capitolo tredici
impara a stare al mondo…
dopo una lunga, lunghissima doccia non mi presi nemmeno la briga di rivestirmi e girai ‘nature’ per casa quasi dovessi sfidare un preconcetto, ma quando capii di essere ridicolo (mi bastò specchiarmi nella vetrinetta del soggiorno per capirlo) cercai qualcosa e mi misi un paio di short.
sul letto era rimasto l’accappatoio, gettati in un angolo del pavimento i calzini e appesi a malo modo giacca e pantaloni, come veniva veniva, la camicia appallottolata era finita in bagno, sotto la finestra, almeno i boxer li avevo messi nella cesta della biancheria, quella dei colorati.
la casa era in perfetto ordine e sorridendo pensai che mi sarebbero bastati due o tre giorni da single per farla diventare un porcile.
avevo fame ma non c'era nessuno che mi avrebbe preparato qualcosa, già, dovevo arrangiarmi con quello che avevo…
mangiai quello che volevo, la sedia davanti a me era vuota e non c’era nessuno che mi faceva la conta delle calorie e dei grassi, non c’era nessuno che mi raccontava con voce cristallina tutto quello che aveva fatto durante la giornata e non c’era nessuno che mi diceva “vai pure a rilassarti, qui ci penso io adesso” una volta finita la cena.
“che figata…” sussurrai, “che figata…”
avevo il tovagliolo in mano, e me lo stavo facendo passare tra le mani.
“proprio una figata…” sussurrai, “UNA FIGATA!” gridai selvaggio facendo volare il tovagliolo che, curiosamente, svolazzò fino a fermarsi per un solo istante su una fotografia incollata con il magnete sul frigorifero, una fotografia di Gioia e Sara scattata fuori in giardino in un giorno d’estate di sei o sette anni prima, quando ancora non c’era la piscina, e quando la vita era ancora così facile, e felice.
si fermò, esitò e poi cadde, portando giù anche la foto.
non credo né ai segni del destino né sono scaramantico, ma quella cosa mi fece proprio piacere…
dopo quella cena luculliana rimisi in ordine la cucina, misi tutto in lavastoviglie (“amore! le cose più sporche sotto, quelle di meno sopra!”) e poi pulii accuratamente il tavolo gettando le briciole di pane nella spazzatura (ma che pane… erano grissini, nessuno era andato a fare la spesa quel pomeriggio quindi non c’era pane…), passai la scopa ma non lavai il pavimento e con tutto il mondo sopra le spalle mi gettai sul divano, sprofondando dentro lo schienale.
fino a poco prima c’era ancora una piccolissima macchia umida, erano lacrime di Gioia: ma con il passare delle ore quella macchia si era asciugata e ora era scomparsa.
“chissà” mi venne da pensare, “forse è proprio così che passa il dolore, è così che passa la mancanza di qualcuno che ami, è così che passa tutto…”
filosofia scontata, molto scontata. e anche banale, molto banale.
non accesi la tv, non volevo sentire alcun suono in casa: e anche dall’esterno non arrivava nulla, era tutto così silenzioso che l’unica cosa che si potevano sentire era il ronzio dei climatizzatori e quella specie di borbottio sordo della pompa di ricircolo della piscina.
già, la piscina…
uscii di fuori e fui investito dal caldo, trentaquattro gradi alle sette e mezza della sera, assurdo.
mi sedetti sul bordo della vasca mettendo i piedi a mollo, l’acqua era piacevolmente fresca, del resto veniva alimentata da un sistema idraulico di continuo riempimento e svuotamento secondo una logica che aveva creato “il mastro piscinaio” attingendo - agratis - dal pozzo (abusivo) che mi forniva acqua in quantità per l’irrigazione e appunto per la piscina.
sul tavolino in mezzo ai due lettini c’era ancora una rivista di quelle che leggeva avidamente Gioia, ora abbandonata.
e sotto… le sue infradito da piscina.
e sotto l’ombrellone, agganciato tra le bacchette, un foulard giallo che svolazzava nella brezza della sera.
restai fuori fino a che mi stancai di fare da puntaspilli alle zanzare, e dopo essermi asciugato bene i piedi per non bagnare il pavimento (incredibile, anche in casa mia e da solo ero schiavo da vent’anni di abitudini) rientrai in casa vagando come un’ombra senza requie, spostandomi di stanza in stanza quasi dovessi trovare conforto dai gesti di sempre.
erano ormai le otto e mezza ed ero disteso sul letto della camera degli ospiti (la nostra camera da letto non la volevo nemmeno… toccare) quando mi suonò il telefono.
era l’ora giusta per i call center che provavano in tutti i modi a strapparmi il peggio da dentro, lo andai a prendere svogliatamente e lessi 'numero sconosciuto’ e fui tentato di lasciar terminare la chiamata, ma poi risposi.
“pronto…”
“Mauro?”
“sì… chi parla?”
“sono Enrico”
inspirai profondamente.
“non ti chiedo come va, ovviamente” mi disse, “senti… volevo chiederti se… ti andava di farti una birra, che ne dici?”
sorrisi, anche se lui non mi poteva vedere ovviamente.
volevo mandarlo a cagare ma… apprezzavo il gesto.
ma non avevo voglia di uscire.
e avevo il frigo pieno.
e una piscina a disposizione.
e tanto, tanto, tanto tempo libero…
“che ne dici se andiamo allo Staub giù a…”
“perché invece non vieni qui” gli dissi, “che ne dici?”
“ho un frigo che esplode, qualcuno dovrà pur aiutarmi a svuotarlo…” aggiunsi, “e poi… non ti costa un cazzo…”
“arrivo” mi disse, e chiuse la comunicazione ma… no, non la chiuse, lasciò il telefono probabilmente appoggiato da qualche parte ‘convinto’ di aver chiuso.
e sentii tutto quello che dicevano dall’altra parte.
“vi vedete?” sentii chiedere da una voce femminile che mi sembrava quella di Stella, ma di cui non ero sicuro.
“sì, vado a casa da lui”
“ah, ok…”
“e… glielo dici? a lei?” chiese ancora Enrico.
“no, non ancora…” rispose Stella, che ormai avevo riconosciuto, “fammi solo sapere come sta, poi glielo vado a dire… non è in condizione adesso…”
mi si strinse il cuore.
stavano parlando di Gioia… che stava male.
allora la comunicazione la chiusi io maledicendomi per aver origliato qualcosa che non dovevo sentire, per la mia stessa sanità mentale, mi misi addosso qualcosa di più degno e aspettai Enrico che arrivò di lì a un quarto d’ora, su un maxi scooter che lasciò fuori in strada.
lo accolsi come un amico, non proprio come un vecchio amico ma quasi, lo feci accomodare in piscina e poi portai di fuori un intero cartone da 24 bottiglie di Heineken ghiacciata, agguantandone subito una.
la prima la scolammo quasi in un solo sorso dopo aver fatto tintinnare “i culi” di vetro, e finita la prima attaccammo la seconda.
“allora” mi chiese “vogliamo… vogliamo parlarne?”
“sei venuto a bere o a parlare?”
“tutte e due le cose!” rispose, e sollevando la bottiglia per dirmi ‘alla tua’ la finì, soddisfatto.
“non sono qui per farti cambiare idea, per farti ragionare… che ne so, dirti che devi fare qualcosa” mi disse, “sono qui per sapere come ti senti, se hai mangiato, se hai dato da bere ai fiorellini… sai, domande tutte mie personali, giusto?"
scossi la testa.
“amico, anche io devo tornare a casa stasera…” mi disse, del tutto sincero, “se torno senza le risposte che si aspetta… che faccio?”
“tutto bene, tranquillo, tranquillizza… chiunque lo voglia sapere…” gli dissi.
esitai, ma poi glielo chiesi.
“e… e lei?”
“comunque la piscina in casa è una gran figata” disse, alzandosi in piedi, “quanto ti è costata, un… ventone?”
lo guardai senza rispondere, ammirando il fatto che non mi volesse o non mi potesse rispondere e che aveva cercato di cambiare discorso, probabilmente per non farmi del male.
“sì, più o meno quella cifra…”
“eh, bella davvero… tutta illuminata, acqua sempre pulitissima, salina, vero?”
annuii.
“cazzo, con il caldo che fa sono sicuro che quando torni a casa non ha prezzo farsi un bagno!” continuò, “birretta in mano, patatine… qualche nocciolina…” continuò, “come gli ammmerecani, eh?”, e rise.
“più o meno…”
“e ci puoi stare dentro tutto il tempo che vuoi” continuò, “nessuno che rompe i coglioni, stai a mollo e aspetti che venga pronta la cena…” si guardò attorno e aggiunse “e puoi anche fare quel cazzo che vuoi, che tanto non ti vede nessuno… se vuoi stare con le palle al vento lo puoi fare! una figata!”
“o solo o in compagnia…” aggiunse, “tua figlia fuori dalle palle come la mia, mogliettina allegra… eh?”
sorrisi.
ecco dove voleva arrivare… volpone…
e decisi di dargli corda.
“sì, se c’è qualcuno che te la prepara la cena…” risposi, e senza nemmeno guardarlo negli occhi, presi un’altra bottiglia e cominciai a tracannare.
“mah, guarda” ricominciò, “prima o poi… una che ti prepara la cena la trovi”
posai la bottiglia e lo guardai, serio.
“dai, parliamoci chiaro, Mauro…” disse con tono amichevole, “sei… un bell’uomo, certo, non bello come me ma te la cavi, non fai bagnare le donne come fanno quando stanno con me ma non le fai neanche scappare via”, e mi strappò un mezzo sorriso.
