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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 14
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Capitolo 14 di 14 46 min di lettura

Processo finito

Il processo arriva alla sua ultima, esplosiva udienza, trascinando Ale tra rivalità, verità scomode e sentimenti impossibili da ignorare. Ma quando tutto sembra finalmente concluso, una nuova notte di desiderio e una sorprendente rivelazione cambiano le regole del gioco.

Alessia
4 ore fa · 10 letture · 0

Il ritorno alla normalità domestica ha il suono di una playlist indie sparata a volume illegale dal corridoio e l'aspetto di una montagna di vestiti buttati a caso su una poltrona.

Nel giro di dodici ore, Vittoria si era ripresa i suoi spazi con la rapidità di un'occupazione abusiva, cancellando ogni traccia del rigore geometrico di Anna. Il cavo del suo caricabatterie serpeggiava di nuovo pericolosamente sul pavimento del salotto, una tazza sporca di tè stazionava vicino al divano e la porta del bagno era tornata a essere territorio di guerra aperta. La casa era tornata a essere la nostra casa: caotica, vissuta, sporca di abitudini vecchie di anni.

Eppure, il mio cervello si rifiutava di collaborare con il nuovo arredamento. Continuavo a cercare Anna nei gesti più stupidi. Mi aspettavo di sentire il ticchettio nervoso della sua penna sul legno, o di vederla comparire sulla soglia per criticare il modo in cui tenevo la schiena curva sul portatile.

Ero seduto al tavolo della cucina, immerso fino al collo nella revisione dell'arringa difensiva. Scrissi di getto una frase di raccordo per contestare l'attendibilità degli orari delle chat e, per puro automatismo muscolare, mi voltai verso la sedia alla mia destra.

«Anna, questa secondo te…»

La frase mi morì sulle labbra. La sedia era vuota. Non c'erano i suoi grandi occhi castani pronti a passarmi ai raggi X, né i suoi lunghi capelli scuri raccolti in modo disordinato. C'era solo lo schienale di legno graffiato.

Dalla zona dei fornelli, dove stava armeggiando con una padella, Vittoria si bloccò. Si voltò lentamente verso di me, in pantaloncini di felpa e canotta bianca che le fasciava il busto morbido, i lunghi capelli biondo miele legati alla bell'e meglio e quello sguardo chiaro, freddo e tagliente che non perdonava nulla.

«Hai appena parlato con una sedia?» mi chiese, inarcando un sopracciglio.

Mi schiarii la gola, tornando a fissare lo schermo con finta nonchalance. «Sto provando un'arringa.»

«E la sedia come la trova?»

«Decisamente più collaborativa di te,» ribattei secco.

Vittoria scosse la testa, trattenendo a fatica un mezzo sorriso sulle labbra piene prima di tornare alle sue uova strapazzate. Non infierì oltre, e le fui grato per quel silenzio.

Mi rimisi al lavoro da solo, costringendomi a concentrarmi. Mentre scorrevo i paragrafi, però, mi accorsi di una cosa assurda: non avevo più bisogno che Anna fosse fisicamente lì per sapere cosa avrebbe detto. Sentivo la sua voce nella testa, limpida e spietata, che mi tagliava via gli aggettivi superflui, che mi obbligava a legare ogni intuizione a un dato oggettivo del fascicolo. Mi aveva insegnato a dare una struttura al mio talento dispersivo, ma soprattutto, a furia di farci la guerra su quelle carte, avevo imparato a conoscere i meccanismi della sua mente quasi quanto conoscevo i miei.

A tarda sera, il telefono vibrò sul tavolo, proprio accanto al codice di procedura. Lo schermo si illuminò con una notifica.

Anna: Ho aggiornato l'ultima replica sul file condiviso. Controlla la parte sul movente.

Fissai quelle due righe. Niente saluti, niente domande su come avessi passato la giornata, nessuna traccia della ragazza che meno di ventiquattr'ore prima aveva tremato tra le mie braccia confessandomi di aver paura. Era tornata la collega formale, trincerata dietro la sua armatura digitale.

Presi il telefono e digitai una risposta, cercando di strapparle almeno una reazione.

Ale: Ricevuto, capo.

La risposta arrivò in meno di dieci secondi.

Anna: Non chiamarmi capo.

Sorrisi da solo, appoggiando la schiena alla sedia.

Ale: Ti manca già il mio talento?

I tre puntini di sospensione comparvero sullo schermo, sparirono, poi ricomparvero. Rimase a fissare la chat per un minuto buono prima di inviare.

Anna: Domani alle nove davanti all'aula. Non fare tardi.

Rilessi lo scambio tre volte. Le mie dita rimasero sospese sulla tastiera virtuale: avrei voluto chiederle se stesse bene, se avesse dormito, o se avesse indossato la mia maglietta grigia. Ma bloccai il pollice e bloccai lo schermo. Aveva tracciato il suo confine per non sentirsi una donna in attesa, e io non avevo alcun diritto di scavalcarlo con un messaggio di mezzanotte senza avere una risposta vera da offrirle.

Il giorno della vigilia scivolò via in una bolla di concentrazione quasi irreale. Per la prima volta nella mia intera carriera universitaria, non cercai scuse per distrarmi, non uscii a prendere cinque caffè al bar e non mi ridussi all'ultimo minuto confidando nella mia parlantina.

Passai il pomeriggio chiuso in camera mia a limare la chiusura dell'arringa difensiva. La struttura logica era quella blindata che avevo costruito con Anna, ma sentivo che mancava ancora l'affondo finale, il passaggio capace di disinnescare la bomba morale del nostro cliente senza farci apparire come dei complici disonesti.

Appoggiai la penna sul foglio bianco e scrissi di getto, lasciando che le parole prendessero il mio ritmo naturale:

«Non siamo qui per stabilire se il nostro assistito sia una persona dalla condotta esemplare. Siamo qui per stabilire se le prove depositate dimostrino, oltre ogni ragionevole dubbio, ciò che gli viene attribuito. Sono due domande profondamente diverse. E confonderle, cercando una condanna morale dove manca la tenuta della prova, sarebbe l'errore più grave che quest'aula potrebbe commettere.»

Rilessi quelle righe a bassa voce. Funzionavano. Non era un colpo di teatro per strappare l'applauso e non era nemmeno un cavillo freddo da manuale. La differenza rispetto al passato era che, per la prima volta, non avevo scritto una frase per impressionare Nardi, per stuzzicare Anna o per farmi guardare da Val. L'avevo scritta perché credevo davvero in ogni singola parola. Avevo trovato la mia voce.

Quando scese la notte, preparai la camicia e la giacca scura per il giorno dopo, appendendole fuori dall'armadio.

Tornai in cucina per spegnere la luce e il mio sguardo cadde sul tavolo. Accanto al faldone chiuso della difesa, c'era ancora la penna viola di Val. La presi tra le dita, osservando quel ridicolo cuoricino di plastica che brillava nella penombra.

Sapevo che dall'altra parte della città c'era una ragazza bionda, solare e meravigliosa che domani avrebbe indossato i panni del pubblico ministero e mi avrebbe dato battaglia senza sconti, aspettando che il sipario calasse per avere la mia risposta.

Non presi il telefono per scriverle. Non cercai rassicurazioni facili prima dello scontro. Camminai fino in camera mia e infilai la penna viola nel taschino interno della giacca, proprio all'altezza del petto. Domani l'avrei affrontata in aula da professionista, alla pari, mettendoci tutto quello che avevo. E poi, finalmente, avrei smesso di scappare.

L’aula magna del secondo piano era esattamente come l’avevo lasciata nel primo capitolo di questa assurda discesa agli inferi, solo con il doppio dell'ansia e la metà dell'ossigeno disponibile.

C’era quella tipica, inconfondibile atmosfera universitaria da giorno del giudizio: una sessantina di studenti ammassati sulle vecchie panche di legno lucido, fascicoli aperti sulle ginocchia, qualcuno accovacciato vicino al muro alla ricerca disperata di una presa funzionante per un portatile al due per cento di batteria. Dal corridoio filtravano i colpi sordi di un tizio che stava prendendo a pugni il distributore automatico colpevole di essersi mangiato un euro e cinquanta senza restituire il resto, mentre tra le file serpeggiavano i commenti sottovoce e le scommesse clandestine sui favoriti.

Era novembre inoltrato. Fuori Napoli aveva il colore del piombo fuso, ma dalle enormi finestre ad arco entrava una luce bianca, cruda e tagliente, abbastanza forte da illuminare ogni granello di polvere sospeso nell'aria e da rendere tutto fin troppo reale.

Per un miracolo che rasentava il paranormale, ero arrivato in anticipo. Avevo indossato la giacca scura, e nel taschino interno, proprio sopra lo sterno, sentivo la pressione leggera della penna viola di Val.

Dall'altra parte dell'aula, al banco dell'accusa, Vittoria e Val erano già in posizione. Vittoria era uno spettacolo di eleganza algida: indossava un completo dal taglio impeccabile che le fasciava la figura slanciata, i lunghi capelli lisci biondo miele sciolti sulle spalle e quel viso dorato dal sole che manteneva un'espressione vagamente altezzosa. Quando i suoi occhi chiari e magnetici mi intercettarono sulla soglia, alzò pigramente due dita dalla copertina del codice in un saluto che era al novanta per cento una minaccia di morte e al dieci per cento un insulto personale.

Accanto a lei, Val alzò la testa dai suoi appunti. Il contrasto con la mia coinquilina era straordinario: aveva i capelli mossi che le ricadevano morbidi sul petto, una camicia chiara sotto il blazer che lasciava intravedere il collo lungo, le clavicole delicate e la curva generosa e pulita del suo décolleté. Quando mi vide, le sue labbra carnose e ben disegnate si aprirono in un sorriso. Non era un sorriso da fidanzata, avevamo concordato di congelare tutto fino al fischio finale, ma era un sorriso luminoso, vivo, che attraversò l'aula per dirmi una cosa sola: in bocca al lupo, anche se oggi ho intenzione di farti a pezzi.

Raggiunsi il banco della difesa, posando la mia borsa sul legno. Pochi minuti dopo, il brusio vicino alla porta cambiò tono. Anna era appena entrata.

Se speravo di trovare sul suo volto anche solo un'ombra della ragazza che meno di quarantott'ore prima si era portata via la mia vecchia maglietta grigia dentro un trolley, rimasi deluso. Era semplicemente impeccabile. Indossava un abito sobrio e scuro che seguiva la sua linea snella e i fianchi morbidi senza concedere nulla alla distrazione; i capelli castano scuro erano domati in una piega liscia e ordinata, il viso ovale e delicato era una maschera di quiete assoluta, e stringeva al petto la sua inseparabile cartellina rigida come uno scudo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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