Capitolo 3 - cazzo duro e figa bagnata sui fascicoli
La convivenza forzata trasforma lo studio del caso in un campo di battaglia dove il rigore accademico cede il passo a una tensione carnale insostenibile. Tra provocazioni e scartoffie, il confine tra odio e desiderio si spezza in modo viscerale.
Il silenzio che mi accolse svegliandomi era di una specie inedita. Sbagliata.
Non c'era il rumore metallico della moka sbattuta sul fornello, non c'erano le solite imprecazioni di Vittoria lanciate dalla cucina contro qualche oggetto inanimato. Il caos rassicurante e familiare della mia vita da fuorisede era stato chirurgicamente rimosso.
Al suo posto, un rumore ritmico, alieno, spaventosamente ordinato. Il fruscio di una pagina girata. Il graffio secco di una penna che sottolinea. Il tintinnio di una tazza appoggiata sul tavolo con una precisione calcolata al millimetro.
Mi trascinai fuori dalla mia stanza, scalzo e con gli occhi stropicciati, e mi affacciai sulla soglia della cucina.
Il mio tavolo, il tempio sacro dove solitamente consumavo cereali in uno stato di coma vigile, era diventato un bunker militare della difesa. C'erano fascicoli divisi per colore, post-it allineati come truppe, penne ed evidenziatori ordinati per spessore del tratto, un laptop acceso e una tazza di caffè nero.
E poi c'era Anna.
Non indossava la sua armatura universitaria fatta di giacche scure e camicie rigide, ma il suo controllo era assoluto anche alle otto del mattino. Aveva i capelli castano scuro raccolti in modo pratico in una pinza dietro la nuca, un gesto che le lasciava scoperto il collo lungo e la linea morbida delle spalle. Indossava una maglia chiara e leggera, una via di mezzo tra l'abbigliamento da casa e una seta elegante, che scivolava assecondando la sua figura snella e asciutta.
Anna ha un fascino pulito, un po' sfuggente, che ti frega proprio quando non te lo aspetti. Il suo viso ovale, incorniciato da sopracciglia naturali e definite, era concentrato sulle carte. La luce cruda del mattino batteva sulla sua pelle chiara dal tono caldo, mettendone in risalto l'aspetto fresco e realistico, ma la mia attenzione fu calamitata, come sempre, dalle sue labbra. Carnose, lucide, piene. Anche in un momento di concentrazione puramente accademica, davano al suo volto una nota profondamente sensuale.
Abbassai lo sguardo. Sotto il tavolo, le sue gambe erano accavallate con grazia, i piedi nudi poggiati sul legno chiaro. Una sensualità lontana, non urlata, ma magnetica proprio per come abitava il suo corpo con naturalezza.
Mi schiarii la voce, incrociando le braccia. «Hai dormito?»
Anna non sussultò. Non alzò nemmeno gli occhi, grandi e castani, dal foglio. «Abbastanza.»
«Quindi no.»
Lei girò la pagina, il polso sottile che si muoveva con grazia spietata. «Ho letto centoventi pagine di fascicolo. Analizzato le deposizioni, incrociato gli orari e scremato le intercettazioni inutili.»
«Mentre io ho sognato di essere interrogato da una stampante,» borbottai, avvicinandomi per versarmi del caffè.
Questa volta sollevò lo sguardo. Quegli occhi calmi, diretti, che ti facevano sentire un fastidio perenne, mi scrutarono per un istante. «Almeno nel sogno rispondevi?»
Sorrisi, un sorriso storto e cinico, incassando il colpo. Feci per prendere il mio telefono dal bancone e lo sbloccai. Lo schermo era intasato da una raffica di notifiche sul gruppo WhatsApp del processo simulato. Mi bloccai. Fissai l'orario.
«Hai mandato un messaggio con una to-do list alle sette e tredici,» dissi, la voce venata di un sincero e profondo orrore.
«Sì,» rispose lei, imperturbabile.
«Anna, sai che alle sette e tredici gli studenti normali sono legalmente morti?»
Lei appoggiò la penna. La sua corporatura femminile, valorizzata dal tessuto morbido che ne evidenziava il décolleté delicato e presente, si tese in una postura perfettamente composta. «Gli studenti normali perdono, Alessandro.»
«Gli studenti normali sopravvivono copiando appunti, implorando i santi e fingendo di aver letto le sentenze.»
«Appunto,» sentenziò, incrociando le mani sul tavolo. «Perdono. E io non ho nessuna intenzione di perdere una causa solo perché il mio co-difensore ha la gestione del tempo di un bradipo narcolettico. Siediti.»
Mi sedetti di fronte a lei, sentendomi improvvisamente l'imputato. Anna non si era semplicemente "ambientata" in casa mia. Aveva invaso il territorio, piantato la bandiera e instaurato la legge marziale.
Fece scivolare verso di me un foglio stampato. Non era un semplice appunto. Era una tabella excel maniacale. C'erano orari, incroci di prove, incongruenze nelle testimonianze e una colonna intera dedicata ai compiti assegnati. I miei compiti.
«Hai fatto una tabella anche per quando devo respirare?» chiesi, sbuffando mentre scorrevo quella follia colorata.
Lei mantenne un'espressione neutra, ma notai la linea della sua mascella leggera contrarsi appena. «No. Ma sto valutando se serva.»
«L'ossigeno è ancora libero o lo hai evidenziato in giallo?»
Anna si sporse in avanti. Il movimento le fece scivolare la scollatura morbida della maglia, rivelando l'ombra pallida e tesa delle clavicole. Il profumo di pulito, di crema idratante e sonno mancato mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. «Se lo usi per dire cazzate, lo limitiamo,» sibilò, la voce che scendeva di un’ottava. «Qui ci sono le chat del nostro imputato. Le leggi, le contestualizzi e mi trovi un appiglio per invalidarle.»
«Tu parti dalla fine,» obiettai, lanciando i fogli sul tavolo. «Ti aggrappi alle prove e ai tabulati. Stai costruendo un castello di carte su dei fottuti screenshot.»
«I processi si vincono con le prove. È la legge, se per caso ti fosse sfuggito durante i tuoi anni di aperitivi.»
«I processi si vincono capendo le persone,» ribattei, puntando i gomiti sul tavolo e riducendo la distanza tra noi. Potevo vedere le pagliuzze dorate nei suoi occhi castani. «Tu guardi gli orari, io voglio guardare chi aveva interesse a cancellare quella chat. Le persone mentono, Anna. Le prove, se manipolate bene, mentono anche meglio.»
«L'intuito non regge in un controinterrogatorio!» scattò lei. La sua compostezza stava iniziando a incrinarsi, e vederla cedere al nervosismo era fottutamente eccitante. I suoi occhi persero per un istante quel velo distante. «Se tu vai lì a braccio, a fare il brillante, l'accusa ti fa a pezzi. Val ti farà a pezzi.»
«Lascia stare Val.»
«Allora smettila di comportarti come se tutto questo fosse un fastidio e inizia a lavorare con me.»
Eravamo a un palmo di distanza. Sotto il tavolo, il suo piede nudo sfiorò accidentalmente il mio polpaccio, mandandomi una scossa rovente lungo tutta la gamba. Nessuno dei due si ritrasse. Anna respirava in modo un po' più corto, il petto che si alzava e si abbassava sotto la maglia chiara, tradendo la rabbia e qualcosa di molto più profondo e viscerale.
Eravamo due forze opposte schiantate l'una contro l'altra. Io il caos, lei l'ordine. Da soli eravamo incompleti, ma insieme, in quella cucina mezza disordinata, con l'attrito che faceva scintille tra i fascicoli... insieme eravamo pericolosi. E il modo in cui mi guardava ora, con le labbra schiuse e lo sguardo finalmente acceso, mi confermava che la cosa eccitava lei esattamente quanto stava facendo impazzire me.
Il ronzio del mio telefono sul tavolo interruppe la trincea di silenzio e fascicoli che Anna aveva scavato nella mia cucina.
Lo schermo si illuminò. Era una foto sul gruppo WhatsApp del processo simulato, inviata da Vittoria. La aprii. Il tavolo a casa di Val era l’esatto opposto del nostro: c'era una confezione di Gocciole aperta e mezza distrutta, tazze spaiate, e appunti sparsi collegati da frecce disegnate con pennarelli fluo che sembravano la mappa di un serial killer disorganizzato. Al centro dell'inquadratura c'era Val. Aveva una penna premuta di traverso tra le labbra carnose, un’espressione buffa e fintamente disperata, e i capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le cadevano sulle spalle in quel modo naturalmente seducente ed estivo che la rendeva luminosa. Dietro di lei, sfocata ma inequivocabile, Vittoria alzava il dito medio spuntando da dietro un tomo di procedura penale.
Non potei fare a meno di sorridere. Un sorriso vero, che mi distese i muscoli del collo. Val era la leggerezza. Guardare quella foto era come aprire una finestra in una stanza chiusa da troppo tempo: aria fresca, complicità, la promessa che la vita potesse essere facile.
Il rumore di un evidenziatore sbattuto sul tavolo mi riportò alla gravità terrestre. Anna aveva smesso di scrivere. La sua postura era perfettamente dritta, le spalle strette e delicate coperte dalla seta della maglia, il collo lungo ed elegantissimo in tensione. Mi stava fissando con quegli occhi castani, grandi e implacabili.
«Se hai finito di sospirare sull’accusa, possiamo tornare a difenderci?» chiese, la voce bassa, vellutata e intrisa di un fastidio quasi accademico.
Bloccai lo schermo e lo appoggiai a faccia in giù. «Non stavo sospirando.»
«No. Stavi respirando romanticamente,» ribatté lei, incrociando le braccia sotto il seno. Il movimento assecondò la linea morbida del busto, e per una frazione di secondo il mio cervello mi proiettò contro la retina l'immagine del balconcino di pizzo nero che avevo visto in bagno. Deglutii a fatica.
«È una categoria processuale il respiro romantico?» provai a ironizzare, appoggiandomi allo schienale della sedia.
I suoi occhi chiari non mollarono i miei. «Per te temo sia una patologia.»
Il telefono vibrò di nuovo. Un vocale di Vittoria. Lo feci partire senza pensarci, e la voce della mia coinquilina riempì la cucina con la sua solita spietata ironia domestica. «Aggiornamento accusa: Val ha appena detto “secondo me dobbiamo essere eleganti nell'esposizione”, quindi io ho capito che vuole perdere con stile.» In sottofondo, si sentì la voce indignata e solare di Val: «Non è vero! Ho detto che dobbiamo sembrare credibili!» «Sì, esatto,» ribatté Vittoria nel vocale, «Per questo ho escluso Alessandro dal nostro team.»
Risi, scuotendo la testa. Era una dinamica perfetta, familiare. Ma non appena il messaggio finì, il silenzio della mia cucina tornò a pesare. Alzai gli occhi. Anna era lì, a mezzo metro da me. Il suo viso ovale, dai lineamenti finissimi e regolari, era una maschera di disapprovazione. Le sue labbra, piene e lucide, erano serrate. Era assurdo. Io volevo Val. Val era il desiderio dichiarato, quello sano, quello che non mi faceva sentire sotto esame. Eppure, la presenza fisica di Anna era diventata impossibile da ignorare. Era una gravità diversa. La guardavo e sentivo un misto di rabbia e di attrazione nervosa, un bisogno fisico, ruvido e competitivo di incrinare quella sua fottuta perfezione.
«Finito l'intrattenimento?» domandò lei, sfilando una ciocca castana che le era sfuggita e rimettendola dietro l'orecchio con un gesto fin troppo elegante. «Finito. Andiamo in facoltà, generale. Ho bisogno di caffeina prima di affrontare le tue regole d'ingaggio.»
Il bar di Giurisprudenza, alle nove e un quarto del mattino, era l'equivalente civile di un ospedale da campo.
Appena entrammo, fummo investiti da un muro di rumore, vapore della macchina dell'espresso e disperazione studentesca. C'era un tizio seduto su uno sgabello che ripeteva i termini per l'appello guardando un cornetto vuoto come se fosse un oracolo. In un angolo, una ragazza si asciugava le lacrime perché un professore le aveva appena disintegrato la tesi. I tavolini erano sepolti sotto fotocopie rilegate male, codici evidenziati e borse pesanti.
Io respirai a pieni polmoni. Era il mio ecosistema. Anna, accanto a me, sembrava un cigno atterrato per sbaglio in una discarica. Aveva rimesso la sua armatura: giacca scura dal taglio impeccabile, camicia bianca abbottonata con rigore, gonna scura a vita alta e collant velati che rendevano ancora più formale ogni suo passo. Le décolleté nere battevano sul pavimento del bar con una precisione quasi irritante. I capelli lisci e ordinati le conferivano quell’aria da persona che non cerca di provocare, ma che risulta comunque distante e inarrivabile.
Mi diressi verso la cassa. «Due cornetti, un cappuccino e...» mi voltai verso di lei. Anna aveva già lo sguardo puntato sull'orologio. «Non abbiamo tempo per sederci. Un americano da portar via. Dobbiamo ottimizzare il tempo prima dell'incontro col tutor.»
«Anna,» le dissi, appoggiando un gomito sul bancone scheggiato. «La colazione è un diritto costituzionale non scritto. Serve a separare la barbarie dalla civiltà.»
Lei mi guardò di sbieco. «La colazione non è agli atti del fascicolo.»
«Nemmeno il mio esaurimento nervoso, ma ti assicuro che sta diventando una prova documentale inoppugnabile.»
Anna sospirò, una piccola, quasi invisibile concessione all'esasperazione. Si avvicinò al bancone, sfiorandomi il braccio con la spalla. Il profumo della sua pelle pulita mi invase le narici. «Un caffè lungo. Senza zucchero, grazie.» La osservai mentre il barista le porgeva il bicchierino fumante. Le sue dita sottili lo afferrarono. «Naturalmente lo bevi amaro,» commentai. Lei portò il bordo di cartone alle labbra. La sua bocca carnosa e umida soffiò leggermente sul liquido scuro, un gesto così intimo e naturale da farmi formicolare la base dello stomaco. Bevve un sorso senza battere ciglio. «Il caffè zuccherato è una resa,» dichiarò, abbassando il bicchiere. Il suo sguardo calmo si piantò nel mio. «Tu riesci a rendere ideologica anche la fottuta caffeina.»
«Alessandro! Anna!» Una voce ci interruppe. Mi voltai. Era un mio compagno di corso, uno di quelli che passava più tempo a sapere i fatti degli altri che a studiare Diritto Privato. Ci guardò con gli occhi sgranati, spostando lo sguardo dalla mia felpa sgualcita all'eleganza tagliente di Anna. «Oddio, ho letto le liste... voi due siete in coppia?» chiese, con un tono che mischiava pietà e macabro interesse. «Ma che avete fatto? Il prof vi odia?»
Infilai le mani in tasca, sfoderando il mio miglior sorriso cinico. «No, tranquillo. È un esperimento sociale del dipartimento.»
«È una misura punitiva,» mi corresse Anna nello stesso istante, la voce glaciale.
Il collega fece un passo indietro, studiandoci. Guardò la mia postura rilassata, poi la rigidità armata di Anna. Fece un sorrisetto strano. «Sai che vi dico? Secondo me funzionate.»
Il silenzio che calò su di noi fu denso, istantaneo e carico di un'elettricità nervosa. L'aria sembrò vibrare. Io e Anna ci voltammo verso di lui all'unisono e rispondemmo esattamente nello stesso istante: «No.»
Il collega alzò le mani in segno di resa e scivolò via tra la folla. Anna si voltò verso di me. I suoi occhi castani erano due fessure. Io sostenni il suo sguardo, sentendo il battito accelerare. Non era solo a casa mia. Anche qui, in mezzo al caos del bar, la tensione tra noi non si disperdeva. Era solida. Ci circondava come un campo magnetico.
Anna strinse il bicchiere di caffè, la mascella contratta. «Andiamo in biblioteca. Subito.» Aveva rimesso la sua armatura: giacca scura dal taglio impeccabile, camicia bianca abbottonata con rigore, gonna scura a vita alta e collant velati che rendevano ancora più formale ogni suo passo. Le décolleté nere battevano sul pavimento del bar con una precisione quasi irritante. I capelli lisci e ordinati le conferivano quell’aria da persona che non cerca di provocare, ma che risulta comunque distante e inarrivabile. E per quanto odiassi ammetterlo, il collega aveva fottutamente ragione. Non andavamo d'accordo su niente, ma quell'attrito continuo, quella guerra per il controllo... funzionava fin troppo bene. E mi eccitava da impazzire.
L'ufficio del tutor aveva l'odore inconfondibile della rassegnazione accademica e della polvere accumulata sui faldoni di giurisprudenza.
Il dottorando seduto dall'altra parte della scrivania sembrava uno di quei giovani adulti devastati che l’università produce in laboratorio quando uno studente resta troppo vicino a una fotocopiatrice per più di cinque anni. Aveva le occhiaie marcate e masticava dei crackers non salati con l'entusiasmo di un condannato a morte, cercando disperatamente di mantenere un'aura di autorevolezza.
«Dunque,» esordì il tutor, spazzando via una briciola dal tavolo, «qual è la vostra linea difensiva per il Processo Simulato?»
Anna, seduta accanto a me con la postura di un ufficiale prussiano, aprì il suo quaderno ad anelli. «Abbiamo strutturato l'approccio su tre livelli. Primo: l'incongruenza temporale dei messaggi. Secondo: la mancanza di una catena di custodia digitale certificata per gli screenshot. Terzo: la testimonianza della collega, che presenta evidenti bias di conferma.»
Era perfetta, tecnica, inattaccabile. E incredibilmente noiosa. Il tutor annuiva, ma i suoi occhi stavano già scivolando verso il pacchetto di crackers.
Mi sporsi in avanti, appoggiando i gomiti sul tavolo. «Secondo me, tutto questo è bellissimo, ma non basta.»
Anna si voltò verso di me con uno scatto così rapido che temetti si fosse incrinata una vertebra. Il tutor smise di masticare.
«Il punto non è solo dimostrare che le chat siano false,» continuai, ignorando lo sguardo omicida della mia partner. «Se attacchiamo solo i tabulati, l'accusa, che è furba, ci riporterà sulle motivazioni. Noi dobbiamo rovesciare il tavolo. Dobbiamo dimostrare che tutti in quell'aula avevano un disperato bisogno che quelle chat sembrassero vere. La reputazione della presunta vittima era già compromessa. Gli screenshot non sono la pistola fumante, sono il capro espiatorio. Non ci serve dimostrare l'innocenza assoluta del nostro cliente. Ci basta infettare la narrazione dell'accusa con un dubbio enorme: a chi conveniva davvero questa bugia?»
Il silenzio scese nella stanza, rotto solo dal ronzio del neon sul soffitto. Vidi Anna irrigidirsi. La sua mascella leggera, solitamente rilassata sotto la pelle chiara, si contrasse. Il suo petto si alzò in un respiro trattenuto. Odiava la mia risposta. La odiava visceralmente perché non c'era traccia di giurisprudenza in quello che avevo detto, ma c'era puro intuito. E, cosa ancora peggiore, sapeva che funzionava.
Il tutor ingoiò il cracker. «È una prospettiva... insidiosa. Ma vi ricordo che il processo simulato è una questione di diritto, non si vince solo con il carisma.»
Sorrisi, allargando le braccia. «Peccato. Era la mia unica competenza certificata.» «Non certificata,» precisò Anna all'istante, la voce secca come un colpo di frusta.
Uscimmo dall'ufficio cinque minuti dopo. Il corridoio era deserto. Mentre camminavamo verso le scale, Anna teneva gli occhi fissi davanti a sé, il viso ovale incorniciato dai lunghi capelli castani lisci che le conferivano quell'aria raffinata e distante.
«La tua intuizione è utilizzabile,» disse all'improvviso, senza rallentare il passo.
Mi bloccai per un secondo. «Utilizzabile? Mi hai appena fatto un complimento? Sto per svenire.» «No,» ribatté lei, gelida, fermandosi per guardarmi con quegli occhi grandi e luminosi. «Ho semplicemente classificato una tua frase come non completamente dannosa per la nostra difesa.»
E lì successe. Le sue labbra carnose, piene e lucide, ebbero un microscopico, quasi invisibile tremito verso l'alto. Quasi sorrise. Quasi. Ma lo vidi. E lei vide che l'avevo visto. Tornò una statua di ghiaccio in tre millisecondi netti, voltandomi le spalle.
Se la biblioteca era il purgatorio, la stanza delle fotocopie era l'inferno sceso in terra. Dovevamo stampare le dichiarazioni incrociate dei testimoni, ma ovviamente, il destino accademico aveva altri piani. Davanti a noi c'era uno studente del primo anno che stava stampando centottanta pagine di slide contenenti esclusivamente elenchi puntati sul diritto romano. Lentamente. Una alla volta.
Quando finalmente fu il nostro turno, Anna inserì la tessera con la precisione di un chirurgo. Il display luminoso lampeggiò due volte, poi sputò la tessera fuori con un bip sinistro. Credito esaurito. Anna prese un respiro profondo. Usò la mia tessera. Cliccò stampa. La macchina iniziò a macinare i fogli, ma lo fece emettendo un rumore di ingranaggi triturati. I primi due fogli uscirono storti, sbavati di toner nero ai lati. Al terzo, la macchina si fermò con un gemito strozzato. Led rosso lampeggiante. Inceppamento carta.
«Questa stampante viola i trattati internazionali sui diritti umani,» dichiarò Anna, passandosi una mano tra i capelli, la voce che perdeva un decibel della sua solita sicurezza.
«No, Anna. Questa stampante è perfettamente coerente con l’università italiana: promette un servizio pubblico e produce unicamente trauma,» risposi, appoggiandomi al muro con le braccia incrociate.
«Non fare battute. Mi serve pagina 47.» Si chinò sul display, iniziando a premere tasti a caso. La sua ambizione e il suo metodo si stavano schiantando contro l'anarchia dell'hardware. «Dice di aprire lo sportello B. Qual è lo sportello B?»
«Pagina 47 è stata sacrificata agli dei del toner. Rassegnati.»
Lei mi lanciò uno sguardo disperato e furioso. Odiava perdere il controllo, e un macchinario obsoleto la stava battendo. Mi staccai dal muro, mi avvicinai alla stampante e, senza guardare il display, assestai un colpo secco e calibrato sul fianco destro della scocca di plastica.
La macchina sussultò, fece un rumore di aspirazione e, docilmente, sputò fuori pagina 47, intonsa.
Anna fissò il foglio, poi alzò gli occhi su di me, l'espressione in bilico tra lo shock e lo sdegno. «Hai appena risolto un problema tecnico con la violenza fisica.»
«Si chiama interpretazione evolutiva della macchina,» sorrisi, sfilando il foglio e porgendoglielo.
«Si chiama barbarie.»
«Sì, ma pagina 47 è viva e noi possiamo tornare a casa.»
Il mio appartamento non era più mio. Era un ecosistema condiviso di sopravvivenza estrema. Il tavolo della cucina era un campo minato di cartoni di pizza fredda, tazze di caffè mezza vuote, fascicoli aperti, penne e post-it incollati anche sul lato del frigorifero. Eppure, in mezzo a quel disastro, la presenza di Anna era tangibile: le sue scarpe décolleté erano allineate sotto una sedia con rigore militare, la sua giacca scura appesa allo schienale con una piega perfetta.
Masticai un trancio di pizza fredda, guardandola scorrere un documento sul computer. Lei alzò gli occhi, mi fissò masticare e inarcò un sopracciglio naturale e definito. «Mangi sempre così?»
«Solo quando voglio vivere male, ma con una certa continuità.»
«Almeno sei metodico in qualcosa,» commentò, incrociando le braccia.
Mi stiracchiai, sentendo le vertebre scrocchiare. «Pausa di dieci minuti. Lo esige la mia spina dorsale.»
«Ne abbiamo fatta una quarantadue minuti fa, Alessandro.»
«Anna, quella era una crisi esistenziale causata dai capi d'accusa. Non conta come pausa.»
Lei sospirò, una via di mezzo tra la rassegnazione e l'esasperazione. «Conta se hai smesso di lavorare fisicamente.»
«Se applichiamo questo principio, la mia intera carriera universitaria è una lunghissima pausa.»
Questa volta non riuscì a fermarlo. Le sue labbra si curvarono. Un sorriso vero, che le illuminò il viso delicato e le addolcì i lineamenti fini, facendole brillare gli occhi castani. Fu una questione di un secondo, prima che lei se ne rendesse conto e abbassasse subito la testa sullo schermo, fulminandomi con lo sguardo, come se l'avessi appena sorpresa a commettere un reato federale.
Ma io non guardavo più il computer. Guardavo lei.
Anna era ancora vestita da università, ma era come se la giornata, con tutta la sua burocrazia e la fatica, le fosse passata sopra in retromarcia. La camicia bianca, solitamente inamidata, ora era stropicciata sui fianchi. Aveva arrotolato le maniche fino ai gomiti, scoprendo le braccia sottili, e, per colpa del calore della cucina, aveva slacciato il primo bottone del colletto. La pelle chiara della gola, fino alla clavicola, era leggermente lucida, viva, reale.
La gonna elegante scura era ancora al suo posto per puro, ostinato principio, segnando la linea della vita e i fianchi morbidi. Ma sotto il tavolo c'era il vero disastro. Aveva tolto le scarpe da ore. Teneva i piedi appoggiati sul pavimento freddo, fasciati dai collant velati scuri. Potevo vedere il contorno delle dita, la curva del collo del piede mentre lo muoveva nervosamente.
Quel dettaglio, per motivi che il mio cervello sovraccarico si rifiutava di analizzare in modo maturo, era mille volte più pericoloso e intimo di qualsiasi scollatura esplicita. Non era nuda. Non era svestita. Era semplicemente sfatta. Aveva perso l'armatura. I capelli castani, solitamente perfetti, erano arruffati, e quando si passò una mano dietro la nuca per raccoglierli, sollevandoli, il mio respiro si incagliò in gola. La linea nuda del suo collo, il respiro che sollevava la seta stropicciata sul décolleté... era una visione di una sensualità così prepotente, silenziosa e concreta da farmi formicolare la pelle.
Lei non stava cercando di sedurmi. Non gliene fregava nulla di farlo. Ed era esattamente quello a rendermi folle. Da soli eravamo incompleti, incastrati in ruoli opposti: io il caos, lei il controllo. Ma lì, in quella cucina sporca di pizza e inchiostro, sotto quella luce gialla, eravamo insieme. E quell'attrito continuo tra la mia strafottenza e la sua disciplina iniziava a eccitarmi in un modo che non potevo più nascondere, né a me stesso, né tantomeno a lei.
Lavoravamo da tre ore ininterrotte. O meglio, Anna lavorava come un supercomputer della NASA e io venivo costantemente ripreso perché la mia soglia di attenzione aveva un’autonomia di dodici minuti.
«Leggi la riga ventitré,» mi ordinò, picchiettando la sua penna sul tavolo. «Senza saltare le parole che consideri "noiose", Alessandro. Fallo e basta.»
Sbuffai, passandomi le mani sulla faccia, ma presi in mano i fogli stampati con gli screenshot delle chat incriminate. Iniziai a leggere. La prima volta mi sembrò il solito scambio passivo-aggressivo tra due studenti per un posto in graduatoria. La seconda volta, però, il mio cervello fece quel fastidioso scatto laterale che mi salvava la vita agli esami.
Mi bloccai. Rilessi la sequenza temporale e poi cercai la trascrizione della registrazione audio. «C'è un buco,» dissi, raddrizzandomi sulla sedia.
Anna alzò gli occhi dal suo laptop. Il suo viso ovale, incorniciato dai capelli castano scuro che ormai avevano perso la piega perfetta per cadere in morbide onde sulle spalle, era una maschera di scetticismo accademico. «Un buco?»
«Un cratere logico,» confermai, indicando i due fogli. «Guarda qui. Questa chat è stata cancellata dal server il 14 novembre, subito dopo la selezione. È l'atto che incrimina il nostro assistito. Ma nella registrazione audio, che risale al giorno prima, la testimone chiave e l'amica della vittima parlano già del danno reputazionale causato da questa manipolazione. Come facevano a saperlo, se la chat non era ancora stata manomessa?»
Anna si bloccò. Il suo sguardo, solitamente calmo e distaccato, si accese di una luce tagliente e improvvisa.
«Non solo,» incalzai, sentendo l'adrenalina della caccia. «Leggi queste frasi della testimone nelle chat. Sono troppo pulite. Troppo consequenziali. Nessuno chatta in questo modo alle tre di notte, a meno che non stia scrivendo un copione per una fiction di quart'ordine. Sapevano di essere lette.» La guardai dritta negli occhi. «Non dobbiamo dire che il nostro cliente è un santo. È uno stronzo, probabilmente. Dobbiamo dire che la storia dell'accusa è fottutamente troppo comoda per essere vera.»
Il silenzio in cucina fu interrotto solo dal rumore sordo del vicino di sopra che spostava, come ogni notte, un mobile pesantissimo. Anna rimase a fissare i fogli per un tempo che mi parve infinito. Le sue labbra carnose, quel dettaglio lucido che mi distraeva con una regolarità patologica, si schiusero appena. Poi, il suo cervello iniziò a processare la mia intuizione disordinata, trasformandola in puro acciaio giurisprudenziale.
«Ragionevole dubbio sulla sequenza causale,» mormorò lei, quasi tra sé e sé. «Inattendibilità palese del teste d'accusa. E, soprattutto, interesse alternativo alla manipolazione narrativa.»
Sorrisi, appoggiandomi allo schienale. «Vedi? Io trovo il cadavere, tu fai l'autopsia.»
Lei sollevò lo sguardo, arricciando impercettibilmente il naso sottile. «Immagine disgustosa. Ma... sì.»
Il fatto che fossimo d'accordo fu uno shock per entrambi. Funzionavamo. Non per caso. Non perché io usassi il mio carisma e lei lo tollerasse. Eravamo due metà di un ingranaggio letale. Io leggevo le persone e i loro sporchi segreti, lei strutturava la distruzione legale per portarli in aula. Questa consapevolezza scivolò tra noi, spessa ed elettrica, destabilizzandoci più di un insulto.
Per mascherare il colpo, afferrai il mio telefono e aprii Safari. «Aspetta, c'era una sentenza della Cassazione simile... quella cosa lì con il tizio, il server e l'omissione...»
Anna allungò il collo sopra il tavolo. Sgranò gli occhi. «Stai cercando la giurisprudenza su Wikipedia?»
«È il punto di partenza del cittadino moderno,» mi difesi, chiudendo frettolosamente la scheda.
«Non puoi chiamare una sentenza della Suprema Corte "quella cosa lì", Alessandro.»
«È un riferimento mnemonico, Anna. Aiuta la plasticità cerebrale.»
«È un reato contro la dottrina,» sibilò lei, afferrando un evidenziatore giallo. Fece per passarlo su una riga, ma la punta era secca. Morta. Lo lanciò sul tavolo con un gesto di stizza inusuale per lei, che detestava perdere il controllo delle cose, perfino della cancelleria.
«La dottrina se lo meritava,» risposi, passandole il mio evidenziatore verde. Le nostre dita si sfiorarono. La sua pelle era calda, un contrasto assurdo con l'aria glaciale che si portava sempre dietro.
Alle tre di notte, la cucina non era più una stanza. Era la scena di una battaglia persa. C'erano fascicoli accatastati, tazze sporche con fondi di caffè incrostati, un cartone di pizza fredda, tappi di penne orfani e una lampada da tavolo accesa che proiettava un cono di luce gialla sulle carte. Fuori, la città universitaria dormeva un sonno profondo e silenzioso.
Dentro, invece, la guerra era appena esplosa.
Anna stava digitando furiosamente sul suo computer. Stava prendendo la nostra teoria del caso, la mia intuizione cruda e sporca, fusa con la sua precisione e la stava riscrivendo in un linguaggio così asettico e distaccato da farla sembrare il bugiardino di un farmaco.
«Fermati,» dissi, allungando una mano e abbassando lo schermo del suo Mac di quaranta gradi.
Lei alzò la testa di scatto. I capelli le scivolarono oltre le spalle strette. La stanchezza le aveva scollato di dosso l'ultima patina di rigidità formale; la maglia chiara era stropicciata, il respiro era irregolare e gli zigomi delicati sembravano più affilati nella penombra. «Cosa fai?»
«Così la uccidi,» le dissi, la voce bassa, incrinata dall'ora e dalla tensione. «Stai togliendo tutto il movente umano. La stai trasformando in un calcolo algebrico. Se la porti in aula così, i giudici si addormentano prima della fine del controinterrogatorio.»
«La sto rendendo presentabile,» ribatté lei, riaprendo lo schermo con un gesto stizzito.
«No, la stai rendendo tua. Sterile. Senza rischi.»
Anna sbatté le mani sulla tastiera. Il suo torace si alzò vistosamente sotto la seta chiara, mettendo in evidenza la curva elegante e presente del seno. «Ti fa incazzare che funzioni. Ti fa incazzare che ci voglia un fottuto schema logico per dare un senso alle tue sparate.»
Mi alzai in piedi, aggirando il tavolo. Mi fermai accanto alla sua sedia, torreggiando su di lei, lo spazio tra i nostri corpi ridotto a una manciata di centimetri. Il profumo del suo bagnoschiuma, che avevo respirato ore prima in bagno, mi invase di nuovo, mescolato all'odore del caffè e della notte. «A me?» sussurrai, piantando le mani sui braccioli della sua sedia. «A me fa incazzare? Anna, guardami in faccia. A te fa incazzare che io funzioni senza sforzo. Ti manda ai matti che io arrivi alla soluzione in dieci minuti mentre tu devi colorare settanta post-it.»
I suoi occhi castani sfavillarono, enormi e aggressivi nella luce fioca. «Tu non funzioni. Tu hai solo culo.»
«Allora fammelo fare con sforzo,» le risposi.
La frase cadde tra noi come una mannaia. Anna si bloccò. Il suo respiro si incagliò in gola, visibile nel fremito del suo décolleté. L'aria della cucina sembrò improvvisamente rarefatta, densa, carica di una pressione che faceva male ai polmoni. Non le stavo più chiedendo una scorciatoia. Non volevo che facesse il lavoro per me. Le stavo chiedendo di mettermi alla prova. Le stavo offrendo una resa incondizionata al suo metodo.
Le sue labbra piene e lucide si dischiusero, ma non uscì alcun suono. La guardai, assorbendo la sua figura snella, la postura rigida che cercava disperatamente di arginare un crollo imminente.
Mi chinai ancora di più, il mio viso a pochi centimetri dal suo. Potevo sentire il calore della sua pelle. Potevo sentire che stavo per varcare un confine da cui non saremmo tornati indietro. «Il tuo problema, Anna, non è l'ordine,» sussurrai, la voce che era quasi una lama. «Tu non vuoi vincere. Tu vuoi che la vittoria sembri abbastanza pulita da non somigliarti. Perché se ti sporchi le mani, poi non sai più chi sei.»
La vidi incassare il colpo. La sua mano si contrasse sul bordo del tavolo, le dita sottili che sbiancavano. Avevo colpito il nucleo della sua fottuta armatura. Ma Anna non era una che indietreggiava. Si voltò completamente verso di me. Il suo viso era a un soffio dal mio. Gli occhi non erano più calmi e quieti, ma bruciavano di una furia fredda e bellissima.
«E tu,» rispose, ogni parola pronunciata con una lentezza velenosa, «vuoi che ogni cosa sembri abbastanza sporca e casuale da non doverti mai impegnare davvero. Perché se ci provi sul serio, Alessandro... e fallisci... scoprirai di non valere un cazzo.»
Restammo lì. Immobili. I visi vicinissimi, i respiri mischiati. Non stavamo più parlando del caso. Non stavamo parlando di giurisprudenza. Eravamo nudi, scuoiati vivi dalle parole dell'altro, in bilico su un precipizio dove l'odio e un desiderio fisico violento, incontrollabile, stavano diventando esattamente la stessa fottuta cosa.
Invece di indietreggiare, Anna afferrò il foglio con la teoria del caso, facendo per spostarlo o stracciarlo. Fu un gesto nervoso, quasi infantile. Io le bloccai il polso.
Fu impulsivo, ma fermo. Il contatto fisico bruciò. Appena le dita si strinsero intorno alla sua pelle, capii di aver superato un limite. Mollai subito la presa. Ma Anna non si ritrasse. Non scappò. Restò lì, immobile. La tensione, improvvisamente, smise di essere un incidente. Divenne una scelta.
«Toglimi la mano di dosso,» sibilò, la voce che tremava impercettibilmente. «L'ho già fatto,» sussurrai. «Dimmi che ho torto.» «Togli. La mano.» «Dimmi che ho torto, Anna.»
Non lo fece. Rimase in silenzio. I nostri respiri si mescolarono.
«Adesso mi dici che sto confondendo una domanda buona con una vittoria?» le chiesi, la voce ridotta a un sussurro roco. «No,» rispose lei, le labbra piene e umide vicinissime alle mie. «E allora?»
Non ci fu un'altra risposta verbale. Anna mi afferrò per il colletto della maglietta con entrambe le mani e mi tirò a sé.
Il bacio non fu dolce. Fu rabbioso, esplosivo. Un impatto fisico e punitivo nato per zittirmi, per zittirsi, ma fottutamente desiderato da entrambi. Restai immobile per mezzo secondo, stordito, poi risposi. Mi premetti contro di lei, aprendole la bocca, la mia lingua che cercava la sua in un movimento furioso, urgente.
La cucina intorno a noi andò in pezzi. Un gomito urtò una pila di fascicoli, che franò sul pavimento. Una tazza di caffè tintinnò pericolosamente vicina al bordo. Pestai un post-it, spingendola contro il tavolo.
L'estetica universitaria e controllata di Anna si sgretolò. La camicia bianca di seta, già stropicciata, si sgualcì irrimediabilmente contro il mio petto. L'impeto del bacio ci trascinò oltre ogni barriera logica. Le mie mani scesero lungo i suoi fianchi, trovando la curva della vita e spingendola contro il bordo del tavolo di legno. Lei non indietreggiò. Al contrario, mi tirò ancora più vicino, le dita intrecciate nei miei capelli, tirandomi la nuca.
In un gesto avido, agganciai il colletto della sua camicia e tirai verso l'esterno. Uno, due bottoni saltarono, finendo sul pavimento con un tic leggero sovrastato dai nostri respiri spezzati. Sotto la seta ormai dischiusa, il reggiseno a balconcino di pizzo nero si rivelò in tutta la sua arroganza erotica. Anna ansimò nella mia bocca quando feci scivolare le mani sulla sua pelle nuda, calda, febbricitante. Il suo petto sodo, pieno e prepotentemente femminile si inarcò contro i miei palmi.
Mi staccai dalle sue labbra, scendendo lungo la curva tesa e vulnerabile del collo, baciandola e mordicchiando la pelle con disperazione. Lei trattenne il respiro, le sue dita che si conficcavano nelle mie spalle. Con un movimento ruvido, agganciai il tessuto di pizzo nero al centro del seno e lo tirai verso il basso. Il reggiseno cedette. Il suo seno nudo sfuggì al pizzo, e io ci premetti la bocca contro. Presi il capezzolo turgido tra le labbra, succhiando e mordicchiando la pelle dorata, umida di sudore. Anna lasciò andare la testa all'indietro, i capelli mossi e disordinati che le cadevano oltre lo spigolo del tavolo. Rilasciò un gemito basso, roco, che mi vibrò direttamente nello stomaco, mentre le mie mani stringevano e massaggiavano la morbidezza del suo seno.
L'eccitazione reciproca era un rumore bianco, assordante. Anna mi strinse la maglietta, spingendomi ancora più vicino. Si sollevò a fatica sul tavolo, la gonna elegante che le si arricciava sulle cosce, stropicciandosi irrimediabilmente. I suoi piedi, nudi e chiusi nei collant scuri, si puntarono contro il pavimento per cercare stabilità. Feci scivolare le mani sotto il tessuto della gonna, trovando il bordo del collant. Lo strappai verso il basso con urgenza, ignorando il suono sordo della lycra che si lacerava. Anna capì immediatamente le mie intenzioni; si sollevò di un millimetro e si sfilò gli slip con un gesto rapido e complice, lasciandoli cadere.
Io sbottonai e abbassai i jeans con una mano, mentre l'altra le teneva la coscia aperta. Non c'erano parole. Solo respiri, carne e urgenza. Feci aderire la mia lunghezza pulsante direttamente contro il suo calore umido e scivoloso. Anna sobbalzò. Chiusi gli occhi, spingendo la punta contro di lei con una frizione lenta, calcolata, profondissima. Lei si inarcò contro il tavolo, aggrappandosi alle mie spalle e rispondendo al movimento, tirandomi ancora più vicino, cercando una pressione più forte. La sua figa bagnata accoglieva la mia erezione in un attrito continuo, rovente. Potevo sentire che eravamo a un secondo, a un centimetro, a un affondo, dalla fine del controllo.
Spinsi il bacino per varcare l'ultimo ostacolo.
«No.»
Anna mi bloccò. Non con la forza, ma prendendomi il viso tra le mani. Il suo tocco fu deciso, inappellabile. Mi costrinse a guardarla. Mi fermai all'istante, il respiro rotto. «Mi fermo.»
Eravamo a una distanza inesistente. Lei respirava a fatica. La camicia aperta male le scendeva lungo le braccia, il reggiseno di pizzo abbassato, la gonna tirata su, un collant rotto. Le sue labbra erano gonfie, umide dei miei baci, e il suo viso era accaldato. Ma i suoi occhi castani, per quanto sfocati dal desiderio, non erano né freddi né impauriti. Erano duri, penetranti, pieni di una lucidità spietata. Non si stava difendendo da me; si stava difendendo dall'incidente.
«Lo so,» disse lei, ansimando.
Sapeva che mi sarei fermato. Non aveva bisogno di urlare. Si fidava del mio freno. Schiuse le labbra. «Se succede... non sarà perché ci è scappato.»
Rimasi immobile, il mio corpo ancora in fiamme, premuto contro la sua pelle umida. «E allora perché?» chiesi, con un filo di voce.
«Perché lo decidiamo.»
Il silenzio si riappropriò della cucina, spezzato solo dai nostri respiri disordinati. Ci separammo lentamente. Il distacco fisico fu quasi doloroso. Anna scese dal tavolo, i piedi nudi sul pavimento freddo. Evitò il mio sguardo mentre, con movimenti meccanici ma decisi, cercava di ricostruire la sua armatura. Si ritirò su il reggiseno, provò ad abbottonare la camicia che ormai aveva perso almeno tre bottoni, abbassò la gonna sgualcita e si passò una mano tremante tra i capelli per allontanarli dal collo. Non era perfetta, non lo sarebbe mai più stata in quella stanza, ma il generale stava tornando al comando. Raccolse un fascicolo caduto e si appoggiò al bordo del tavolo.
Io mi girai, allacciandomi i pantaloni in silenzio, scosso come se fossi appena stato travolto da un treno merci. Non c'era modo di trasformare quello che era successo in una battuta. Non potevo fingere che non fosse reale, denso e fottutamente devastante.
Anna raddrizzò la schiena. Prese il foglio della teoria del caso, quello che l'aveva fatta impazzire e su cui avevamo litigato e poi collassato, e me lo spinse davanti, sulla porzione di tavolo libera. «Pagina uno,» disse. La voce aveva ripreso la sua compostezza chirurgica, anche se un po' più rauca del solito.
La fissai, esterrefatto. «Stai scherzando?» «No.» «Dopo questo?» indicai lo spazio tra noi, i fascicoli a terra, i frammenti della nostra decenza sparsi sul pavimento.
Anna mi guardò dritta negli occhi. «Hai detto che volevi guadagnartela.» «La teoria?» «Anche.»
La sfacciataggine di quella risposta mi fece sorridere a mezza bocca. Non mi stava concedendo il sesso come premio. Mi stava dando un compito. Mi stava dicendo: se vuoi far parte del mio mondo, se vuoi continuare a fare questo gioco, devi smettere di sopravvivere agli incidenti.
Prima che potessi ribattere, il silenzio della cucina fu interrotto dal trillo vivace del mio telefono. Poi una notifica WhatsApp. Poi un'altra. Il computer di Anna andò in standby, lo schermo che diventò nero accompagnato dal ronzio improvviso e fortissimo del frigorifero.
Afferrai il telefono. Era un vocale sul gruppo della casa. Lo aprii, e la voce di Vittoria, sarcastica e ignara, invase la stanza: «Ragazzi, vi ricordo che la stanza è mia e che se trovo fluidi, sangue o appunti di procedura civile sulle mie lenzuola immacolate, vi denuncio alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per tortura psicologica.»
Ascoltai il messaggio in trance. Anna mi fulminò con lo sguardo. «Le hai detto qualcosa?» «No.» «E allora perché sembra che sappia esattamente cosa stia succedendo?» «Perché Vittoria è Satana con l'accesso al Wi-Fi.»
L'assurdità della situazione mi colpì in pieno. Eravamo due studenti fuorisede, barricati in una cucina, sommersi da appunti universitari e bottoni strappati. Anna si allontanò, aggirando il tavolo e prendendo posto sulla sedia, il più lontano possibile da me. La distanza era geometrica, ma falsa; le nostre pelli sembravano ancora urlarsi contro a distanza.
Il telefono si illuminò ancora. Val. Siete ancora vivi voi della difesa?
Guardai il nome di Val sul display. La ragazza che volevo da anni. Poi sollevai gli occhi. Anna fingeva di leggere il primo paragrafo della pagina, ma la sua camicia storta rivelava il petto che si alzava e si abbassava ancora troppo in fretta. E Vittoria mi scrisse un ultimo messaggio testuale: Non avete già rovinato casa mia, vero?
Digitai la risposta lentamente. Sto studiando.
Vittoria non esitò. Questa è la cosa più preoccupante che tu mi abbia mai detto in tre anni.
Misi il telefono in tasca, senza rispondere a Val. Mi sedetti al tavolo, trascinai il foglio di Anna verso di me, afferrai un evidenziatore e lo aprii.
Quella notte, per la prima volta da quando ero entrato a Giurisprudenza, studiai davvero. Non per salvarmi dalla bocciatura, non per fare colpo sull'ironia di Val, non per inventarmi l'ennesima via d'uscita brillante da usare come scudo. Studiai perché Anna mi aveva baciato come un fottuto errore, e poi mi aveva guardato come se fossi una scelta. E, per quanto mi facesse incazzare ammetterlo, in quel momento volevo solo meritarmi entrambe le cose.
Commenti (0)
Per favore accedi per lasciare un commento.
Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!

