Il sole mattutino che filtrava dai finestroni dell’aula studio aveva il colore dell’ansia accademica, ma la ragazza seduta di fronte a me sembrava trarre energia direttamente da quell'atmosfera asfissiante.
Eravamo arrivati in facoltà con un'ora di anticipo rispetto all'incontro con il tutor, e Anna aveva già preso il controllo della situazione con la spietatezza di un generale prussiano. Della donna sfatta, ansimante e scalza che avevo lasciato sul divano la notte prima non c'era più la minima traccia. Era tornata a indossare la sua armatura.
La guardai da sopra il bordo del mio bicchiere di caffè di cartone. Era impeccabile. Indossava una camicia azzurra dal taglio maschile, perfettamente stirata, infilata dentro un paio di pantaloni sartoriali scuri che le fasciavano la vita fine e l'addome piatto. I capelli castano scuro, lunghi e lisci, erano stati domati in una piega ordinata che le conferiva un'aria estremamente raffinata e controllata, quasi altezzosa. Il suo viso ovale, dai lineamenti delicati e il naso sottile, era una maschera di lucida concentrazione, priva di qualsiasi traccia di stanchezza.
Non era semplicemente felice per la falla logica che avevo scovato la sera prima negli screenshot. Era affamata.
«Quindi,» iniziai, appoggiando i gomiti sul tavolo e cercando di ignorare il modo in cui le sue labbra carnose e lucide si muovevano mentre rileggeva i suoi appunti. «Possiamo chiuderla così? Entriamo lì dentro, sbattiamo i metadati sul tavolo e facciamo crollare l'accusa prima ancora che aprano bocca.»
Anna non alzò lo sguardo. Con una mano sottile, allineò il suo fascicolo con il bordo del tavolo, una precisione geometrica che mi fece venire voglia di scompigliarle i fogli solo per vederla reagire. La sua postura era dritta, il corpo quasi immobile, ma vibrava di una tensione elettrica. «No,» rispose, la voce piana. «Possiamo metterli nella posizione di dover concedere il punto più importante. Ammetteremo che non possiamo provare subito la falsità totale degli screenshot. Li lasceremo parlare. Ma li costringeremo a concedere l'incertezza sulla provenienza e sulla catena di custodia digitale. Niente attacchi frontali alla vittima. Spostiamo il dibattito: non è più se lui ha manipolato, ma se possiamo fidarci della prova.»
La fissai, sentendo l'entusiasmo della notte precedente sgonfiarsi come un palloncino bucato. Aveva preso il mio colpo di genio, la mia intuizione sporca e viscerale, e l'aveva trasformata in un'operazione chirurgica e sterile. «Quindi niente sangue?» chiesi, deluso. Questa volta sollevò quegli occhi castani, grandi e luminosi, e mi puntò addosso uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. «Non siamo al Colosseo, Alessandro.» «Peccato. Avevo già scelto il leone.»
Anna picchiettò la penna sul tavolo, chiudendo il discorso con un tono che non ammetteva repliche. «Tu non tocchi nessun leone. Tu leggi la scaletta, eviti di improvvisare e taci quando serve. Il processo è una questione di eleganza, non di macelleria.»
Mi appoggiai allo schienale, sospirando. La sua strategia era perfetta, inattaccabile, ma mi lasciava addosso una frustrazione densa. Guardandola, con quel suo décolleté delicato seminascosto dalla camicia abbottonata e quell'aria da persona che non cerca minimamente di provocare ma risulta comunque magnetica, mi resi conto di una cosa: per Anna questo non era un gioco. Era la vetrina della sua ambizione. E io stavo iniziando a voler essere l'unica cosa in grado di farle perdere quel fottuto, bellissimo controllo.
«Avvocato della difesa.»
La voce, calda e allegra, mi sorprese alle spalle mentre aspettavo Anna fuori dalla porta del tutor. Mi voltai e il mio corpo reagì prima ancora del mio cervello. Val era lì. E, come sempre, portava la luce con sé.
Non aveva nulla della rigidità militare di Anna. Era una creatura estiva, spontanea, con i lunghi capelli biondo miele, voluminosi e mossi in modo naturale, che le incorniciavano il viso armonioso e le ricadevano disordinatamente sulle spalle. Indossava un top chiaro, leggermente scollato, che valorizzava il busto pieno e il décolleté rotondo ed evidente, emanando una sensualità morbida, pulita e per nulla volgare.
«Pubblico ministero,» risposi, le labbra che si incurvavano da sole in un sorriso vero.
Val si fermò davanti a me. Teneva una pila di fascicoli stretta al petto e aveva una penna biro mezza masticata incastrata tra i denti. La sfilò, rivelando labbra ben disegnate e un'espressione divertita. «Hai una faccia,» commentò, inclinando la testa di lato. I suoi occhi chiari e penetranti mi scrutarono con un misto di ironia e comprensione. «Anna ti ha già trasformato in una tabella Excel a doppia entrata?»
Risi, sentendo i muscoli del collo finalmente rilassarsi. Con Val respiravo. Non c'erano esami da superare o regole da rispettare. «Sono sopravvissuto per miracolo e per un paio di cavilli procedurali che non sapevo nemmeno di conoscere,» confessai.
Val si avvicinò di un passo. Allungò una mano libera e, con una naturalezza disarmante, mi sistemò il colletto della felpa che si era piegato all'interno. Le sue dita mi sfiorarono la clavicola. Fu un contatto piccolo, intimo, senza secondi fini aggressivi. Una carezza mascherata da gesto quotidiano. «Allora,» disse, abbassando appena la voce, il tono che si faceva improvvisamente più concreto. «Il caffè nostro è ancora valido?»
Il mio stomaco fece una capriola. Non era più una battuta lanciata per aria. Stava fissando una data. «Dipende,» risposi, sostenendo il suo sguardo luminoso. «Se oggi là dentro mi distruggi, potrei non sopravvivere fino al weekend.» Lei ridacchiò, un suono che mi fece vibrare il petto. «Allora lo facciamo tra qualche giorno. Così hai il tempo materiale per metabolizzare la sconfitta e perdere con dignità.»
«Che donna generosa.» «Venerdì?» propose, gli occhi che brillavano di un'aspettativa sincera.
Sentii la promessa diventare reale, solida. «Venerdì.» Il suo sorriso si allargò. «Non da nemici.» «Non da nemici,» confermai.
Ero incantato, leggero, perso nella sua traiettoria. Finché un rumore secco, come un colpo di pistola silenziato, non rimbombò alle mie spalle.
Il rumore di una cartellina di plastica chiusa con una violenza chirurgica.
Mi voltai di scatto. Anna era in piedi a due metri di distanza. La sua postura era marmorea, i lineamenti del viso induriti in una maschera di pura glaciazione. Non fece scenate, non mosse un muscolo di troppo, ma l'aria intorno a lei scese a temperature artiche. Aveva visto tutto. E, maledizione, le bruciava.
Val si accorse del cambio di pressione atmosferica. Mi sorrise un'ultima volta, un po' più cauta, mi sfiorò il braccio con la penna e si allontanò lungo il corridoio per raggiungere Vittoria.
Rimasi solo con Anna. Feci un passo verso di lei, pronto a usare la mia solita ironia per disinnescare la bomba. «Hai finito di flirtare con l'accusa?» sibilò lei, precedendomi. La voce era così bassa e formale da sembrare un referto autoptico.
«Stavamo parlando, Anna.» «No.» I suoi occhi scuri mi incenerirono. «Stavate facendo quella cosa penosa in cui due persone fingono di parlare di banalità mentre cercano disperatamente conferme ormonali. È umiliante.»
Mi sporsi appena verso di lei, colpito da quella reazione spropositata. «Sei gelosa?» «Sono preoccupata per la tenuta della difesa, Alessandro.» Il modo in cui pronunciò il mio nome intero fu una porta sbattuta in faccia.
«Certo.» «E per la tua capacità di restare concentrato più di otto fottuti secondi quando una bionda ti sorride e ti aggiusta il colletto.»
Mi superò a passo di marcia, aprendo la porta dell'ufficio del tutor senza degnarmi di un altro sguardo.
Rimasi piantato nel corridoio, il profumo di Val ancora sulle fibre della mia felpa e la condanna di Anna che mi risuonava nelle orecchie. Il processo simulato era l'ultimo dei miei problemi.
L’aula seminari del dipartimento aveva la tipica illuminazione al neon che ti fa sembrare malato anche se sei appena tornato da due settimane a Formentera. Il tavolo centrale, un blocco di finto legno chiaro, divideva lo spazio in due trincee perfette.
Da una parte c'erano Val e Vittoria. Dall'altra, io e Anna. Al capotavola, il tutor, che mescolava il suo caffè nel bicchierino di plastica con l'energia di un condannato ai lavori forzati.
Anna stava dominando la stanza. Non alzava la voce, non gesticolava. Era seduta con la schiena dritta, la camicia bianca perfettamente stirata e abbottonata con cura, che le fasciava la corporatura asciutta e la vita fine in modo inappuntabile. I capelli castano scuro, lunghi e morbidissimi, ricadevano in una piega liscia e controllata dietro le spalle, conferendole un'aria estremamente raffinata, distante e inavvicinabile.
Il suo fascino pulito ed elegante era un'arma di distruzione di massa. Stava sezionando il problema degli screenshot con una precisione chirurgica, muovendo le dita sottili sui fogli senza mai perdere il contatto visivo con le avversarie.
