Capitolo 1 - Camicie sbottonate, pizzo nero e una fottuta erezione per la stronza perfetta
Tra aule affollate e battute ciniche per sopravvivere a Giurisprudenza, un imprevisto accidentale dietro una porta socchiusa fa crollare ogni certezza. Scoprire cosa si nasconde sotto l'armatura della perfezione accenderà il desiderio più sbagliato e fastidioso di tutti.
La mia sveglia aveva suonato alle sette e mezza. Poi alle sette e quarantacinque. Poi alle otto. Poi, secondo il telefono, alle otto e dieci, alle otto e venti e alle otto e venticinque, con una perseveranza che avrei apprezzato molto di più se non fosse stata diretta contro di me.
Naturalmente io avevo fatto l’unica cosa sensata: l’avevo ignorata con la fermezza morale di un uomo che, davanti alle responsabilità, sceglie sempre la morte apparente.
Quando aprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu il soffitto. La seconda fu una maglietta appesa alla lampada. La terza fu il mio Codice Civile aperto sul pavimento, piegato male, con una pagina schiacciata sotto una scarpa. Sembrava un animale investito. Una vittima innocente del mio percorso accademico.
Allungai una mano verso il comodino. Niente. Tastai tra scontrini, una penna senza tappo e quello che sperai sinceramente fosse un calzino pulito. Mi girai dall’altra parte e lo vidi per terra, accanto al letto, con lo schermo nero. Scarico. Perfetto. Non ero solo in ritardo. Ero in ritardo senza nemmeno la dignità di sapere quanto.
Mi tirai su a sedere con la grazia di un cadavere che ci ha ripensato. La stanza era un ecosistema autonomo: vestiti sulla sedia, tazzina del caffè di due giorni prima, un evidenziatore giallo nel letto e una camicia appallottolata sul termosifone spento. Giurisprudenza, mi dicevano, ti forma. A me, per il momento, aveva formato una discarica.
Poi sentii la voce di Vittoria dalla cucina. «Se sei morto, posso vendere la tua stanza a uno studente Erasmus?»
Chiusi gli occhi. Casa. La mia vera sveglia non era il telefono. Era Vittoria che mi augurava il decesso con affetto contrattuale. «Dipende dall’Erasmus» gracchiai, alzandomi. «Se è francese, no.» «Non fare il razzista prima del caffè. È inelegante.» «Io sono inelegante sempre. Coerentemente.» «Hai lezione alle nove.»
Mi bloccai con una gamba dentro i jeans e l’altra ancora fuori dalla realtà. «Che ore sono?» Dalla cucina arrivò una pausa. Una di quelle pause che Vittoria usava quando voleva farmi sentire non solo in colpa, ma storicamente inadeguato. «Le nove e ventisette.» Rimasi immobile. «Quindi sono ancora in tempo.» «Per cosa, per deludere tuo padre? Sì, comodissimo.»
Mi infilai i jeans saltellando su un piede, urtai la sedia, la sedia urtò la scrivania e un libro atterrò con un tonfo tragico, come se anche lui avesse rinunciato a capirmi. Uscii dalla stanza ancora scalzo, con la maglietta infilata al contrario e un calzino in mano.
Vittoria era in cucina. Appoggiata al bancone con una tazza di caffè tra le dita e l’espressione di chi aveva già letto la sentenza e non aveva intenzione di concedere attenuanti. La nostra cucina era un campo di battaglia con un frigorifero, ma in mezzo a quel casino, lei riusciva a sembrare sempre fuori posto nel modo giusto. Aveva un fascino luminoso, un'estetica estiva e sofisticata che sembrava non abbandonarla mai.
Indossava una canotta chiara che le cadeva addosso scivolando morbida sul seno e un paio di pantaloni da tuta grigi, bassi sui fianchi. Era scalza. I capelli, lunghi e di un biondo miele con la radice appena più scura, le scendevano sulle spalle in ciocche lisce e un po' spettinate, in quel modo naturale e molto beachy che accentuava il contrasto tra il viso delicato e il corpo morbido. Vittoria aveva questa cosa irritante: il viso era pulito dal sonno, con lineamenti regolari, la pelle dorata dal sole e labbra piene, ma gli occhi chiari erano svegli, calmi, freddi e molto magnetici. Ti guardava con quell'aria consapevole, leggermente altezzosa ed elegante, come una persona abituata a farsi osservare.
Il problema era proprio quello. Vittoria era sensuale per distrazione. Nel modo in cui si appoggiava al bancone, il tessuto seguiva il busto valorizzando un décolleté naturale, morbido e presente, senza risultare mai volgare. Nel taglio della vita abbastanza stretta, nella pancia piatta che compariva appena, nella linea armoniosa e femminile dei fianchi sotto la tuta aderente. Fisicamente era slanciata, proporzionata, e portava addosso una sicurezza che rendeva l'aria della cucina improvvisamente molto più densa.
Io la conoscevo da troppo tempo. Feci la cosa più sana: guardai la moka. «Hai la maglietta al contrario» disse lei. «È una scelta stilistica.» «È una richiesta d’aiuto.» «Tu non capisci la moda.» «Tu non capisci le sveglie.»
Allungai la mano verso il caffè. Lei mi colpì le dita con un cucchiaino. «Ahia.» «Quello è il mio caffè.» «Viviamo insieme. I beni sono comuni.» «Il caffè è un diritto fondamentale della persona. E tu non sei una persona prima delle dieci.» «Tecnicamente nemmeno tu. Sei più una sentenza con le tette.»
Silenzio. Capii di aver sbagliato formulazione prima ancora che il mio cervello finisse di depositarla agli atti. Vittoria bevve un sorso. Troppa calma. «Ripeti.» «Dicevo… sei una sentenza… con un’ottima motivazione.»
Mi fissò un secondo, poi scoppiò a ridere piano. Quando Vittoria rideva, la sua eleganza fredda si sporcava di qualcosa di più vivo, più nostro. «Sei un cretino» disse. «Ma con margini di miglioramento.» «No. Con precedenti specifici.»
Versai il mio caffè. La guardai mentre si muoveva verso il frigorifero. C’erano cose di Vittoria che avevo visto mille volte, eppure la quotidianità, quando insiste abbastanza, smette di essere innocente. Non potevo mentire dicendo che mi sorprendeva, ma un corpo che conosci troppo bene, che ti si muove intorno scalzo, con la pelle dorata scoperta sulle spalle, a un certo punto diventa più pericoloso di uno sconosciuto.
«Sbrigati» mi disse, intercettando il mio sguardo senza scomporsi, consapevole di ogni millimetro del suo corpo. «Se Nardi ti boccia per assenteismo, non ti consolerò.» «E se vedo Val?» azzardai, sorridendo mentre recuperavo lo zaino. «Se vedi Val, cerca di non sbavare. Emotivamente produci umidità.» «Non sono cotto di lei. Sono… interessato.» «Interessato è quando leggi la trama di un film. Tu quando Val ride sembri un cane che ha sentito aprire il frigo.»
Risi, infilando il Codice Civile sotto il braccio, presi il caricabatterie portatile e uscii, sbattendomi la porta alle spalle.
Mentre scendevo le scale a due a due, collegai il telefono al power bank. L'aria del mattino mi colpì in faccia. Val. Volevo pensare a lei. Val era luminosa, goffa, passionale, una che sapeva fare battute e sdrammatizzare, capace di farti ridere e farti sentire capito. Con Val respiravo.
Il telefono si accese vibrando. Sperai in un suo messaggio. Una stupidaggine qualunque per iniziare la giornata. Invece, in cima allo schermo c'era una notifica dal gruppo del corso: Processo Simulato. Ultimo messaggio inviato da Anna.
La Perfettina. Il mio incubo personale. Ordinata, metodica, tagliente, sempre pronta a ricordarmi che essere brillante non significava valere qualcosa. Odiavo i suoi post-it e la sua ambizione.
Stavo per far scorrere via la notifica, ma il pollice, in un impeto di stupidità motoria, cliccò sulla sua icona del profilo. L'immagine si aprì a tutto schermo. Mi bloccai in mezzo al marciapiede, mentre la gente mi sfrecciava accanto per andare a lezione.
Anna aveva cambiato foto.
Non era la solita immagine da curriculum emotivo: capelli sciolti, sole sul viso, camicia bianca, uno sguardo stranamente quieto. Bella, purtroppo. Di quella bellezza ordinata che ti fa venire voglia di discutere solo per rovinarle la simmetria.
Bloccai il telefono.
No. Anna no.
Io dovevo pensare a Val.
Ripresi a camminare e venni immediatamente investito dal caos asfissiante e meraviglioso della città. L'aria era ancora fredda, ma i vicoli erano già un groviglio pulsante di vita e nevrosi.
Iniziai a camminare a passo spedito sui sanpietrini, schivando uno scooter che aveva deciso che il senso unico fosse solo un consiglio accademico. La città storica era così: un capolavoro architettonico secolare progettato specificamente per complicare la vita a chiunque avesse un orologio. Superai un bar da cui usciva un profumo denso di caffè tostato e cornetti caldi, feci lo slalom tra tre studenti fuorisede piegati sotto il peso di borse cariche di appunti e, all'angolo con la piazza, dovetti frenare bruscamente per non travolgere una comitiva di turisti tedeschi. Si erano fermati in blocco, col naso per aria, a fotografare un cornicione pericolante esattamente nell'unico punto in cui io avrei dovuto tagliare la strada.
Sospirai, superandoli con un mezzo salto sul marciapiede sbreccato. Giurisprudenza ti promette di insegnarti a distinguere la verità dalle bugie. Poi ti ritrovi alle nove e mezza a correre con un cornetto in bocca, uno zaino che pesa come una sentenza di Cassazione e la certezza giuridica di essere un coglione.
Eppure, mentre alzavo gli occhi verso i portici antichi e le finestre altissime dei palazzi storici, dovetti ammetterlo a me stesso: non avrei voluto essere da nessun'altra parte. Potevo fare il cinico quanto volevo, ma amavo questa facoltà. La prendevo in giro, la detestavo nelle mattine come questa, ma solo perché in fondo speravo di esserne all'altezza. O forse perché avevo il terrore di scoprire che, anche impegnandomi, sarei rimasto esattamente dov'ero: a metà strada tra il talento e il disastro.
Arrivai davanti al portone massiccio del dipartimento con il fiato corto. Tirai la maniglia pesante ed entrai nel corridoio monumentale. Le lezioni erano già iniziate da un pezzo; il ronzio ovattato dei professori filtrava dalle porte chiuse.
Mi fermai davanti all'Aula Tre. Presi un respiro, abbassai la maniglia e spinsi.
Ovviamente, il cardine scelse quel preciso istante per emettere un gemito metallico degno di una nave che affonda. L'eco rimbalzò per tutta l'aula a gradoni. Trecento teste si voltarono all'unisono verso di me.
Il professor Nardi, in piedi dietro la cattedra, interruppe la spiegazione a metà di una frase sul dolo eventuale. Abbassò gli occhiali sulla punta del naso e mi fissò con la calma assassina di un uomo che ha visto passare decine di generazioni di studenti inutili, e aveva già deciso che io ero il presidente del loro fan club.
«Prego, si accomodi. Stavamo proprio aspettando che il diritto si adeguasse ai suoi ritmi biologici», mormorò al microfono.
Ero il ritratto dell'inadeguatezza: i capelli spettinati dalla corsa, il respiro affannoso, il giubbotto mezzo aperto. Mormorai delle scuse che suonarono come un rantolo, mi infilai nella prima fila laterale libera, pestai la scarpa firmata a un tizio in camicia azzurra e, nel tentativo di sedermi, feci cadere il Codice Civile sul banco di legno con un tonfo che suonò come una martellata. Altri sospiri di insofferenza si levarono intorno a me.
Mi passai una mano sulla faccia, pronto a sprofondare. Ma poi, prima ancora di aprire lo zaino, alzai lo sguardo.
E vidi Val.
Era seduta due file più avanti e leggermente spostata verso il centro. Stava ridendo. Aveva appena fatto cadere una penna e, nel tentativo di riprenderla al volo, aveva quasi rovesciato l'astuccio della ragazza accanto a lei. Aveva una faccia così deliziosamente colpevole e buffa che mi bloccò il respiro in gola.
Val era esattamente questo: familiarità pura. Quando la guardavi, non vedevi una principessa di ghiaccio irraggiungibile; vedevi una ragazza viva. E, maledizione, quanto era bella.
Possedeva un fascino che potevi definire solo come "bionda elegante ma provocante". Anche di prima mattina, incastrata tra i banchi di un'aula universitaria, aveva un aspetto curato, luminoso, capace di monopolizzare il campo visivo con un magnetismo assoluto. Il suo viso era ovale, di un'armonia perfetta, con lineamenti morbidi ma netti: gli zigomi delicati, il naso sottile, e quelle labbra carnose, ben disegnate, che teneva sempre increspate in un'espressione appena accennata, quasi fosse sempre consapevole dell'effetto che faceva su chiunque la guardasse.
Mentre si raddrizzava sulla sedia, incrociò il mio sguardo. I suoi occhi chiari, freddi e penetranti, si accesero per un istante. Avevano quell'ombra un po' altezzosa, capace di darle un'aria raffinata e distante, ma con me c'era sempre una sfumatura diversa. Mi sorrise, un sorriso vero e complice.
I capelli lunghi, di quel biondo miele intenso con la radice più scura, le scendevano in modo naturale e voluminoso sulle spalle e sul petto. La incorniciavano rendendola incredibilmente femminile, con un'aria estiva ed elegante che non si poteva insegnare.
Mi appoggiai allo schienale, dimenticandomi di colpo Nardi, l'imbarazzo e la tachicardia. Fisicamente, Val era slanciata, proporzionata, con una figura morbida ma per nulla appesantita. Si sfilò la sciarpa leggera, scoprendo le spalle delicate, il collo lungo e le clavicole visibili sotto la luce bianca dei neon dell'aula. Indossava un top bianco aderente, molto semplice, che le segnava la vita stretta e valorizzava in modo prepotente il busto pieno.
Era impossibile non notare la sua sensualità, ma non c'era mai niente di volgare o aggressivo in lei. Il suo décolleté era rotondo, morbido ed evidente, ma sempre inserito in una figura così curata ed elegante che i dettagli sembravano fatti apposta per attirare l'occhio senza mai gridare per avere attenzione. Era una bellezza pulita. Il bianco del top le addolciva i lineamenti, facendo risaltare la pelle chiara in un contrasto meraviglioso con i capelli dorati sciolti su una spalla.
Mi accorsi che stavo fissando la linea del suo respiro sotto la stoffa tesa, il modo in cui il tessuto assecondava le sue curve con una sicurezza tranquilla e sfacciata.
Respira, mi dissi. Con Val era così: mi faceva l'effetto di una casa piena di finestre spalancate. Una casa luminosa, che ti accoglie e ti fa sentire al sicuro, lontanissima dalle pareti domestiche e cariche di verità taglienti che condividevo con Vittoria.
Val si voltò di nuovo verso la cattedra, sistemandosi una ciocca dietro l'orecchio. Rideva come se la vita, ogni tanto, potesse anche non essere una truffa. Io, naturalmente, ero la prova contraria. Ma finché potevo guardare la curva dolce del suo collo e sapere che, tra trecento sconosciuti, aveva sorriso proprio a me, il ritardo e lo studio arretrato sembravano magicamente gestibili.
Distolsi lo sguardo da Val con la fatica fisica di chi si sta staccando da una bombola d'ossigeno. Il problema di arrivare in ritardo in un’aula a gradoni non è solo l’ingresso trionfale, è che poi devi effettivamente trovare un posto dove sederti senza sembrare un profugo alla deriva.
Individuai uno spazio vuoto a metà di una fila centrale. Mi feci strada mormorando scuse a mezza bocca, scavalcando zaini, ginocchia e un paio di codici penali lasciati a terra come mine antiuomo. Arrivai al posto, feci scivolare lo zaino e mi bloccai.
Il banco accanto al mio sedile vuoto non era un banco. Era una sala operatoria. C’era un Codice aperto, intonso, con le pagine tenute ferme da un fermacarte. C'erano appunti scritti con una grafia così perfetta da sembrare stampata, tre penne allineate millimetricamente e due evidenziatori paralleli. Al centro di questo ecosistema di pura nevrosi accademica, sedeva lei.
Anna. La collega sbagliata.
Non alzò lo sguardo quando mi fermai accanto a lei. Non rideva, non cercava attenzione. Aveva una postura così dritta e controllata che mi fece sentire improvvisamente l'urgenza di farmi visitare da un ortopedico.
La fissai per un secondo di troppo, colpito, mio malgrado, da quell'immagine. Anna aveva un fascino molto pulito, elegante e un po' sfuggente. Il suo viso era un ovale perfetto, delicato, scolpito da lineamenti fini: una fronte ampia e pulita, un naso sottile e regolare, zigomi morbidi ma presenti e una mascella leggera che le conferiva un'aria nobiliare.
«Scusa, è libero?» chiesi, indicando la sedia con un cenno della testa.
Anna non si mosse. Finì di sottolineare una riga di testo con un righello trasparente — un righello, cristo santo —, chiuse il tappo dell'evidenziatore con un clic secco e, solo allora, sollevò il viso verso di me.
I suoi occhi castani, grandi e luminosi, mi puntarono con uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. Non c'era traccia di aggressività nella sua espressione, ma piuttosto un'aria tranquilla, quasi distaccata, capace di farti sentire un minuscolo fastidio amministrativo, una fastidiosa pratica da archiviare in fretta. Era un'indifferenza così radicata da risultare pericolosamente intrigante. Le sopracciglia naturali, definite senza essere troppo marcate, incorniciavano quello sguardo glaciale con una precisione chirurgica.
«Era silenzioso», rispose, con una voce limpida, fredda, priva di qualsiasi inflessione amichevole.
Rimasi interdetto. «Quindi... sì?»
«Quindi lo era», ribatté, prima di abbassare di nuovo quegli occhi enormi sui suoi appunti, chiudendo la conversazione con l'autorità di un giudice della Suprema Corte.
Mi sedetti, lasciando cadere il mio codice sul tavolo con un tonfo sgraziato che la fece impercettibilmente irrigidire. Per lei, io ero chiaramente una perdita di tempo con le gambe.
Appoggiai il gomito sul banco di legno, invadendo lo spazio invisibile che ci separava. Con un movimento lento, calcolato, Anna afferrò il suo quaderno e lo spostò esattamente di due centimetri verso di sé. Come se stesse delimitando un confine nazionale per proteggersi da un'invasione batterica.
Non potei fare a meno di sorridere, un sorriso storto e cinico. Era insopportabile. Una rottura di palle di dimensioni bibliche. Eppure, mentre fingevo di ascoltare la lezione di Nardi, il mio sguardo continuava a scivolare di lato, attratto da quel magnetismo glaciale che la avvolgeva.
Fisicamente appariva snella e proporzionata, con una corporatura asciutta ma inequivocabilmente femminile. Indossava una camicetta di seta chiara, abbottonata con un rigore che sfidava le leggi della fisica, ma che non riusciva a nascondere le sue forme. Aveva spalle strette, braccia sottili e una vita fine sotto cui si intuiva un addome piatto e rigoroso. La linea del busto era delicata, rivelando un décolleté presente ma non dominante: un dettaglio infinitamente più elegante che appariscente, che costringeva l'occhio a immaginare più di quanto potesse effettivamente vedere. Sotto il tessuto dei pantaloni sartoriali scuri, i fianchi sembravano morbidi e naturali, abbastanza marcati da regalare alla sua figura una silhouette bellissima e inaspettata.
I capelli castano scuro, lunghi e morbidi, oggi cadevano lisci e ordinati dietro le spalle. Quella piega perfetta le conferiva un'aria estremamente raffinata e controllata, come se non permettesse a nulla, nemmeno all'umidità, di sfuggire al suo dominio.
Ma il vero disastro, il dettaglio che mandava in cortocircuito tutta quella rigidità, era la sua bocca. Le sue labbra erano evidenti, carnose, lucide, dalla forma piena ma non eccessiva. Anche ora, mentre teneva un'espressione seria, neutra, vagamente infastidita dalla mia esistenza, quelle labbra davano al suo volto una nota profondamente sensuale, un richiamo fisico involontario che cozzava violentemente con la sua freddezza.
Mi accorsi di starle fissando la bocca mentre lei muoveva la penna. La sua pelle chiara aveva un tono caldo, naturale, ed era leggermente arrossata dal sole, un dettaglio minuscolo che le dava un aspetto fresco e disarmantemente realistico, strappandola dall'iperuranio della perfezione per riportarla sulla terra.
Non era una sensualità "urlata" o volgare, la sua. Era l'esatto opposto. Era una sensualità da ragazza raffinata, distante, che ti colpiva proprio per il modo naturale in cui portava il suo corpo snello, la sua pelle luminosa e quello sguardo quieto. Anna aveva quell'aria da persona che non ha bisogno di cercare di provocare nessuno; risultava magnetica per il semplice, infuriante fatto di esistere e di ignorarti.
«Se il mio metodo di studio ti affascina così tanto, posso farti un diagramma di flusso», mormorò lei all'improvviso, senza smettere di scrivere e senza nemmeno voltarmi la testa.
«Stavo ammirando la tua dedizione all'allineamento degli evidenziatori. Molto clinico», sussurrai, sporgendomi un po' verso di lei.
«Si chiama ordine. Un concetto che immagino tu abbia incontrato solo nel dizionario. E forse nemmeno lì.»
«Io credo nell'ispirazione del caos. L'ordine uccide la creatività giuridica.»
Questa volta si voltò. Quegli occhi castani mi trafissero a distanza ravvicinata. Potevo quasi sentire il calore della sua pelle accaldata sfiorarmi.
«Tu credi nelle scuse che ti inventi per giustificare la tua pigrizia. E se non togli il tuo codice dal mio perimetro visivo entro tre secondi, lo denuncio per abuso edilizio.»
Sorrisi, sentendo una scossa elettrica, un attrito nervoso e caldissimo, corrermi lungo la spina dorsale. Anna era il mio esatto opposto. Era il rigore contro l'improvvisazione. Era il muro di cemento contro cui mi stavo appena schiantando a duecento all'ora.
E, fottutamente, prometteva di essere una rottura di palle meravigliosa.
Il professor Nardi aveva un talento particolare: riusciva a trasformare l'aria all'interno dell'aula in una sostanza solida, asfissiante, capace di farti pentire di aver scelto Giurisprudenza ancor prima di aver aperto il libro.
Stava camminando avanti e indietro davanti alla cattedra, le mani incrociate dietro la schiena, disquisendo sui confini labili della responsabilità oggettiva. A un certo punto si fermò. Il silenzio calò come una mannaia. «Dunque,» esordì, scrutando la platea con la clemenza di un predatore all'apice della catena alimentare, «chi sa dirmi dove si rompe esattamente il nesso di causalità in una condotta omissiva, quando subentra un fattore eccezionale? Un esempio pratico, non voglio la filastrocca del manuale.»
Trecento studenti smisero improvvisamente di respirare. Centocinquanta abbassarono lo sguardo sui banchi, sperando di mimetizzarsi con il legno. L'altra metà iniziò a fissare il soffitto con un interesse architettonico improvviso.
Io, naturalmente, non avevo aperto il manuale. La mia preparazione sull'argomento si fermava al titolo del capitolo, letto di sfuggita la sera prima mentre aspettavo che la pizza si scongelasse nel microonde. Ma poi il mio sguardo scivolò due file più in basso. Val si stava mordicchiando il cappuccio della penna, le sopracciglia leggermente aggrottate in un'espressione confusa e adorabile, come se stesse cercando di evocare una risposta dal nulla.
Non so se fu il desiderio di non sembrare l'ennesimo cadavere accademico in quell'aula, o semplicemente l'istinto animale di fare la ruota del pavone davanti alla ragazza che desideravo da anni. Fatto sta che, prima che il mio cervello razionale potesse fermarmi, alzai la mano.
Nardi inarcò un sopracciglio. «Prego.»
Mi schiarii la voce, appoggiandomi allo schienale con una finta rilassatezza. Non avevo la nozione tecnica, ma avevo il quadro clinico. Intuii il punto. «Il nesso si rompe quando il fattore eccezionale non è solo imprevedibile, ma riscrive completamente la sceneggiatura dell'evento,» dissi, usando un tono disordinato, mezzo sarcastico, ma stranamente calmo. «Se io non riparo i freni della mia auto, sono responsabile se investo qualcuno. Ma se, mentre l'auto non frena, un meteorite cade esattamente su quel pedone... beh, la mia omissione diventa irrilevante. Il meteorite ha, per così dire, rubato la scena al mio reato. Non posso rispondere di omicidio solo perché ero un pessimo meccanico in una giornata apocalittica.»
Un mormorio sommesso attraversò l'aula. Nardi rimase in silenzio per tre lunghissimi secondi, pesandomi con lo sguardo. Poi, l'angolo della sua bocca ebbe un minuscolo cedimento. «Un'immagine molto cinematografica, e giuridicamente un po' grezza. Ma concettualmente... ineccepibile. Ha colto l'essenza della causalità interrotta. Bene.»
Tirai un respiro impercettibile. Mi ero appena salvato la vita usando una cazzata cosmica mascherata da ragionamento logico. Guardai giù. Val si era voltata a metà, gli occhi chiari che brillavano di divertimento puro. Mi regalò un sorriso largo, caldo, uno di quelli che ti fanno sentire come se avessi appena vinto alla lotteria.
Poi guardai di lato.
Poco più indietro, Vittoria, che era entrata alla spicciolata dieci minuti dopo di me. alzò gli occhi al cielo in modo così teatrale che temetti le si bloccassero le pupille, scuotendo la testa con quel cinismo domestico che conosceva perfettamente ogni mia scorciatoia.
Ma fu la reazione di Anna a gelare l'aria. Era seduta poco distante, e la vidi irrigidirsi. La sua postura, già perfetta, divenne marmorea. La mano con cui impugnava la penna si strinse fino a farle sbiancare le nocche. Anna era ordinata, metodica, ambiziosa; lei studiava davvero, sottolineava codici, costruiva schemi e non sopportava l'improvvisazione. Potevo quasi sentire i suoi ingranaggi mentali macinare rabbia. Lei aveva capito esattamente cosa avevo appena fatto. Aveva visto il mio intuito, il mio carisma, la mia brillantezza. Ma aveva visto anche la verità: li stavo usando come una volgare scorciatoia. Questo era esattamente ciò che la mandava in bestia. Detestava chi, come me, sprecava il proprio talento e, per giunta, veniva pure premiato dal sistema. Il caos, per lei, non aveva nulla di affascinante: era semplicemente una patetica mancanza di rispetto.
La ignorai, crogiolandomi in quel successo immeritato. Ero abbastanza intelligente da cavarmela in ogni situazione, il che era, fondamentalmente, il motivo esatto per cui non mi impegnavo mai davvero in nulla.
Dieci minuti dopo, la pausa liberò l'aula come una valvola di sfogo. Il bar della facoltà era un girone dantesco in cui il caffè costava ottanta centesimi e le chiacchiere sugli esami imminenti avevano il tono disperato di chi discute di malattie croniche terminali.
Mi feci largo a spallate tra i tavolini alti, l'odore di miscela bruciata e croissant scaldati che mi riempiva le narici, finché non la trovai.
Val era appoggiata al bancone, in attesa del suo macchiato. Aveva quel fascino curato, luminoso, da "bionda elegante ma provocante", capace di calamitare gli sguardi senza fare il minimo sforzo. I capelli lunghi e voluminosi, biondo miele, le ricadevano su una spalla in modo naturale.
Mi affiancai a lei. Il calore del suo corpo, vicinissimo al mio in quello spazio ristretto, era una sensazione tangibile. Fisicamente era slanciata, con una corporatura femminile, morbida ma per nulla pesante. Indossava un top chiaro, leggermente scollato, che valorizzava in modo naturale il busto pieno e il décolleté rotondo ed evidente. Ma non c'era traccia di volgarità in lei; la sua sensualità era pulita, i dettagli del suo corpo attiravano l'occhio in modo quasi innocente, filtrati da un'eleganza che la rendeva irresistibile.
«Ehi, avvocato del meteorite,» mi salutò, passandosi una mano tra i capelli mossi. Il suo viso ovale, armonioso, si illuminò in un sorriso.
«Prego, chiamami solo Maestro,» replicai, appoggiandomi al bancone e godendomi la sua vicinanza.
Lei ridacchiò, un suono spontaneo, goffo e bellissimo. Le sue labbra carnose si piegarono in un'espressione divertita. «Tu hai capito davvero quello che hai detto là dentro?»
La guardai negli occhi. Chiari, penetranti, capaci di farti sentire completamente esposto ma al sicuro allo stesso tempo. «Ho capito il concetto generale.»
«Cioè?» mi incalzò, le dita che tamburellavano leggere sul piattino del caffè.
«Che sembravo molto più preparato di quanto fossi in realtà.»
Val scoppiò a ridere di nuovo. «Quello era evidente a mezza aula. Ma Nardi se l'è bevuta alla grande.» Non c'era giudizio nella sua voce. Non mi stava condannando come faceva Anna. Mi stava smontando con una leggerezza disarmante. Con lei non c'era bisogno di fingere, non c'erano armature da indossare.
Ed era per questo che ero fottutamente innamorato di lei. Non era solo per la linea morbida del suo collo, per le clavicole visibili sotto il tessuto leggero o per la vita stretta che potevo circondare con le mani. Era perché, in quel mare di ansia accademica e competizione tossica, con Val io respiravo. Con lei c'era complicità vera, le battute avevano il sapore di casa e il calore della passione genuina e affettuosa. Con lei, vivere l'università smetteva di essere una guerra.
Mentre ridevamo insieme, abbassai lo sguardo per un istante. Fu allora che la vidi passare. Anna sfrecciò dietro di noi, fendendo la folla con l'agilità di uno squalo. Teneva in mano un bicchiere di carta di caffè americano. Aveva lo sguardo fisso dritto davanti a sé, il volto serio, i lineamenti fini e la mascella leggera contratti in un'espressione calcolatrice. Ma c'era un dettaglio fuori posto. Sulla sua immacolata camicia di seta chiara, all'altezza del petto, c'era una piccola, evidentissima macchia marrone di caffè. Una sbavatura. Un errore nel sistema. Una microscopica crepa nella sua estetica di controllo assoluto.
Seguii quella macchia con gli occhi finché non scomparve tra gli studenti. Per un momento, il rumore del bar sembrò ovattato. Poi Val mi toccò il braccio, riportandomi bruscamente alla realtà, al calore della sua pelle e alla comodità del nostro piccolo mondo luminoso.
Quando tornammo in aula, l'atmosfera era diversa. L'aria pesante della teoria aveva lasciato spazio a un brusio elettrico.
Il professor Nardi si schiarì la voce al microfono, battendo un plico di fogli sulla cattedra per richiamare l'attenzione. «Bene, signori. Abbiamo parlato a sufficienza. Ora è il momento di vedere se avete il fegato di applicare ciò che studiate o se resterete confinati nella teoria per il resto delle vostre vite.» Sorrise, ma i suoi occhi rimanevano freddi. «A partire dalla prossima settimana, prenderà il via il laboratorio di Processo Simulato.»
L'aula mormorò. Era la competizione più attesa del semestre. Nardi spiegò le regole in modo asciutto e spietato. L'università aveva preparato un caso fittizio: fascicoli, indizi, chat private manipolate. Saremmo stati divisi in squadre da due. Accusa contro Difesa. Avremmo dovuto studiare le prove, interrogare testimoni simulati, reggere il controinterrogatorio, fino all'arringa finale davanti a un verdetto emesso da veri magistrati e docenti. Nessun tecnicismo esasperato: contavano la logica, l'intuizione, la capacità di distruggere l'avversario sul piano argomentativo.
Osservai le reazioni intorno a me. Val si era sporta in avanti. Si morse il labbro inferiore, gli occhi accesi di un interesse reale e spontaneo. Fece una battuta a mezza voce alla sua vicina di banco, ma allungò subito la mano per prendere il modulo di iscrizione che stava girando tra le file.
Cercai Anna con lo sguardo. Era già concentrata in modo quasi letale. La macchia di caffè sulla camicia sembrava sparita dalla sua coscienza; aveva gli occhi incollati sul professore e la schiena dritta. Aveva l'aria di chi aveva già smontato il caso, preparato la difesa e deciso come umiliare chiunque si fosse seduto al banco opposto.
Il mio telefono vibrò nella tasca dei jeans. Lo sfilai sotto il banco. Un messaggio da Vittoria: "Iscriviti. Voglio proprio vedere se riesci a difendere qualcuno senza mentire per una volta."
Roteai gli occhi, bloccando lo schermo. Per me, tutto quello sbattimento extra era solo una gigantesca perdita di tempo. Significava pomeriggi in biblioteca, stress inutile, confronto con squali assetati di voti. Stavo già allontanando mentalmente il modulo verso il collega alla mia sinistra, quando mi bloccai.
Val stava firmando. Si era chinata sul banco, la penna tra le labbra per un istante, il volto incorniciato da quelle onde morbide e chiare. Sembrava concentrata, viva, incredibilmente sexy nella sua genuina goffaggine.
E in quel preciso istante, ogni logica accademica e ogni istinto di sopravvivenza andò a farsi fottere. Se Val era dentro, dovevo esserci anch'io.
Afferrai il modulo, tirai fuori la mia penna mezza mezza rotta e scarabocchiai il mio nome e la mia matricola sul foglio, sentendo l'adrenalina mischiarsi a un desiderio fisico e sconsiderato.
Mi iscrissi per amore della giustizia. La giustizia, in quel momento, aveva i capelli biondi e rideva con una penna in bocca.
L’aula a gradoni si svuotò con la lentezza disperata tipica della fine di una lezione di procedura penale. Mi incamminai verso l'uscita affiancato da Val, sentendomi addosso quell’esaltazione stupida e immeritata di chi sa di aver appena truffato il sistema e ne è uscito illeso.
Feci per infilarmi le mani nelle tasche del giubbotto, ma le mie dita incontrarono solo il vuoto. Niente power bank. Niente cavo.
Mi bloccai in mezzo al corridoio principale. «Cazzo.» Val si voltò, facendomi un sorriso interrogativo. «Truffato anche tu dal tuo stesso genio?» «Ho lasciato il caricabatterie sul banco. O forse nell’auletta laterale dei tutor dove mi sono appoggiato prima di entrare.» In quel momento, un flash mi attraversò la mente. La pausa al bar. Io che mi volto di scatto per seguire Val, urto distrattamente una spalla, sento un sibilo infastidito e continuo a camminare. La macchia di caffè sulla camicia di seta di Anna. Cristo. Ero stato io. «Vai pure avanti,» dissi a Val, facendole un cenno con la mano. «Recupero la mia dignità elettronica e ti raggiungo fuori.» Lei annuì, allontanandosi con quel passo leggero che le faceva ondeggiare i capelli chiari sulla schiena.
Invertii la marcia, risalendo la corrente degli studenti. Il corridoio che portava all'auletta dei tutor era immerso in una penombra silenziosa. La porta a vetri smerigliati era socchiusa, uno spiraglio di luce bianca che tagliava il pavimento. Ero sicuro che fosse vuota. Non stavo andando a spiare. Stavo solo cercando un maledetto filo di plastica bianca.
Spinsi la porta con la spalla, senza nemmeno bussare, ed entrai.
Mi bloccai. L'ossigeno mi morì letteralmente nei polmoni.
Anna era lì. La giacca scura era abbandonata sulla sedia accanto a lei. Dava le spalle alla porta per metà, posizionata davanti a un piccolo specchio appeso alla parete, intenta a tamponare la macchia di caffè sulla sua camicia con un fazzoletto inumidito. Per farlo, si era sbottonata.
Non stava facendo nulla di esplicitamente provocante, non era una messa in scena. Eppure, l'impatto visivo fu un pugno allo stomaco di una violenza inaudita. La camicia di seta scivolava morbidamente lungo le braccia sottili e le spalle strette, aprendosi completamente sul davanti e rivelando tutto ciò che la sua armatura di perfezione nascondeva ogni giorno.
Il mio sguardo cadde lì, incapace di obbedire al comando razionale di voltarsi. Sotto la seta chiara, Anna indossava un reggiseno di pizzo nero a balconcino. L'intrico scuro e delicato del tessuto contrastava in modo disarmante con la sua pelle chiara, dal tono caldo e leggermente dorato. Il taglio del balconcino sollevava ed esaltava un seno incredibilmente sodo, pieno, rotondo. La linea del busto, che da fuori sembrava solo elegante e delicata, in quell'intimità rubata si rivelava di una sensualità prepotente e carnale. I bordi di pizzo le accarezzavano le curve con una precisione chirurgica, mettendo in risalto la morbidezza femminile del petto che scivolava poi verso l'addome piatto e la vita finissima.
I suoi capelli castani, di solito portati in pieghe inattaccabili, ora erano sciolti, leggermente mossi, e le ricadevano lungo la curva nuda del collo fino a sfiorarle la clavicola. C'era un'intimità così cruda, così elegante e visceralmente erotica in quella visione privata, che il mio battito cardiaco accelerò fino a farmi ronzare le orecchie.
Era troppo poco per sentirmi davvero un predatore colpevole. Era fottutamente troppo per potermi assolvere del tutto.
Il rumore del mio respiro, o forse il cigolio della porta, la fece voltare di scatto. Il fazzoletto le rimase a mezz'aria. Anna non urlò. Non fece nessuna scenata teatrale, non si coprì con gesti disperati. Si immobilizzò. La sua corporatura asciutta ma femminile si tese come la corda di un arco. Con un movimento rapido, secco, chiuse i lembi della camicia sul petto, stringendoli con una mano. I suoi occhi grandi, castani e luminosi, si piantarono nei miei. Non c'era la solita calma distaccata, ma una freddezza tagliente, quasi vibrante.
Il vero climax di quel momento non fu il suo corpo. Fu il crollo istantaneo della sua immagine. Fino a un secondo prima, Anna era ordine, controllo metodico, appunti sottolineati. Ora, l'avevo vista in un momento privato, imperfetto, irrimediabilmente umano. E potevo sentire fisicamente l'odio che provava per me in quell'istante, perché avevo appena violato la regola più importante del suo mondo: avevo visto una crepa nella sua armatura.
«Esci.» La sua voce fu una lama sottile nel silenzio della stanza. Feci un passo indietro, inciampando sulle mie stesse parole. «Anna, io non... avevo dimenticato il...» Le sue labbra carnose, quel dettaglio lucido e sensuale che poco prima avevo fissato in aula, si strinsero in una linea dura. «Esci.»
Arretrai, richiudendomi la porta alle spalle. Mi ritrovai nel corridoio vuoto, appoggiato con la schiena al muro freddo. Ero imbarazzato. Ero confuso. E, per la prima volta da quando avevo memoria, il mio cinismo di riserva non si degnò di fornirmi una battuta pronta per smorzare la tensione. Ero semplicemente un idiota colpevole con il respiro corto.
Passò un minuto, forse meno. La porta si aprì. Anna uscì. Era perfettamente ricomposta. La camicia era abbottonata fino all'ultimo bottone utile, la giacca scura era tornata al suo posto sulle spalle strette, i capelli erano sistemati. Il suo sguardo era di nuovo quieto, distante, inavvicinabile. Era tornata la Perfettina. Ma non importava quanto cercasse di nasconderlo. Io ormai avevo visto l'altra versione. Quella sotto il pizzo nero.
Fece per superarmi camminando a testa alta, ignorandomi completamente. «Anna, senti,» dissi, staccandomi dal muro, cercando disperatamente di recuperare il controllo della situazione. «Io non volevo... non l'ho fatto apposta, mi dispiace.»
Lei si bloccò. Si voltò lentamente verso di me. Mi squadrò da capo a piedi, e il suo sguardo fu più umiliante di uno schiaffo. «Infatti,» disse, con una voce così piana e chirurgica da farmi quasi male. «Il problema è proprio questo. Tu non vuoi mai niente. Non scegli. Tu lasci solo che le cose ti capitino intorno, e poi ti giustifichi, vero?»
La frase mi colpì esattamente al centro del petto, sbriciolando ogni mia difesa. Aveva ragione. Vivevo esattamente così: galleggiando, non scegliendo mai per non sbagliare, lasciando che il caos facesse il lavoro sporco per poi assolvermi con una battuta. E lei l'aveva capito.
Senza aggiungere una sillaba, si voltò e se ne andò lungo il corridoio, i tacchi che battevano regolari e inesorabili sul marmo, finché non sparì svoltando l'angolo. Io restai lì, immobile, come uno stupido.
Mentre mi incamminavo lentamente verso l'uscita principale della facoltà, il telefono mi vibrò di nuovo in tasca. Lo tirai fuori. Era un'email automatica della segreteria del dipartimento.
Oggetto: Laboratorio di Processo Simulato - Aggiornamento. Si avvisano gli iscritti che le coppie e i ruoli per il processo simulato verranno comunicati domani alle ore 09:00.
Fissai lo schermo illuminato. Mi ero iscritto pensando alla ragazza che volevo. Mi ero iscritto per Val, per la sua risata, per quel senso di respiro e leggerezza che mi prometteva. Il destino, però, che evidentemente aveva studiato Procedura Penale molto più di me, aveva un senso dell'umorismo contorto. Invece della goffaggine solare di Val, l'unica prova che mi era rimasta addosso, bruciandomi sotto la pelle in modo fastidioso, irritante e totalmente sbagliato, aveva la voce fredda di Anna, il suo pizzo scuro e una porta socchiusa alle spalle.
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