Lei non rispose subito. Con una lentezza esasperante, che sapeva di potere puro, appoggiò i documenti sul tavolino. Si sistemò sul divano, appoggiandosi allo schienale. Era sfatta dalla giornata, vestita con quel cardigan morbido e i pantaloncini da casa, i capelli mossi raccolti male, eppure il suo controllo sulla scena era totale, indiscutibile. La sua sensualità non era urlata, ma in quel momento mi teneva letteralmente per la gola.
«Vieni qui,» ordinò, la voce bassa, vellutata.
Mi trascinai in avanti sulle ginocchia, accorciando la distanza, finché non fui esattamente tra le sue gambe, pur restando seduto sul pavimento, più in basso di lei. «Ho vinto qualcosa?» chiesi, cercando disperatamente di mantenere il mio solito tono strafottente.
Le sue labbra carnose e lucide rimasero impassibili. «Hai guadagnato una prima clausola.»
Non fece movimenti bruschi. Sollevò il piede destro, nudo, la pelle chiara e morbida, e lo appoggiò con precisione sotto il mio mento. Esattamente come prima, ma con una pressione diversa. Una tacita promessa. Poi lo fece scivolare lentamente sul mio petto, sfiorando il cotone della mia maglietta, fino ad arrivare alla mia spalla. L'istinto mi fece alzare le mani per toccarle la caviglia, per afferrarla.
«Niente mani,» sibilò lei, bloccandomi sul nascere. «Nemmeno adesso?» sussurrai, sentendo il sangue convogliare tutto a sud dell'equatore. «Soprattutto adesso.» «Quindi devo stare fermo?» «Devi restare presente.»
Era la sua condanna e il mio mantra. Ingoiai a vuoto e lasciai cadere le braccia lungo i fianchi. Il suo piede scese dal mio petto, superò l'addome e atterrò direttamente sul cavallo dei miei pantaloni della tuta. Sussultai. L'erezione era già dolorosa, evidente contro il tessuto grigio. Anna lo sapeva benissimo. Iniziò a muovere la pianta del piede, massaggiando la lunghezza dura con una pressione calcolata.
Sentivo il calore della sua pelle attraverso la tuta. Il tallone scivolò giù, premendo contro le palle con una delicatezza che mi fece mancare il fiato, per poi risalire lungo l'asta. Schiusi le labbra, chiudendo gli occhi per un secondo.
«Guardami,» ordinò. Era un imperativo militare. Riaprii gli occhi. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, mi fissava dall'alto con una concentrazione che mi fece quasi paura. Stava applicando il suo fottuto metodo giurisprudenziale sul mio cazzo. «Vedi?» mormorò lei, vedendomi obbedire. «Quando vuoi, sai seguire un’istruzione.» «Sei insopportabile,» ansimai.
«E tu hai appena trovato il primo vantaggio serio della difesa.» Senza staccare gli occhi dai miei, usò l'alluce per agganciare l'elastico dei pantaloni della mia tuta e dei boxer, tirandoli giù con una spinta decisa della gamba. Il mio cazzo scattò fuori, liberato, duro come la pietra, pulsante nell'aria fresca del salotto.
Anna non si scompose. Sollevò anche l'altro piede. Li posizionò entrambi intorno alla mia erezione, stringendomi tra le piante morbide. La pelle liscia dei suoi piedi, resa appena scivolosa dalla crema idratante, iniziò a frizionare l'asta. Il movimento era fluido, ritmico, di un'efficienza spaventosa.
Gemetti, inarcando la schiena e stringendo i pugni sul tappeto per non toccarla. L'attrito caldo contro la pelle sensibile mi stava mandando in cortocircuito. «Ma che cazzo...» respirai a fatica, guardando il movimento ipnotico dei suoi piedi. «Hai... hai fatto uno schema in Excel anche per farti fare i preliminari? Sei troppo esperta.»
Anna non rise. Premette gli alluci proprio sotto il glande, stringendo di colpo. Soffocai un urlo. «Non è un preliminare, Alessandro. È una conseguenza,» disse lei. Il suo respiro si era fatto leggermente più irregolare, la linea delicata del busto si alzava e si abbassava sotto la maglia.
Il ritmo dei suoi piedi accelerò, ma c'era troppo attrito. Mi stavo avvicinando al limite, ma la pelle iniziava a bruciare. Anna se ne accorse. Si fermò di colpo. Mi lasciò sospeso nel vuoto per due secondi. Poi, si portò due dita alle labbra, raccogliendo un filo di saliva densa, e se le passò sulla pianta del piede. Non le bastò. Si piegò appena in avanti, mi guardò negli occhi, e sputò direttamente sulla testa del mio cazzo.
Il gesto fu così inaspettato, così crudo, volgare e in totale contrasto con la sua aura raffinata, che il mio cervello andò in blackout totale. La saliva fresca e umida colò lungo l'asta. Anna riprese il movimento con entrambi i piedi, ma questa volta la frizione era bagnata, fluida, fottutamente perfetta. La sensazione del bagnato mescolata alla morbidezza dei suoi piedi e alla pressione instancabile dei suoi talloni mi distrusse ogni residuo di ironia.
«Cazzo, Anna...» ansimai, perdendo ogni freno inibitore. Il mio respiro era un rantolo disperato nella stanza silenziosa. I movimenti diventarono più lunghi, fino alla base, per poi risalire stringendo il glande. «Quindi funziona il metodo?» sussurrò lei, la voce roca, gli occhi castani che mi divoravano, inchiodati sulla mia espressione di resa assoluta. «Funziona la ricompensa,» riuscii a dire, la voce spezzata.
Non potei resistere oltre. La tensione accomulata per tutta la cazzo di giornata, l'impeto del bacio di prima, la scoperta processuale, si concentrarono tutti lì, in quella frizione umida e spietata. Gemetto il suo nome, inarcandomi in avanti, le mani che stringevano le fibre del tappeto fino a farmi male, e venni con una potenza che mi svuotò completamente. Schizzi caldi le bagnarono le caviglie e il dorso dei piedi, mentre io collassavo in avanti, la fronte premuta contro il bordo del divano, ansimando come un animale ferito.
Il silenzio che calò era pesante, interrotto solo dal mio fiato rotto. Mi aspettavo un gesto. Una mano sui capelli. Un cedimento romantico.
Niente. Anna sfilò i piedi. Con una calma aliena, prese un fazzoletto di carta dal pacchetto sul tavolino, si pulì la pelle con cura, e si ricompose sul divano. Tirò giù i bordi del cardigan, raddrizzò la schiena e tornò a essere la statua inavvicinabile di sempre.
Io ero distrutto. Fisicamente e psicologicamente. L'avevo appena lasciata giocare col mio cervello come se fosse un fottuto interruttore. Non mi aveva solo dato piacere; mi aveva marchiato a fuoco, associando la concentrazione, il lavoro e il mio stesso desiderio alla sua maledetta approvazione.
Rimasi lì per qualche secondo, tirandomi su i pantaloni con mani tremanti. Cercai disperatamente il mio scudo. L'ironia. Mi schiarii la gola. «Quindi... questa era la clausola uno?»
Anna prese il fascicolo dal tavolo e se lo riappoggiò sulle ginocchia incrociate. «La clausola preliminare.»
La guardai dal basso, ancora intontito. «E la clausola due?» Lei non alzò gli occhi dalle carte. «La guadagni.» «Con cosa?» Il suo sguardo si spostò su di me, freddo e chirurgico. «Con cinque domande di controinterrogatorio che Val non sappia smontare in due secondi netti.»
Il nome di Val cadde nella stanza come una secchiata di ghiaccio. Nessuna scenata di gelosia, nessun divieto palese. Anna l'aveva appena incastrata dentro la regola. Aveva trasformato la ragazza che volevo nel parametro per ottenere di nuovo quello che lei mi aveva appena dato. Il gioco non era finito. Era appena cominciato.
Prima che potessi assimilare la portata di quella manipolazione, il mio telefono, abbandonato sul tappeto, vibrò. Lo schermo si illuminò, proiettando una luce bluastra.
Val: Domani confronto sulle liste? Prometto di non distruggerti subito.
Fissai lo schermo. Le lettere nere su sfondo bianco. La mia solita reazione sarebbe stata quella di afferrare il telefono, scivolare nel mio ruolo di ragazzo brillante e risponderle con una battuta carica di flirt. La mia mano ebbe un fremito. Ma non la mossi.
Alzai lo sguardo verso Anna. Lei non stava leggendo il fascicolo. Mi stava guardando. Non mi disse di non rispondere. Non mi diede un ordine. Stava lì, in silenzio, con il collo scoperto e l'espressione imperscrutabile, ad aspettare di vedere cosa diavolo avrei scelto di fare. Non era una padrona da cartone animato; era una ragazza che mi aveva appena fottuto il cervello e ora voleva le prove del suo potere.
Fissai di nuovo lo schermo. Poi, con un gesto lento, presi il telefono e lo appoggiai a faccia in giù sul tappeto. Lontano da me.
Anna fece un minuscolo, quasi impercettibile cenno del capo. «Bene.»
Mi appoggiai con la schiena contro la gamba del tavolo, espirando l'aria che non sapevo di star trattenendo. «Questo era un test?»
«Tutto è un test, Alessandro.» «E l’ho superato?»
Lei tornò a guardare le scartoffie, la sua pelle chiara e perfetta illuminata dalla lampada. «Provvisoriamente.»
Mi alzai da terra. Raccolsi i fogli sparsi che riguardavano gli screenshot e mi sedetti alla sedia della cucina. Accesi il mio computer e aprii un documento vuoto. Per la prima volta, la mia attenzione era cristallizzata. Questa volta non stavo aprendo il fascicolo per non farmi bocciare da Nardi. Non stavo lavorando per fare colpo su Val. Non lo facevo nemmeno perché la Perfettina mi terrorizzava. Lo facevo perché avevo capito che ogni mia azione in quella casa aveva un peso.
Quella notte capii che l’accordo di Anna non era una promessa di piacere. Era una trappola costruita meglio di qualunque teoria difensiva. Ogni prova trovata mi avvicinava alla soluzione del caso. Ogni regola rispettata mi avvicinava a lei. E il problema, come sempre, era che stavo iniziando a voler vincere entrambe le cose.
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Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
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