non era sufficiente, e stavo perdendo le forze.
ero disperato, cominciai a gridare “AIUTOOOOOOOOO!” ma non mi sentì nessuno, gridai ancora a squarciagola e poi mi ricordai…
“no, no, non puoi essere così STUPIDO!” gridai a me stesso, tolsi il telefono dalla tasca, composi 112 e aspettai (e benedetto chi mi aveva fatto scegliere un telefono che funzionasse anche da bagnato!), lo misi in vivavoce e continuai la rianimazione.
“RISPONDI CAZZO!” gridai alla voce guida che mi diceva di stare in attesa e quando finalmente rispose lo aggredii.
“MI SERVE UN MEZZO A CASA MIA!” gridai, diedi l’indirizzo e quando mi chiesero che tipo di emergenza ci fosse urlai “STO RIANIMANDO MIA MOGLIE CHE E’ CADUTA IN PISCINA! MI SERVE AIUTO SUBITO!”
“NON RESPIRA E NON HA RIPRESO CONOSCENZA” gridai disperato, “HA POLSO MA E’ DEBOLE, FATE IN FRETTA!!!”
passarono i minuti e ormai ero distrutto, le braccia stavano cedendo, il diaframma non ce la faceva più a pompare aria nei polmoni di un altro corpo, dovetti fermarmi un istante per rifiatare ma quando vidi Gioia praticamente morta ricominciai incurante di tutto con ancora più grinta, massaggiai e soffiai aria nei suoi polmoni fino quasi a perdere i sensi ma finalmente sentii le sirene lontane che si avvicinavano per diventare sempre più vicine e in un istante ecco che che il mezzo di soccorso arrivò fermandosi proprio davanti a casa, scesero due e poi tre paramedici con barella e borsoni o quel cazzo che erano e allora lasciai loro il posto, e pochi istanti dopo arrivò anche l’auto con il medico che si gettò addosso a Gioia e la intubò.
ero disperato, mi misi le mani nei capelli e arretrando per poco non caddi anch’io nella piscina, vidi che continuavano il massaggio e poi che le toglievano il reggiseno per applicarle le placche adesive del defibrillatore automatico, vidi che alzavano le mani e un istante dopo il corpo di Giulia si contraeva e ricadeva a terra pesantemente, si inarcò ancora restando “sospeso” per un paio di secondi e poi ricadde nuovamente, ma dal naso cominciò ad uscire sangue viola che le colò sul collo e sul seno.
ed è l’ultima cosa che ricordo perché tutto diventò nero e… ciao ciao ciao...
poche ore dopo ero in ospedale, seduto su una poltrona in terapia intensiva con un sacchetto del ghiaccio sulla fronte, la schiena curva, le spalle incurvate e la testa bassa a ciondoloni.
sul lettino davanti a me c’era Gioia, ormai immobile da ore.
“l’ultima cosa che le hai detto” mi dissi, “è stata mi fai schifo? MI FAI SCHIFO???”
“TU MI FAI SCHIFO, BRUTTO FIGLIO DI PUTTANA!”
“mi fai schifo…” sussurrai, e di nuovo le lacrime scesero incontrollabili anche se cercai in tutti i modi di fermarle ma non era possibile.
“ecco, sarai felice adesso…” sussurrai, “sarai felice… guarda tutta la tua furia dove vi ha fatto finire… congratulazioni, congratulazioni vivissime! sì, VIVISSIME!!!”
e nel mezzo di quei pensieri autolesionistici arrivò un infermiere che mi provò la pressione e la temperatura, mi mise quella molletta al dito che non ricordo più a che cosa serviva e poi se ne andò senza nemmeno dirmi una parola, ma pochi istanti dopo arrivò un’altra infermiera, con la sedia a rotelle.
“dove… andiamo?” gli chiesi con voce afona.
“andiamo giù in radiologia” rispose la ragazza, dolcissima, “facciamo la TAC cranica per controllare che tutto sia a posto poi torniamo, ok?”
non risposi, obbediente salii sulla sedia a rotelle e l’infermiera mi spinse fuori, e mentre uscivo dalla stanza guardai Gioia, perfettamente immobile come se fosse sull’attenti, con il pallore sul viso, i capelli ancora bagnati e alcune tracce di sangue sulle maniche del camicione da ospedale, di quelli aperti sul retro.
non riuscii a distogliere lo sguardo dal suo viso ancora contratto dalla sofferenza patita, e quando ormai dal corridoio non riuscii più a vederla continuai a guardare nella sua direzione, fino a che troppo lontano per poterla seguire mi misi le mani davanti alla faccia e ricominciai a piangere, sentendo la mano della ragazza sulla testa che mi accarezzava i capelli per consolarmi.
ero bagnato e congelato, mi fecero salire sul lettino e cominciai a tremare, mi coprirono “pietosamente” con una coperta di stagnola e poi mi fecero entrare in questo tunnel rumoroso e inquietante, il tutto durò solo una manciata di secondi ma mi sembrò di esserci stato dentro una vita intera.
seguii tutte le indicazioni che mi davano e pochi minuti dopo ero ancora in pronto soccorso o terapia intensiva, quel cavolo che era, ma non con Gioia, ero in un ambulatorio in attesa che arrivasse il medico a visitarmi.
solo e disperato non riuscii a non piangere: ricacciai indietro le lacrime e insieme alla frustrazione arrivò l’odio, l’odio per me stesso che non ero tornato indietro più in fretta per salvarla, l’odio per quello che le avevo detto, l’odio per come ci eravamo lasciati, l’odio verso me stesso per come non avevo saputo gestire la sua reazione.
ma che era successo, poi? aveva tentato il suicidio? era caduta? entrambe le cose?
era stata colpa mia, quello che le era successo era solo colpa mia, inutile girarci attorno.
pensai a nostra figlia Sara e al suo immenso dolore, pensai alla sua famiglia che ovviamente mi avrebbe incolpato di tutto, e non a torto, pensai a come sarebbe stata da lì in avanti la mia vita senza di lei.
ma di quello non me ne importava più nulla.
avevo avuto tutto dalla vita, ora non avevo più nulla.
restai immerso nel mio dolore e nei miei pensieri devastanti per un’ora o forse più, ormai erano quasi le cinque del pomeriggio e… rinunciai a fare calcoli, non importava il tempo, anche quello aveva perso di significato.
poi arrivò una dottoressa, mi controllò gli occhi, i riflessi e mi fece dei test per l'equilibrio o quel cazzo che era e una volta finito mi disse che la TAC era negativa, che gli esami a cui ero stato sottoposto erano nella norma e che entro sera sarei stato dimesso.
annuii, del tutto indifferente.
non mi interessava più, non me ne fregava più niente né di andare a casa né di restare lì, più niente.
