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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 1
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Capitolo 1 di 14 28 min di lettura

Camicie sbottonate, pizzo nero e una fottuta erezione per la stronza perfetta

Tra aule affollate e battute ciniche per sopravvivere a Giurisprudenza, un imprevisto accidentale dietro una porta socchiusa fa crollare ogni certezza. Scoprire cosa si nasconde sotto l'armatura della perfezione accenderà il desiderio più sbagliato e fastidioso di tutti.

Alessia
4 mesi fa · 1.2k letture · 4

La mia sveglia aveva suonato alle sette e mezza. Poi alle sette e quarantacinque. Poi alle otto. Poi, secondo il telefono, alle otto e dieci, alle otto e venti e alle otto e venticinque, con una perseveranza che avrei apprezzato molto di più se non fosse stata diretta contro di me.

Naturalmente io avevo fatto l’unica cosa sensata: l’avevo ignorata con la fermezza morale di un uomo che, davanti alle responsabilità, sceglie sempre la morte apparente.

Quando aprii gli occhi, la prima cosa che vidi fu il soffitto. La seconda fu una maglietta appesa alla lampada. La terza fu il mio Codice Civile aperto sul pavimento, piegato male, con una pagina schiacciata sotto una scarpa. Sembrava un animale investito. Una vittima innocente del mio percorso accademico.

Allungai una mano verso il comodino. Niente. Tastai tra scontrini, una penna senza tappo e quello che sperai sinceramente fosse un calzino pulito. Mi girai dall’altra parte e lo vidi per terra, accanto al letto, con lo schermo nero. Scarico. Perfetto. Non ero solo in ritardo. Ero in ritardo senza nemmeno la dignità di sapere quanto.

Mi tirai su a sedere con la grazia di un cadavere che ci ha ripensato. La stanza era un ecosistema autonomo: vestiti sulla sedia, tazzina del caffè di due giorni prima, un evidenziatore giallo nel letto e una camicia appallottolata sul termosifone spento. Giurisprudenza, mi dicevano, ti forma. A me, per il momento, aveva formato una discarica.

Poi sentii la voce di Vittoria dalla cucina. «Se sei morto, posso vendere la tua stanza a uno studente Erasmus?»

Chiusi gli occhi. Casa. La mia vera sveglia non era il telefono. Era Vittoria che mi augurava il decesso con affetto contrattuale. «Dipende dall’Erasmus» gracchiai, alzandomi. «Se è francese, no.» «Non fare il razzista prima del caffè. È inelegante.» «Io sono inelegante sempre. Coerentemente.» «Hai lezione alle nove.»

Mi bloccai con una gamba dentro i jeans e l’altra ancora fuori dalla realtà. «Che ore sono?» Dalla cucina arrivò una pausa. Una di quelle pause che Vittoria usava quando voleva farmi sentire non solo in colpa, ma storicamente inadeguato. «Le nove e ventisette.» Rimasi immobile. «Quindi sono ancora in tempo.» «Per cosa, per deludere tuo padre? Sì, comodissimo.»

Mi infilai i jeans saltellando su un piede, urtai la sedia, la sedia urtò la scrivania e un libro atterrò con un tonfo tragico, come se anche lui avesse rinunciato a capirmi. Uscii dalla stanza ancora scalzo, con la maglietta infilata al contrario e un calzino in mano.

Vittoria era in cucina. Appoggiata al bancone con una tazza di caffè tra le dita e l’espressione di chi aveva già letto la sentenza e non aveva intenzione di concedere attenuanti. La nostra cucina era un campo di battaglia con un frigorifero, ma in mezzo a quel casino, lei riusciva a sembrare sempre fuori posto nel modo giusto. Aveva un fascino luminoso, un'estetica estiva e sofisticata che sembrava non abbandonarla mai.

Indossava una canotta chiara che le cadeva addosso scivolando morbida sul seno e un paio di pantaloni da tuta grigi, bassi sui fianchi. Era scalza. I capelli, lunghi e di un biondo miele con la radice appena più scura, le scendevano sulle spalle in ciocche lisce e un po' spettinate, in quel modo naturale e molto beachy che accentuava il contrasto tra il viso delicato e il corpo morbido. Vittoria aveva questa cosa irritante: il viso era pulito dal sonno, con lineamenti regolari, la pelle dorata dal sole e labbra piene, ma gli occhi chiari erano svegli, calmi, freddi e molto magnetici. Ti guardava con quell'aria consapevole, leggermente altezzosa ed elegante, come una persona abituata a farsi osservare.

Il problema era proprio quello. Vittoria era sensuale per distrazione. Nel modo in cui si appoggiava al bancone, il tessuto seguiva il busto valorizzando un décolleté naturale, morbido e presente, senza risultare mai volgare. Nel taglio della vita abbastanza stretta, nella pancia piatta che compariva appena, nella linea armoniosa e femminile dei fianchi sotto la tuta aderente. Fisicamente era slanciata, proporzionata, e portava addosso una sicurezza che rendeva l'aria della cucina improvvisamente molto più densa.

Io la conoscevo da troppo tempo. Feci la cosa più sana: guardai la moka. «Hai la maglietta al contrario» disse lei. «È una scelta stilistica.» «È una richiesta d’aiuto.» «Tu non capisci la moda.» «Tu non capisci le sveglie.»

Allungai la mano verso il caffè. Lei mi colpì le dita con un cucchiaino. «Ahia.» «Quello è il mio caffè.» «Viviamo insieme. I beni sono comuni.» «Il caffè è un diritto fondamentale della persona. E tu non sei una persona prima delle dieci.» «Tecnicamente nemmeno tu. Sei più una sentenza con le tette.»

Silenzio. Capii di aver sbagliato formulazione prima ancora che il mio cervello finisse di depositarla agli atti. Vittoria bevve un sorso. Troppa calma. «Ripeti.» «Dicevo… sei una sentenza… con un’ottima motivazione.»

Mi fissò un secondo, poi scoppiò a ridere piano. Quando Vittoria rideva, la sua eleganza fredda si sporcava di qualcosa di più vivo, più nostro. «Sei un cretino» disse. «Ma con margini di miglioramento.» «No. Con precedenti specifici.»

Versai il mio caffè. La guardai mentre si muoveva verso il frigorifero. C’erano cose di Vittoria che avevo visto mille volte, eppure la quotidianità, quando insiste abbastanza, smette di essere innocente. Non potevo mentire dicendo che mi sorprendeva, ma un corpo che conosci troppo bene, che ti si muove intorno scalzo, con la pelle dorata scoperta sulle spalle, a un certo punto diventa più pericoloso di uno sconosciuto.

«Sbrigati» mi disse, intercettando il mio sguardo senza scomporsi, consapevole di ogni millimetro del suo corpo. «Se Nardi ti boccia per assenteismo, non ti consolerò.» «E se vedo Val?» azzardai, sorridendo mentre recuperavo lo zaino. «Se vedi Val, cerca di non sbavare. Emotivamente produci umidità.» «Non sono cotto di lei. Sono… interessato.» «Interessato è quando leggi la trama di un film. Tu quando Val ride sembri un cane che ha sentito aprire il frigo.»

Risi, infilando il Codice Civile sotto il braccio, presi il caricabatterie portatile e uscii, sbattendomi la porta alle spalle.

Mentre scendevo le scale a due a due, collegai il telefono al power bank. L'aria del mattino mi colpì in faccia. Val. Volevo pensare a lei. Val era luminosa, goffa, passionale, una che sapeva fare battute e sdrammatizzare, capace di farti ridere e farti sentire capito. Con Val respiravo.

Il telefono si accese vibrando. Sperai in un suo messaggio. Una stupidaggine qualunque per iniziare la giornata. Invece, in cima allo schermo c'era una notifica dal gruppo del corso: Processo Simulato. Ultimo messaggio inviato da Anna.

La Perfettina. Il mio incubo personale. Ordinata, metodica, tagliente, sempre pronta a ricordarmi che essere brillante non significava valere qualcosa. Odiavo i suoi post-it e la sua ambizione.

Stavo per far scorrere via la notifica, ma il pollice, in un impeto di stupidità motoria, cliccò sulla sua icona del profilo. L'immagine si aprì a tutto schermo. Mi bloccai in mezzo al marciapiede, mentre la gente mi sfrecciava accanto per andare a lezione.

Anna aveva cambiato foto.
Non era la solita immagine da curriculum emotivo: capelli sciolti, sole sul viso, camicia bianca, uno sguardo stranamente quieto. Bella, purtroppo. Di quella bellezza ordinata che ti fa venire voglia di discutere solo per rovinarle la simmetria.
Bloccai il telefono.
No. Anna no.
Io dovevo pensare a Val.

Ripresi a camminare e venni immediatamente investito dal caos asfissiante e meraviglioso della città. L'aria era ancora fredda, ma i vicoli erano già un groviglio pulsante di vita e nevrosi.

Iniziai a camminare a passo spedito sui sanpietrini, schivando uno scooter che aveva deciso che il senso unico fosse solo un consiglio accademico. La città storica era così: un capolavoro architettonico secolare progettato specificamente per complicare la vita a chiunque avesse un orologio. Superai un bar da cui usciva un profumo denso di caffè tostato e cornetti caldi, feci lo slalom tra tre studenti fuorisede piegati sotto il peso di borse cariche di appunti e, all'angolo con la piazza, dovetti frenare bruscamente per non travolgere una comitiva di turisti tedeschi. Si erano fermati in blocco, col naso per aria, a fotografare un cornicione pericolante esattamente nell'unico punto in cui io avrei dovuto tagliare la strada.

Sospirai, superandoli con un mezzo salto sul marciapiede sbreccato. Giurisprudenza ti promette di insegnarti a distinguere la verità dalle bugie. Poi ti ritrovi alle nove e mezza a correre con un cornetto in bocca, uno zaino che pesa come una sentenza di Cassazione e la certezza giuridica di essere un coglione.

Eppure, mentre alzavo gli occhi verso i portici antichi e le finestre altissime dei palazzi storici, dovetti ammetterlo a me stesso: non avrei voluto essere da nessun'altra parte. Potevo fare il cinico quanto volevo, ma amavo questa facoltà. La prendevo in giro, la detestavo nelle mattine come questa, ma solo perché in fondo speravo di esserne all'altezza. O forse perché avevo il terrore di scoprire che, anche impegnandomi, sarei rimasto esattamente dov'ero: a metà strada tra il talento e il disastro.

Arrivai davanti al portone massiccio del dipartimento con il fiato corto. Tirai la maniglia pesante ed entrai nel corridoio monumentale. Le lezioni erano già iniziate da un pezzo; il ronzio ovattato dei professori filtrava dalle porte chiuse.

Mi fermai davanti all'Aula Tre. Presi un respiro, abbassai la maniglia e spinsi.

Ovviamente, il cardine scelse quel preciso istante per emettere un gemito metallico degno di una nave che affonda. L'eco rimbalzò per tutta l'aula a gradoni. Trecento teste si voltarono all'unisono verso di me.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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