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Erotika
una coppia moderna · Cap. 1
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Capitolo 1 di 15 32 min di lettura

Quello che le donne non dicono...

come tutto ha inizio...

metzenbaum
1 anno fa · 1.1k letture · 0

le spalle si muovevano su e giù, stava piangendo e singhiozzando.

“quando rientro… non ti voglio trovare” le dissi ancora, sempre più duro, “se ti trovo ti caccio fuori a calci e ti butto sulla strada, sono stato chiaro?”

singhiozzava.

“SONO STATO CHIARO?” gridai.

singhiozzò, ma la vidi annuire con decisione, forse l’avevo spaventata.

ero pronto per andarmene, ma c’era ancora una cosa che dovevo dirle.

“mi fai schifo…” ringhiai, “schifo!”

ricominciò a piangere forte, quasi avesse le convulsioni, piangeva ma restava faccia al muro senza avere il coraggio di guardarmi in faccia.

“prendi… prendi quello che vuoi” le dissi ancora con tono schifato, “oro, soldi… tutto quello che vuoi, prendi tutto e vattene”

piangeva disperata e quasi volesse chiedere il mio perdono o comunque farmi cambiare idea allargò un braccio aprendo la mano, a palmo verso l’alto, quasi fosse un gesto per chiedere pietà.

no, non avevo pietà, non la sentivo dentro la pietà.

davanti a me vedevo la donna che mi aveva tradito non con uno, ma con due uomini contemporaneamente.

senza contare… quello che aveva fatto tutte le volte che non l’avevo beccata, le uscite del venerdì sera con le amiche… altro che uscite, erano incontri di sesso di gruppo… o peggio…

ma davanti a me c’era anche la donna che amavo, la persona più sacra e più importante della mia vita insieme a nostra figlia Sara.

la persona più sacra… la persona… la donna, la… donna che aveva sporcato questa sacralità, tradendo la mia fiducia e il mio amore.

e ancora la vedevo con quei due sconosciuti… a farsi toccare, a farsi… sbattere!

mi stavo solo facendo del male, mi diedi uno schiaffo morale e conclusi, per davvero.

“hai tempo fino a stasera, poi te ne vai” le dissi, “non voglio più vederti… non voglio… non ti voglio più nella mia vita…”

voltai le spalle e me ne andai da quel posto che mi dava un senso di sporco e sudicio, e mentre barcollando stavo entrando in corridoio la sentii piangere disperata, gridare con un crescendo progressivo “NOO! NOOOO! NOOOOOOO!” ma fu l’ultima cosa che sentii perché chiusi la porta alle mie spalle e mi tappai le orecchie per non sentirla più.

restai seduto sul letto dieci minuti o forse più, il concetto di tempo era molto relativo in quella circostanza.

Gioia non la sentivo più né piangere né gridare, mi era sembrato di sentirla parlare immaginando che fosse al telefono ma non ne ero certo: del resto con lo stress a cui ero stato sottoposto nelle ultime ore niente di strano se mi sfuggiva qualcosa… 

mi alzai e provai ad ascoltare nel silenzio, non c’era nessun suono, nulla.

pensai che se ne fosse andata via ma sarebbe stato improbabile, non in mutandine e reggiseno comunque: forse aveva un paio di short e una maglietta da qualche parte ma tutti i suoi indumenti erano o nello spogliatoio o nella camera da letto, l’avrei sentita.

tolsi un paio di jeans e una camicia dall’armadio e li indossai mentre tendevo l’orecchio cercando di capire che cosa succedesse oltre quella porta, aspettai disteso sul letto (rigorosamente dalla mia parte per non… insozzarmi) ancora forse un’altra decina di minuti poi mi decisi, mi alzai e mossi un passo ma in quell’istante sentii bussare quasi impercettibilmente sulla porta.

“M-Mauro…” sussurrò, “ti prego… voglio… parlarti…”

non risposi e andai alla finestra, dalla parte opposta della stanza rispetto alla porta, per essere più lontano.

“ti prego… ti scongiuro, fammi… lasciami parlare…” continuò, piangendo.

Gioia l’avevo vista piangere in quel modo una sola volta da quando la conoscevo, quando era morta la sua amatissima nonna ormai diciotto anni prima.

ed anche se mi aveva tradito, ferito e umiliato… non volevo sentirla così, e non volevo essere io la causa del suo pianto.

“ti prego, dimmi… dimmi che mi ascolti” mi disse, “ti prego, ti prego…”

“ti sto ascoltando” le risposi.

“...ma fa in fretta, devo andare” aggiunsi subito.

tirò su col naso, forte.

“io… voglio… spiegarti tutto” cominciò, “voglio che tu… sappia…”

chiusi gli occhi.

ero certo che stesse ricominciando a mentire, ma per uno strano masochismo mi dissi che era giusto starla a sentire, per capire qual’era la portata dello schifo che aveva addosso.

“ieri sera… io… io non ho… non ho fatto niente… davvero” cominciò a dire, ma tanto mi bastò.

poteva anche parlare per un anno, non le potevo più credere.

“era solo… un… gioco, una prova” continuò, “solo… per vedere… cosa potevo… cosa ero disposta a fare… per… entrare in un… giro…”

“non ho fatto… sesso con loro” continuò, “non ho fatto niente, te lo giuro” 

“e cosa hai fatto? non era sesso quello?” le chiesi, rabbioso, “non ti hanno messo le mani addosso?”

“era… un gioco!” continuò, “non c’era… sesso, no! te lo giuro!!!”

“ma che bel gioco, e che gioco era?” continuai quasi isterico.

non mi aspettavo una risposta, la mia era qualcosa di simile ad una domanda retorica, ma…

la sentii tirare su col naso, poi lo disse, incredibilmente seria.

“s-scambio di partner…”

rimasi in silenzio, senza parole.

“s-scambio di partner?”

“sì, scambio… di partner, scambio di coppia…” continuò.

ero attonito.

“v-volevo… farlo… insieme a te” continuò ancora, “e… per entrare in quel giro bisogna… fare una prova, quella… di ieri sera era la prova…”

no, non me la dava a bere, stava solo cercando di salvarsi in corner coinvolgendo me.

non volevo ascoltarla, non più, stava mentendo, stava solo cercando di… raggirarmi con quelle lacrime e con quei pianti falsi e con quelle storie assurde, non la volevo stare a sentire un istante di più anche perché mi conoscevo, e sapevo che per… per amore, o quello che una volta era amore, le avrei lasciato un appiglio per spiegarsi ancora e per prendermi ancora in giro.

diedi un gran pugno alla parete e poi andai verso la porta, la aprii e la trovai lì davanti, in ginocchio, occhi gonfi e pallida, pallidissima, con profonde occhiaie scure.

la guardai ancora sprezzante, evitai il suo sguardo e le passai oltre, mi fermai, inspirai profondamente e le dissi “vattene da questa casa, hai tempo fino a stasera, poi…”

“no, ti prego!” esclamò, “ti prego non mandarmi via… non lasciarmi!”

“farò quello che mi chiedi!” disse ancora, sempre più disperata, “farò quello che vuoi, tutto, tutto!”

stavo per dirle qualcosa ma no, non lo feci, presi le chiavi di casa e dell’auto e puntai verso la porta, ma un istante dopo Gioia mi arrivò dietro e mi prese il braccio per trattenermi.

mi liberai e alzando le mani le feci paura tanto che alzò anche le sue per proteggersi e arretrò di un passo.

“no… mi… toccare!” ringhiai, “non mi toccare con quelle mani… schifose!!!” le gridai in faccia, facendole ancora paura.

uscii da casa come una furia, sbattei la porta e volai fuori, saltai in auto e ancora prima che mettessi in moto la vidi arrivare verso di me, cercò di fermarmi mettendo le mani sul parabrezza ma la “dribblai” evitandola, uscii in strada e mentre mi allontanavo la vidi che mi rincorreva fino a cadere in ginocchio con le mani tese verso di me che mi stavo allontanando.

e quello, sicuramente, fu il punto della mia vita in cui scesi più basso.

girai per la città senza una meta, girai in tondo ripercorrendo le stesse strade e le stesse vie per una mezz'ora, poi mi resi conto che non avevo portato con me nulla, né telefono né portafoglio.

e fui costretto a tornare a casa.

entrai furibondo, se avesse provato a mettersi in mezzo l’avrei travolta e gettata a terra ma non c’era, non mi importava dove fosse, recuperai portafoglio e telefono e poi uscii di fuori, e lì successe qualcosa che non mi spiegherò mai.

non era una delle cose automatiche che uno fa meccanicamente, con la forza dell’abitudine, perché non l’avevo mai fatta prima: tornai verso la piscina per controllare se il cancello che portava in garage fosse chiuso, così, senza una spiegazione.

così lanciai un’occhiata alla piscina e sulla superficie, che galleggiava, c’era qualcosa di scuro: mi avvicinai e vidi che era una ciabatta.

fu come se una mano ghiacciata mi fosse entrata nel ventre per strapparmi le budella.

sul fondo, a pancia in giù, c’era Gioia, immobile.

annegata.

fine capitolo uno

Prima di andare avanti…

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metzenbaum

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