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Erotika
una coppia moderna · Cap. 1
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Capitolo 1 di 15 32 min di lettura

Quello che le donne non dicono...

come tutto ha inizio...

metzenbaum
1 anno fa · 1.1k letture · 0

“dai…” la incitai, “una cosa veloce, faccio tutto io…”

“amore… dai, sono stanca…” disse, “e… e poi lo sai che preferisco fare con calma…”

non ci cascavo, proprio no.

“ma io ti voglio stasera” insistei, “dai, non dirmi di no…”

“amore… dai, sono stanchissima, facciamo domani sera…” provò a dire, e diventando sensuale aggiunse “domani sera ti faccio impazzire se…” ma la fermai.

“no, adesso, facciamo una cosa veloce e poi ti lascio dormire”, insistetti, e allungando le mani le toccai il seno facendola ritrarre e coprire con le braccia.

allora conclusi quella commedia.

restai a guardarla negli occhi e le dissi quello che avevo studiato.

“non vuoi fare l’amore perché l’hai già fatto stasera?”

mi guardava… allucinata, il sorriso era diventato prima una smorfia e poi un’espressione impanicata.

“ti sono venuti dentro tutti e due?” le chiesi brutale, “stasera l’hai già usata abbastanza? non c’è posto per me?”

Gioia mi guardò dapprima senza capire come potessi sapere certi dettagli e poi ci arrivò, sbarrò gli occhi, socchiuse le labbra e poi le spalancò cacciando un urlo terribile che mi fece male nella testa come se fosse una coltellata, mi mancò l’aria e…

scalciando le lenzuola mi svegliai annaspando per tornare a respirare, ansimante, e guardandomi attorno capii che era stato solo un sogno, una specie di incubo.

mi lasciai andare sul cuscino e provai a rallentare la respirazione, provai a rilassarmi espirando tutta l’aria che avevo nei polmoni e mentre inspiravo dal naso sentii un’auto che si fermava davanti a casa.

dovetti reprimere l’impulso di spiare dalla finestra del corridoio per vedere chi fosse ma ero convinto che quella era la BMW nera e lucida, e allora preferii restare a letto.

sentii la voce di Gioia che salutava e rideva, sentii la voce di un’altra donna e poi la portiera che si chiudeva e l’auto che ripartiva, e pochi istanti dopo la porta si aprì e si richiuse e tutto si svolse come nell’incubo, i suoi passi, i suoi spostamenti in casa, i click degli interruttori delle luci di casa… tutto, fino a quando arrivò in camera da letto, lì cambiò qualcosa.

ero disteso sul fianco, rivolto verso la porta, e anche con gli occhi chiusi (quasi chiusi) vidi che si sporgeva verso di me per guardarmi o per controllare che non dormissi, fece il giro del letto e si sdraiò, restò immobile per qualche minuto e poi si voltò sul fianco.

lì cominciò la sua notte, ma finì la mia.

un senso di repulsione, ecco quello che sentivo: avevo accanto a me una donna che si era fatta… violare da due sconosciuti, si era fatta insudiciare e che ora insudiciava il nostro letto, il mio letto!

avrei dovuto cacciarla via, buttarla fuori senza pietà, ma non lo feci.

avevo una strategia.

stando bene attento a non toccarla restai nel letto e, con un sorriso maligno, pensai che probabilmente quella era l’ultima notte che dormivamo insieme, che lei dormiva in quel letto e soprattutto che dormiva in quella casa.

sì, perché la mattina, dopo l’inevitabile e durissima resa dei conti, l’avrei cacciata via.

la notte passò, non so come ma riuscii ad addormentarmi quando ormai c’era già chiaro e quando riaprii gli occhi di soprassalto il sole era già alto.

ricordai tutto, sperai che fosse un altro incubo ma tornai alla realtà, non era un incubo, era tutto vero.

lasciai passare i minuti che mi separavano dalla resa dei conti e di nuovo la testa mi si riempì di pensieri assurdi, gli stessi della sera prima, ma non c’era più tempo per i pensieri, era ora di passare ai fatti. 

e a quelle quattro chiacchiere che sarebbero state la fine del matrimonio.

deciso e cazzuto scesi dal letto, andai a pisciare e poi la cerca: era in giardino e parlava con Sara, non era il momento di certi discorsi, lasciai che ci parlasse e quando rientrò mi feci trovare sulla porta della cucina.

“buongiorno amore!” mi salutò, allegra e felice.

e ripensai alle parole di Luca, tanto tempo prima.

si era fatta un gran bella scopata, magari multipla (già, lei che si dichiarava tradizionalista, sì, tradizionalista del cazzo!), ed eccola lì, era il ritratto della felicità.

“vuoi il caffè? te lo faccio?” mi chiese, annuii e mi sedetti. 

canticchiava allegra, mi preparò il caffè e me lo porse sul piattino con un sorriso, tornò al lavandino e sistemò quello che doveva sistemare, pulì il ripiano con un pezzo di carta da cucina e lo gettò nel cestino, sempre dandomi le spalle.

e la guardai, bene.

indossava la camicia da notte trasparente che avevamo comprato l’anno prima, a Roma, e sotto un paio di slip molto semplici con un reggiseno sportivo.

e cominciai ad andare in tachicardia pensando che di sicuro non erano le cose che aveva indossato la sera prima…

queste cose… dozzinali le riservava a me, l’intimo di classe per il suo amante, anzi, per i suoi amanti.

non so come feci a non rovesciare tavolo, tazza, zuccheriera, tutto.

rimasi calmo e tranquillo, sorseggiai il mio caffè senza nemmeno metterci lo zucchero e poi… aspettai.

“ero al telefono con Sara” mi disse.

ecco, giocava sporco, ma non poteva immaginare…

mi disse che stava bene, che era felice e che tutti erano gentili e carini con lei, e che era davvero contenta di aver fatto quella scelta.

la lasciai parlare e parlare, e mentre parlava prese la mia tazzina e la lavò nel lavandino, ma a quel punto dovevo farla finita.

“ti sei divertita ieri sera?” le chiesi.

si bloccò solo per un istante, poi ricominciò.

“sì, certo!” rispose tutta allegra, e mi raccontò dell’aperitivo con ‘le socie’, poi della cena al Seconda Classe e poi della serata scatenata in discoteca.

sentivo l’odio montare, ma… non ancora, aspetta.

“quale discoteca?” le chiesi.

“è un club, in realtà” mi rispose, tradendo nervosismo, “si chiama ‘La Ville Lumiere’, lo conosci?”

“m-m” le risposi.

mi dava le spalle, era tesa, vedevo da come teneva rigide le gambe.

“è bello, molto elegante” continuò, “e poi ci sono…”

“più bello dell’altro, quello che ti piace tanto, come si chiama…” la interruppi, e giocando con lei finsi di dimenticarlo per poi ricordarlo improvvisamente, “sì, giusto Hollywood Palace!”

si bloccò, ma non solo per un istante, ma poi riprese a lavare, sempre di schiena.

“s-sì, forse sì, è più bello” rispose, senza sapere bene che cosa dire.

“beh, bello o non bello dipende dalla compagnia, giusto?” le dissi.

“sì, certo” rispose, tornando a sciacquare la tazzina, ma la stroncai.

lasciai pesare il silenzio per cinque secondi e poi lo dissi.

“ti ho visto”

fu come quando arriva il lampo e poi a seguire c’è il tuono, il lampo furono le mie parole, il tuono la tazzina che le cadeva dalle mani sbattendo forte nel lavandino, e andando in frantumi.

silenzio.

vedevo solo le sue spalle e anche da dietro notai quanto stava respirando velocemente.

poi cominciò a scuotere lentamente la testa, incurvò le spalle e alla fine piegò il capo.

“ero lì quando sei arrivata, anzi, quando siete arrivati” le dissi, scandendo bene le parole.

“n-no…” riuscì solo a dire, ma nient’altro.

e la capivo, era ad un passo dal perdere tutto, cos’altro avrebbe potuto dire?

non avevo voglia di ripercorrere le varie tappe della serata, andai subito al sodo, anche perché rischiavo davvero di compiere qualcosa di avventato e irreparabile.

“ho visto tutto, ho visto quello che hai fatto prima di entrare e dopo, all’uscita” le dissi, secco, freddo.

restò immobile e in silenzio, le mani sul ripiano della cucina e a capo chino, con le spalle incurvate.

“ti ho visto… fare la troia con due uomini” le dissi, ormai partito per la tangente, “gli cacciavi la lingua in bocca e ti facevi toccare tra le gambe e toccavi il cazzo a tutti e due, e…” provai a dire ma le parole mi si strozzarono in gola.

avevo i pugno così stretti che mi facevano male.

non era in grado di parlare così come non lo ero io, ma qualcosa dovevo dire, e fare, così raccolsi le energie e imponendomi la calma (il tavolo della cucina sarebbe volato così bene nella vetrata…) mi alzai, scostai la sedia senza trascinarla come voleva lei per non rovinare il pavimento e poi la rimisi a posto.

“n-non ti voglio più vedere” le dissi, duro.

nessuna risposta.

“io esco” aggiunsi, “torno questa sera e… hai tempo fino a stasera per raccogliere le tue cose e andartene”

Prima di andare avanti…

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