Il soffitto della mia camera, alle sette e dieci del mattino, aveva l'aspetto di un enorme punto interrogativo.
Avevo dormito, se così si può definire, circa tre ore. Il resto della notte l'avevo passato a fissare il buio, con il cervello che continuava a riavvolgere e mandare in play la stessa fottuta pellicola a ripetizione. Il sapore della bocca di Anna. Il rumore dei bottoni che saltavano. La seta stropicciata. La visione di quel reggiseno a balconcino in pizzo nero che le sollevava il seno sodo, pieno, in netto contrasto con la sua pelle chiara e accaldata dal desiderio. E poi la sua voce, un sussurro chirurgico che mi aveva bloccato a un millimetro dal punto di non ritorno: “Perché lo decidiamo.”
Mi alzai dal letto preparandomi psicologicamente al disastro. Mi aspettavo imbarazzo, tensione, magari una di quelle frasi taglienti che Anna usava per decapitare l'autostima altrui. Mi passai una mano tra i capelli e andai in cucina.
Anna era già lì. Ed era semplicemente intollerabile.
Nessuna traccia della donna sfatta e ansimante della notte prima. Era tornata l'armatura. Indossava una camicia azzurra dal taglio maschile, abbottonata con un rigore ascetico fino al colletto, infilata dentro un paio di pantaloni sartoriali scuri. I lunghi capelli castani erano perfettamente lisci e ordinati in una piega che non ammetteva ribellioni, restituendole quell'aria da persona abituata a gestire il mondo con un file Excel. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, era immacolato, illuminato solo da un trucco leggerissimo. I fascicoli erano perfettamente impilati sul tavolo. Al centro, la sua tazza di caffè fumante.
Quella visione mi irritò profondamente. Io ero un relitto emotivo; lei sembrava pronta per un'udienza in Cassazione.
«Buongiorno,» dissi, appoggiandomi allo stipite della porta. Anna non alzò lo sguardo dalla pagina che stava leggendo. «Buongiorno.» «Dormito?» Il suono della sua penna a scatto scandì il secondo di pausa. «Sì.» «Bugiarda.» «Irrilevante ai fini della difesa.»
Feci un passo avanti, invadendo il suo campo visivo. Il suo profumo mi colpì, un misto di sapone costoso e freddezza. «Quindi facciamo finta che ieri non sia successo?»
Anna girò pagina con una lentezza calcolata, i suoi occhi castani, grandi e luminosi, fissi sull'inchiostro. «Ieri abbiamo trovato una teoria difensiva utilizzabile, Alessandro.»
«Non parlavo di quello, Anna.» «Io sì.»
Le sue labbra carnose e lucide, le stesse che poche ore prima avevo letteralmente divorato sul bordo di quel tavolo, rimasero immobili in un'espressione neutra. Stava facendo quello che sapeva fare meglio: rimettere il mondo in ordine. Ma io leggevo le persone, e il modo in cui teneva la penna, stringendola fino a farsi sbiancare le nocche, mi diceva che le bruciava. Le bruciava da impazzire. E il problema era che io non avevo più la mia solita ironia a farmi da scudo. Ero confuso. Volevo Val da anni, avevo desiderato Anna fino a farmi esplodere le vene, e ora venivo trattato come un capitolo da ripassare in vista dell'esame.
Due ore dopo, l'atrio della facoltà era il solito inferno di studenti in debito di sonno e in eccesso di caffeina. L'aria sapeva di fotocopie calde e ansia da prestazione.
Mi stavo avviando verso il distributore delle macchinette quando la vidi. Val.
Stava parlando con Vittoria, ma appena mi notò, si staccò dalla mia coinquilina e mi venne incontro. Val non camminava, irradiava. Aveva un fascino da "bionda elegante ma provocante", una bellezza solare, curata e magnetica. Indossava un top bianco scollato che le addolciva il volto e metteva in risalto il contrasto tra la pelle chiara e i capelli biondo miele, lunghi e voluminosi, che le scendevano sulle spalle in onde naturali. Aveva una penna biro infilata tra le labbra piene, un paio di fascicoli stretti contro il busto, e un'energia così viva e genuina che mi fece sorridere prima ancora che aprisse bocca.
«Avvocato della difesa,» mi salutò, togliendosi la penna dalla bocca con una goffaggine adorabile. «Pubblico ministero.» Si fermò davanti a me, inclinando la testa. I suoi occhi chiari, penetranti e luminosi mi scrutarono con attenzione. «Hai una faccia. Anna ti ha già trasformato in una tabella di marcia a colori?»
«Sono sopravvissuto per cavilli procedurali e abuso di caffeina,» risposi.
Val scoppiò a ridere, una risata larga, aperta, che mi riscaldò lo stomaco. Senza pensarci, allungò una mano e mi sistemò il colletto della felpa che, evidentemente, mi ero infilato di fretta. Le sue dita mi sfiorarono il collo. Fu un gesto piccolo, naturale, intimo. Il mio corpo reagì all'istante. Le spalle si abbassarono, il respiro tornò regolare. Con Val era tutto facile. Con lei la sensualità non era una guerra di potere, era un rifugio pulito.
Ma il mio istinto di conservazione mi fece alzare lo sguardo oltre la spalla di Val. A dieci metri di distanza, ferma vicino all'ingresso dell'aula magna, c'era Anna.
Non fece scenate. Non era nel suo stile. Ma la sua reazione fu glaciale e potentissima. Si irrigidì, la sua postura già eretta divenne una statua di sale. Afferrò il fascicolo che teneva in mano e lo sbatté contro il petto chiudendolo con un tonfo secco, decisamente più forte del necessario. I suoi occhi scuri si piantarono nei miei per una frazione di secondo, carichi di una condanna silenziosa, poi si voltò e sparì nel corridoio.
Cinque minuti dopo, quando Val tornò da Vittoria, raggiunsi Anna in aula. Mi sedetti accanto a lei. Non feci in tempo a posare lo zaino. «Hai finito di flirtare con l'accusa?» sibilò lei, la voce così bassa e tecnica da sembrare passata al setaccio.
«Stavamo parlando.» «No, Alessandro. Stavate facendo quella cosa penosa in cui due persone fingono di parlare di questioni rilevanti mentre cercano disperatamente conferme ormonali di base.»
La guardai, sorpreso da quella ferocia. «Sei gelosa?» «Sono preoccupata per la tenuta logica della nostra difesa.» «Certo, l'avevo intuito.» Lei mi fulminò, il bel viso ovale contratto in un'espressione durissima. «E per la tua palese incapacità di restare concentrato per più di otto secondi consecutivi quando una bionda ti sorride e ti sistema la felpa.» Ecco. La crepa. Il generale aveva perso sangue freddo, e la cosa mi eccitò in un modo così viscerale da farmi mancare il fiato.
Verso l'ora di pranzo, incrociai di nuovo Val. Anna era chiusa in segreteria a litigare con un assistente per un modulo mancante, e io stavo aspettando il mio turno davanti alla fotocopiatrice del dipartimento. Val sbucò da un'aula laterale e mi si affiancò. Eravamo soli nel corridoio est, immersi in quella penombra silenziosa tipica dei palazzi storici.
Val si appoggiò al muro accanto a me. Fisicamente era slanciata, con curve morbide e femminili ben distribuite che la gonna aderente e il top valorizzavano senza alcuno sforzo. Non c'era nulla di casuale nella sua bellezza, ma sembrava non farci minimamente caso. Mi guardò di profilo per qualche secondo. «Comunque sei diverso,» disse, la voce morbida, priva della solita ironia caciarona.
Mi voltai verso di lei. «Peggiorato? Le occhiaie fanno questo effetto.» «No,» rispose, scuotendo leggermente la testa, i capelli biondi che riflettevano la luce del neon. «Concentrato. Che su di te è una cosa molto più inquietante. Sembra quasi che tu stia prendendo qualcosa sul serio.»
Feci un sorriso sghembo, cercando di difendermi. Ma Val non era solo bella, era intelligente. Ed era la persona che mi conosceva meglio di chiunque altro, a parte Vittoria. «È Anna?» mi chiese, a bruciapelo.
Sentii lo stomaco contrarsi. «Anna è una sanzione amministrativa con i capelli belli e un pessimo carattere. Non sopravvivremo fino al verdetto.»
Val sorrise, ma i suoi occhi rimasero profondi, fissi sui miei. «Però ti fa lavorare.» Il silenzio che cadde tra noi fu denso. Quella frase era un colpo di fioretto. Non mi stava accusando, non stava facendo la fidanzata gelosa. Stava semplicemente mettendo sul tavolo un fatto: io stavo cambiando, e non era per merito suo. Era la constatazione di un limite che non potevo ignorare.
Cercai di ribaltare la situazione. «E tu? Ti trovi bene con Vittoria o ti ha già costretta a firmare un patto di sangue?» Val ridacchiò, un suono caldo che mi fece vibrare il petto. «Sì, mi trovo bene. Mi fa molta paura, ma in modo educativo.»
Si staccò dal muro. Doveva andare. La guardai sistemarsi i fascicoli sotto il braccio, la linea del suo corpo così armoniosa, così "giusta" per me da sempre. Fece un passo, poi si fermò e si voltò indietro.
«Ale,» mi chiamò, usando il mio diminutivo, cosa che Anna non faceva mai. «Dimmi.» «Quando questa follia del processo finisce... mi devi un caffè. Uno vero.» I suoi occhi chiari si agganciarono ai miei, trasmettendo una sicurezza tranquilla, consapevole. «Non da nemici.»
Il mio cuore fece una capriola. «Quindi un caffè diplomatico?» Lei scosse la testa, un sorriso complice e meraviglioso a incurvarle le labbra carnose. «No. Un caffè nostro.»
Poi si voltò e sparì giù per le scale. Rimasi lì, davanti alla fotocopiatrice rotta, con il suono di quella promessa che mi risuonava nelle orecchie. Val mi aveva appena aperto la porta del futuro. Era l'intesa vera, romantica, che aspettavo da anni. Eppure, mentre infilavo la tessera nella macchina, il mio cervello non faceva che ripensare al modo in cui Anna aveva sbattuto quel fascicolo contro il petto.
Ero fottuto. E il processo simulato era appena iniziato.
il tavolo dell’aula studio della biblioteca era diventato una specie di zona demilitarizzata. Da una parte c’eravamo io e Anna, trincerati dietro i nostri codici; dall'altra c'erano Val e Vittoria, armate solo di un paio di quaderni, due caffè annacquati e una pericolosissima sicurezza.
Val si sporse in avanti. Aveva i capelli biondo miele sciolti e leggermente mossi, che le incorniciavano il viso ovale e armonioso dandole quell'aria da ragazza elegante ed estiva che mi bloccava regolarmente il respiro. Ma in quel momento, non era la sua bellezza a colpirmi. Era la sua testa.
