capitolo cinque
questione di feeling…
passai una notte travagliata, fatta di tanti cattivi pensieri che mi ingarbugliavano la testa: e nel perenne movimento delle meningi sembravano venire mitigati da elaborazioni logiche e sostituiti da altri più concilianti per poi tornare ancora più molesti di prima.
questi pensieri uniti al poco riposo fecero l’effetto-bomba, prosciugandomi le energie: e come mi succedeva spesso negli ultimi tempi mi svegliai all’alba più stanco della sera prima di andare a letto.
Gioia invece dormiva serena, avvolta nelle lenzuola in posizione fetale, e di lei vedevo solo una porzione di capelli, una chiappa e il piede destro.
i deliziosi piedini di Gioia… proprio come tutto il resto del suo corpo erano curati e sottoposti a “manutenzione periodica" di unghie e talloni, senza contare i vari massaggi nel centro estetico e quelli che le facevo io, sul divano, mentre guardavamo la tv.
quando era incinta di Sara si erano gonfiati e le facevano male, e da lì avevo sviluppato quella tecnica che lei adorava e che di tanto in tanto le riproponevo come “stuzzichino” per arrivare ad altro, massaggio plantare e una sorta di rotazione dell’alluce che la mandava in estasi.
non è poi così difficile dare piacere ad una donna, basta… toccarla nei punti giusti.
erano solo le sei e un quarto di un sabato mattina di luglio, troppo presto per fare qualcosa ma troppo tardi per rimettermi a letto, indugiai guardando il soffitto e inevitabilmente arrivarono i pensieri.
no, dovevo tenermi impegnato, soprattutto mentalmente, così misi i piedi fuori dal letto e li appoggiai a terra, e evitando di fare troppo rumore per non svegliare Gioia mi alzai e dopo aver recuperato le mie cose uscii dalla camera da letto solo per… andare a sprofondare sul divano, pesantemente in debito di sonno.
mandai un messaggio all’assistente che avevo “precettato” per la mattina, in caso avessi avuto voglia di andare in studio a sbrigare qualche sospeso amministrativo e contabile, e le dissi di passare un bel weekend, avevamo tutti bisogno di riposare, nessuno escluso.
stufo di stare seduto allungai le gambe, poi mi distesi e provai a rilassarmi e… non so come, non so il perché e non so il quando ma mi addormentati.
feci un sogno su Gioia e su quello che faceva con gli altri uomini, un vero incubo che sarebbe stato riduttivo definire solo un brutto sogno, ma non me lo ricordai nei dettagli, anzi, appena svegliato tutto diventò sfumato, e non definito.
non ero nemmeno sicuro che quello fosse stato un sogno, e quando aprii gli occhi… c’era Gioia che mi stava toccando il braccio.
scalciai dallo spavento e mi tirai su di scatto facendole fare un balzo all’indietro, e dal suo viso… preoccupato capii che probabilmente avevo parlato nel sonno o qualcosa di peggio.
“amore…” mi disse, davvero preoccupata, “che succede, cosa c’è?”
“non… non lo so” le risposi confuso, “cosa c’è? è successo qualcosa?”
si strinse nelle spalle e scosse la testa.
“ho… parlato nel sonno?” le chiesi, e lei annuì.
non le chiesi nulla, ma la feci sedere accanto a me e Gioia lo fece, anche se con riluttanza.
“perché hai dormito sul divano?” mi chiese, con tono spento, “perché non sei stato insieme a me?”
mi sfregai la faccia con entrambe le mani e poi la guardai: era lì davanti a me con la sua espressione da cane bastonato, pronta per essere abbracciata, e coccolata, e consolata, pronta per sentirsi dire che andava tutto bene e che sarebbe andato tutto bene anche in futuro, ma non glielo potevo dire… perché non ne ero sicuro nemmeno io.
era lì davanti a me dolcissima, con quel suo viso innocente, ma era la stessa donna che avevo visto in fotografia la sera prima con un cazzo tra le labbra e l’altro puntato dritto in mezzo agli occhi, in posizione di sparo.
e facendo vagare la mia fantasia perversa e masochista la immaginai farsi sborrare in bocca e ingoiare il carico del primo uomo e poi attaccare con il secondo, e poi… e poi e poi e poi…
impossibile continuare così, impossibile, quella non era più vita, non potermi fidare della donna che avevo accanto e che fino a quel momento mi aveva raccontato un sacco di balle, e che forse… da anni conduceva quel tipo di vita, da anni, alle mie spalle…
ogni giorno ce n’era un nuovo pezzo, una nuova tessera del puzzle che una volta completato mi avrebbe fatto capire chi era veramente Gioia: sì, perché ormai ne ero certo, fino a quel giorno avevo conosciuto solo una Gioia, o comunque una sola parte di lei, il resto della sua poliedrica personalità lo dovevo ancora vedere.
ma come avevo fatto a non… a non rendermene conto? vivevo con lei da più di vent’anni e la consideravo la donna più… fedele e meno incline ai colpi di testa che ci potesse essere: era proprio per questo suo essere repressa (non pensai a sottomessa perché mi faceva male…) che poi era esplosa?
e pensai anche ad un’altra cosa, che mi fece incazzare per davvero: se non l’avessi vista, quella sera, cosa sarebbe successo?
non ne avevo la matematica certezza, ma… col cazzo che me l’avrebbe detto!
se non l’avessi affrontata quel sabato mattina sbattendole in faccia la prova del suo tradimento, se mi fossi voltato dall’altra parte per il bene nostro e della nostra famiglia, avrebbe continuato, impunita e imperterrita?
sì, dentro ne ero convinto.
e di una cosa ero convinto, che ero stato troppo buono: se non avesse avuto l’incidente in piscina, che cosa sarebbe successo? furioso e furente com’ero non poteva che succedere niente di buono, probabilmente l’avrei dovuta buttare fuori di casa ma conoscendomi non l’avrei mai fatto, preferendo andarmene io…
e se quella era una mossa calcolata? se era quello il fine ultimo?
e… allora perché faceva la mogliettina amorevole e innamorata?
c’era da impazzire.
quindi? cosa dovevo fare? continuare a fare il buon marito cornuto che per la pace familiare fa finta di nulla, e che addirittura… partecipa?
o dovevo far tremare le colonne del cielo e scatenare l’inferno?
che cosa sarebbe stato più giusto fare?
e poi perché dopo aver spompinato due uomini (e forse anche fatto ben di più) alla fine salta fuori che non vuole più fare niente?
“amore…” mormorò quasi timorosa della risposta, “perché… sei venuto qui?”
“non… riesco a dormire” le risposi sprofondando nei cuscini dello schienale, “non dormivo e invece di svegliare anche te sono venuto qui, e mi sono riaddormentato”
annuì sorridendo “per circostanza”, non convinta, inspirò profondamente e poi si alzò.
“vuoi… che preparo la colazione?” mi chiese.
“no” risposi, “no, grazie, non ho fame”
sembrava aspettarsi quella risposta.
“ok” rispose con un filo di voce, “se vuoi… qualcosa… dimmelo, che lo preparo”
feci un cenno della testa per dirle che avevo capito e poi la vidi andare via, curva, quasi trascinando i piedi.
e improvvisamente mi sentii soffocare: non potevo restare lì, in balia degli eventi, con una donna che… mi stava mentendo e forse mi aveva mentito da sempre!
c’era una sola cosa che potevo fare, andare via.
mi alzai e a passo rapido andai in camera da letto, misi jeans e una polo, indossai le mie scarpe preferite e feci per uscire ma me la trovai davanti.
e quando mi vide vestito…
“ho solo bisogno di stare solo per un po’...” le dissi comprensivo e senza volerla allarmare inutilmente, “voglio pensare a… a un po’ di cose, a quello che sta succedendo e… anche a noi”
contrasse le labbra come se stesse aspettando quella brutta notizia, ma si sforzò di farmi un finto sorriso e annuì.
“s-sì, sì, amore” mi disse, “prenditi… il tempo che ti serve, io… sarò qui ad aspettarti”
sospirai e guardai in basso, e scossi la testa.
“non dovresti stare sola neanche tu” le dissi, “perché non chiami qualcuno che possa venire qui con te, magari fate qualcosa in piscina, o uscite…”
annuì.
“ma tu… t-tornerai?” mi chiese angosciata, quasi ci fosse arrivata improvvisamente, “vero? tornerai da me? non mi lascerai sola?”
“sì, torno, torno…” le dissi, accarezzandole i capelli, “ho solo bisogno di pensare un po’... da solo”
non aggiunsi altro, la lasciai lì sulla soglia della nostra camera da letto e poi andai alla porta di ingresso, la aprii e quando ormai ero praticamente fuori la sentii chiedere “...mi ami ancora?”
non riuscii a rispondere, non in quel preciso istante dove i miei pensieri peggiori mi annebbiavano il cervello, inspirai profondamente e poi esalai un lungo respiro, e semplicemente annuii, poi chiusi la porta dietro le mie spalle.
lasciai casa e guidai senza una meta precisa, attraversai intere porzioni di campagna e di terreno collinare, e mentre ero completamente perso nei pensieri arrivai a scollinare tra vigneti e ulivi e mi trovai davanti il lago, blu e meraviglioso.
ecco, il lago…
e allora perché non torni all’idea di tanti anni prima? mi chiesi, molla tutto, vendi tutto, casa, studio, apparecchiature… e ritirati qui, apri un piccolo ambulatorio e vivi di rendita, zero stress, zero preoccupazioni.
no, quelle no, mi dissi, quelle ti seguiranno sempre fino a che… ci sarà…
fino a che ci sarà Gioia.
ed aprii una ferita dolorosissima nel mio cuore, dolorosissima ma anche inevitabile.
forse era arrivato davvero il momento di… lasciarci andare a vicenda.
qualche anno prima c’eravamo arrivati abbastanza vicini, poi tutto era rientrato, ma avevo pianificato tutto nella mia testa.
la casa gliela avrei lasciata, senza volere nulla in cambio, coprendo tutte le spese legali e notarili: era già completamente pagata, non piccola ma nemmeno grandissima da fartene diventare schiavo, le avrei lasciato anche un bel po’ di soldi sul conto e un buon mantenimento per fare una vita agiata, senza dover lavorare.
