Processo Simulato - Vol.1

Capitolo 2 - Anna, il Bagno e la Condanna

Assegnato alla collega più insopportabile del corso, Alessandro si ritrova costretto a condividere con Anna fascicoli, silenzi e una casa troppo stretta. Tra porte aperte per sbaglio, interrogatori notturni e desideri negati, la difesa diventa molto più pericolosa dell’accusa.

A
Alessia

4 ore fa

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Il soffitto della mia camera alle sette del mattino aveva un colore diverso. Un grigio sporco, accusatorio.

Mi ero svegliato prima della sveglia, un evento così raro e innaturale che il mio corpo faticava a processarlo. Non era un improvviso senso di responsabilità accademica ad avermi strappato dal sonno. Era che avevo dormito da schifo.

Mi girai su un fianco, stropicciandomi gli occhi, ma il nastro delle ultime ventiquattr'ore continuava a riavvolgersi e riprodursi in un loop infernale. C'era Val, piegata sul banco, la penna stretta tra le labbra morbide e quel sorriso luminoso mentre firmava il modulo del Processo Simulato. La promessa di qualcosa di bello, facile, giusto. E poi, come un cortocircuito, l'immagine cambiava. Una porta socchiusa. La penombra. La seta chiara che scivolava via, rivelando una spalla nuda e un reggiseno a balconcino in pizzo nero. Il modo in cui quel tessuto scuro e intricato sollevava e comprimeva un seno inaspettatamente sodo, pieno, di una femminilità così carnale e arrogante da farmi mancare il fiato. Il contrasto tra quel dettaglio intimo e la pelle chiara, calda, perfetta. E poi la sua voce, un bisturi nel silenzio: «Tu non vuoi mai niente. Non scegli.»

Mi tirai su a sedere, passandomi le mani tra i capelli con frustrazione. Provai a minimizzare, a dirmi che avevo solo visto una ragazza mezza svestita per sbaglio, ma mentivo. Ogni volta che cercavo di aggrapparmi alla leggerezza di Val, il cervello mi sbatteva in faccia un dettaglio di Anna: i suoi occhi durissimi, la camicia chiusa di scatto, l'ombra del suo addome piatto prima che il tessuto lo nascondesse di nuovo.

Mi alzai, infilai un paio di pantaloni della tuta e mi trascinai in cucina.

Preparai il caffè in automatico. Quando la moka iniziò a gorgogliare, mi appoggiai al bancone, fissando il liquido scuro scendere senza vederlo davvero. Le mie mani erano irrequiete. Tamburellavo le dita sul marmo. Afferrai il telefono, controllai lo schermo nero per la terza volta in due minuti, lo riposai a faccia in giù.

«Tu sveglio prima delle dieci? Chi è morto?»

La voce di Vittoria mi fece sobbalzare. Era sulla soglia della cucina. Indossava solo una maglietta bianca da uomo, evidentemente rubata dal mio cassetto secoli prima, che le arrivava a malapena a metà coscia. Le lasciava scoperte le gambe lunghe e dorate, mentre i capelli biondi le ricadevano disordinati su una spalla. Era l'incarnazione del caos mattutino, ma su di lei sembrava una copertina di Vogue scattata per sbaglio.

«La mia reputazione,» risposi, cercando di darmi un tono mentre versavo il caffè nella tazza. Lei avanzò a piedi nudi sulle piastrelle, si sedette sullo sgabello di fronte a me e incrociò le gambe. «Quella era già in stato vegetativo dal primo semestre. Ritenta.»

Prese la mia tazza dal bancone prima che potessi avvicinarla alla bocca e ne bevve un sorso, senza staccarmi gli occhi di dosso. Lo sguardo di Vittoria era un raggio laser. Freddo, calmo, calcolatore. Ti analizzava come se fossi la scena di un crimine e lei la scientifica.

Notò le mie dita che continuavano a scivolare lungo il bordo del telefono. Notò che non mi ero lamentato per il furto del caffè. Inclinò la testa di lato, il tessuto leggero della maglietta che si tese, accennando la curva morbida e senza costrizioni del suo seno.

«Hai la faccia di uno che ha fatto una cazzata e non sa ancora se gli è piaciuta,» sentenziò.

Deglutii. «Ho solo l'ansia per le assegnazioni del Processo Simulato,» mentii spudoratamente, deviando il colpo. «Oggi escono le liste. E se finisco in coppia con qualcuno che non sa mettere due parole in croce, mi tocca fare tutto il lavoro. Oltre al fatto che... insomma, Val si è iscritta.»

Vittoria socchiuse gli occhi. Il suo fiuto per le bugie era leggendario. Sapeva perfettamente che Val era la mia distrazione preferita, ma sentiva che c'era una nota stonata nella mia voce. «Certo. Val,» mormorò, le labbra piene piegate in un mezzo sorriso cinico. «Stai sudando freddo all'idea che Nardi non ti metta in coppia con l'amore della tua vita. Che romanticismo tragico. Sembra quasi credibile, se non fosse che tu hai la soglia di attenzione di un pesce rosso.»

Non le dissi nulla della porta socchiusa. Non potevo. Perché dirlo a lei avrebbe reso quel pizzo nero un fatto reale, e non solo un ologramma che mi tormentava la retina.

Due ore dopo, il corridoio principale della facoltà era un inferno di ormoni, ansia da prestazione e giacche di tweed. Un capannello di studenti stazionava davanti alla bacheca del dipartimento, in attesa che l'assistente affiggesse il foglio con le coppie per il laboratorio.

Io me ne stavo appoggiato a una colonna, le mani in tasca, fingendo l'indifferenza di uno che passava di lì per caso. In realtà, stavo scannerizzando la folla con l'urgenza di un condannato a morte.

Poi la vidi. Val emerse dal gruppo, luminosa come un'anomalia statistica in mezzo a quel mare di grigio accademico. Indossava una blusa azzurra leggera, che le scivolava sui fianchi armoniosi e le dava un'aria fresca, estiva. I capelli biondo miele erano tirati da un lato, scoprendo la linea delicata del collo. Si avvicinò a me, il viso ovale acceso da un'allegria nervosa. Tra le mani giocherellava freneticamente con una penna blu.

«Secondo te ci mettono insieme?» mi chiese, arrivandomi a un palmo dal petto. Il suo profumo era pulito, dolce.

La guardai negli occhi, quegli occhi chiari e penetranti che ora mi fissavano con una speranza genuina, e sentii i muscoli del collo rilassarsi. Con lei tutto aveva un fottuto senso. «Statisticamente sarebbe la prima decisione sensata presa da questa facoltà dall'anno della sua fondazione,» risposi, accennando un sorriso.

Lei rise. Quel suono vibrò nell'aria, scaldandomi. Le sue labbra si aprirono, i lineamenti morbidi del suo viso si rilassarono. Val era la mia casa pulita, quella dove non devi difenderti. Respirai a fondo. Per un secondo, le pareti smisero di stringersi. Era semplice. Volevo lei.

Poi la temperatura nel corridoio crollò di cinque gradi.

Non ebbi nemmeno bisogno di girarmi per capire. La vidi con la coda dell'occhio mentre attraversava l'atrio. Anna.

Era semplicemente impeccabile. Portava i capelli castani perfettamente stirati e trattenuti dietro le orecchie. Indossava una camicia bianca dal taglio maschile, abbottonata in modo così rigoroso da sembrare un'armatura, infilata dentro un paio di pantaloni a vita alta che le segnavano la silhouette asciutta e femminile. Camminava con una postura fiera, regale.

Zero macchie. Zero imperfezioni. Zero segni della ragazza vulnerabile e furente che avevo sorpreso nell'auletta. Ma il problema non era come fosse vestita. Il problema era che, passandomi davanti a meno di un metro, non mi dedicò nemmeno un battito di ciglia. Niente. Non mi guardò, non strinse la bocca, non cambiò il ritmo del respiro. Un'indifferenza glaciale, totale, assoluta.

Io, invece, non riuscivo a staccarle gli occhi di dosso. Mentre Val continuava a parlarmi del programma, il mio sguardo rimase incollato alla schiena di Anna, scivolando lungo il tessuto teso della sua camicia. Il mio cervello, con un tempismo sadico, proiettò esattamente cosa c'era sotto quel lino bianco e quei bottoni chiusi. La curva sfacciata del suo petto. Il contrasto del pizzo scuro sulla pelle chiara.

Sentii i pugni contrarsi nelle tasche. Quell'indifferenza mi irritava fisicamente. Era peggio di una scenata, peggio di un insulto. Era il suo modo per dirmi: quello che hai visto non significa niente, perché tu non sei niente.

Cercai di riportare l'attenzione su Val, sulle sue mani che torturavano la penna, sul suo sorriso luminoso. Val era la scelta giusta. Era l'aria nei polmoni. Ma l'attrito che aveva lasciato Anna nell'aria, quel senso di sfida silenziosa e arrogante, si era appena trasformato in una crepa che non potevo più fingere di non vedere.

Il capannello di studenti davanti alla bacheca del dipartimento somigliava alla folla in attesa dei numeri del lotto, con la differenza che qui l'estrazione non ti arricchiva, ti rovinava il semestre.

Un giovane tutor con l'aria perennemente stanca aveva appena affisso i fogli con le assegnazioni del Processo Simulato. Mi feci largo a spallate, ignorando le lamentele, finché non ebbi la lista a portata di vista. Scorsi i nomi con l'indice, saltando i colleghi inutili, cercando l'unica combinazione che avrebbe dato un senso a quell'inutile tortura accademica. Il mio nome accanto a quello di Val.

Trovai il mio cognome sotto la colonna Squadra Difesa. Spostai il dito a destra. Partner: Anna.

Il mio cervello andò in buffering. Poteva essere un'omonimia. Potevano esserci altre Anne. Forse un'Anna simpatica, disordinata, che amava la birra e odiava i post-it. Rilessi. Era accompagnato dal suo cognome, ineluttabile come una cartella esattoriale.

Spostai lo sguardo più in basso, nella colonna Squadra Accusa. Val e Vittoria.

«Oddio. Ti hanno dato Anna.»

La voce di Val mi esplose accanto all'orecchio, accompagnata da una risata argentina e cristallina che mi fece venire voglia di piangere. Mi voltai. Era lì, luminosa, allegra, con una scintilla di pura perfidia accademica in quegli occhi chiari e penetranti.

«Non "dato",» sussurrai, con il tono di un uomo a cui hanno appena diagnosticato una malattia incurabile. «Condannato.»

Val scoppiò a ridere di nuovo, passandosi una mano tra i capelli voluminosi, biondo miele, che le ricadevano morbidamente sulle spalle. Il suo fascino estivo e spontaneo mi sembrò improvvisamente lontanissimo, dall'altra parte della barricata. «Sarà divertente batterti,» mi provocò, con un'espressione consapevole e adorabile.

«Io l’avevo detto che prima o poi il sistema giudiziario ti avrebbe punito.»

Vittoria emerse dalla calca, piazzandosi accanto a Val. Aveva le braccia incrociate e un sorriso da predatore soddisfatto. Tra lei e la mia cotta storica c'era un abisso: Val era il sole, Vittoria era la casa che ti giudica dal divano, ma insieme formavano un'accusa che mi avrebbe ridotto in polvere.

Feci per ribattere, per usare la mia solita ironia come scudo, ma l'aria intorno a noi si raggelò.

Anna era arrivata. Non rideva. Non sembrava divertita dall'ironia della sorte. Fissava il foglio in bacheca con la mascella leggera serrata e un'espressione che faceva sembrare il mio nome un debito formativo vivente. La sua camicia di seta era abbottonata con un rigore castigato, i capelli castano scuro erano una cascata liscia e ordinata che non ammetteva imperfezioni. Eppure, io non riuscivo a non pensare a cosa ci fosse sotto quel cotone impeccabile.

«No,» disse Anna, la voce bassa, piatta, rivolta al foglio.

«Tecnicamente credo sia un sì amministrativo,» provai a dire, cercando il suo sguardo.

Lei si voltò lentamente. I suoi occhi grandi e luminosi mi puntarono addosso un fastidio chirurgico. «Tecnicamente è una punizione.»

Mezz'ora dopo, la punizione prese la forma di un plico di seicento pagine tenuto insieme da un elastico. Eravamo seduti a un tavolo isolato della biblioteca. Il caso era un capolavoro di ambiguità: uno studente accusato di aver manipolato chat private e messaggi per distruggere la reputazione di una collega e soffiarle un posto a una selezione universitaria. Apparenza contro verità. Manipolazione emotiva. Una roba che ci calzava a pennello.

Il fascicolo conteneva decine di screenshot stampati, la trascrizione di una registrazione audio compromettente, una testimonianza traballante e un'analisi forense sugli orari di invio e cancellazione dei messaggi.

Sfogliai le prime tre pagine con aria vaga, sperando di trovare un riassunto. Anna, di fronte a me, aveva già estratto una confezione di linguette adesive colorate e stava sezionando il documento con la precisione di un anatomopatologo. L'odore del suo profumo, pulito e aspro, invase il mio spazio. Abbassai gli occhi. Il viso di Anna era un ovale perfetto, i lineamenti fini piegati in una concentrazione assoluta. Ma le sue labbra, carnose e lucide, erano schiuse di un millimetro, un richiamo sensuale involontario che contrastava violentemente con la sua freddezza.

«Prima regola,» esordì, senza alzare lo sguardo dai fogli, la penna a scatto che ticchettava tra le sue dita sottili. «Niente improvvisazione.»

«È la prima regola o la tua religione?» chiesi, appoggiando i gomiti sul tavolo.

«Seconda regola,» continuò lei, imperterrita, piazzando un post-it rosso su un'incongruenza della testimonianza, «niente battute inutili.»

«Quindi questa conversazione è già illegittima.»

Lei mi ignorò. Piantò la penna sul tavolo, sollevò il mento e mi trafisse con quegli occhi castani. Sotto il tessuto della camicia, il suo petto si alzò per un respiro profondo. L'ombra del pizzo nero che avevo visto il giorno prima mi lampeggiò nel cervello, bruciandomi i pensieri. Il ricordo del suo décolleté delicato, ma insospettabilmente pieno, mi strinse la gola.

«Terza regola,» disse, la voce fredda come marmo. «Quello che è successo ieri non esiste durante il lavoro.»

Incontrai il suo sguardo. Cercai una crepa, un cedimento, un po' di quell'umanità imperfetta che l'aveva resa così sfacciatamente eccitante nell'auletta. Niente. «Anna, per quello…» iniziai, sporgendomi verso di lei, provando a usare un tono sincero.

«Non mi interessano le scuse,» mi interruppe, glaciale, la corporatura snella tesa in una linea difensiva invalicabile. «Mi interessa che tu legga il fascicolo.»

La logistica del processo simulato ci costrinse a un summit inter-squadre ai tavolini del bar della facoltà. Val e Vittoria erano sedute da un lato, io e la Perfettina dall'altro. Una linea del fronte tracciata a colpi di caffè macchiato.

«Allora, l'accusa e la difesa non possono preparare il caso nello stesso fottuto soggiorno senza spiarsi gli appunti,» decretò Vittoria, appoggiandosi allo schienale con quell'aria da padrona del mondo. Aveva le gambe accavallate e un sorriso diabolico sulle labbra. «Io e Val ci trasferiamo da lei per qualche giorno.»

Mi strozzai con il caffè. «Scusa?»

«Dobbiamo preparare l’accusa,» continuò Vittoria, lisciandosi una ciocca bionda con naturalezza assassina. «E tu e la Perfettina dovete preparare la difesa senza contaminarci con la vostra tristezza.»

Anna si irrigidì sulla sedia. «Perfettina è presente.»

«Lo so,» rispose Vittoria, guardandola negli occhi. «Era per farle capire subito il tono della casa.» Prese una pausa teatrale, godendosi il momento. «Anna può prendere la mia stanza.»

Il silenzio cadde sul tavolino come un macigno. Fissai Vittoria come se avesse appena proposto un'invasione militare. Io e Anna. Da soli. Nel mio appartamento. Nel mio caos fatto di piatti da lavare e magliette sparse.

«No.» La risposta di Anna fu istantanea. Tagliente. «Non dormirò nella stanza della tua coinquilina.»

«Tecnicamente è una stanza,» fece notare Vittoria, implacabile.

«Tecnicamente è una scena del crimine.»

Vittoria ignorò l'insulto e sciorinò il suo piano con una logica inattaccabile. «Anna, tu abiti fuori città e i treni di notte sono un miraggio. La biblioteca chiude alle otto. Il fascicolo è di seicento pagine e dovrete lavorarci di notte. Val ha una stanza degli ospiti per me. Il nostro appartamento diventa il vostro bunker difensivo. Semplice.»

Guardai Val, sperando in un intervento diplomatico. Ma Val, che sotto quell'aria solare e goffa nascondeva una mente brillante e un'etica del lavoro impeccabile, annuì con convinzione. «In effetti è comodo,» disse, sorridendomi. «Noi prepariamo l’accusa da me. Voi la difesa da voi. È l'unica soluzione per non rubarci le idee a vicenda.»

Ero in trappola. Guardai Anna, che stava processando le informazioni. Odiava l'idea. Odiava me. Ma, più di tutto, Anna odiava perdere. E Vittoria le aveva appena offerto l'efficienza logistica perfetta.

L'ovale del suo viso si indurì. Le labbra piene si strinsero in una linea sottile. «Accetto per ragioni esclusivamente logistiche.»

Appoggiai la schiena alla sedia, rassegnato. La ragazza che volevo si stava trasferendo fuori casa mia. Quella che mi irritava e mi bloccava il respiro ci stava entrando. «Certo,» mormorai, guardandola negli occhi. «Anche io sono nato per ragioni esclusivamente logistiche.»

Anna sostenne il mio sguardo, un sopracciglio perfettamente definito che si alzava appena. «Questo spiegherebbe molto.»

La stanza di Vittoria sembrava reduce da una perquisizione della Guardia di Finanza condotta da agenti molto nervosi.

Era sera, e la mia coinquilina stava preparando un borsone per trasferirsi da Val. Il suo concetto di "fare i bagagli" consisteva nel lanciare tessuti a caso verso un contenitore aperto, sperando che la gravità facesse il resto.

Incrociai le braccia, appoggiato allo stipite della porta, mentre lei cercava di chiudere la cerniera di un borsone sportivo sedendocisi sopra. «Dimentichi il caricabatterie,» le feci notare. «Ne ruberò uno a Val. È così buona che probabilmente mi ringrazierà per averle permesso di essermi utile.»

In quel preciso istante, il campanello suonò. L'aria nel corridoio sembrò improvvisamente più fredda, come se il termostato avesse percepito l'arrivo dell'inverno demografico. Andai ad aprire.

Anna era sulla soglia. Indossava un trench scuro dal taglio perfetto e teneva in mano un piccolo trolley rigido, di quelli che si usano per i viaggi di lavoro in cui si licenzia la gente. Aveva un fascino pulito, elegante e un po' sfuggente, con i capelli castano scuro perfettamente lisci e ordinati dietro le orecchie. Mi guardò come si guarda un modulo compilato male. «Buonasera.»

«Benvenuta nel caos,» dissi, spostandomi per farla entrare.

La guidai verso la stanza di Vittoria. Anna si fermò sulla soglia, i suoi occhi castani, grandi e luminosi, che scannerizzavano l'ambiente con uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. Si posarono su un reggiseno di pizzo rosso che Vittoria aveva abbandonato sullo schienale della sedia, poi su una pila di appunti di Diritto Privato usati come sottobicchiere. L'espressione di Anna fu di puro, totale orrore amministrativo.

Vittoria, che si stava infilando la giacca, le sorrise con una naturalezza disarmante. «Scusa per il disordine. Vuoi che tolga altro?»

Anna strinse il manico del trolley. «Vorrei che rimuovessi il concetto stesso di caos dalla stanza.»

«Quello paga metà dell'affitto,» ribatté Vittoria, indicandomi con il pollice. Poi afferrò il suo borsone. «Comunque, il letto ha le lenzuola pulite. La scrivania l'ho sgombrata, più o meno. Cerca di non sterilizzare i miei poster.»

Anna non rispose. Entrò nella stanza con passi misurati. Posò la valigia sul letto con una cura maniacale. La vidi aprire la cerniera e tirare fuori un laptop, due fascicoli perfettamente rilegati, un beauty case rigido e un pigiama piegato in un quadrato che sfidava le leggi della geometria euclidea.

Io e Vittoria ci scambiammo un'occhiata. La stanza aveva già cambiato temperatura. Vittoria si caricò la borsa in spalla e mi venne incontro nel corridoio. Si fermò a un millimetro da me, abbassando la voce. «Mi raccomando,» mormorò, con un ghigno che non prometteva nulla di buono. «Non fare niente che io non possa usare contro di te dopo.»

«Mi stai lasciando da solo con una donna che mi odia in camera tua.»

«Lo so. È il mio personale contributo al diritto processuale. Sopravvivi.» Mi diede una pacca sulla spalla, aprì la porta di casa e se ne andò.

Il clic della serratura rimbombò nel corridoio. Silenzio. Ero da solo in casa con Anna. Il mio bunker, il mio rifugio fatto di pigrizia, consegne a domicilio e sessioni di studio rimandate all'infinito, era appena stato invaso dal generale supremo dell'ansia da prestazione.

Passai l'ora successiva in salotto, fissando lo schermo del mio telefono senza vederlo davvero. Le mie mani tamburellavano sul tavolo della cucina. Dalla stanza di Vittoria non proveniva un solo rumore. Niente musica, niente sospiri. Solo, ogni tanto, il fruscio secco e letale di un evidenziatore sulla carta. Non lo sopportavo. La nostra totale incompatibilità era una vibrazione fisica nell'aria. Lei era il metodo, io la scorciatoia. Lei era il piano, io l'incidente.

Verso le undici, la quiete domestica mi convinse che la Perfettina fosse andata a dormire, o che stesse scaricando gli aggiornamenti di sistema. Mi alzai, mi stiracchiai e mi diressi in bagno per lavarmi i denti prima di crollare sul divano. Aprii la porta senza pensare, spingendo la maniglia con la solita inerzia distratta.

Il bagno era invaso da una leggera nuvola di vapore e dal profumo di un bagnoschiuma che non era il mio. Mi bloccai sulla soglia.

Anna era lì. In piedi, davanti allo specchio sopra il lavandino. Non era nuda, ma la botta di adrenalina che mi colpì i polmoni fu talmente violenta che avrei preferito lo fosse. Sarebbe stato più facile da gestire.

Aveva perso la sua armatura. Niente giacca scura. Niente camicia abbottonata fino alla gola. Niente codice. Indossava solo una maglietta morbida, chiara e leggermente scollata, abbinata a un paio di pantaloncini di cotone leggeri che le lasciavano scoperte le gambe snelle e le caviglie. Il tessuto sottile della maglia seguiva la linea del busto, assecondando un décolleté che, privo delle costrizioni sartoriali, risultava disarmante nella sua eleganza femminile e naturale. Le lasciava scoperte le spalle strette, rivelando le clavicole delicate e la pelle nuda.

Ma fu il suo viso a incastrarmi. Si era tolta il trucco. Il suo ovale perfetto era nudo, la pelle chiara arrossata dal calore dell'acqua, facendola apparire infinitamente più calda, più umana, più vera. I capelli, che solitamente teneva in ordini geometrici, ora erano bagnati, scuri e mossi. Le scivolavano lungo il collo in ciocche pesanti e leggermente selvagge. Aveva un asciugamano tra le mani sottili e stava strizzando le punte dei capelli, inclinando la testa di lato e scoprendo la linea vulnerabile della gola.

Fisicamente era asciutta, proporzionata, ma di una femminilità che non aveva bisogno di gridare per farsi notare. Era una sensualità raffinata, privata, che mi ammutolì all'istante.

Rimasi lì, paralizzato come un ladro colto sul fatto. Ma Anna non sussultò. Non si coprì il petto con un gesto disperato. Non lanciò un urlo. Si fermò, le mani ancora nell'asciugamano, e mi guardò attraverso lo specchio.

I suoi occhi castani incrociarono i miei nel riflesso. L'espressione era di una tranquillità glaciale, quasi innaturale. «A quanto pare, bussare resta un concetto puramente sperimentale in questa casa.» La sua voce era bassa, priva dell'eco acida delle aule universitarie, ma altrettanto affilata.

«Io... pensavo fosse libero,» balbettai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie.

«Pensavo fosse libero,» ripeté lei, lentamente, come se stesse leggendo un capo d'accusa. «È una frase che usi spesso prima di violare uno spazio privato, o è riservata solo ai coinquilini che non sopporti?»

Feci per fare un passo indietro, afferrando la maniglia per ritirarmi nella mia tana. «Scusa, io esco—»

«No.» La parola mi inchiodò al pavimento. Non era un invito. Era un ordine. Anna lasciò cadere l'asciugamano sul bordo del lavandino. Non si voltò verso di me. Continuò a guardarmi attraverso lo specchio, costringendomi a sostenere il mio stesso sguardo colpevole accanto al suo.

Il suo non era un gioco di seduzione. Non stava cercando di provocarmi, e questa consapevolezza rendeva la scena diecimila volte più erotica. Era lei la padrona della stanza. Io ero solo un intruso goffo e disorganizzato. «Resta un secondo,» mormorò, le labbra carnose e piene che si muovevano nel riflesso, mantenendo una serietà inquietante.

«Perché?» chiesi, la gola secca.

«Perché voglio capire,» disse, abbassando le mani sul bordo di ceramica del lavandino, «se riesci a stare in una stanza con me senza trasformarti in un incidente.»

Inspirai a fondo. L'aria sapeva di shampoo e di pelle bagnata. Il contrasto tra la sua figura domestica, quasi fragile, e il controllo assoluto che stava esercitando su di me era devastante. Capii in quel momento che toglierle il tailleur non l'aveva resa più vulnerabile; l'aveva resa infinitamente più pericolosa. In casa mia, lei dettava le regole di cosa potevo vedere e cosa no.

Non seppi cosa rispondere. Non c'era nessuna battuta cinica, nessuna frase a effetto pronta a salvarmi. Aveva smontato la mia ironia semplicemente stando ferma a fissarmi da un pezzo di vetro.

Anna si staccò dal lavandino. Si voltò lentamente verso di me e si avvicinò alla porta. Io ero bloccato sulla soglia. Dovette passarmi accanto per uscire. Lo spazio era stretto. Non si ritrasse. Scivolò vicino a me, la spalla nuda che sfiorò per una frazione di secondo il cotone della mia maglietta. Sentii il calore innaturale del suo corpo dopo la doccia, il profumo denso della sua pelle umida. Fu un contatto minimo, microscopico, ma mi scatenò una fitta al basso ventre così acuta da farmi serrare i denti.

Si fermò appena oltre la soglia, dandomi le spalle. «La prossima volta che entri,» disse, senza voltarsi, la voce ferma e quieta, «assicurati di volerlo davvero.»

Poi si incamminò lungo il corridoio, scomparendo nella stanza di Vittoria e chiudendosi la porta alle spalle con un clicsecco.

Rimasi solo, in piedi in mezzo al bagno. Mi guardai nello specchio, lì dove un attimo prima c'erano i suoi occhi castani a giudicarmi. Respirai il vapore che aveva lasciato dietro di sé. Fissai la mia faccia da idiota e capii che la Perfettina aveva ragione. Il mio problema non era il disordine. Non era ciò che mi capitava intorno. Il mio vero, fottuto problema, era che io fingevo sempre che mi capitasse per caso, per non avere il coraggio di ammettere cosa volevo. E in quel momento, con la sua assenza che bruciava nell'aria del mio bagno, quello che volevo era fottutamente spaventoso.

Poco dopo.

Il tavolo della cucina era stato colonizzato. Non c’era più spazio per il caffè, né per la mia vita, solo per il fascicolo. Anna aveva creato una tabella di marcia che copriva l’intero piano d’appoggio, una griglia di scadenze, prove incrociate e riferimenti normativi che mi faceva sentire non solo impreparato, ma moralmente inadeguato.

Ero seduto di fronte a lei, cercando di far finta che il ricordo del pizzo nero non mi stesse distraendo come un allarme antincendio. Anna, dal canto suo, non dava segno di ricordarsi nemmeno del bagno. Era tornata a essere il generale. I capelli erano raccolti in una coda bassa che le scopriva il collo sottile, un dettaglio che, nel riflesso della finestra, mi costringeva a serrare la mascella.

«Hai letto la testimonianza della collega della vittima?» esordì, senza alzare lo sguardo dal foglio. «Sì,» risposi, cercando di concentrarmi sui fatti. «Allora dimmi cosa c’è che non torna.»

Mi sforzai di seguire il filo, la mente che correva veloce, un talento naturale che usavo come scusa per non dover mai sudare davvero sui libri. «L’orario,» dissi, indicando con la punta della penna il documento. «Quello della cancellazione. Se ha eliminato la chat dopo aver avuto conferma della selezione, com’è possibile che nella registrazione audio, che è di mezz'ora prima, lei sembri già al corrente del danno reputazionale subito? È un controsenso temporale. O lei è una veggente, o qualcuno ha manipolato la sequenza degli eventi.»

Anna si bloccò. Il ticchettio frenetico della penna contro il tavolo cessò all'improvviso. Sollevò gli occhi, grandi, luminosi e incredibilmente castani, fissandomi con una concentrazione che mi fece quasi dimenticare come si respira. «Hai ragione,» ammise, con una nota di riluttanza che la rendeva ancora più irritante. «È un'incongruenza logica che non avevo ancora isolato.»

«Sembri delusa,» la presi in giro, con un mezzo sorriso cinico. «Ti aspettavi che la tua tabella Excel avesse già previsto tutto?»

«Sono disturbata dal metodo con cui ci sei arrivato,» ribatté, chiudendo il fascicolo con una forza eccessiva. «Tu non leggi le prove, tu cerchi la falla nel sistema. È un modo pigro di fare le cose. È irritante.»

«Si chiama intuito, Anna. Potresti provare a usarlo al posto di passare la serata a ricalibrare i bordi dei tuoi fogli.»

Lei mi fulminò. Si sporse in avanti, il busto che si tendeva sotto la camicia di seta bianca, rivelando la linea delicata del décolleté in un modo che mi fece scordare la logica del processo. «Il mio ordine è quello che ci farà vincere. La tua improvvisazione ci farà solo perdere tempo.»

Il mio telefono, appoggiato sul bordo del tavolo, vibrò con insistenza. Un vocale di Val. Lo aprii, sapendo che Anna mi stava osservando come se avessi appena estratto un coltello.

La voce di Val riempì la cucina, limpida, allegra, una ventata di ossigeno puro. «Noi accusa abbiamo già una teoria di ferro, caro avvocato. Preparati, meteorite. Ti faremo a pezzi.» E, in sottofondo, la voce di Vittoria che si intrometteva ridendo: «Digli che la sua difesa farà schifo!»

Val scoppiò a ridere. Quella risata mi arrivò dritta allo stomaco. Era complicità. Era calore. Era la prova che, da qualche parte in questa città di merda, esisteva ancora un posto dove potevo sentirmi a casa senza dover superare un esame di ammissione ogni volta.

Anna mi fissava con un'espressione neutra, ma i suoi occhi castani sembravano aver perso quella calma distaccata per caricarsi di qualcosa di più denso. «È per lei che ti sei iscritto, vero?»

«Non sono affari tuoi,» risposi, chiudendo il vocale più bruscamente del necessario.

«Lo sono eccome,» replicò lei, con una freddezza che tagliava come il ghiaccio. «Perché devo lavorare con qualcuno che guarda l’accusa — e quindi il mio fallimento — come se fosse la sua assoluzione personale. Non sei qui per il processo. Sei qui per fare lo spettatore in una vita che non ti appartiene.»

La sua voce era bassa, ma il tono era un'accusa diretta alla mia pigrizia, al mio continuo scivolare tra le dita delle persone senza mai fermarmi. Mi irrigidii. «Non sai niente di me,» dissi, la tensione tra noi che diventava palpabile, densa, quasi erotica nel suo scontro frontale.

«So che hai talento da buttare,» concluse, voltandosi di nuovo verso le sue carte con quella sua aria di superiorità che mi faceva venire voglia di scuoterla e di baciarla allo stesso tempo. «Ora, vedi di concentrarti sul caso. Non posso permettere che la mia reputazione venga trascinata nel fango dalla tua incapacità di scegliere cosa vuoi essere.»

Ero in trappola. Anna era l'attrito che non potevo evitare, e ogni volta che mi guardava, sentivo il bisogno bruciante di dimostrarle che si sbagliava, o forse di farle perdere quel controllo che la rendeva così inavvicinabile.

La stanza di Vittoria, trasformata in un bunker per la difesa, aveva un’atmosfera densa, quasi elettrica. I poster di viaggi, i vestiti lasciati in giro e l’aria sbarazzina di Vittoria erano stati soffocati da una rigorosa disciplina accademica. I fascicoli formavano una sorta di trincea sul letto matrimoniale, un confine fisico tra me e Anna.

Lei era seduta sul bordo, perfettamente composta, le gambe accavallate con un rigore che mi irritava e mi ipnotizzava allo stesso tempo. La camicia morbida che aveva rubato al caos della stanza le cadeva sulle spalle, lasciando scoperto un tratto di collo pallido e le clavicole delicate. I capelli, sciolti ma disciplinati, le ricadevano con una precisione studiata che strideva col disordine circostante.

«Devi imparare a rispondere senza fare teatro,» esordì, la voce priva di qualsiasi inflessione. «Sono nato per fare teatro, Anna. È nel mio DNA,» replicai, cercando di alleggerire il peso di quella vicinanza. «Si vede. È per questo che perdi credibilità ogni volta che apri bocca.»

Anna ignorò la mia replica, allungando una mano sottile per scorrere i fogli sparsi sul materasso. Le sue dita, affusolate e agili, sfiorarono il bordo di un documento, un gesto che mi costrinse a deglutire. «Nome,» disse, senza guardarmi, il tono che scivolava nel ruolo di chi conduceva l'interrogatorio. «Mi sembra un dato già acquisito dalla cronaca, visto che mi hai appena insultato,» risposi. «Nome.» «Alessandro.» «Bene. Proviamo a non perdere subito la causa.»

Iniziò l'interrogatorio. Le domande erano precise, lame che tagliavano dritto al nocciolo della questione. Quando ha ricevuto le chat? Chi aveva accesso? Perché l'orario di cancellazione era illogico? Ogni volta che provavo a virare verso una risposta brillante o sarcastica, lei mi bloccava. «Non sedurre la domanda,» mi intimò, avvicinandosi appena, il respiro che si faceva più nitido. «Rispondi.»

Non eravamo più all'università. Eravamo in una bolla calda, illuminata solo dalla lampada sul comodino che proiettava ombre lunghe e morbide sui nostri volti. Anna non si spogliava, ma la sua vicinanza era una pressione costante. Ogni volta che si muoveva, il tessuto della camicia scivolava sulla sua pelle, rivelando ombre di un seno sodo, sorretto dal pizzo nero che avevo intravisto il giorno prima, e la linea curva di una schiena dritta e imperiosa.

«Quando sei entrato nell'auletta, cosa cercavi?» mi chiese, la voce che si era fatta più lenta, bassa, quasi un sussurro che mi graffiava i timpani. «Il caricabatterie.» «Risposta completa.» «Il mio caricabatterie,» dissi, fissandola negli occhi. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, sembravano inchiodarmi al materasso. «E cosa hai trovato?» Il tono era cambiato. Non era più solo lavoro. Era una sfida. «Anna…» «Rispondi alla domanda.»

Provai a giocare l'ultima carta dell'ironia. «Tecnicamente ho trovato una situazione processualmente delicata.» Anna non sorrise. Si sporse ancora, finché il suo ginocchio nudo non sfiorò la mia coscia. Fu un contatto elettrico, fulmineo. La sua mano si abbatté sul fascicolo tra noi, bloccandolo, le dita che stringevano la carta come se volessero strapparla. Il profumo di shampoo pulito che le arrivava dai capelli bagnati avvolse tutto. «Tecnicamente stai evitando la risposta,» disse, il viso a pochi centimetri dal mio. «Tu non sei pericoloso perché desideri, Alessandro.» Sentii il respiro mancarmi. «Ah no?» «No. Sei pericoloso perché fingi che il desiderio ti sia caduto addosso. Come se fossi una vittima degli eventi.»

Il cinismo mi abbandonò. Per la prima volta, non avevo una risposta pronta. La guardai, vedendo oltre il controllo, oltre la camicia ordinata, oltre l'armatura. «E tu?» chiesi, con una verità che non sapevo di avere. «Tu controlli tutto perché non desideri, o perché hai paura di farlo male?»

Il silenzio che seguì fu assordante. Anna si immobilizzò. La sua mano sul fascicolo ebbe un tremito impercettibile, la mascella si contrasse per una frazione di secondo. Per quel battito di ciglia, il generale era sparito. C'era solo una donna che sentiva il peso delle proprie barriere. Poi, si riprese. Con una fluidità quasi spaventosa, tornò a essere di ghiaccio. Si avvicinò al mio viso, fino a sfiorarmi l'orecchio. «Non confondere una domanda buona con una vittoria,» mormorò.

Si alzò dal letto, raccolse i fascicoli e mi indicò la porta con un cenno minimo. Non era una richiesta. Uscii senza trovare una battuta abbastanza decente da salvarmi. Un secondo dopo, Anna chiuse la porta della stanza di Vittoria alle mie spalle.

La casa era immersa in un silenzio irreale. Il mio telefono vibrò sul tavolo della cucina. Val: “Come va la difesa?”Accanto, un messaggio di Vittoria: “Non hai ancora rovinato tutto, vero?”

Guardai la porta chiusa di Anna, poi il nome di Val sul display. Non risposi subito. Scrivendo a Vittoria un semplice “Sto lavorando”, mi resi conto di una verità che mi bruciava le dita. Anna non era entrata in casa mia solo per occupare una stanza. Era entrata per trasformare ogni mia scusa, ogni mio comodo alibi di "ragazzo a cui le cose capitano", in una domanda a cui, prima o poi, avrei dovuto rispondere con la verità.

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