Capitolo 5 - La Penale tra le Cosce della Perfettina
Dopo aver mandato all’aria un vantaggio decisivo, Alessandro deve riconquistare Anna tra studio feroce, debiti da pagare e regole sempre più pericolose. Ma mentre Val gli apre una porta luminosa, la disciplina della Perfettina diventa una tentazione impossibile da archiviare.
Il sole mattutino che filtrava dai finestroni dell’aula studio aveva il colore dell’ansia accademica, ma la ragazza seduta di fronte a me sembrava trarre energia direttamente da quell'atmosfera asfissiante.
Eravamo arrivati in facoltà con un'ora di anticipo rispetto all'incontro con il tutor, e Anna aveva già preso il controllo della situazione con la spietatezza di un generale prussiano. Della donna sfatta, ansimante e scalza che avevo lasciato sul divano la notte prima non c'era più la minima traccia. Era tornata a indossare la sua armatura.
La guardai da sopra il bordo del mio bicchiere di caffè di cartone. Era impeccabile. Indossava una camicia azzurra dal taglio maschile, perfettamente stirata, infilata dentro un paio di pantaloni sartoriali scuri che le fasciavano la vita fine e l'addome piatto. I capelli castano scuro, lunghi e lisci, erano stati domati in una piega ordinata che le conferiva un'aria estremamente raffinata e controllata, quasi altezzosa. Il suo viso ovale, dai lineamenti delicati e il naso sottile, era una maschera di lucida concentrazione, priva di qualsiasi traccia di stanchezza.
Non era semplicemente felice per la falla logica che avevo scovato la sera prima negli screenshot. Era affamata.
«Quindi,» iniziai, appoggiando i gomiti sul tavolo e cercando di ignorare il modo in cui le sue labbra carnose e lucide si muovevano mentre rileggeva i suoi appunti. «Possiamo chiuderla così? Entriamo lì dentro, sbattiamo i metadati sul tavolo e facciamo crollare l'accusa prima ancora che aprano bocca.»
Anna non alzò lo sguardo. Con una mano sottile, allineò il suo fascicolo con il bordo del tavolo, una precisione geometrica che mi fece venire voglia di scompigliarle i fogli solo per vederla reagire. La sua postura era dritta, il corpo quasi immobile, ma vibrava di una tensione elettrica. «No,» rispose, la voce piana. «Possiamo metterli nella posizione di dover concedere il punto più importante. Ammetteremo che non possiamo provare subito la falsità totale degli screenshot. Li lasceremo parlare. Ma li costringeremo a concedere l'incertezza sulla provenienza e sulla catena di custodia digitale. Niente attacchi frontali alla vittima. Spostiamo il dibattito: non è più se lui ha manipolato, ma se possiamo fidarci della prova.»
La fissai, sentendo l'entusiasmo della notte precedente sgonfiarsi come un palloncino bucato. Aveva preso il mio colpo di genio, la mia intuizione sporca e viscerale, e l'aveva trasformata in un'operazione chirurgica e sterile. «Quindi niente sangue?» chiesi, deluso. Questa volta sollevò quegli occhi castani, grandi e luminosi, e mi puntò addosso uno sguardo calmo ma spaventosamente diretto. «Non siamo al Colosseo, Alessandro.» «Peccato. Avevo già scelto il leone.»
Anna picchiettò la penna sul tavolo, chiudendo il discorso con un tono che non ammetteva repliche. «Tu non tocchi nessun leone. Tu leggi la scaletta, eviti di improvvisare e taci quando serve. Il processo è una questione di eleganza, non di macelleria.»
Mi appoggiai allo schienale, sospirando. La sua strategia era perfetta, inattaccabile, ma mi lasciava addosso una frustrazione densa. Guardandola, con quel suo décolleté delicato seminascosto dalla camicia abbottonata e quell'aria da persona che non cerca minimamente di provocare ma risulta comunque magnetica, mi resi conto di una cosa: per Anna questo non era un gioco. Era la vetrina della sua ambizione. E io stavo iniziando a voler essere l'unica cosa in grado di farle perdere quel fottuto, bellissimo controllo.
«Avvocato della difesa.»
La voce, calda e allegra, mi sorprese alle spalle mentre aspettavo Anna fuori dalla porta del tutor. Mi voltai e il mio corpo reagì prima ancora del mio cervello. Val era lì. E, come sempre, portava la luce con sé.
Non aveva nulla della rigidità militare di Anna. Era una creatura estiva, spontanea, con i lunghi capelli biondo miele, voluminosi e mossi in modo naturale, che le incorniciavano il viso armonioso e le ricadevano disordinatamente sulle spalle. Indossava un top chiaro, leggermente scollato, che valorizzava il busto pieno e il décolleté rotondo ed evidente, emanando una sensualità morbida, pulita e per nulla volgare.
«Pubblico ministero,» risposi, le labbra che si incurvavano da sole in un sorriso vero.
Val si fermò davanti a me. Teneva una pila di fascicoli stretta al petto e aveva una penna biro mezza masticata incastrata tra i denti. La sfilò, rivelando labbra ben disegnate e un'espressione divertita. «Hai una faccia,» commentò, inclinando la testa di lato. I suoi occhi chiari e penetranti mi scrutarono con un misto di ironia e comprensione. «Anna ti ha già trasformato in una tabella Excel a doppia entrata?»
Risi, sentendo i muscoli del collo finalmente rilassarsi. Con Val respiravo. Non c'erano esami da superare o regole da rispettare. «Sono sopravvissuto per miracolo e per un paio di cavilli procedurali che non sapevo nemmeno di conoscere,» confessai.
Val si avvicinò di un passo. Allungò una mano libera e, con una naturalezza disarmante, mi sistemò il colletto della felpa che si era piegato all'interno. Le sue dita mi sfiorarono la clavicola. Fu un contatto piccolo, intimo, senza secondi fini aggressivi. Una carezza mascherata da gesto quotidiano. «Allora,» disse, abbassando appena la voce, il tono che si faceva improvvisamente più concreto. «Il caffè nostro è ancora valido?»
Il mio stomaco fece una capriola. Non era più una battuta lanciata per aria. Stava fissando una data. «Dipende,» risposi, sostenendo il suo sguardo luminoso. «Se oggi là dentro mi distruggi, potrei non sopravvivere fino al weekend.» Lei ridacchiò, un suono che mi fece vibrare il petto. «Allora lo facciamo tra qualche giorno. Così hai il tempo materiale per metabolizzare la sconfitta e perdere con dignità.»
«Che donna generosa.» «Venerdì?» propose, gli occhi che brillavano di un'aspettativa sincera.
Sentii la promessa diventare reale, solida. «Venerdì.» Il suo sorriso si allargò. «Non da nemici.» «Non da nemici,» confermai.
Ero incantato, leggero, perso nella sua traiettoria. Finché un rumore secco, come un colpo di pistola silenziato, non rimbombò alle mie spalle.
Il rumore di una cartellina di plastica chiusa con una violenza chirurgica.
Mi voltai di scatto. Anna era in piedi a due metri di distanza. La sua postura era marmorea, i lineamenti del viso induriti in una maschera di pura glaciazione. Non fece scenate, non mosse un muscolo di troppo, ma l'aria intorno a lei scese a temperature artiche. Aveva visto tutto. E, maledizione, le bruciava.
Val si accorse del cambio di pressione atmosferica. Mi sorrise un'ultima volta, un po' più cauta, mi sfiorò il braccio con la penna e si allontanò lungo il corridoio per raggiungere Vittoria.
Rimasi solo con Anna. Feci un passo verso di lei, pronto a usare la mia solita ironia per disinnescare la bomba. «Hai finito di flirtare con l'accusa?» sibilò lei, precedendomi. La voce era così bassa e formale da sembrare un referto autoptico.
«Stavamo parlando, Anna.» «No.» I suoi occhi scuri mi incenerirono. «Stavate facendo quella cosa penosa in cui due persone fingono di parlare di banalità mentre cercano disperatamente conferme ormonali. È umiliante.»
Mi sporsi appena verso di lei, colpito da quella reazione spropositata. «Sei gelosa?» «Sono preoccupata per la tenuta della difesa, Alessandro.» Il modo in cui pronunciò il mio nome intero fu una porta sbattuta in faccia.
«Certo.» «E per la tua capacità di restare concentrato più di otto fottuti secondi quando una bionda ti sorride e ti aggiusta il colletto.»
Mi superò a passo di marcia, aprendo la porta dell'ufficio del tutor senza degnarmi di un altro sguardo.
Rimasi piantato nel corridoio, il profumo di Val ancora sulle fibre della mia felpa e la condanna di Anna che mi risuonava nelle orecchie. Il processo simulato era l'ultimo dei miei problemi.
L’aula seminari del dipartimento aveva la tipica illuminazione al neon che ti fa sembrare malato anche se sei appena tornato da due settimane a Formentera. Il tavolo centrale, un blocco di finto legno chiaro, divideva lo spazio in due trincee perfette.
Da una parte c'erano Val e Vittoria. Dall'altra, io e Anna. Al capotavola, il tutor, che mescolava il suo caffè nel bicchierino di plastica con l'energia di un condannato ai lavori forzati.
Anna stava dominando la stanza. Non alzava la voce, non gesticolava. Era seduta con la schiena dritta, la camicia bianca perfettamente stirata e abbottonata con cura, che le fasciava la corporatura asciutta e la vita fine in modo inappuntabile. I capelli castano scuro, lunghi e morbidissimi, ricadevano in una piega liscia e controllata dietro le spalle, conferendole un'aria estremamente raffinata, distante e inavvicinabile.
Il suo fascino pulito ed elegante era un'arma di distruzione di massa. Stava sezionando il problema degli screenshot con una precisione chirurgica, muovendo le dita sottili sui fogli senza mai perdere il contatto visivo con le avversarie.
«Non stiamo chiedendo di invalidare l'intera deposizione in questa sede,» stava dicendo Anna, la voce piana ma dotata di un'autorità naturale. «Chiediamo, tuttavia, che venga messa a verbale l'incongruenza dei metadati e dei formati. La catena di custodia digitale è quantomeno opaca. Vi chiediamo di ammettere questa opacità preliminare.»
La guardai di sbieco. Era magnifica. Le sue labbra, carnose e lucide, si muovevano formulando concetti tecnici che suonavano come una condanna inappellabile. Pur restando seria e neutra, la forma piena della sua bocca le dava una nota sensuale, un contrasto continuo e disturbante con la freddezza glaciale dei suoi occhi castani.
Dall'altra parte del tavolo, Val era attenta. La sua bellezza bionda, solare e curata, oggi era declinata in una versione meno goffa e più tagliente. Aveva i capelli raccolti da un lato e un'espressione concentrata. Non era solo la ragazza solare e simpatica che mi faceva ridere. Aveva un'intelligenza accademica reale e capiva perfettamente che Anna le stava sfilando il terreno da sotto i piedi senza far rumore.
«Possiamo ammettere che la provenienza fisica degli screenshot non sia lineare,» concesse Val, incrociando le mani davanti a sé. La sua voce era ferma.
Vittoria, seduta accanto a lei, scattò in avanti, velenosa e lucida. «Ma non ammettiamo che siano falsi. Sia chiaro per il verbale. Non vi regaliamo il processo solo perché avete scoperto una maledetta barra di stato storta.»
Anna inclinò leggermente il viso ovale, dai lineamenti finissimi. «Non chiediamo un regalo. Chiediamo che la prova venga trattata per quello che è: controversa.»
Il tutor annuì, prendendo appunti sul suo blocco. «Mi sembra una mediazione ragionevole. Metto a verbale che l'accusa concede il dubbio sulla catena di acquisizione.»
Eravamo a un passo dalla vittoria. Anna aveva appena blindato un vantaggio enorme, usando la tattica, l'ordine e il suo fottuto metodo. Era stato un intervento perfetto, pulito, inattaccabile.
E io non lo sopportavo.
Non sopportavo di essere solo lo spettatore del suo trionfo. Sentivo il bisogno fisico di fare qualcosa, di lasciare il mio segno sulla scena. Di dimostrare ad Anna che la mia strada, quella sporca e caotica che le dava tanto fastidio, valeva quanto la sua geometria. E, maledizione, volevo che Val mi guardasse. Volevo vedere l'impatto delle mie parole su quel suo viso luminoso e magnetico.
Inspirai. Anna, che aveva un radar per le mie cazzate, se ne accorse. Mi lanciò un'occhiata laterale. I suoi occhi grandi e luminosi si strinsero in un avvertimento silenzioso, durissimo e chiarissimo: Non osare parlare.
Ma il mio difetto principale è sempre stato quello: non so fermarmi quando c'è un precipizio, se so che saltare attirerà l'attenzione di tutti.
Mi sporsi in avanti, appoggiando gli avambracci sul tavolo. «Il problema, però,» esordii, sfoderando il mio tono più teatrale e brillante, «non è solo che quegli screenshot siano inaffidabili tecnicamente.»
Il tutor alzò la penna. Vittoria socchiuse gli occhi, già fiutando il sangue. Anna si pietrificò accanto a me.
Guardai dritto verso Val. «Il problema è che qualcuno aveva un disperato bisogno che quelle chat fossero credute. E, guarda caso, quel qualcuno siede comodamente, e in modo molto sospetto, dentro la vostra stessa narrazione. Non stiamo contestando un errore tecnico. Stiamo contestando un dolo costruttivo da parte dei vostri testimoni.»
Il silenzio che calò nella piccola aula fu assoluto, spesso, quasi solido. Era stata una frase bellissima da dire. Teatrale, d'impatto. Uno squarcio nel velo della procedura.
Ed era stata una mazzata suicida.
Il viso armonioso di Val si indurì all'istante. Non c'era delusione romantica nei suoi occhi chiari; c'era la reazione di una brava studentessa che si vedeva attaccata non sui fatti, ma sulla malafede. Avevo trasformato un compromesso tecnico in un'accusa personale al loro impianto logico. «Se la mettete così,» disse Val, la voce gelida e professionale, «allora non concediamo assolutamente nulla. Respingiamo la teoria del dolo e confermiamo la validità totale della prova.»
Vittoria si appoggiò allo schienale, un sorriso letale a incresparle le labbra. «Perfetto. Nessun accordo. Guerra totale.»
Il tutor sbuffò, cancellando le due righe che aveva appena scritto con un tratto di penna nero e marcato. «Bene. Un vero peccato, difesa. Allora ogni singolo elemento torna controverso e dovrete sudarvelo in dibattimento. Sarà il collegio giudicante a valutare. Abbiamo finito per oggi.»
Il gelo.
Non mi voltai subito a guardare Anna. Il terrore puro, animale, me lo impediva. Quando finalmente trovai il coraggio di girare la testa verso di lei, la vidi. Non parlò. Non fece mezza scenata. Non alzò gli occhi al cielo.
I suoi movimenti diventarono di una lentezza misurata e letale. Chiuse il suo fascicolo. Prese la penna e la appoggiò sul tavolo, curandosi che fosse perfettamente parallela al bordo della cartelletta. La sua linea del busto si alzò in un respiro singolo, profondo, che fece tendere impercettibilmente la seta chiara sulla pelle. Poi si alzò in piedi. Solo allora si voltò a guardarmi.
Il suo sguardo era calmo, ma dietro quella quiete c'era una condanna a morte emessa per direttissima. Era peggio di un urlo. Peggio di qualsiasi insulto. In quegli occhi castani e distanti, la promessa erotica e il patto che avevamo siglato la notte prima sul mio tappeto sembravano appena stati bruciati vivi.
Anna raccolse le sue cose e si diresse verso la porta, senza voltarsi indietro.
La rincorsi fuori dall'aula seminari, superando Vittoria che mi sibilò un "Sei un genio" carico di puro disprezzo. Raggiunsi Anna nel corridoio principale del dipartimento.
«Anna,» la chiamai, cercando di affiancarla. «Anna, aspetta. Posso spiegare.»
Lei non rallentò. Non mi guardò nemmeno. «Non qui.»
Queste due parole furono sputate fuori con una temperatura così bassa da causarmi un'ustione da congelamento. Il suo fascino pulito ed elegante era ora un'arma puntata dritta alla mia gola.
Camminammo nel corridoio, affiancati ma separati da un abisso. Intorno a noi l'università continuava la sua vita caciarona: un gruppo di matricole rideva davanti alle macchinette del caffè, una fotocopiatrice sputava fogli ritmicamente, la voce baritonale di un docente di Diritto Commerciale filtrava dalla porta socchiusa di un'aula magna. Ma dentro la nostra bolla, c'era solo l'eco del mio disastro.
Avrei voluto dire qualcosa, tirare fuori una battuta per sdrammatizzare, usare la mia solita ironia per arginare l'incidente. Ma guardandola, non trovai il coraggio. Anna camminava a passo spedito, stringendo il fascicolo della difesa contro il petto, come se dovesse proteggerlo da me. La sua figura snella e femminile si muoveva con una rigidità carica di rabbia inespressa. I suoi tacchi battevano sul pavimento di linoleum con una cadenza perfetta, inflessibile.
E ogni singolo passo suonava esattamente come la sentenza peggiore della mia vita.
l corridoio del dipartimento sfociava in una vecchia scala a chiocciola poco illuminata, un punto cieco che nessuno usava mai, se non per fumare di nascosto o litigare in privato.
Anna si fermò lì, sul primo pianerottolo di marmo grigio. Si voltò.
Non c’era traccia della ragazza sfatta ed eccitante della notte prima. Non c'era nemmeno l'ufficiale asettico dell'aula seminari. C’era solo una furia glaciale, lucida e spietata. La luce cruda del finestrone le tagliava il viso, mettendo in risalto gli zigomi morbidi ma presenti e le labbra serrate in una linea sottile. La sua postura era rigidissima, la camicia bianca tesissima sul busto.
Mi appoggiai alla ringhiera di ferro freddo, cercando l'aria. «Anna, posso...» «Avevamo ottenuto una concessione,» mi interruppe, la voce bassissima, un sibilo letale.
«Lo so.» «No.» Fece un mezzo passo avanti. L'odore del suo profumo pulito era un pugno allo stomaco. «Non lo sai. Perché se lo sapessi, se avessi una pur minima idea di come si costruisce una vittoria, non avresti aperto bocca.»
«Volevo spingere sul punto,» provai a difendermi. «Sapevo di aver ragione, volevo forzarle a cedere di più...» «No. Tu volevi brillare.»
La parola cadde tra noi come una mannaia. «Tu non hai una strategia, Alessandro. Tu hai un bisogno patologico di trasformare ogni stanza, ogni cazzo di stanza in cui entri, in un pubblico pagante pronto ad applaudirti.» «Anna, dai...»
«Non farlo,» ordinò, gli occhi grandi, castani e implacabili che mi inchiodavano. «Non recitare anche adesso. Smettila di difenderti con la tua faccina da schiaffi e ascolta.»
Rimasi muto. Le sue mani, che stringevano il fascicolo con una forza tale da far sbiancare le nocche, erano immobili. Forse c'era un microscopico, quasi invisibile tremito nel suo polso, ma il resto del corpo era pietra.
«Per te è tutto una scena,» continuò, chirurgica. «Una frase a effetto riuscita bene, una battuta detta al momento giusto, uno sguardo della tua amica bionda, un tutor che alza il sopracciglio e ti fa sentire speciale e dannato. Giochi. Fai casino. Te ne fotti.» Si fermò. La pausa fu pesantissima, carica di un dolore compresso che non le avevo mai visto addosso.
«Per me no.» La sua voce scese di mezzo tono, vibrando di una verità tagliente. «Per me questo è curriculum. È reputazione. È il modo in cui il professor Nardi mi guarda quando entro in un'aula. È il modo in cui un tutor decide se ricordarsi il mio fottuto nome o se cestinarmi. È il modo in cui io costruisco una carriera, mattone su mattone, senza aspettare che qualcuno mi scelga per simpatia, per culo o per grazia divina.»
Ogni parola era una frustata. La ferita vera di Anna, la sua ossessione per il controllo, era lì, esposta e sanguinante. Teneva alla carriera come alla sua vita. E io gliel'avevo appena inquinata.
«Io non posso permettermi il lusso di essere brillante per caso, Alessandro. Io devo essere impeccabile.» I suoi occhi si inumidirono appena, ma non versò mezza lacrima. Trasformò quel minuscolo cedimento in puro veleno. «E tu oggi hai preso il mio lavoro. Hai preso la mia preparazione, le mie ore di sonno perse, la mia fottuta credibilità, e le hai usate come palcoscenico per il tuo maledetto ego.»
Non avevo risposte. L'ironia era evaporata, l'istinto di difesa annientato. La stima e l'eccitazione che mi aveva trasmesso la notte prima si erano ritorte contro di me, diventando puro, asfissiante debito.
«Oggi tu non hai rovinato una battuta o sprecato un'intuizione,» sussurrò, a un palmo dal mio viso. «Tu hai sporcato il mio nome.»
Abbassai lo sguardo. Fissai la punta delle mie scarpe, distrutto.
Anna non aveva finito. Affondò l'ultima lama dritta nel mio nucleo personale, quello che Vittoria mi rinfacciava da anni. «Il problema non è che sei inaffidabile. Il problema è che quando qualcuno si fida di te, quando qualcuno abbassa le barriere e ti lascia entrare... tu lo vivi come un invito a dimostrare quanto riesci a distruggere prima che l'altro smetta di provarci.» Prese fiato, gli occhi duri e spietati. «Tu non hai paura di fallire. Tu hai il terrore di riuscire in qualcosa senza poter dire che in fondo non ti importava.»
Mi schiantò contro il muro della mia stessa codardia. «Anna...» balbettai, la voce raschiata, sentendo il bisogno fisico di toccarla, di azzerare la distanza, non per seduzione, ma per non perdere quel brandello di connessione.
«No,» mi bloccò, arretrando di un passo, ripristinando il confine invalicabile della sua fisicità. «Oggi non hai perso un punto percentuale sul voto. Hai perso il diritto di essere trattato come uno che ci sta provando. Adesso lavori. E non perché te lo chiedo io. Perché hai un fottuto debito.»
Si voltò e scese le scale, il rumore secco dei suoi tacchi sul marmo che segnava la mia condanna.
Mi trascinai fino al cortile esterno. L'aria frizzante non servì a schiarirmi le idee. Mi lasciai cadere su un muretto basso, strofinandomi gli occhi.
«Dovevi proprio farlo davanti a tutti?»
Alzai la testa. Val era lì. Non c'era il suo solito sorriso luminoso. I lunghi capelli biondo miele, che solitamente portava sciolti in onde morbide, sembravano aver perso volume, cadendo più piatti sulle spalle. I suoi occhi chiari, sempre pronti all'ironia, mi fissavano con una serietà delusa che mi fece più male della sfuriata di Anna. Stringeva i fascicoli dell'accusa al petto come uno scudo.
«Io pensavo di aiutarci,» mentii a metà. «No,» rispose Val, morbida ma implacabile. «Pensavi di sembrare geniale.»
Sospirai. Detto da Anna, era metodo. Detto da Val, era una verità che faceva sanguinare il cuore. Val mi capiva. Vedeva sotto la posa da ragazzino disilluso.
Lei allungò una mano libera, esitando per una frazione di secondo prima di sfiorarmi il braccio coperto dalla felpa. Un tocco leggero, tiepido, che mi scaldò la pelle per un attimo, ma che ritirò quasi subito. «Venerdì resta valido,» disse.
La guardai, stupito. «Anche dopo... quello?» Val fece un mezzo sorriso, piccolo, triste ma denso di possibilità. «Sì. Però... non venire con quella faccia da processo. Non venire a recitarmi la parte del genio sregolato, dell'avvocato brillante, del disastro affascinante a cui tutto è concesso.» Fece un passo indietro. I suoi lineamenti morbidi e armoniosi mi si incisero nella mente. «Vieni come Ale.
Se ne andò. E io rimasi lì, chiuso in una morsa asfissiante. Anna mi stava chiedendo disciplina pura. Val mi stava chiedendo verità nuda. Entrambe, in modi fottutamente diversi, mi stavano chiedendo di smettere di recitare.
Il resto della giornata non fu un pomeriggio di studio. Fu pura e cruda espiazione.
Quando Anna mi raggiunse in biblioteca, decretò la legge marziale senza nemmeno togliersi il cappotto. La tensione erotica della notte precedente, l’elettricità del patto reciproco, era svanita, sostituita da un gelo burocratico. Non era più un gioco. Non era nemmeno una punizione divertente. Era lavoro. Debito. Riparazione.
«Finché non trovi un fottuto modo per riparare, da solo, il danno che hai fatto, il nostro patto è sospeso,» aveva decretato, e in quella frase c'era l'eco devastante del fatto che non potevo più comprare il suo favore o la sua eccitazione con un sorriso. L'accordo erotico dipendeva dalla fiducia professionale, e io l'avevo carbonizzata.
Mi costrinse a rileggere tutti gli screenshot. A ricostruire la timeline evento per evento. A confrontare ogni metadato con le dichiarazioni a verbale. Mi assegnò la preparazione di cinque domande nuove e chiuse per la testimone e mi obbligò a stendere una nota tecnica formale da inviare al tutor per limitare i danni della mia sparata.
La biblioteca divenne la mia tomba. La luce fredda dei neon mi seccava gli occhi. Il rumore dei tavoli pieni, dei sussurri nervosi degli altri studenti e l'odore di carta stantia e caffè bruciato mi causarono una nausea perenne. Ero piegato in due sulla sedia di legno, la postura curva, la felpa stropicciata, i capelli scompigliati e le dita sporche di inchiostro giallo. La macchinetta del caffè aveva ingoiato i miei ultimi due euro senza darmi resto, e un collega aveva appena stampato male l'intero Codice di Procedura Civile occupando la stampante per quaranta minuti.
Anna, seduta di fronte a me, sembrava sfinita, ma non cedeva di un millimetro. I capelli castani erano raccolti male, le maniche della camicia bianca arrotolate sopra i gomiti in modo disordinato. I suoi occhi erano pesanti, circondati da ombre violacee, e i movimenti secchi e silenziosi. Non mi toccava mai. Non mi sfiorava. Le nostre ginocchia non si cercavano sotto il tavolo.
Ero sfinito. Il buco nello stomaco mi ricordò che non mangiavamo dalla colazione con il caffè amaro.
Ad un tratto, senza dire una parola e senza guardarmi, Anna fece scivolare sul tavolo, spingendolo verso il mio fascicolo, un tramezzino impacchettato del distributore.
Mi raddrizzai a fatica. «Mi hai comprato da mangiare?» Lei non alzò gli occhi dal computer. «Se svieni per calo glicemico, rallenti ulteriormente la linea di difesa. Abbiamo una scadenza.»
Sorrisi debolmente. Era una briciola, ma era vitale. «Quindi è affetto?» «È pura logistica nutrizionale, Alessandro. Masticare silenziosamente, prego.»
Il custode passò poco dopo, sventolando un mazzo di chiavi per avvisare della chiusura. Uscimmo nell'aria gelida della sera, camminando vicini ma separati da una tensione che si era trasformata. Non c'era più odio. C'era un debito pesante.
Quella notte, rintanato nel mio salotto, circondato dai resti della nostra guerra, capii una cosa devastante. L’accordo di Anna non era mai stato una semplice promessa di piacere o uno sfogo fisico temporaneo. Era una trappola mortale, costruita infinitamente meglio di qualunque teoria difensiva o obiezione processuale. Ogni singola prova che trovavo mi avvicinava alla soluzione del caso. Ogni regola che rispettavo, ogni stronzata che ingoiavo per disciplina, mi avvicinava inesorabilmente a lei. E il fottuto problema, come sempre nella mia vita disordinata, era che stavo seriamente iniziando a voler vincere entrambe le cose.
L’aria nell'appartamento era spessa, satura di caffè bruciato, stanchezza e della polvere invisibile che si alza quando sventri un fascicolo processuale. Lavoravamo da ore. Niente frecciatine, niente sguardi di traverso. Solo pura, brutale fatica accademica. Stavo scorrendo gli allegati digitali del fascicolo, l'ennesima stampa degli screenshot, quando il mio cervello, ormai intorpidito, registrò un’anomalia.
Mi fermai. Strofinai gli occhi con i palmi delle mani e guardai di nuovo i metadati in calce ai fogli. Controllai l’orario. Controllai i nomi dei file. Poi alzai la testa.
«Anna.» Non smise di scrivere. «Dimmi che hai trovato qualcosa di reale e non un pretesto per smettere di leggere.» «La testimone, l'amica della vittima,» dissi, raddrizzando la schiena, la stanchezza improvvisamente sparita. «A verbale dichiara di aver ricevuto questi screenshot subito dopo la presunta conversazione, inviati uno per volta in preda al panico, giusto?» «Corretto.» «E allora perché i nomi dei file allegati al fascicolo hanno un'indicizzazione sequenziale perfetta? IMG_001, IMG_002, IMG_003. E, cosa ancora più assurda, l’orario di estrazione dai server del telefono indica che sono stati creati tutti nello stesso esatto minuto, tre giorni dopo i fatti, subito dopo un incontro fisico tra la vittima e la testimone.»
Anna smise di scrivere. La penna rimase sospesa a un millimetro dalla carta. «Non li ha ricevuti,» conclusi, sentendo l'adrenalina pulsarmi nelle tempie. «Li ha organizzati. Se li avesse salvati o ricevuti in momenti diversi, le stringhe numeriche sarebbero disordinate, mischiate al resto del rullino. Questi sono stati puliti, ordinati e consegnati come una storia già fottutamente impacchettata.»
Anna mi sfilò i fogli di mano. I suoi occhi castani corsero veloci lungo le stringhe di numeri. La vidi irrigidirsi. Il suo cervello stava già processando l'informazione, destrutturandola, trasformandola in piombo fuso da versare sull'accusa. «La testimone non è solo fonte,» mormorò Anna, gli occhi che brillavano di una luce fredda e calcolatrice. «È filtro.»
«Tradotto in lingua umana?» «Non ha semplicemente ricevuto una prova passivamente. Ha partecipato attivamente alla costruzione e alla selezione della sequenza probatoria. Ha un ruolo narrativo, non solo testimoniale.» Anna appoggiò i fogli sul tavolo. Mi guardò. «È utile.»
«Solo utile?» chiesi, abbozzando il mio solito mezzo sorriso. «È una fottuta bomba. Dimmi che mi hai perdonato.»
Anna non sorrise. Il suo sguardo restò imperscrutabile, un muro di vetro antiproiettile. «Hai riparato una parte del danno incalcolabile che hai creato oggi pomeriggio.» «Quindi niente assoluzione totale?» «Non saresti in grado di gestirla,» ribatté, secca. Poi, abbassò leggermente la voce, e il tono si fece più profondo, quasi intimo. «Il resto è fiducia, Alessandro. E quella non si ricostruisce con una sola buona intuizione.»
La frase mi ammutolì. Era perfetta, spietata e assolutamente vera.
Verso le due di notte, la cucina era l'immagine della desolazione fuorisede. Il tavolo era un tappeto di fogli disordinati, bicchieri d'acqua mezzi vuoti, evidenziatori lasciati senza tappo a morire lentamente e un tramezzino morsicato e abbandonato in un angolo. La lampada gettava un cono di luce giallastra solo su di noi, mentre fuori dai vetri la città era inghiottita dal buio e dal silenzio.
Ero distrutto. Mi passai una mano tra i capelli, sentendo le vertebre del collo scricchiolare. Di fronte a me, Anna continuava a lavorare. Era instancabile. Stava riscrivendo la nota tecnica per il tutor e riordinando la lista delle domande per il controinterrogatorio.
Fisicamente, però, l'università l'aveva abbandonata. Non indossava più la sua armatura sartoriale. Aveva infilato un paio di pantaloncini da casa morbidi e scuri, che le lasciavano scoperte le gambe lunghe e snelle, e una maglia leggera, un po' scollata, sopra la quale aveva gettato un cardigan color panna che le era scivolato oltre una spalla, rivelando la linea pallida e tesa della clavicola e la spallina sottile di un reggiseno nero. I suoi capelli castani erano stati raccolti alla bell'e meglio con una pinza di plastica, in un nido disordinato da cui sfuggivano ciocche ribelli che le accarezzavano il collo nudo. Era scalza. I suoi piedi pallidi, privi di smalto o calze, sfioravano le gambe del tavolo. Il trucco era consumato, c'erano delle ombre leggere sotto i suoi occhi, e la pelle sembrava emanare un calore stanco, denso di profumo e di notte.
Eppure, in quel disordine domestico, non c'era traccia di vulnerabilità. Era seduta lì, scalza e sfatta, e comandava la stanza con una gravità assoluta. Non si era messa comoda per sedurmi. Lo aveva fatto per sopravvivere alla nottata, e mi stava concedendo l'accesso a quella sua versione privata senza mai smettere di essere il generale. Quella dicotomia era l'essenza stessa del suo erotismo.
«Quindi,» ruppi il silenzio, stiracchiandomi. «Ho recuperato il mio errore.» Anna non alzò lo sguardo dallo schermo. «Hai cominciato a recuperare.» «Dura.» «Vera.» La guardai, lasciando scivolare lo sguardo sulla linea della sua coscia scoperta. «E l'accordo? Il patto che avevamo fatto?»
Anna smise di digitare. Il rumore dei tasti cessò. Con una flemma che mi fece salire il cuore in gola, sollevò finalmente gli occhi su di me. «Non hai guadagnato una ricompensa, Alessandro.»
Il mio sorriso si spense. Rimasi zitto, improvvisamente insicuro. «Hai risolto un casino che hai generato tu stesso per pura vanità,» continuò lei, la voce che scendeva di un'ottava, assumendo una consistenza scura, vellutata. «Quindi?» chiesi, la gola arida.
Lei si scostò leggermente dal tavolo, allargando appena le cosce nude coperte solo dai bordi dei pantaloncini morbidi. Con un dito, mi indicò lo spazio esatto tra le sue gambe. «Quindi, questa è una penale.»
Il cambio d'aria fu istantaneo. La stanza si riempì di una pressione fisica, schiacciante. Non c'era dolcezza nella sua voce, non c'era una romantica riappacificazione. Era un dazio da pagare. E dentro quel dazio c'era controllo, riparazione, e un desiderio così violento da farmi tremare le mani.
Mi alzai dalla sedia. Non dissi nulla. Mi avvicinai a lei, aggirando il tavolo, e mi inginocchiai esattamente dove mi aveva indicato. Mi ritrovai con il viso all'altezza del suo bacino, circondato dal calore del suo corpo e dal suo profumo di pelle nuda e stanchezza.
Anna teneva ancora la penna nella mano destra, appoggiata sul fascicolo aperto sulla scrivania. «Regole,» disse, guardandomi dall'alto in basso, i suoi occhi castani immensi e severi. «Niente battute.» «Difficile,» sussurrai. «Niente telefono.» «È lontano.» «Niente Val.»
Il nome di Val, pronunciato in quel momento, mi colpì come una frustata, ma non feci una piega. Silenzio. «E niente fretta,» continuò Anna, la voce ferma. «Se corri come hai corso oggi davanti al tutor pur di prenderti la scena, ti fermo e te ne vai a dormire.» Inclinò leggermente il capo, offrendomi un micro-consenso, freddo ma vitale. «Se vuoi fermarti, lo dici.»
«Non voglio fermarmi,» risposi, il respiro che si faceva pesante. «Lo so. Voglio sentirlo da te.» «Non voglio fermarmi, Anna.» «Allora ascolta.»
Il suo comando fu accompagnato da un movimento che mi azzerò il cervello. Anna strinse le cosce attorno al mio viso. La pelle morbida, bollente e vellutata dell'interno coscia mi serrò le guance e le orecchie come una morsa dolcissima e implacabile. Non potevo girare la testa, non potevo fare lo sbruffone, non potevo recitare. Mi stava chiudendo il mondo fuori, obbligandomi a concentrarmi solo ed esclusivamente su di lei. Sulla sua anatomia. Sul suo piacere. Su un testo che non potevo improvvisare, ma che dovevo decifrare con cura assoluta.
Spostai delicatamente il tessuto morbido dei suoi pantaloncini e lo slip di pizzo scuro, mettendoli da parte. Il profumo della sua eccitazione mi investì, acuto, muschiato e inebriante. Mi avvicinai.
Appoggiai le mani sui braccioli della sua sedia per non toccarle il corpo, costringendomi a rispettare il ruolo. Sentii il suo respiro bloccarsi quando la punta della mia lingua tracciò la prima linea umida lungo la sua fessura, dal basso verso l'alto. La sua figa era già gonfia, caldissima e bagnata, un contrasto perfetto con l'atteggiamento glaciale che manteneva fuori.
Provai ad accelerare, preso dalla foga, dalla morbidezza della sua carne contro la mia bocca, e lei aumentò istantaneamente la pressione delle cosce contro le mie mascelle. Un richiamo fisico, un collare invisibile. «Più piano,» sussurrò Anna sopra di me. Sentii il graffio della sua penna sulla carta. Stava fottutamente cercando di scrivere. «Non indovinare. Ascolta.»
Obbedii. Modificai il ritmo. Aprii le labbra e premetti la bocca contro di lei, accogliendo il suo clitoride turgido tra le labbra morbide. Iniziai a succhiare, applicando una pressione costante, lenta, mentre la lingua creava cerchi piatti e umidi, raccogliendo i suoi umori e mescolandoli con la mia saliva. Il sapore di Anna era intenso, aspro e dolce insieme.
La sentii sussultare. La sua mano sinistra abbandonò il tavolo e scese, infilando le dita tremanti tra i miei capelli scompigliati. Non mi accarezzò; mi tenne fermo, spingendomi ancora più a fondo contro di sé, affondando le unghie nel mio cuoio capelluto. «Così...» mormorò, e la sua voce non era più piana. Era incrinata. Spezzata ai bordi. «Vedi? Quando smetti di voler vincere la scena, Alessandro... diventi fottutamente utile.»
Non risposi. Non potevo, e non volevo. Strinsi la presa sui braccioli, dedicandomi completamente a quel compito. La punta della lingua lavorava sul suo centro nevralgico con una precisione che non avevo mai applicato a niente in vita mia, esplorando la consistenza umida e scivolosa, rallentando quando sentivo i suoi muscoli tendersi, aumentando la pressione del vuoto quando il suo bacino si sollevava impercettibilmente dalla sedia in cerca di attrito.
Sopra di me, l'armatura di Anna stava crollando pezzo per pezzo, e la mia vittoria era proprio quella: smantellarla con la pura attenzione, non con il caos.
«Catena di...» la sentii mormorare. La penna grattò un'altra volta sul foglio. «Custodia digitale... compromessa.» Faceva leva sulla scrivania. Ma il suo corpo la stava tradendo.
Infilai due dita all'interno del suo calore, spalancandola, bagnandole con i suoi fluidi densi, per poi portarle ad assistere la bocca. Succhiavo e leccavo, affondando il viso tra le sue cosce strette, nutrendomi della sua perdita di controllo.
Il ginocchio di Anna si tese. Il fascicolo che aveva sulle gambe scivolò inesorabilmente sul pavimento, sparpagliando gli screenshot che avevamo appena analizzato. La penna le cadde dalle dita, rotolando fino a precipitare sul tappeto con un tonfo sordo. «Ale...» ansimò, la voce ormai un rantolo.
Aumentai il ritmo della lingua, rapido, incisivo, spietato. Anna non riuscì più a parlare. Strinse le cosce attorno al mio viso con una forza quasi dolorosa. Trattenne il respiro, inarcando il petto verso l'alto, la testa che cadeva all'indietro. Il suo orgasmo non fu un lamento romantico o una resa teatrale. Fu una crepa improvvisa, violenta. Un gemito soffocato e rabbioso, animale, che le graffiò la gola, mentre il suo bacino si contraeva contro la mia bocca con spasmi potentissimi, bagnandomi il mento e la lingua con ondate di piacere puro e salato.
La tenni stretta per i fianchi, accogliendo ogni suo fremito, continuando a stimolarla leggermente finché la contrazione dei muscoli non iniziò a svanire e le sue cosce, lentamente, persero la loro morsa autoritaria attorno alle mie guance.
Il silenzio che seguì fu assordante, interrotto solo dal suono dei nostri respiri pesanti che riempivano la cucina.
Mi staccai dolcemente. Rimasi in ginocchio tra le sue gambe, gli occhi bassi, cercando di recuperare ossigeno. Il cuore mi batteva nel petto come un tamburo. Anna era accasciata sulla sedia, il cardigan scivolato completamente da una spalla, il respiro spezzato. Aveva perso la sua geometria perfetta.
Non mi alzai. Non dissi nulla. Agendo d'istinto, con una spontaneità che non mi apparteneva, appoggiai la guancia contro l'interno della sua coscia, ancora calda e umida del suo piacere e della mia saliva. Era un gesto di sottomissione volontaria, di quiete assoluta. Chiusi gli occhi.
Mi aspettavo che mi spingesse via. Che si ricomponesse e tornasse a essere la stronza glaciale di sempre. Invece, Anna rimase ferma. La sua mano scivolò lungo la mia testa, e le sue dita si infilarono tra i miei capelli, sfiorandomi la nuca. Un tocco leggero. Vero. Sconvolgentemente tenero.
«Anna,» dissi piano, la voce che vibrava contro la sua pelle. «Non dire niente,» sussurrò lei. «Non stavo per fare una battuta.» Ci fu una pausa lunghissima. Le sue dita si mossero appena tra i miei capelli. «Lo so.»
Quella risposta sussurrata, vulnerabile, mi fece più paura di tutto il resto. Perché il sesso poteva chiamarlo penale, clausola, regola o conseguenza. Ma quel gesto tenero, quella frazione di secondo in cui per la prima volta aveva creduto che non stessi scappando, quello non poteva archiviarlo in nessun fottuto fascicolo.
Il silenzio era tornato a regnare nella cucina, ma non era più lo stesso di prima. C'era un'elettricità residua che mi pizzicava la pelle, un'eco del piacere che avevamo appena condiviso. Restai in ginocchio sul tappeto, i battiti del cuore che tornavano lentamente a ritmi umani, gli occhi fissi sulla figura di Anna.
Era seduta sulla sedia, il cardigan ancora scivolato su una spalla, i capelli castano scuro in un nido di ciocche selvagge che le incorniciavano il viso stanco. Ma non c'era traccia di dolcezza nel suo sguardo. Quando incrociò il mio, la sua espressione subì una metamorfosi rapida: il desiderio esplosivo di pochi istanti prima venne risucchiato in un vuoto glaciale.
Si alzò, lisciandosi i pantaloncini e tirando su il cardigan con un gesto nervoso, quasi infastidito dalla propria stessa nudità. Il modo in cui si ricompose fu un esercizio di autocontrollo chirurgico: chiuse la camicia, si infilò le dita tra i capelli per riportare un minimo di ordine, e i suoi movimenti, prima frenetici e sporchi di desiderio, tornarono a essere composti, rigidi.
«Basta,» disse. La parola uscì dalla sua bocca con la freddezza di una sentenza.
Mi alzai, il corpo ancora pesante di adrenalina. «Anna...» «La penale è estinta,» tagliò corto, voltandosi verso il tavolo. Prese la penna, l'appoggiò sul fascicolo e tornò a guardare le pagine, come se il mio corpo nudo, le sue cosce su cui avevo appena lasciato la mia saliva e il mio piacere non fossero mai esistiti.
«Tutto qui?» chiesi, la voce incrinata. «Dopo tutto questo, torniamo a fare i compagni di banco?»
Anna mi lanciò un'occhiata veloce, i suoi occhi castani così freddi da sembrare estranei. «Non trasformare cinque secondi di silenzio in una storia, Alessandro. Abbiamo un caso da vincere.» «Non confondere una tregua con una sentenza,» aggiunsi io, imitando il suo tono cinico, nascondendo la ferita che quella sua chiusura improvvisa mi stava scavando dentro.
Il mio telefono, appoggiato sul tavolo basso, vibrò di nuovo. Il display si illuminò nel buio della cucina. Val.
Il messaggio apparve chiaro, una promessa luminosa in mezzo a tutto quel fottuto casino: “Venerdì alle 18? Per il caffè nostro. Promesso: niente processo.”
Guardai il nome. Val. La ragazza che volevo da anni. La leggerezza, il sorriso, la vita genuina e brillante. Il futuro che avrei potuto avere se solo non fossi stato così complicato. Anna non disse nulla. Non mi ordinò di non guardarlo. Non fece scenate. Ma la sentii irrigidirsi. Il rumore dei tasti che batteva sul computer divenne più secco, quasi violento. La sua mano si fermò sulla tastiera e per un istante il suo collo si contrasse, diventando una colonna di marmo.
Avevo davanti a me due strade. Potevo lasciar perdere Val, tornare nell'orbita protettiva e logorante di Anna, o potevo scegliere il rischio. Digitai freneticamente, sotto gli occhi invisibili di Anna: “Venerdì alle 18. Niente processo.”
Inviai. Il messaggio partì con un clic quasi impercettibile. Anna smise di digitare. Il silenzio che avvolse la cucina fu una scure che calava. Non si voltò, ma la sua voce fu più bassa, più tesa che mai. «Bene. Allora abbiamo una scadenza anche noi.»
«Che scadenza?» chiesi, sentendo il battito accelerare di nuovo.
Anna si voltò, fissandomi. Il suo trucco era consumato, le occhiaie leggere le davano un'aria stanca, ma lo sguardo era ferocemente lucido. «Entro venerdì devi essere pronto a non farti distruggere da lei in aula.»
Il riferimento a Val fu un colpo basso, ma perfetto. Non aveva nominato la mia gelosia, né la sua. Aveva trasformato Val in un ostacolo professionale. Aveva trasformato il nostro appuntamento in una prova di forza.
«Bene,» dissi, la mascella serrata.
Anna tornò al fascicolo come se il mio nome, la mia pelle e la mia esistenza non le fossero appena rimasti addosso. Val mi aspettava venerdì. Anna mi chiedeva presenza, lavoro, disciplina e un desiderio che non sapevo più se fosse odio o devozione.
E io, che fino a una settimana prima non riuscivo a scegliere nemmeno un corso opzionale, capii finalmente che il problema non era scegliere tra due strade. Il problema, quello vero, era che volevo percorrerle entrambe, costi quel che costi.
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