Processo Simulato - Vol.1

Capitolo 4 - Sotto il Piede della Perfettina

Tra il richiamo luminoso di Val e il controllo glaciale di Anna, Alessandro scopre che studiare con la collega sbagliata può diventare una trappola molto più oscena del previsto.
Nel salotto di casa, la difesa si trasforma in un patto fatto di regole, gelosia e ricompense pericolosamente intime.

A
Alessia

3 ore fa

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Il soffitto della mia camera, alle sette e dieci del mattino, aveva l'aspetto di un enorme punto interrogativo.

Avevo dormito, se così si può definire, circa tre ore. Il resto della notte l'avevo passato a fissare il buio, con il cervello che continuava a riavvolgere e mandare in play la stessa fottuta pellicola a ripetizione. Il sapore della bocca di Anna. Il rumore dei bottoni che saltavano. La seta stropicciata. La visione di quel reggiseno a balconcino in pizzo nero che le sollevava il seno sodo, pieno, in netto contrasto con la sua pelle chiara e accaldata dal desiderio. E poi la sua voce, un sussurro chirurgico che mi aveva bloccato a un millimetro dal punto di non ritorno: “Perché lo decidiamo.”

Mi alzai dal letto preparandomi psicologicamente al disastro. Mi aspettavo imbarazzo, tensione, magari una di quelle frasi taglienti che Anna usava per decapitare l'autostima altrui. Mi passai una mano tra i capelli e andai in cucina.

Anna era già lì. Ed era semplicemente intollerabile.

Nessuna traccia della donna sfatta e ansimante della notte prima. Era tornata l'armatura. Indossava una camicia azzurra dal taglio maschile, abbottonata con un rigore ascetico fino al colletto, infilata dentro un paio di pantaloni sartoriali scuri. I lunghi capelli castani erano perfettamente lisci e ordinati in una piega che non ammetteva ribellioni, restituendole quell'aria da persona abituata a gestire il mondo con un file Excel. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, era immacolato, illuminato solo da un trucco leggerissimo. I fascicoli erano perfettamente impilati sul tavolo. Al centro, la sua tazza di caffè fumante.

Quella visione mi irritò profondamente. Io ero un relitto emotivo; lei sembrava pronta per un'udienza in Cassazione.

«Buongiorno,» dissi, appoggiandomi allo stipite della porta. Anna non alzò lo sguardo dalla pagina che stava leggendo. «Buongiorno.» «Dormito?» Il suono della sua penna a scatto scandì il secondo di pausa. «Sì.» «Bugiarda.» «Irrilevante ai fini della difesa.»

Feci un passo avanti, invadendo il suo campo visivo. Il suo profumo mi colpì, un misto di sapone costoso e freddezza. «Quindi facciamo finta che ieri non sia successo?»

Anna girò pagina con una lentezza calcolata, i suoi occhi castani, grandi e luminosi, fissi sull'inchiostro. «Ieri abbiamo trovato una teoria difensiva utilizzabile, Alessandro.»

«Non parlavo di quello, Anna.» «Io sì.»

Le sue labbra carnose e lucide, le stesse che poche ore prima avevo letteralmente divorato sul bordo di quel tavolo, rimasero immobili in un'espressione neutra. Stava facendo quello che sapeva fare meglio: rimettere il mondo in ordine. Ma io leggevo le persone, e il modo in cui teneva la penna, stringendola fino a farsi sbiancare le nocche, mi diceva che le bruciava. Le bruciava da impazzire. E il problema era che io non avevo più la mia solita ironia a farmi da scudo. Ero confuso. Volevo Val da anni, avevo desiderato Anna fino a farmi esplodere le vene, e ora venivo trattato come un capitolo da ripassare in vista dell'esame.

Due ore dopo, l'atrio della facoltà era il solito inferno di studenti in debito di sonno e in eccesso di caffeina. L'aria sapeva di fotocopie calde e ansia da prestazione.

Mi stavo avviando verso il distributore delle macchinette quando la vidi. Val.

Stava parlando con Vittoria, ma appena mi notò, si staccò dalla mia coinquilina e mi venne incontro. Val non camminava, irradiava. Aveva un fascino da "bionda elegante ma provocante", una bellezza solare, curata e magnetica. Indossava un top bianco scollato che le addolciva il volto e metteva in risalto il contrasto tra la pelle chiara e i capelli biondo miele, lunghi e voluminosi, che le scendevano sulle spalle in onde naturali. Aveva una penna biro infilata tra le labbra piene, un paio di fascicoli stretti contro il busto, e un'energia così viva e genuina che mi fece sorridere prima ancora che aprisse bocca.

«Avvocato della difesa,» mi salutò, togliendosi la penna dalla bocca con una goffaggine adorabile. «Pubblico ministero.» Si fermò davanti a me, inclinando la testa. I suoi occhi chiari, penetranti e luminosi mi scrutarono con attenzione. «Hai una faccia. Anna ti ha già trasformato in una tabella di marcia a colori?»

«Sono sopravvissuto per cavilli procedurali e abuso di caffeina,» risposi.

Val scoppiò a ridere, una risata larga, aperta, che mi riscaldò lo stomaco. Senza pensarci, allungò una mano e mi sistemò il colletto della felpa che, evidentemente, mi ero infilato di fretta. Le sue dita mi sfiorarono il collo. Fu un gesto piccolo, naturale, intimo. Il mio corpo reagì all'istante. Le spalle si abbassarono, il respiro tornò regolare. Con Val era tutto facile. Con lei la sensualità non era una guerra di potere, era un rifugio pulito.

Ma il mio istinto di conservazione mi fece alzare lo sguardo oltre la spalla di Val. A dieci metri di distanza, ferma vicino all'ingresso dell'aula magna, c'era Anna.

Non fece scenate. Non era nel suo stile. Ma la sua reazione fu glaciale e potentissima. Si irrigidì, la sua postura già eretta divenne una statua di sale. Afferrò il fascicolo che teneva in mano e lo sbatté contro il petto chiudendolo con un tonfo secco, decisamente più forte del necessario. I suoi occhi scuri si piantarono nei miei per una frazione di secondo, carichi di una condanna silenziosa, poi si voltò e sparì nel corridoio.

Cinque minuti dopo, quando Val tornò da Vittoria, raggiunsi Anna in aula. Mi sedetti accanto a lei. Non feci in tempo a posare lo zaino. «Hai finito di flirtare con l'accusa?» sibilò lei, la voce così bassa e tecnica da sembrare passata al setaccio.

«Stavamo parlando.» «No, Alessandro. Stavate facendo quella cosa penosa in cui due persone fingono di parlare di questioni rilevanti mentre cercano disperatamente conferme ormonali di base.»

La guardai, sorpreso da quella ferocia. «Sei gelosa?» «Sono preoccupata per la tenuta logica della nostra difesa.» «Certo, l'avevo intuito.» Lei mi fulminò, il bel viso ovale contratto in un'espressione durissima. «E per la tua palese incapacità di restare concentrato per più di otto secondi consecutivi quando una bionda ti sorride e ti sistema la felpa.» Ecco. La crepa. Il generale aveva perso sangue freddo, e la cosa mi eccitò in un modo così viscerale da farmi mancare il fiato.

Verso l'ora di pranzo, incrociai di nuovo Val. Anna era chiusa in segreteria a litigare con un assistente per un modulo mancante, e io stavo aspettando il mio turno davanti alla fotocopiatrice del dipartimento. Val sbucò da un'aula laterale e mi si affiancò. Eravamo soli nel corridoio est, immersi in quella penombra silenziosa tipica dei palazzi storici.

Val si appoggiò al muro accanto a me. Fisicamente era slanciata, con curve morbide e femminili ben distribuite che la gonna aderente e il top valorizzavano senza alcuno sforzo. Non c'era nulla di casuale nella sua bellezza, ma sembrava non farci minimamente caso. Mi guardò di profilo per qualche secondo. «Comunque sei diverso,» disse, la voce morbida, priva della solita ironia caciarona.

Mi voltai verso di lei. «Peggiorato? Le occhiaie fanno questo effetto.» «No,» rispose, scuotendo leggermente la testa, i capelli biondi che riflettevano la luce del neon. «Concentrato. Che su di te è una cosa molto più inquietante. Sembra quasi che tu stia prendendo qualcosa sul serio.»

Feci un sorriso sghembo, cercando di difendermi. Ma Val non era solo bella, era intelligente. Ed era la persona che mi conosceva meglio di chiunque altro, a parte Vittoria. «È Anna?» mi chiese, a bruciapelo.

Sentii lo stomaco contrarsi. «Anna è una sanzione amministrativa con i capelli belli e un pessimo carattere. Non sopravvivremo fino al verdetto.»

Val sorrise, ma i suoi occhi rimasero profondi, fissi sui miei. «Però ti fa lavorare.» Il silenzio che cadde tra noi fu denso. Quella frase era un colpo di fioretto. Non mi stava accusando, non stava facendo la fidanzata gelosa. Stava semplicemente mettendo sul tavolo un fatto: io stavo cambiando, e non era per merito suo. Era la constatazione di un limite che non potevo ignorare.

Cercai di ribaltare la situazione. «E tu? Ti trovi bene con Vittoria o ti ha già costretta a firmare un patto di sangue?» Val ridacchiò, un suono caldo che mi fece vibrare il petto. «Sì, mi trovo bene. Mi fa molta paura, ma in modo educativo.»

Si staccò dal muro. Doveva andare. La guardai sistemarsi i fascicoli sotto il braccio, la linea del suo corpo così armoniosa, così "giusta" per me da sempre. Fece un passo, poi si fermò e si voltò indietro.

«Ale,» mi chiamò, usando il mio diminutivo, cosa che Anna non faceva mai. «Dimmi.» «Quando questa follia del processo finisce... mi devi un caffè. Uno vero.» I suoi occhi chiari si agganciarono ai miei, trasmettendo una sicurezza tranquilla, consapevole. «Non da nemici.»

Il mio cuore fece una capriola. «Quindi un caffè diplomatico?» Lei scosse la testa, un sorriso complice e meraviglioso a incurvarle le labbra carnose. «No. Un caffè nostro.»

Poi si voltò e sparì giù per le scale. Rimasi lì, davanti alla fotocopiatrice rotta, con il suono di quella promessa che mi risuonava nelle orecchie. Val mi aveva appena aperto la porta del futuro. Era l'intesa vera, romantica, che aspettavo da anni. Eppure, mentre infilavo la tessera nella macchina, il mio cervello non faceva che ripensare al modo in cui Anna aveva sbattuto quel fascicolo contro il petto.

Ero fottuto. E il processo simulato era appena iniziato.

il tavolo dell’aula studio della biblioteca era diventato una specie di zona demilitarizzata. Da una parte c’eravamo io e Anna, trincerati dietro i nostri codici; dall'altra c'erano Val e Vittoria, armate solo di un paio di quaderni, due caffè annacquati e una pericolosissima sicurezza.

Val si sporse in avanti. Aveva i capelli biondo miele sciolti e leggermente mossi, che le incorniciavano il viso ovale e armonioso dandole quell'aria da ragazza elegante ed estiva che mi bloccava regolarmente il respiro. Ma in quel momento, non era la sua bellezza a colpirmi. Era la sua testa.

«Secondo noi,» esordì Val, picchiettando l'estremità di una penna sulle labbra carnose e ben disegnate, «il punto non è solo che il vostro imputato abbia manipolato le chat. È che ha preparato il terreno prima. Ha creato un contesto ambientale, seminando dubbi sulla vittima per mesi. Ha fatto sembrare inevitabile una versione che invece era chirurgicamente costruita a tavolino.

Il silenzio calò sul tavolo. Val mi guardò con quegli occhi chiari, penetranti e luminosi, e io sentii una fitta di purissima ammirazione. Non stava improvvisando. Aveva letto tra le righe del fascicolo, unendo i puntini con una lucidità spaventosa. Era spontanea, goffa magari quando rovesciava lo zucchero, ma intellettualmente era una fottuta lama. E la cosa mi faceva impazzire di desiderio.

Accanto a me, Anna si irrigidì. Potevo percepire il gelo irradiarsi dalla sua sedia. La linea della sua mascella leggera si contrasse in modo quasi impercettibile. Aveva appena capito che la ragazza di fronte a noi non era solo un disturbo ormonale del suo co-difensore: era un'avversaria che poteva distruggere la nostra teoria del caso in dieci minuti netti.

Vittoria, che fino a quel momento aveva finto di disinteressarsi alla conversazione sfogliando una rivista di gossip nascosta dentro un testo di Diritto Privato, alzò lo sguardo su di me. «Ti vedo pallido, Ale,» disse, con quella sua solita voce tagliente e ironica, la comicità crudele di chi ti conosce troppo bene. «È perché stai capendo che perderai malamente, o perché Anna ti ha vietato l'assunzione di zuccheri prima del verdetto?»

Sorrisi, cercando di dissimulare il colpo che Val ci aveva appena inferto. «Entrambe le cose sono oggetto di ricorso nelle sedi competenti.»

Val scoppiò a ridere, una risata solare e genuina che mi fece venire voglia di scavalcare il tavolo. Anna, invece, non rise. Il suo sguardo castano rimase fisso sulle carte, calmo, diretto, ma carico di una tensione spaventosa. La guerra, quella vera, era appena iniziata. E il mio problema principale era che, pur dovendo combattere per la mia difesa, facevo un tifo spudorato per l'accusa.

Tre ore dopo, il nostro bunker domestico odorava di inchiostro, frustrazione e rassegnazione. Vittoria era rimasta a dormire da Val, lasciando me e la Perfettina soli nel nostro disastro processuale.

Eravamo completamente bloccati. Avevamo davanti la lista degli screenshot da contestare, la ricostruzione della catena di custodia digitale e i punti deboli della teoria dell'accusa, ma non riuscivamo ad andare avanti. Anna era più nervosa del solito. Muoveva la penna con gesti secchi, mentre io passavo il tempo a fissare una crepa sul muro, con la mente persa nel sorriso di Val in biblioteca.

Il mio telefono, appoggiato a faccia in giù vicino al mio gomito, vibrò. Un suono secco. Lo schermo si illuminò leggermente, riflettendo la notifica sul tavolo. Sapevo che era Val. Me lo sentivo nello stomaco. Non lo presi, non lo girai, ma il mio sguardo indugiò su quel rettangolo luminoso per un secondo di troppo.

«Riga dodici,» disse Anna, la voce affilata come un bisturi.

Sbattei le palpebre, riportando gli occhi sul fascicolo. «Eh?» «Appunto.» «Stavo pensando,» provai a difendermi.

Anna sollevò il viso. «No, Alessandro. Quando pensi hai l’espressione di uno che sta disperatamente fingendo di capire un concetto astratto. Questa è diversa.» «Anna, dai...»

«Cosa ti ha detto?» «Chi?» Lei appoggiò le mani piatte sul tavolo. «Non insultare entrambi fingendo di non sapere di chi parlo.»

La fissai. Non stava dicendo mi dà fastidio che ti scriva. Stava dicendo mi dà fastidio che ti distragga dal mio processo. Usava il controllo accademico per mascherare una gelosia glaciale, spietata, che le bruciava dentro perché non tollerava che io avessi un altrove emotivo. E questo, in qualche modo malato, la rendeva ancora più magnetica.

«Niente di rilevante ai fini del processo,» risposi, abbassando il tono della voce. Anna mi guardò per un altro istante, gli occhi scuri indecifrabili, poi chiuse il fascicolo di scatto. «Pausa. Quindici minuti. Se non riaccendi il cervello, stasera non finiamo.»

Si alzò e sparì in bagno. Io rimasi in cucina, respirando a fatica nell'aria densa che aveva lasciato.

Quando tornò in salotto, non era più la studentessa corazzata della biblioteca. Era passata in camera di Vittoria e si era cambiata, abbandonando la camicia rigida e i pantaloni sartoriali. Quello che vidi mi ammutolì.

Indossava un paio di pantaloncini di cotone grigio, incredibilmente morbidi e corti, che le fasciavano i fianchi e lasciavano scoperte le gambe snelle, dalla pelle chiara e luminosa. Sopra, aveva infilato un cardigan sottile color panna, lasciato sbottonato sopra una canottiera aderente che assecondava la linea delicata del busto e la forma del décolleté presente ed elegante. I capelli lunghi e castani non erano più perfetti: li aveva raccolti alla rinfusa sulla nuca con una pinza di plastica, lasciando sfuggire un paio di ciocche ribelli che le accarezzavano il collo lungo e le spalle strette. Il trucco era sparito, rivelando un viso più stanco ma infinitamente più bello, con le labbra carnose al naturale.

E, dettaglio fatale, era completamente scalza. Non l'avevo mai vista scalza. C'era un'intimità disarmante in quei piedi nudi sul pavimento di casa mia.

Senza dire una parola, si sedette sul divano di fronte al tavolino basso dove avevamo spostato alcuni documenti. Tirò su una gamba, piegando il ginocchio al petto e appoggiando il tallone nudo sul bordo del cuscino. Con naturalezza assoluta, allungò una mano verso il beauty case che aveva portato con sé, ne estrasse una boccetta di smalto nero, la svitò e iniziò a passarsi il colore sulle unghie dei piedi, tutto mentre teneva un fascicolo aperto sull'altra gamba.

Rimasi bloccato sulla sedia della cucina a fissarla. L'odore aspro e chimico dello smalto si mescolò al profumo dolce della sua crema idratante, creando un'atmosfera densa, "casereccia" ma di un erotismo insostenibile. Anna si piegava in avanti, il cardigan che scivolava da una spalla, esponendo la pelle nuda e la spallina del reggiseno. Le sue dita, sottili e precise, stendevano il nero lucido con la stessa metodica ossessione che usava per evidenziare una sentenza.

Non era l'Anna formale che perdeva il controllo. Era un'Anna domestica, rilassata, che scopriva di poter esercitare un dominio totale su di me semplicemente respirando nel mio salotto con i piedi nudi e lo smalto fresco.

Soffiò delicatamente sulle dita del piede, le labbra piene che si arricciavano appena. Il suo piede si tese, le dita si piegarono leggermente nell'aria, e l'arco plantare disegnò una curva perfetta prima che lei appoggiasse la pianta sul pavimento freddo, sfiorando la pila di fogli della testimonianza.

«Guarda che se continui a fissarmi la caviglia non troverai la soluzione per invalidare la catena di custodia digitale,» mormorò, senza nemmeno alzare la testa, intingendo di nuovo il pennellino nella boccetta nera.

Deglutii. La mia bocca era improvvisamente arida. «Stavo solo notando... il contrasto cromatico.» «Il nero è l'unico colore accettabile per chi deve mantenere il sangue freddo,» rispose lei, spostando l'attenzione sull'altro piede.

Mi alzai lentamente dalla sedia. Attraversai la stanza e mi fermai accanto al divano, guardandola dall'alto. Potevo vedere l'ombra dell'ombelico sopra l'elastico dei pantaloncini morbidi e la linea piatta dell'addome. «Tu sei un paradosso, lo sai?» le dissi, la voce che scendeva di un'ottava. «Ti metti lo smalto mentre leggi di un reato informatico. Nel mio salotto.»

Anna posò il pennellino. Chiuse la boccetta con cura. Poi alzò lentamente il viso verso di me. Gli occhi castani e grandi erano due pozzi scuri, privi di quell'espressione aggressiva che usava in aula, sostituiti da una calma che mi mandò a fuoco le vene. «Io faccio quello che serve per vincere, Alessandro. Anche se significa occupare il tuo salotto.» Si allungò per prendere un foglio dal tavolino. Il movimento le fece sbilanciare il busto verso di me, e per un istante il suo ginocchio nudo, ancora umido di crema, sfiorò la stoffa dei miei pantaloni.

Fu un contatto infinitesimale. Ma la stanza si accese. Non si ritrasse. Rimase in quella posizione precaria, il viso sollevato verso il mio, i capelli mossi e disordinati che le cadevano sulla guancia. Potevo sentire il suo respiro corto. L'aria era così satura di tensione che avrei potuto tagliarla con un coltello.

«Il problema è che non so più per cosa stai cercando di vincere,» le dissi, abbassandomi impercettibilmente verso di lei. «Per il processo, o contro di me?»

«Entrambe le cose,» sussurró Anna. Le sue labbra, gonfie e naturali, si dischiusero, attirando il mio sguardo con una forza gravitazionale.

Rimasi lì, paralizzato, con il profumo aspro dello smalto e quello dolce della sua pelle che mi annebbiavano i sensi. Anna mi teneva in pugno, scalza, con il trucco stanco e un fascicolo sulle ginocchia, e io ero a un passo dal piegarmi in avanti e mandare al diavolo la difesa, il processo e l'ultimo briciolo della mia sanità mentale.

Ero seduto a terra, a gambe incrociate sul tappeto del mio stesso salotto, circondato da un mare di scartoffie che minacciava di inghiottirmi. Anna era sul divano, un gradino sopra di me, il fascicolo aperto sulle cosce scoperte dai pantaloncini morbidi che indossava.

Il mio cervello, però, era rimasto fermo al corridoio della facoltà. A Val, al suo sorriso genuino, alla promessa di quel caffè nostro. Cercavo disperatamente di aggrapparmi a quell'immagine luminosa, a quella complicità facile e priva di spigoli, ma la verità era che facevo una fatica maledetta. Perché Val era un'idea bellissima nella mia testa, ma Anna era una realtà carnale, spigolosa e dominante a meno di mezzo metro da me.

Il mio telefono vibrò accanto al ginocchio. Lo afferrai con un riflesso condizionato, sperando in un messaggio.

«Terzo punto debole della testimonianza dell'amica,» recitò Anna, la voce piatta e autoritaria, ignorando la mia distrazione. Scorsi lo schermo, non c'era nessuna notifica utile. Lo riappoggiai. «Il contesto,» risposi a caso, buttando lì la prima parola che mi passava per l'anticamera del cervello. «Patetico.»

Alzai lo sguardo, abbozzando il mio solito sorriso sghembo da studente fuoricorso che cerca di salvarsi con il carisma. «È una lettura interpretativa innovativa...»

Anna non mi fece finire. Con un movimento fluido e rapido, si sporse dal divano, mi sfilò il telefono dalle mani e lo lanciò senza troppa delicatezza sul tavolo basso, fuori dalla mia portata. «Ehi,» protestai, facendo per alzarmi.

«Resta dove sei.» Non alzò la voce, ma il tono era assoluto. Prima che potessi ribattere, il suo piede nudo scivolò giù dal bordo del divano. La pianta morbida e calda si appoggiò direttamente al centro del mio petto, proprio sopra il tessuto della maglietta.

Mi bloccai. L'ossigeno si fermò in gola.

Non si ritrasse. Con una lentezza calcolata, Anna fece scivolare il piede verso l'alto. Sfiorò lo scollo della mia t-shirt, la pelle nuda della mia gola, per poi fermarsi esattamente sotto il mio mento. Le sue dita, perfettamente curate e dipinte con quello smalto nero lucido che avevo osservato poco prima, premettero leggermente contro la mia mascella, spingendomi il viso verso l'alto.

Il contatto fu una scossa da tremila volt. Potevo sentire la grana della sua pelle, fresca ma pervasa da un calore vitale, e quel profumo netto, intimo, di crema idratante e pulito che mi invase le narici. Era un gesto di un'arroganza inaudita, profondamente erotico, una sottomissione fisica e psicologica in cui io, senza opporre la minima resistenza, stavo sprofondando con un piacere che rasentava il masochismo. Il suo ginocchio era piegato, la gamba snella e tonica in bella mostra, la linea del polpaccio perfetta. Il busto si tendeva in avanti, valorizzando il décolleté sotto il cardigan sbottonato.

I suoi occhi castani, grandi, luminosi e spaventosamente diretti, mi inchiodarono. «Guarda me quando ti correggo,» sussurrò.

Il mio pomo d'Adamo andò su e giù contro il suo alluce. Non mi scansai. Volevo disperatamente che quel contatto continuasse. «Questo metodo è riconosciuto dal Ministero dell'Istruzione?» mormorai, la voce irriconoscibile, roca.

Anna mantenne la pressione sotto il mio mento. Le sue labbra piene e carnose rimasero impassibili, ma c'era una scintilla buia nel suo sguardo. «Per studenti con evidenti deficit di attenzione selettiva e un'ego spropositato, sì. È l'unico metodo applicabile.»

In quel preciso istante, mentre il suo piede mi teneva letteralmente in scacco, capii due cose fondamentali. La prima: Anna non mi stava solo provocando per il gusto di farlo. Mi stava addestrando a restare presente. A non fuggire. La seconda: con me, il rigore e la disciplina non avevano mai funzionato, ma se il desiderio veniva trasformato in una regola... io diventavo fottutamente ubbidiente.

Tolse il piede, ritirando la gamba sul divano con la solita grazia raffinata. Il vuoto di quel contatto mi lasciò la pelle infreddolita e la testa improvvisamente, dolorosamente lucida.

Raddrizzai la schiena, presi il foglio della deposizione e lo lessi. Ma lo lessi davvero. Niente scorciatoie. Niente voli pindarici. «Il terzo punto debole,» dissi, con una voce stranamente ferma, «è che la testimone usa le stesse esatte parole contenute nella relazione della polizia postale. Una relazione che, in quella data, non era ancora stata depositata agli atti. Ha imparato a memoria un testo che non avrebbe dovuto vedere.»

Anna si bloccò, la penna a mezz'aria. Abbassò lo sguardo sulle sue carte, controllando la discrepanza, poi rialzò gli occhi su di me. «Vedi?» mormorò, il tono meno affilato del solito. «Quando smetti di disperderti nel tuo caos, funzioni.»

Mi passai una mano dietro la nuca. «Mi stai dicendo che il tuo segreto didattico, il tuo infallibile metodo di studio, è calpestarmi nel mio stesso salotto?»

«Sto dicendo che la tua attenzione è pigra, Alessandro. Ha bisogno di confini. Di conseguenze.» «Punizioni?» chiesi, sostenendo il suo sguardo. «Anche.» «E ricompense?»

Il silenzio che riempì la stanza fu denso come mercurio. Anna non rispose subito. Il suo viso delicato non tradì emozioni, ma il suo respiro sollevò la stoffa della maglia appena un po' più del normale. Poi, con una calma che mi fece accelerare i battiti, disse: «Se ti impegni, se decidi di esserci davvero... posso valutare un sistema di incentivi.»

Mi sporsi in avanti, i gomiti sulle ginocchia. «Incentivi?» «Ricompense.» «Sessuali?» azzardai, il sangue che mi martellava nelle vene.

I suoi occhi non vacillarono. «Reciproche.»

Quella parola cambiò tutto. Reciproche. Non era Anna che usava me. Non era un gioco a senso unico. Era un patto. Un contratto in cui lei prendeva il controllo logistico, ma entrambi desideravamo e ottenevamo ciò che stava bruciando sotto le ceneri da giorni.

Anna si raddrizzò, assumendo l'aria di chi sta dettando le clausole di un accordo prematrimoniale. «Prima regola: niente telefono durante il lavoro. Seconda regola: niente distrazioni su Val quando siamo dentro questo patto. Terza: niente battute ciniche per scappare quando le cose si fanno serie. Quarta: se uno dei due dice basta, è basta. Il limite è assoluto.» Deglutii. «Mi sembra... strutturato.» Lei mi puntò un dito contro. «Quinta regola, la più importante. Ogni singola ricompensa si guadagna con un risultato concreto sul caso. E, soprattutto, niente scuse del tipo "è successo per caso". Te ne assumi la responsabilità.»

Sorrisi, sentendo un fuoco liquido divamparmi dentro. «Quindi, se faccio il bravo...»

«Non usare quella voce,» mi fulminò lei. «Quale voce?» «Quella da idiota soddisfatto. L'incentivo non è un regalo.» «E cos'è?» «È una conseguenza logica,» sentenziò. «Se lavori. Se resti presente. Se non usi la tua cotta storica come scusa per alienarti dalla realtà. Se non trasformi ogni cazzo di desiderio che provi in un maledetto incidente.»

Annuii, lentamente. Aveva appena chiuso ogni mia via di fuga. Ed era la sensazione più eccitante della mia vita. «D'accordo,» dissi. «Mettimi alla prova.»

Anna non perse un millesimo di secondo. Afferrò una risma di fogli e me li fece scivolare sul tappeto. «Dieci minuti,» ordinò, implacabile come un cronometro. «Sono tutti gli screenshot depositati dall'accusa. Guardali. E trovami qualcosa che sia un dato oggettivo, non una delle tue fantasie narrative.»

Accettai la sfida. Abbassai la testa sui fogli. Questa volta non finsi di leggere. Il patto, la vicinanza di Anna, il profumo della sua pelle che ancora mi aleggiava sotto il naso... tutto convergenze in una concentrazione feroce.

Sfogliai il primo screenshot. La chat tra l'imputato e la collega. Sfogliai il secondo. Il terzo. Le date combaciavano. I testi erano coerenti. Stavo per arrendermi e ammettere la sconfitta, quando l'occhio mi cadde sull'intestazione superiore delle immagini.

Tornai indietro. Presi il primo foglio e lo affiancai al quarto. Li fissai. Il mio cervello scattò, unendo i pezzi di un puzzle che chiunque altro avrebbe ignorato.

«Anna,» chiamai, la voce piatta. «Il tempo non è scaduto.» «Non mi serve altro tempo.»

Lei si sporse in avanti, aggrottando le sopracciglia naturali e definite. «Cos'hai trovato?»

Misi i quattro fogli in fila sul tappeto. «Questi screenshot... non sono fratelli. Non vengono dallo stesso telefono.» «Prego?» «Guarda qui,» dissi, indicando la barra di stato del telefono nelle stampe. «In questo screenshot la barra superiore è alta quaranta pixel, l'icona della batteria è piena e c'è il simbolo del Wi-Fi. In quest'altro, che temporalmente dovrebbe essere di due secondi dopo, la barra è leggermente più stretta, il font dell'orario ha una spaziatura diversa e la batteria è a metà. Inoltre, in questa terza immagine manca una frazione della cornice verde del messaggio inviato. Non sono quattro foto scattate in sequenza dallo stesso dispositivo.»

Anna scese dal divano, mettendosi in ginocchio sul tappeto accanto a me. I nostri gomiti si sfiorarono. Prese i fogli, avvicinandoli al viso. I suoi occhi volarono da un'immagine all'altra, analizzando i metadati stampati in calce, le proporzioni, i pixel.

Si immobilizzò. La sua bocca si schiuse in una muta espressione di stupore. Poi, come un predatore che ha appena sentito l'odore del sangue, il suo cervello tradusse la mia osservazione pratica nella lingua delle aule di tribunale.

«Catena di custodia digitale compromessa,» mormorò, la voce carica di un'elettricità spaventosa. «Tradotto per noi comuni mortali?» chiesi, godendomi il suo shock.

Anna si voltò verso di me. Il suo viso era così vicino che potevo contare le sue ciglia. «Significa che questi non sono screenshot originali. Sono immagini modificate, ricreate o montate da fonti diverse. Possiamo costringere Val e Vittoria a difendere l'affidabilità e la provenienza della prova, ancor prima di dover difendere il nostro imputato. Abbiamo appena distrutto l'architrave della loro accusa.»

Avevo trovato la crepa. Il primo, vero vantaggio processuale della nostra squadra.

E Anna... Anna era devastata. La guardai mentre fissava i fogli, divisa tra la pura gioia accademica per la scoperta e il profondo, viscerale fastidio di dover ammettere che io, lo svogliato, l'incidente vivente, il ragazzo innamorato di un’altra, avevo appena risolto il caso con un colpo di genio.

Il suo metodo, fuso con il mio caos, era una macchina da guerra. Lasciò cadere i fogli sul tappeto, alzò gli occhi su di me e, per la prima volta, non ci vidi dietro nessun muro. C'era solo l'ammissione bruciante che l'accordo era siglato. E che io, quel fottuto primo incentivo, me l'ero appena guadagnato.

Il silenzio si riprese la stanza, ma questa volta non era carico di frustrazione. Era spesso, vibrante, quasi solido. La consapevolezza della falla nel sistema dell’accusa era appesa tra noi, ma c’era qualcos’altro. Qualcosa di molto più primitivo.

Io ero ancora seduto sul tappeto. Anna teneva gli screenshot in mano. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, mi scrutavano con un’intensità che le aveva completamente cancellato quell’aria tranquilla e distaccata di cui si faceva sempre scudo.

«Quindi?» chiesi, la voce che mi uscì più roca di quanto avessi calcolato. Lei abbassò lentamente i fogli. «Quindi hai trovato qualcosa di utile.» «Utile quanto?» «Abbastanza.» «Abbastanza per cosa, Anna?»

Lei non rispose subito. Con una lentezza esasperante, che sapeva di potere puro, appoggiò i documenti sul tavolino. Si sistemò sul divano, appoggiandosi allo schienale. Era sfatta dalla giornata, vestita con quel cardigan morbido e i pantaloncini da casa, i capelli mossi raccolti male, eppure il suo controllo sulla scena era totale, indiscutibile. La sua sensualità non era urlata, ma in quel momento mi teneva letteralmente per la gola.

«Vieni qui,» ordinò, la voce bassa, vellutata.

Mi trascinai in avanti sulle ginocchia, accorciando la distanza, finché non fui esattamente tra le sue gambe, pur restando seduto sul pavimento, più in basso di lei. «Ho vinto qualcosa?» chiesi, cercando disperatamente di mantenere il mio solito tono strafottente.

Le sue labbra carnose e lucide rimasero impassibili. «Hai guadagnato una prima clausola.»

Non fece movimenti bruschi. Sollevò il piede destro, nudo, la pelle chiara e morbida, e lo appoggiò con precisione sotto il mio mento. Esattamente come prima, ma con una pressione diversa. Una tacita promessa. Poi lo fece scivolare lentamente sul mio petto, sfiorando il cotone della mia maglietta, fino ad arrivare alla mia spalla. L'istinto mi fece alzare le mani per toccarle la caviglia, per afferrarla.

«Niente mani,» sibilò lei, bloccandomi sul nascere. «Nemmeno adesso?» sussurrai, sentendo il sangue convogliare tutto a sud dell'equatore. «Soprattutto adesso.» «Quindi devo stare fermo?» «Devi restare presente.»

Era la sua condanna e il mio mantra. Ingoiai a vuoto e lasciai cadere le braccia lungo i fianchi. Il suo piede scese dal mio petto, superò l'addome e atterrò direttamente sul cavallo dei miei pantaloni della tuta. Sussultai. L'erezione era già dolorosa, evidente contro il tessuto grigio. Anna lo sapeva benissimo. Iniziò a muovere la pianta del piede, massaggiando la lunghezza dura con una pressione calcolata.

Sentivo il calore della sua pelle attraverso la tuta. Il tallone scivolò giù, premendo contro le palle con una delicatezza che mi fece mancare il fiato, per poi risalire lungo l'asta. Schiusi le labbra, chiudendo gli occhi per un secondo.

«Guardami,» ordinò. Era un imperativo militare. Riaprii gli occhi. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, mi fissava dall'alto con una concentrazione che mi fece quasi paura. Stava applicando il suo fottuto metodo giurisprudenziale sul mio cazzo. «Vedi?» mormorò lei, vedendomi obbedire. «Quando vuoi, sai seguire un’istruzione.» «Sei insopportabile,» ansimai.

«E tu hai appena trovato il primo vantaggio serio della difesa.» Senza staccare gli occhi dai miei, usò l'alluce per agganciare l'elastico dei pantaloni della mia tuta e dei boxer, tirandoli giù con una spinta decisa della gamba. Il mio cazzo scattò fuori, liberato, duro come la pietra, pulsante nell'aria fresca del salotto.

Anna non si scompose. Sollevò anche l'altro piede. Li posizionò entrambi intorno alla mia erezione, stringendomi tra le piante morbide. La pelle liscia dei suoi piedi, resa appena scivolosa dalla crema idratante, iniziò a frizionare l'asta. Il movimento era fluido, ritmico, di un'efficienza spaventosa.

Gemetti, inarcando la schiena e stringendo i pugni sul tappeto per non toccarla. L'attrito caldo contro la pelle sensibile mi stava mandando in cortocircuito. «Ma che cazzo...» respirai a fatica, guardando il movimento ipnotico dei suoi piedi. «Hai... hai fatto uno schema in Excel anche per farti fare i preliminari? Sei troppo esperta.»

Anna non rise. Premette gli alluci proprio sotto il glande, stringendo di colpo. Soffocai un urlo. «Non è un preliminare, Alessandro. È una conseguenza,» disse lei. Il suo respiro si era fatto leggermente più irregolare, la linea delicata del busto si alzava e si abbassava sotto la maglia.

Il ritmo dei suoi piedi accelerò, ma c'era troppo attrito. Mi stavo avvicinando al limite, ma la pelle iniziava a bruciare. Anna se ne accorse. Si fermò di colpo. Mi lasciò sospeso nel vuoto per due secondi. Poi, si portò due dita alle labbra, raccogliendo un filo di saliva densa, e se le passò sulla pianta del piede. Non le bastò. Si piegò appena in avanti, mi guardò negli occhi, e sputò direttamente sulla testa del mio cazzo.

Il gesto fu così inaspettato, così crudo, volgare e in totale contrasto con la sua aura raffinata, che il mio cervello andò in blackout totale. La saliva fresca e umida colò lungo l'asta. Anna riprese il movimento con entrambi i piedi, ma questa volta la frizione era bagnata, fluida, fottutamente perfetta. La sensazione del bagnato mescolata alla morbidezza dei suoi piedi e alla pressione instancabile dei suoi talloni mi distrusse ogni residuo di ironia.

«Cazzo, Anna...» ansimai, perdendo ogni freno inibitore. Il mio respiro era un rantolo disperato nella stanza silenziosa. I movimenti diventarono più lunghi, fino alla base, per poi risalire stringendo il glande. «Quindi funziona il metodo?» sussurrò lei, la voce roca, gli occhi castani che mi divoravano, inchiodati sulla mia espressione di resa assoluta. «Funziona la ricompensa,» riuscii a dire, la voce spezzata.

Non potei resistere oltre. La tensione accomulata per tutta la cazzo di giornata, l'impeto del bacio di prima, la scoperta processuale, si concentrarono tutti lì, in quella frizione umida e spietata. Gemetto il suo nome, inarcandomi in avanti, le mani che stringevano le fibre del tappeto fino a farmi male, e venni con una potenza che mi svuotò completamente. Schizzi caldi le bagnarono le caviglie e il dorso dei piedi, mentre io collassavo in avanti, la fronte premuta contro il bordo del divano, ansimando come un animale ferito.

Il silenzio che calò era pesante, interrotto solo dal mio fiato rotto. Mi aspettavo un gesto. Una mano sui capelli. Un cedimento romantico.

Niente. Anna sfilò i piedi. Con una calma aliena, prese un fazzoletto di carta dal pacchetto sul tavolino, si pulì la pelle con cura, e si ricompose sul divano. Tirò giù i bordi del cardigan, raddrizzò la schiena e tornò a essere la statua inavvicinabile di sempre.

Io ero distrutto. Fisicamente e psicologicamente. L'avevo appena lasciata giocare col mio cervello come se fosse un fottuto interruttore. Non mi aveva solo dato piacere; mi aveva marchiato a fuoco, associando la concentrazione, il lavoro e il mio stesso desiderio alla sua maledetta approvazione.

Rimasi lì per qualche secondo, tirandomi su i pantaloni con mani tremanti. Cercai disperatamente il mio scudo. L'ironia. Mi schiarii la gola. «Quindi... questa era la clausola uno?»

Anna prese il fascicolo dal tavolo e se lo riappoggiò sulle ginocchia incrociate. «La clausola preliminare.»

La guardai dal basso, ancora intontito. «E la clausola due?» Lei non alzò gli occhi dalle carte. «La guadagni.» «Con cosa?» Il suo sguardo si spostò su di me, freddo e chirurgico. «Con cinque domande di controinterrogatorio che Val non sappia smontare in due secondi netti.»

Il nome di Val cadde nella stanza come una secchiata di ghiaccio. Nessuna scenata di gelosia, nessun divieto palese. Anna l'aveva appena incastrata dentro la regola. Aveva trasformato la ragazza che volevo nel parametro per ottenere di nuovo quello che lei mi aveva appena dato. Il gioco non era finito. Era appena cominciato.

Prima che potessi assimilare la portata di quella manipolazione, il mio telefono, abbandonato sul tappeto, vibrò. Lo schermo si illuminò, proiettando una luce bluastra.

Val: Domani confronto sulle liste? Prometto di non distruggerti subito.

Fissai lo schermo. Le lettere nere su sfondo bianco. La mia solita reazione sarebbe stata quella di afferrare il telefono, scivolare nel mio ruolo di ragazzo brillante e risponderle con una battuta carica di flirt. La mia mano ebbe un fremito. Ma non la mossi.

Alzai lo sguardo verso Anna. Lei non stava leggendo il fascicolo. Mi stava guardando. Non mi disse di non rispondere. Non mi diede un ordine. Stava lì, in silenzio, con il collo scoperto e l'espressione imperscrutabile, ad aspettare di vedere cosa diavolo avrei scelto di fare. Non era una padrona da cartone animato; era una ragazza che mi aveva appena fottuto il cervello e ora voleva le prove del suo potere.

Fissai di nuovo lo schermo. Poi, con un gesto lento, presi il telefono e lo appoggiai a faccia in giù sul tappeto. Lontano da me.

Anna fece un minuscolo, quasi impercettibile cenno del capo. «Bene.»

Mi appoggiai con la schiena contro la gamba del tavolo, espirando l'aria che non sapevo di star trattenendo. «Questo era un test?»

«Tutto è un test, Alessandro.» «E l’ho superato?»

Lei tornò a guardare le scartoffie, la sua pelle chiara e perfetta illuminata dalla lampada. «Provvisoriamente.»

Mi alzai da terra. Raccolsi i fogli sparsi che riguardavano gli screenshot e mi sedetti alla sedia della cucina. Accesi il mio computer e aprii un documento vuoto. Per la prima volta, la mia attenzione era cristallizzata. Questa volta non stavo aprendo il fascicolo per non farmi bocciare da Nardi. Non stavo lavorando per fare colpo su Val. Non lo facevo nemmeno perché la Perfettina mi terrorizzava. Lo facevo perché avevo capito che ogni mia azione in quella casa aveva un peso.

Quella notte capii che l’accordo di Anna non era una promessa di piacere. Era una trappola costruita meglio di qualunque teoria difensiva. Ogni prova trovata mi avvicinava alla soluzione del caso. Ogni regola rispettata mi avvicinava a lei. E il problema, come sempre, era che stavo iniziando a voler vincere entrambe le cose.

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