capitolo uno
quello che le donne non dicono...
“sai come ho cominciato a capirlo, io?” mi aveva detto il mio amico Luca una sera mentre ci facevamo un paio di birre al bar dopo il lavoro.
“da come era diventata felice… quello è stato il segnale! era diventata felice, così!” e aveva schioccato le dita.
non l’avevo neanche ascoltato, Luca non era proprio quello che si dice un maestro di vita, e invece…
“era sempre incazzata, nervosa… poi è cambiata” aveva detto ancora, “è tornata quella di prima senza che io avessi fatto niente, da lì l’ho capito che aveva un’altro!”
già, era diventata felice.
anche Gioia era improvvisamente diventata felice, e quello secondo il Luca-pensiero poteva tranquillamente essere classificato come “il segnale” che qualcosa stava andando storto, almeno per me.
Gioia ed io eravamo reduci da un periodo complicato, che era durato da inizio anno fino a un paio di settimane prima quando tutto sembrava essersi “tranquillizzato”, la sera a cena parlavamo normalmente e non a monosillabi, passavamo la serata insieme a guardare la tv, a letto ogni due o tre giorni “consumavamo” come ai vecchi tempi, la colazione del mattino era tornata ad essere gioiosa e anche… complice, quello dipendeva da come era andato il dopocena, insomma, tutto come deve essere in una famiglia.
senza che questo cambiamento fosse imputabile a qualcosa o a qualcuno.
erano stati mesi complicati quasi solo per colpa mia, il lavoro mi aveva portato a fare orari sballati per coprire pazienti che erano stati prenotati nell’altro studio della città che aveva chiuso senza preavvisi, frizioni con la mia famiglia che non la piantava di rompere i coglioni sull’eredità della nonna ancora da discutere, la causa che avevo avviato ormai due anni prima contro i nostri ex vicini di casa e che sembrava essere sempre arenata in tribunale, e la piscina che continuava a riempirsi di alghe verdastre che non riuscivo a debellare!
anche lei aveva i suoi problemi, come chiunque, il suo lavoro a scuola come assistente part-time, i suoi genitori che anche da centinaia di chilometri di distanza non la smettevano di intromettersi nella sua vita…
e non per ultimo nostra figlia Sara, che aveva deciso di trasferirsi dal suo ragazzo in un’altra città per lavorare insieme a lui nell’azienda di famiglia, lasciando casa a diciannove anni appena compiuti e fresca di diploma.
tutte cose che ci avevano destabilizzato, rompendo gli equilibri.
erano i primi giorni di luglio, faceva caldo.
un venerdì mattina a colazione Gioia mi disse che quella sera sarebbe uscita con le amiche.
il programma era cena fuori e poi da qualche parte a fare baldoria, e visto che comunque tornavo dopo le sette non ci saremmo incrociati, quindi mi salutava e ci saremmo visti la mattina successiva.
mi aveva messo le mani sulle spalle e dopo avermi baciato il collo aveva sussurrato “e guarda che tornerò tardi… non aspettarmi sveglio, ok?”
eravamo molto… intimi quella mattina, perché la sera prima avevamo fatto l’amore in modo sublime.
ma non solo, perché per ricompensarmi dell’impegno profuso a letto quella stessa mattina Gioia mi aveva gratificato con un gran pompino ed io l’avevo fatta venire due volte, la prima con le dita e la seconda con la lingua, lasciandola senza fiato.
“ok…” le avevo risposto, e mi ero preso il suo bacio sulle labbra.
che altro potevo dire? il venerdì era il suo “giorno libero” da sempre, anche quando Sara era piccola.
parlammo normalmente, come tutte le mattine, poi le arrivò una chiamata e andò a rispondere spostandosi in soggiorno, rise e ricordo che disse “ci ho pensato, e vengo anch’io” cominciando a sussurrare qualcosa per non farsi sentire da me e a dire “sì, sono sicura!” diverse volte: non ci feci caso, ma quando la vidi uscire in giardino allora mi insospettii, non avevamo niente da nascondere, perché si era isolata per non farmi sentire?
mi alzai e andai vicino alla porta che dava sul giardino, sentii poco o nulla ma una cosa che capii bene fu “ci vediamo all’Hollywood Palace stasera alle sette” e fin qui niente di che, ma la seconda parte della frase mi lasciò a bocca aperta.
“no, no, scherzi? mi faccio venire a prendere a casa da Liz, poi ci vediamo là” disse a voce bassa, “non voglio correre rischi che lui mi veda”.
fu come ricevere una secchiata d’acqua gelata sulla faccia.
che rischio c’era se la vedevo? con chi si vedeva?
sentii che salutava e che dava l’appuntamento alle sette, e metteva giù.
come un fulmine mi rimisi a tavola e mi feci trovare seduto, la accolsi con un sorriso e finimmo di mangiare insieme, poi ci alzammo e ci preparammo per le nostre cose, e quando fui pronto la salutai con un bacio sulle labbra, un abbraccio, e infine uscii.
inutile dire che quel giorno non riuscii a pensare ad altro, per fortuna non avevo interventi difficili ma solo un paio di impianti e poco altro perché il grosso del lavoro era ormai finito e anche perché la gente in estate va dal dentista solo per le emergenze, il soldi li investe nelle vacanze…
Gioia mi mandò un paio di messaggi su cosa volessi per cena ma le risposi che mi sarei arrangiato con un’insalata o qualche cosa del genere, e poco dopo mi mandò alcune foto di suoi vestiti chiedendomi quale le consigliavo.
erano tutti… mini abiti, stretti e aderenti, di quelli che portano le ragazzine, molto ma molto corti e scollati, forse non proprio adattissimi ad una donna di quarantuno anni, bella e tonica per carità, ma…
le consigliai quello blu elettrico, lucido, lo indossò e mi mandò una foto alla quale risposi con il pollice in su e i cuoricini, non sapendo che quella foto e ancora di più quell’abito avrebbero cominciato a popolare i miei incubi da quel giorno in avanti.
guardavo la foto e guardavo a quanto era bella Gioia, con il nuovo taglio di capelli, biondo e corto, sembrava ancora più bella e più pazza.
un bel seno pieno, culo da donna entrata negli “anta”, pancia piatta per merito di un'alimentazione sempre curata e delle ore di palestra che passava nel nostro seminterrato attrezzato, gambe snelle e lisce, cosce tornite e un viso da eterna bambina, con qualche lentiggine sul naso.
continuai a cercare altre sue foto e ne trovai a decine, le guardai una dopo l’altra e mi distrassi.
“dottore?”
quanto era bella, l’anno prima al mare in Sardegna…
“dottore?”
con quei segni dell’abbronzatura che poi la sera…
“dottore!”
trasalii.
“siamo pronti… aspettiamo lei…” mi disse l’assistente già bardata con guanti e mascherina, pronta per bardare anche me.
feci quello che dovevo fare con la massima cura e la massima professionalità, ma la mente era altrove.
quel “non voglio correre rischi che lui mi veda” mi girava in testa, e non riuscivo a scacciarlo: poteva voler dire tutto e in contrario di tutto, ma… c’era qualcosa che non riuscivo a mandare giù.
il lavoro mi travolse, arrivarono due urgenze e dovetti necessariamente concentrarmi su quelle e in un attimo fu sera.
le due assistenti finirono di pulire le sale e le prepararono per la riapertura del lunedì, firmai le cartelle, spedii gli ordini di reintegro materiale, e alle sei e venti eravamo pronti per andarcene quando arrivò Thomas, uno degli associati.
“Mauro, ci sei ancora!” mi disse, trafelato, “ti lascio le chiavi dell’auto, ho qui sotto mia moglie che mi è venuta a prendere così lunedì mattina vengo direttamente qui, ok?”
“ok…” le risposi prendendo le chiavi, evitai di fare domande e lo guardai scappare via come un fulmine, scambiai un’occhiata con Roberta, una delle assistenti di sala di quel giorno che alzò le spalle, poi ce ne andammo.
e tornò quel pensiero insistente.
e quel nome, Hollywood Palace: presi il telefono e mi bastò digitare il nome perché potessi vedere che diavolo era quel posto, “il locale dell’eccesso”, così diceva il sito ufficiale.
si beveva, si ballava, si facevano un sacco di altre cose, ma il venerdì sera era la serata dedicata all’eccesso e alla trasgressione.
sospirai.
conoscevo quel genere di posto, di solito ci si andava per divertirsi e per vedere più che per fare, o così volevo convincermi: Gioia non era quel tipo di donna, non lo era mai stata, quindi di che dovevo preoccuparmi?
e perché allora avevo questo tarlo nel cervello?
avevo in mano le chiavi dell’auto dello studio, quella che Thomas usava per spostarsi in tutta la provincia per le consulenze, un’anonima Renault Capture bianca.
