e il lavoro? le mille domande dei ragazzi, le parole dette dietro la schiena…
già, il lavoro: chi ci sarebbe stato ad accogliermi a casa con un abbraccio e un sorriso quando tornavo stanco dopo una giornata passata in sala operatoria o in ambulatorio?
chi mi avrebbe preparato la cena, viziandomi come un principe, chi mi avrebbe fatto ridere, chi per farmi pulire la cucina mi avrebbe più detto “se ti occupi della tavola stasera, io mi occuperò del letto…”
nessuno.
in quei momenti passati ad angosciarmi mi vidi tornare solo, in una casa fredda e buia e vuota, a mangiare un piatto scaldato nel microonde con la bottiglia di cognac davanti per dimenticarmi di tutto…
misi le mani sulla faccia e dovetti trattenere le lacrime.
aspettai ancora facendomi del male, sapendo che se l’avessi rivista sarebbe stato peggio ma sapendo anche che la volevo vedere, che ero lì per vederla e per sapere con chi andava, chi baciava, chi abbracciava.
le sue labbra, le sue mani e la sua pelle che venivano toccate da un’altro uomo, che la stringevano e la baciavano, e lei che toccava lui, che lo baciava, che…
dovetti fermarmi, non avrei resistito, il dolore ma anche la gelosia assurda che sentivo mi stavano portando alla pazzia.
arrivarono le nove, poi le dieci, le undici, le undici e mezza.
ero immobile dentro l’abitacolo angusto della Renault, con lo stomaco serrato da una morsa e le tempie che pulsavano quando li vidi uscire.
e se quello che avevo visto prima era stata una mazzata colossale, quello che vidi poi fu devastante.
Gioia uscì per prima e teneva per mano un uomo, ma non quello di prima, l’altro!
appena scese le scale lo tirò a sé e mentre… faticavo a credere che quello che vedevo fosse vero la vidi baciare anche questo, saltandogli addosso, la vidi offrirgli il collo e il petto con lui che la baciava e la toccava, la palpava, sollevandole il vestito per strizzarle le chiappe prima che con un balzo Gioia si allontanasse e si ricoprisse.
“no” sussurrai, “oh dio, no… non è vero…”
ma quella che si stava delineando come la serata più terribile della mia vita non era finita così: uscì anche l’altro uomo, solo, poi seguito dall’altra ragazza, lo vidi raggiungere Gioia che era ancora appiccicata all’altro, la fece separare e… la baciò, sempre profondamente, sempre toccandola dappertutto.
e vidi mia moglie baciare prima uno e poi l’altro, alternandosi, li vidi toccarla entrambi e sollevarle il vestito per entrarle sotto con le mani senza che lei li fermasse, li vidi toccarle il seno tutti e due insieme mentre lei baciava prima uno e poi l’altro, e come… ciliegina finale la vidi accarezzare il pacco a uno e poi anche all’altro che gliel’aveva messo davanti come se fosse geloso per poi spingerli via entrambi, mettersi le mani sotto il vestito e levarsi le mutandine facendole roteare in aria mentre i due uomini le volavano ancora addosso ricominciando a toccarla.
quel siparietto andò avanti non so quanto, istanti, minuti: vidi mia moglie baciata e toccata ed esplorata nella sua intimità, la vidi mentre toccava gli altri due uomini tra le gambe per farlo diventare duro ad entrambi, poi finalmente la fortuna volle che arrivarono altre persone e Gioia e i suoi “amici” scomparirono lasciandomi solo con il groppo in gola, ansante come un cane, con gli occhi che bruciavano per tutto il sudore che c’era entrato.
avevo visto quello che mai avrei creduto di vedere, non con Gioia come protagonista.
la BMW nera sfrecciò accanto a me e la vidi sparire nel buio, sicuramente diretta verso qualche letto che li aspettava per concludere quella serata nel migliore dei modi, lasciandomi lì solo con l’anima lacerata e il cuore gonfio di disperazione.
tornai a casa lentamente, perdendo la strada e poi ritrovandola, con il cervello scollegato dal resto del corpo.
ero in uno stato pietoso, fisicamente ma soprattutto psicologicamente perché tutte quelle ore di brainstorming mi avevano consumato.
arrivai sotto casa che era quasi l’una, e solo quando provai ad aprire il cancello elettrico mi resi conto che non ero sull’auto giusta.
fui sul punto di dire “vaffanculo, la lascio qui” ma ci ripensai, rimisi la cintura di sicurezza e con una lentezza esasperante arrivai sotto lo studio, cambiai auto ricordandomi della cravatta e poi ritornai a casa, sempre con la testa che viaggiava per conto suo.
avevo alternato stati d’animo contrastanti, sensazione di vuoto, paura, odio profondo, rabbia, comprensione e addirittura compassione, disprezzo, furore, desiderio di vendetta ma anche quello più barbaro di farle del male fisico, di farla soffrire come lei stava facendo soffrire me.
vendetta?
tradirla anch’io? ripagarla con la sua stessa moneta?
trovarmi una donna, una qualsiasi, e scoparmela anche al costo di pagarla? riversare su di lei la mia rabbia e la mia frustrazione?
sì, l’avrei fatto!!! l’avrei fatto… domani, anzi no, stasera stessa! non mi mancavano i soldi, non mi mancava niente per andare in un locale e abbordare una di quelle che fanno la gara per trovarsi uno coi soldi, portarla a casa e farle di tutto, magari aspettando che tornasse lei e mi vedesse!
mi esaltai per quel pensiero selvaggio, ma durò un istante.
e poi? quale sarebbe stata la mia vendetta? scoparmi una sconosciuta e poi dirglielo? per farla ridere?
per farmi umiliare ancora? per umiliarmi da solo?
e con questo gran casino in testa arrivai a casa, meccanicamente e automaticamente aprii il cancello, lasciai l’auto e tornai in casa, buia e vuota.
e fu come se qualcuno fosse saltato fuori dall’oscurità per afferrarmi alla gola, e un pensiero terribile mi disse “ecco, ti aspetta questo per il resto della tua vita”
dovetti appoggiarmi alla parete con la schiena per non cadere, poi mi lasciai scivolare fino a mettermi seduto per terra, con la testa tra le mani.
“ma perché, Gioia, ma perché…” sussurrai.
rimasi seduto a terra per parecchio, perdendo la cognizione del tempo: i pensieri più cupi mi affollavano la mente, annebbiandola, ma rimasi comunque lucido per studiare una strategia.
avevo abbandonato l’idea di girarmi dall’altra parte e fare finta di nulla, così come avevo rigettato il proposito di aggredirla e vomitarle addosso tutto il veleno che avevo in corpo.
avrei usato un’altra strategia, più sottile, che mi avrebbe fatto male perché sarebbe durata di più ma che avrebbe pagato infinitamente di più rispetto a qualcosa di buttato in faccia.
mi decisi ad alzarmi e aiutarmi con un sonnifero ma alla fine non lo presi perché volevo restare vigile e lucido, mi lavai, mi misi a letto e steso a pancia in su, mani sulla pancia, a guardare il soffitto.
anche il silenzio era sofferenza, la solitudine era sofferenza, l’attesa era sofferenza.
ma ero così esausto, così svuotato che chiusi gli occhi e mi addormentai.
e dopo tanta attesa Gioia finalmente arrivò, la sentii ridere fuori dalla porta e poi salutare qualcuno, sentii la porta aprirsi e chiudersi e infine i suoi tacchi sul pavimento: la seguii mentalmente nel suo percorso dal corridoio fino allo spogliatoio, si tolse il vestito che sentii frusciare e poi con tonfi sordi e intermittenti dei suoi passi a piedi nudi arrivò in bagno, sentii l’acqua del lavandino e un altro fruscio, quello della spugna, si spostò ancora verso la cucina o verso il soggiorno e poi finalmente arrivò da me, in camera da letto, fece qualcosa, scostò le lenzuola e infine sentii il suo peso sul materasso e poi il suo sospiro quando il corpo si rilassò, dopo tanta fatica.
la feci ambientare per un paio di minuti lasciandole credere che fossi addormentato, la sentii voltarsi sul fianco e allora cominciai lo show.
“tutto bene?” le chiesi nel silenzio.
sentii una specie di “aaah…” di sorpresa, e di nuovo si giù stavolta verso di me.
“sì, certo amore, tutto bene…” rispose, “ma… cosa ci fai sveglio, è tardissimo… domani devi operare?”
accesi la luce e me la trovai davanti, sorridente come sempre, bellissima, radiosa.
“scusa se ti ho svegliato” mi disse, premurosa, “ho fatto più piano possibile…”
non le risposi, solo le sorrisi.
dio quanto era bella…
“amore… che c’é?” mi chiese ma non le risposi di nuovo.
non riuscii a non allungare una mano ed accarezzarle la guancia, piegò la testa per farsi accarezzare anche il collo e le raggiunsi anche quello, si allungò per posarmi un bacio ma la fermai.
“perché non facciamo l’amore?” le chiesi.
il sorriso le rimase “ghiacciato” sul suo bel viso.
