Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 3
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 3 di 12 31 min di lettura

cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli

La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.

Alessia
3 mesi fa · 789 letture · 2

Il silenzio che mi accolse svegliandomi era di una specie inedita. Sbagliata.

Non c'era il rumore metallico della moka sbattuta sul fornello, non c'erano le solite imprecazioni di Vittoria lanciate dalla cucina contro qualche oggetto inanimato. Il caos rassicurante e familiare della mia vita da fuorisede era stato chirurgicamente rimosso.

Al suo posto, un rumore ritmico, alieno, spaventosamente ordinato. Il fruscio di una pagina girata. Il graffio secco di una penna che sottolinea. Il tintinnio di una tazza appoggiata sul tavolo con una precisione calcolata al millimetro.

Mi trascinai fuori dalla mia stanza, scalzo e con gli occhi stropicciati, e mi affacciai sulla soglia della cucina.

Il mio tavolo, il tempio sacro dove solitamente consumavo cereali in uno stato di coma vigile, era diventato un bunker militare della difesa. C'erano fascicoli divisi per colore, post-it allineati come truppe, penne ed evidenziatori ordinati per spessore del tratto, un laptop acceso e una tazza di caffè nero.

E poi c'era Anna.

Non indossava la sua armatura universitaria fatta di giacche scure e camicie rigide, ma il suo controllo era assoluto anche alle otto del mattino. Aveva i capelli castano scuro raccolti in modo pratico in una pinza dietro la nuca, un gesto che le lasciava scoperto il collo lungo e la linea morbida delle spalle. Indossava una maglia chiara e leggera, una via di mezzo tra l'abbigliamento da casa e una seta elegante, che scivolava assecondando la sua figura snella e asciutta.

Anna ha un fascino pulito, un po' sfuggente, che ti frega proprio quando non te lo aspetti. Il suo viso ovale, incorniciato da sopracciglia naturali e definite, era concentrato sulle carte. La luce cruda del mattino batteva sulla sua pelle chiara dal tono caldo, mettendone in risalto l'aspetto fresco e realistico, ma la mia attenzione fu calamitata, come sempre, dalle sue labbra. Carnose, lucide, piene. Anche in un momento di concentrazione puramente accademica, davano al suo volto una nota profondamente sensuale.

Abbassai lo sguardo. Sotto il tavolo, le sue gambe erano accavallate con grazia, i piedi nudi poggiati sul legno chiaro. Una sensualità lontana, non urlata, ma magnetica proprio per come abitava il suo corpo con naturalezza.

Mi schiarii la voce, incrociando le braccia. «Hai dormito?»

Anna non sussultò. Non alzò nemmeno gli occhi, grandi e castani, dal foglio. «Abbastanza.»

«Quindi no.»

Lei girò la pagina, il polso sottile che si muoveva con grazia spietata. «Ho letto centoventi pagine di fascicolo. Analizzato le deposizioni, incrociato gli orari e scremato le intercettazioni inutili.»

«Mentre io ho sognato di essere interrogato da una stampante,» borbottai, avvicinandomi per versarmi del caffè.

Questa volta sollevò lo sguardo. Quegli occhi calmi, diretti, che ti facevano sentire un fastidio perenne, mi scrutarono per un istante. «Almeno nel sogno rispondevi?»

Sorrisi, un sorriso storto e cinico, incassando il colpo. Feci per prendere il mio telefono dal bancone e lo sbloccai. Lo schermo era intasato da una raffica di notifiche sul gruppo WhatsApp del processo simulato. Mi bloccai. Fissai l'orario.

«Hai mandato un messaggio con una to-do list alle sette e tredici,» dissi, la voce venata di un sincero e profondo orrore.

«Sì,» rispose lei, imperturbabile.

«Anna, sai che alle sette e tredici gli studenti normali sono legalmente morti?»

Lei appoggiò la penna. La sua corporatura femminile, valorizzata dal tessuto morbido che ne evidenziava il décolleté delicato e presente, si tese in una postura perfettamente composta. «Gli studenti normali perdono, Alessandro.»

«Gli studenti normali sopravvivono copiando appunti, implorando i santi e fingendo di aver letto le sentenze.»

«Appunto,» sentenziò, incrociando le mani sul tavolo. «Perdono. E io non ho nessuna intenzione di perdere una causa solo perché il mio co-difensore ha la gestione del tempo di un bradipo narcolettico. Siediti.»

Mi sedetti di fronte a lei, sentendomi improvvisamente l'imputato. Anna non si era semplicemente "ambientata" in casa mia. Aveva invaso il territorio, piantato la bandiera e instaurato la legge marziale.

Fece scivolare verso di me un foglio stampato. Non era un semplice appunto. Era una tabella excel maniacale. C'erano orari, incroci di prove, incongruenze nelle testimonianze e una colonna intera dedicata ai compiti assegnati. I miei compiti.

«Hai fatto una tabella anche per quando devo respirare?» chiesi, sbuffando mentre scorrevo quella follia colorata.

Lei mantenne un'espressione neutra, ma notai la linea della sua mascella leggera contrarsi appena. «No. Ma sto valutando se serva.»

«L'ossigeno è ancora libero o lo hai evidenziato in giallo?»

Anna si sporse in avanti. Il movimento le fece scivolare la scollatura morbida della maglia, rivelando l'ombra pallida e tesa delle clavicole. Il profumo di pulito, di crema idratante e sonno mancato mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. «Se lo usi per dire cazzate, lo limitiamo,» sibilò, la voce che scendeva di un’ottava. «Qui ci sono le chat del nostro imputato. Le leggi, le contestualizzi e mi trovi un appiglio per invalidarle.»

«Tu parti dalla fine,» obiettai, lanciando i fogli sul tavolo. «Ti aggrappi alle prove e ai tabulati. Stai costruendo un castello di carte su dei fottuti screenshot.»

«I processi si vincono con le prove. È la legge, se per caso ti fosse sfuggito durante i tuoi anni di aperitivi.»

«I processi si vincono capendo le persone,» ribattei, puntando i gomiti sul tavolo e riducendo la distanza tra noi. Potevo vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi castani. «Tu guardi gli orari, io voglio guardare chi aveva interesse a cancellare quella chat. Le persone mentono, Anna. Le prove, se manipolate bene, mentono anche meglio.»

«L'intuito non regge in un controinterrogatorio!» scattò lei. La sua compostezza stava iniziando a incrinarsi, e vederla cedere al nervosismo era fottutamente eccitante. I suoi occhi persero per un istante quel velo distante. «Se tu vai lì a braccio, a fare il brillante, l'accusa ti fa a pezzi. Val ti farà a pezzi.»

«Lascia stare Val.»

«Allora smettila di comportarti come se tutto questo fosse un fastidio e inizia a lavorare con me.»

Eravamo a un palmo di distanza. Sotto il tavolo, il suo piede nudo sfiorò accidentalmente il mio polpaccio, mandandomi una scossa rovente lungo tutta la gamba. Nessuno dei due si ritrasse. Anna respirava in modo un po' più corto, il petto che si alzava e si abbassava sotto la maglia chiara, tradendo la rabbia e qualcosa di molto più profondo e viscerale.

Eravamo due forze opposte schiantate l'una contro l'altra. Io il caos, lei l'ordine. Da soli eravamo incompleti, ma insieme, in quella cucina mezza disordinata, con l'attrito che faceva scintille tra i fascicoli... insieme eravamo pericolosi. E il modo in cui mi guardava ora, con le labbra schiuse e lo sguardo finalmente acceso, mi confermava che la cosa eccitava lei esattamente quanto stava facendo impazzire me.

Il ronzio del mio telefono sul tavolo interruppe la trincea di silenzio e fascicoli che Anna aveva scavato nella mia cucina.

Lo schermo si illuminò. Era una foto sul gruppo WhatsApp del processo simulato, inviata da Vittoria. La aprii. Il tavolo a casa di Val era l’esatto opposto del nostro: c'era una confezione di Gocciole aperta e mezza distrutta, tazze spaiate, e appunti sparsi collegati da frecce disegnate con pennarelli fluo che sembravano la mappa di un serial killer disorganizzato. Al centro dell'inquadratura c'era Val. Aveva una penna premuta di traverso tra le labbra carnose, un’espressione buffa e fintamente disperata, e i capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le cadevano sulle spalle in quel modo naturalmente seducente ed estivo che la rendeva luminosa. Dietro di lei, sfocata ma inequivocabile, Vittoria alzava il dito medio spuntando da dietro un tomo di procedura penale.

Non potei fare a meno di sorridere. Un sorriso vero, che mi distese i muscoli del collo. Val era la leggerezza. Guardare quella foto era come aprire una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo: aria fresca, complicità, la promessa che la vita potesse essere facile.

Il rumore di un evidenziatore sbattuto sul tavolo mi riportò alla gravità terrestre. Anna aveva smesso di scrivere. La sua postura era perfettamente dritta, le spalle strette e delicate coperte dalla seta della maglia, il collo lungo ed elegantissimo in tensione. Mi stava fissando con quegli occhi castani, grandi e implacabili.

«Se hai finito di sospirare sull’accusa, possiamo tornare a difenderci?» chiese, la voce bassa, vellutata e intrisa di un fastidio quasi accademico.

Bloccai lo schermo e lo appoggiai a faccia in giù. «Non stavo sospirando.»

«No. Stavi respirando romanticamente,» ribatté lei, incrociando le braccia sotto il seno. Il movimento assecondò la linea morbida del busto, e per una frazione di secondo il mio cervello mi proiettò contro la retina l'immagine del balconcino di pizzo nero che avevo visto in bagno. Deglutii a fatica.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 4

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista