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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 6
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Capitolo 6 di 12 23 min di lettura

Controinterrogatorio a Bocca Piena

Alla vigilia del caffè con Val, Anna trasforma la preparazione processuale in un addestramento fatto di gelosia, disciplina e ricompense oscene.
Tra domande sempre più cattive e una notte di convivenza troppo intima, Alessandro capisce che la vera prova non sarà in aula.

Alessia
3 mesi fa · 753 letture · 2

Il risveglio ebbe il sapore amaro dell'inevitabile. Aprii gli occhi fissando il soffitto di camera mia, con il cervello che processava simultaneamente due concetti pesantissimi. Primo: il processo simulato si era trasformato da una farsa accademica a una fottuta guerra di trincea in cui la mia reputazione e il mio orgoglio venivano scuoiati vivi ogni giorno. Secondo: l'indomani, alle diciotto in punto, avrei visto Val.

Un caffè. Fuori dall'aula, fuori dai fascicoli, fuori dal raggio d'azione dell'accusa e della difesa. Un caffè nostro.

Mi trascinai in cucina, passando una mano tra i capelli in disordine. Mi aspettavo di trovare l'aria satura dell'ostilità glaciale di Anna, un'estensione del freddo che ci eravamo scambiati la notte precedente, dopo il mio disastro davanti al tutor. Invece, Anna era già seduta al tavolo, immersa nei documenti.

Era perfetta. La camicia abbottonata in modo inappuntabile fasciava il suo busto delicato, i lunghi capelli castani erano disciplinati in una piega liscia che le scivolava oltre le spalle, e il suo viso ovale, dai lineamenti finissimi e regolari, era immacolato, protetto da un trucco leggero ma impeccabile. Nessuna traccia della donna sfatta, ansimante e vendicativa della notte prima. Era un'illusione ottica di controllo assoluto.

Eppure, quando mi avvicinai, notai le crepe.

Senza alzare lo sguardo dal computer, Anna allungò una mano e fece scivolare verso di me una tazza fumante. Poi, con l'altra mano, prese il cavo del caricabatterie e lo spostò esattamente di fianco al mio posto.

«Domani alle diciotto hai il tuo impegno,» disse, la voce atona, tecnica, priva di qualsiasi inflessione. Mi bloccai con la tazza a mezz'aria. «Il mio impegno?» «Non so come preferisci chiamarlo,» ribatté lei, girando una pagina del codice con un fruscio secco. «Caffè, fuga strategica, autolesionismo romantico. Scegli tu la categoria giurisprudenziale.»

Soffiai sul bordo della tazza, abbozzando un mezzo sorriso. «Sei gelosa, Perfettina?» I suoi occhi castani, luminosi e spietati, si alzarono a incrociare i miei. «Sono semplicemente consapevole delle tue criticità operative, Alessandro.»

Era la sua firma. Non ammetteva nulla, ma stava sanguinando sotto la corazza, e io lo sapevo. «Ti ho lasciato il caffè,» aggiunse, fredda, indicando la tazza con la punta della penna. «Grazie. È un gesto premuroso.» «Non commuoverti e non abituartici,» sibilò, tornando a guardare lo schermo. «Sei totalmente inutile alla difesa se ti addormenti sulla scrivania.»

Due ore dopo, la tensione della cucina si era trasferita nell'aula seminari del dipartimento. Era un incontro preliminare, una sorta di deposito informale delle memorie difensive davanti al tutor. Avevamo appena sganciato la nostra bomba: la catena di custodia digitale degli screenshot era compromessa. La testimone amica della vittima non si era limitata a ricevere i messaggi, li aveva filtrati, ordinati e montati.

Mi appoggiai allo schienale della sedia, pronto a godermi lo spettacolo di Val in difficoltà.

Ma Val non era lì per fare la bella statuina. Quando si alzò per replicare, lo fece con una sicurezza che mi lasciò senza fiato. I suoi capelli biondo miele, voluminosi e mossi in modo naturale, le incorniciavano il viso in un'aura di fascino luminoso ed elegante. Indossava una camicia morbida che seguiva le sue curve senza costringerle, e la sua postura comunicava una tranquillità assoluta.

«Il punto sollevato dalla difesa è affascinante, ma fuorviante,» esordì Val. La sua voce era chiara, musicale, ma chirurgica. «L'ordine sequenziale dei file non prova in alcun modo la malafede della testimone. Prova semplicemente che, dopo il panico iniziale e lo shock della vittima, qualcuno ha cercato di rendere leggibile per le autorità una storia confusa. Si chiama ordine razionale, non manipolazione.»

Sentii il terreno franarmi sotto i piedi. Era una motivazione dannatamente ragionevole. Logica. Perfetta.

Vittoria, seduta accanto a lei, non perse un battito. Si sporse sul tavolo, gli occhi ridotti a due fessure ironiche e velenose. «La verità è che la difesa vuole disperatamente farvi guardare i nomi e i numerini dei file, perché sa benissimo che non può permettersi di farvi guardare il contenuto di quelle chat.»

Il tutor si schiarì la voce, guardandoci da sopra gli occhiali. «Difesa, attenzione. La vostra linea tecnica è molto interessante, ma se si trasforma in un'insinuazione gratuita contro la testimone senza ulteriori prove, rischia di ritorcersi contro di voi in dibattimento.»

Fissai Val. Era bellissima, brillante, spontanea e formidabile. Aveva parato il nostro colpo migliore e lo aveva rispedito al mittente con l'eleganza di un sorriso. Invece di provare rabbia, sentii un'ondata di pura, cristallina ammirazione. Era la ragazza che desideravo da anni, e vederla combattere in quel modo mi rendeva impossibile trattarla come un nemico.

Anna, seduta alla mia sinistra, non disse una parola. Ma la temperatura corporea che irradiava scese a zero. Il suo respiro si bloccò per una frazione di secondo. Con la coda dell'occhio, la vidi stringere la penna fino a farsi sbiancare le nocche. Aveva percepito il mio rammollimento istantaneo. Aveva visto il mio sguardo su Val. E, peggio ancora, sapeva che Val ci stava mettendo con le spalle al muro.

Quella sera, l'aria nell'appartamento era densa come pece. Il tavolo della cucina era il solito campo di battaglia: fascicoli sparsi, computer accesi, rimasugli di una cena arrangiata al volo.

Anna aveva abbandonato la formalità universitaria. Indossava un paio di pantaloncini leggeri da casa e una maglia morbida e scollata che le scivolava continuamente da una spalla, esponendo la pelle chiara e il contrasto scuro della spallina del reggiseno. I suoi capelli erano raccolti in modo disordinato da una pinza, e i piedi nudi erano appoggiati sul pavimento freddo. Un'intimità domestica, stanca, ma carica di un potenziale erotico che mi teneva i nervi a fior di pelle.

Stava leggendo la lista delle domande di controinterrogatorio che avevo preparato nel pomeriggio per distruggere la tesi di Val.

Il silenzio fu interrotto dal rumore dei fogli che venivano lanciati sul tavolo, scivolando fino a urtare il mio computer. «Questa non è una domanda,» decretò Anna, la voce bassa, impregnata di un disprezzo purissimo. «È una carezza con il punto interrogativo.»

Sbuffai, passandomi le mani sul viso. «Non posso massacrarla, Anna. Se attacco Val in modo troppo aggressivo, la giuria e il tutor ci prenderanno per sadici.» «Perché è Val?» chiese, incrociando le braccia sotto il seno, un gesto che ne evidenziò la forma morbida e rotonda contro la stoffa sottile della maglia. «Perché è brava,» mentii, sostenendo il suo sguardo fiammeggiante. «Hai sentito come ha ribaltato la questione dell'ordinamento dei file. Se ci vado giù pesante e lei mi para il colpo, sembro un idiota.»

«Appunto,» sibilò Anna, sporgendosi in avanti. Il suo viso si avvicinò al mio. Potevo sentire il suo calore, il profumo della sua pelle stanca ma pulsante di vita. Le sue labbra carnose, quel dettaglio che mi mandava in cortocircuito la logica, si schiusero per pronunciare la sentenza definitiva. «È esattamente per questo che devi colpire meglio. Più forte. Più a fondo.»

«Non posso trasformare l'udienza in un'esecuzione pubblica.»

Anna si alzò in piedi. A piedi nudi, aggirò il tavolo e venne a piantarsi esattamente di fianco alla mia sedia. Non mi toccò, ma la sua vicinanza era una pressione fisica, un campo gravitazionale.

«Il tuo problema non è la giuria, Alessandro,» mormorò, la voce che era un rasoio di seta. Si chinò appena, sfiorandomi quasi l'orecchio con il viso, il respiro caldo che mi fece venire i brividi lungo la schiena. «Il tuo problema è che con me vuoi vincere. Con lei... con lei vuoi piacere.»

La frase mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. Era la verità. Assoluta. Sporca. Innegabile. Non potevo fare a pezzi Val perché volevo che lei mi guardasse ancora con quell'ammirazione luminosa, perché volevo arrivare a quel fottuto caffè del venerdì senza dovermi scusare.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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