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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 2
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Capitolo 2 di 12 25 min di lettura

Anna, il Bagno e la Condanna

Assegnato alla collega più insopportabile del corso, Alessandro si ritrova costretto a condividere con Anna fascicoli, silenzi e una casa troppo stretta. Tra porte aperte per sbaglio, interrogatori notturni e desideri negati, la difesa diventa molto più pericolosa dell’accusa.

Alessia
3 mesi fa · 947 letture · 2

Il soffitto della mia camera alle sette del mattino aveva un colore diverso. Un grigio sporco, accusatorio.

Mi ero svegliato prima della sveglia, un evento così raro e innaturale che il mio corpo faticava a processarlo. Non era un improvviso senso di responsabilità accademica ad avermi strappato dal sonno. Era che avevo dormito da schifo.

Mi girai su un fianco, stropicciandomi gli occhi, ma il nastro delle ultime ventiquattr'ore continuava a riavvolgersi e riprodursi in un loop infernale. C'era Val, piegata sul banco, la penna stretta tra le labbra morbide e quel sorriso luminoso mentre firmava il modulo del Processo Simulato. La promessa di qualcosa di bello, facile, giusto. E poi, come un cortocircuito, l'immagine cambiava. Una porta socchiusa. La penombra. La seta chiara che scivolava via, rivelando una spalla nuda e un reggiseno a balconcino in pizzo nero. Il modo in cui quel tessuto scuro e intricato sollevava e comprimeva un seno inaspettatamente sodo, pieno, di una femminilità così carnale e arrogante da farmi mancare il fiato. Il contrasto tra quel dettaglio intimo e la pelle chiara, calda, perfetta. E poi la sua voce, un bisturi nel silenzio: «Tu non vuoi mai niente. Non scegli.»

Mi tirai su a sedere, passandomi le mani tra i capelli con frustrazione. Provai a minimizzare, a dirmi che avevo solo visto una ragazza mezza svestita per sbaglio, ma mentivo. Ogni volta che cercavo di aggrapparmi alla leggerezza di Val, il cervello mi sbatteva in faccia un dettaglio di Anna: i suoi occhi durissimi, la camicia chiusa di scatto, l'ombra del suo addome piatto prima che il tessuto lo nascondesse di nuovo.

Mi alzai, infilai un paio di pantaloni della tuta e mi trascinai in cucina.

Preparai il caffè in automatico. Quando la moka iniziò a gorgogliare, mi appoggiai al bancone, fissando il liquido scuro scendere senza vederlo davvero. Le mie mani erano irrequiete. Tamburellavo le dita sul marmo. Afferrai il telefono, controllai lo schermo nero per la terza volta in due minuti, lo riposai a faccia in giù.

«Tu sveglio prima delle dieci? Chi è morto?»

La voce di Vittoria mi fece sobbalzare. Era sulla soglia della cucina. Indossava solo una maglietta bianca da uomo, evidentemente rubata dal mio cassetto secoli prima, che le arrivava a malapena a metà coscia. Le lasciava scoperte le gambe lunghe e dorate, mentre i capelli biondi le ricadevano disordinati su una spalla. Era l'incarnazione del caos mattutino, ma su di lei sembrava una copertina di Vogue scattata per sbaglio.

«La mia reputazione,» risposi, cercando di darmi un tono mentre versavo il caffè nella tazza. Lei avanzò a piedi nudi sulle piastrelle, si sedette sullo sgabello di fronte a me e incrociò le gambe. «Quella era già in stato vegetativo dal primo semestre. Ritenta.»

Prese la mia tazza dal bancone prima che potessi avvicinarla alla bocca e ne bevve un sorso, senza staccarmi gli occhi di dosso. Lo sguardo di Vittoria era un raggio laser. Freddo, calmo, calcolatore. Ti analizzava come se fossi la scena di un crimine e lei la scientifica.

Notò le mie dita che continuavano a scivolare lungo il bordo del telefono. Notò che non mi ero lamentato per il furto del caffè. Inclinò la testa di lato, il tessuto leggero della maglietta che si tese, accennando la curva morbida e senza costrizioni del suo seno.

«Hai la faccia di uno che ha fatto una cazzata e non sa ancora se gli è piaciuta,» sentenziò.

Deglutii. «Ho solo l'ansia per le assegnazioni del Processo Simulato,» mentii spudoratamente, deviando il colpo. «Oggi escono le liste. E se finisco in coppia con qualcuno che non sa mettere due parole in croce, mi tocca fare tutto il lavoro. Oltre al fatto che... insomma, Val si è iscritta.»

Vittoria socchiuse gli occhi. Il suo fiuto per le bugie era leggendario. Sapeva perfettamente che Val era la mia distrazione preferita, ma sentiva che c'era una nota stonata nella mia voce. «Certo. Val,» mormorò, le labbra piene piegate in un mezzo sorriso cinico. «Stai sudando freddo all'idea che Nardi non ti metta in coppia con l'amore della tua vita. Che romanticismo tragico. Sembra quasi credibile, se non fosse che tu hai la soglia di attenzione di un pesce rosso.»

Non le dissi nulla della porta socchiusa. Non potevo. Perché dirlo a lei avrebbe reso quel pizzo nero un fatto reale, e non solo un ologramma che mi tormentava la retina.

Due ore dopo, il corridoio principale della facoltà era un inferno di ormoni, ansia da prestazione e giacche di tweed. Un capannello di studenti stazionava davanti alla bacheca del dipartimento, in attesa che l'assistente affiggesse il foglio con le coppie per il laboratorio.

Io me ne stavo appoggiato a una colonna, le mani in tasca, fingendo l'indifferenza di uno che passava di lì per caso. In realtà, stavo scannerizzando la folla con l'urgenza di un condannato a morte.

Poi la vidi. Val emerse dal gruppo, luminosa come un'anomalia statistica in mezzo a quel mare di grigio accademico. Indossava una blusa azzurra leggera, che le scivolava sui fianchi armoniosi e le dava un'aria fresca, estiva. I capelli biondo miele erano tirati da un lato, scoprendo la linea delicata del collo. Si avvicinò a me, il viso ovale acceso da un'allegria nervosa. Tra le mani giocherellava freneticamente con una penna blu.

«Secondo te ci mettono insieme?» mi chiese, arrivandomi a un palmo dal petto. Il suo profumo era pulito, dolce.

La guardai negli occhi, quegli occhi chiari e penetranti che ora mi fissavano con una speranza genuina, e sentii i muscoli del collo rilassarsi. Con lei tutto aveva un fottuto senso. «Statisticamente sarebbe la prima decisione sensata presa da questa facoltà dall'anno della sua fondazione,» risposi, accennando un sorriso.

Lei rise. Quel suono vibrò nell'aria, scaldandomi. Le sue labbra si aprirono, i lineamenti morbidi del suo viso si rilassarono. Val era la mia casa pulita, quella dove non devi difenderti. Respirai a fondo. Per un secondo, le pareti smisero di stringersi. Era semplice. Volevo lei.

Poi la temperatura nel corridoio crollò di cinque gradi.

Non ebbi nemmeno bisogno di girarmi per capire. La vidi con la coda dell'occhio mentre attraversava l'atrio. Anna.

Era semplicemente impeccabile. Portava i capelli castani perfettamente stirati e trattenuti dietro le orecchie. Indossava una camicia bianca dal taglio maschile, abbottonata in modo così rigoroso da sembrare un'armatura, infilata dentro un paio di pantaloni a vita alta che le segnavano la silhouette asciutta e femminile. Camminava con una postura fiera, regale.

Zero macchie. Zero imperfezioni. Zero segni della ragazza vulnerabile e furente che avevo sorpreso nell'auletta. Ma il problema non era come fosse vestita. Il problema era che, passandomi davanti a meno di un metro, non mi dedicò nemmeno un battito di ciglia. Niente. Non mi guardò, non strinse la bocca, non cambiò il ritmo del respiro. Un'indifferenza glaciale, totale, assoluta.

Io, invece, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Mentre Val continuava a parlarmi del programma, il mio sguardo rimase incollato alla schiena di Anna, scivolando lungo il tessuto teso della sua camicia. Il mio cervello, con un tempismo sadico, proiettò esattamente cosa c'era sotto quel lino bianco e quei bottoni chiusi. La curva sfacciata del suo petto. Il contrasto del pizzo scuro sulla pelle chiara.

Sentii i pugni contrarsi nelle tasche. Quell'indifferenza mi irritava fisicamente. Era peggio di una scenata, peggio di un insulto. Era il suo modo per dirmi: quello che hai visto non significa niente, perché tu non sei niente.

Cercai di riportare l'attenzione su Val, sulle sue mani che torturavano la penna, sul suo sorriso luminoso. Val era la scelta giusta. Era l'aria nei polmoni. Ma l'attrito che aveva lasciato Anna nell'aria, quel senso di sfida silenziosa e arrogante, si era appena trasformato in una crepa che non potevo più fingere di non vedere.

Il capannello di studenti davanti alla bacheca del dipartimento somigliava alla folla in attesa dei numeri del lotto, con la differenza che qui l'estrazione non ti arricchiva, ti rovinava il semestre.

Un giovane tutor con l'aria perennemente stanca aveva appena affisso i fogli con le assegnazioni del Processo Simulato. Mi feci largo a spallate, ignorando le lamentele, finché non ebbi la lista a portata di vista. Scorsi i nomi con l'indice, saltando i colleghi inutili, cercando l'unica combinazione che avrebbe dato un senso a quell'inutile tortura accademica. Il mio nome accanto a quello di Val.

Trovai il mio cognome sotto la colonna Squadra Difesa. Spostai il dito a destra. Partner: Anna.

Il mio cervello andò in buffering. Poteva essere un'omonimia. Potevano esserci altre Anne. Forse un'Anna simpatica, disordinata, che amava la birra e odiava i post-it. Rilessi. Era accompagnato dal suo cognome, ineluttabile come una cartella esattoriale.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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