Il mattino ha sempre avuto il pessimo vizio di presentare il conto. Quando aprii gli occhi, la luce grigiastra dell'alba filtrava a malapena dalle fessure della tapparella, ma il mio cervello era già acceso e girava a vuoto come un motore fuori giri.
Ero stanco, con i muscoli pesanti e la pelle che sembrava aver assorbito tutta l'umidità e la tensione della notte. Ma, soprattutto, ero sporco di pensieri. La voce di Vittoria continuava a rimbombarmi nel cranio, spietata e lucida come sempre. Vittoria mi aveva tolto l’alibi con la stessa delicatezza con cui si strappa un cerotto da una ferita ancora aperta.
Mi voltai lentamente sul materasso. Anna dormiva accanto a me, il respiro regolare, un braccio piegato sotto il cuscino. Anche nel sonno, il suo viso ovale dai lineamenti fini manteneva una simmetria invidiabile; i capelli castano scuro, lunghi e morbidi, le ricadevano sulle spalle nude, in netto contrasto con la pelle chiara. Le labbra carnose erano leggermente dischiuse, un'immagine di vulnerabilità che stonava ferocemente con la sua natura tagliente.
Fissandola, capii che il problema non era che Val potesse sospettare qualcosa. Il fottuto problema era che, se Val sospettava, forse io non avevo più il diritto di fingere che Anna fosse solo un incidente domestico, una parentesi chiusa tra un codice di procedura e le lenzuola sfatte. Anna aveva invaso tutto: la mia casa, la mia routine, il mio modo di pensare e, inevitabilmente, il mio letto.
Sentii un nodo di nervosismo stringermi lo stomaco all'idea di doverla affrontare in cucina, tra il rumore della moka e i silenzi carichi di pretese. Così, feci la cosa in cui eccellevo da vent'anni: scappai. Mi infilai i pantaloni e una felpa cercando di fare meno rumore possibile. Non volevo svegliarla. Non volevo aspettarla. Per la prima volta nella mia vita da fuoricorso, non stavo evitando una responsabilità generica o un esame. Stavo evitando lei.
L'aula universitaria, un paio d'ore dopo, aveva l'atmosfera rarefatta di una sala d'attesa per condannati a morte. Mi ero seduto all'ultimo banco, stropicciandomi gli occhi, sperando di mimetizzarmi con la tappezzeria. Il professor Nardi era già in piedi dietro la cattedra, con le mani appoggiate sul legno scuro e lo sguardo da predatore che perlustrava la platea.
Si schiarì la voce, e il brusio degli studenti si spense di colpo. «L’udienza conclusiva sarà tra quattro giorni,» annunciò Nardi, con un tono che non ammetteva repliche. «Avete tempo per rifinire le arringhe, depositare la scaletta finale e prepararvi alla discussione sull’acquisizione integrale. Da questo momento, niente improvvisazioni: voglio vedere cosa avete capito del caso, non quanto sapete recitare bene.»
Quattro giorni. Ingoiai a vuoto. Era una condanna perfetta: un tempo abbastanza breve da farti sudare freddo, ma abbastanza lungo da permettere al mio assurdo triangolo emotivo di esplodere come una granata senza sicura. La fine non mi stava ancora addosso, ma potevo sentirne il fiato sul collo.
«Sei arrivato prima di me.»
La voce, levigata e fredda, mi fece sussultare. Anna era in piedi accanto al mio banco. Era ordinata, tagliente, metodica come sempre. Indossava un completo scuro che le fasciava i fianchi, e stringeva al petto la sua immancabile cartellina con i fascicoli. Il suo sguardo calmo, ma dannatamente diretto, mi scrutò da capo a piedi.
Abbozzai un mezzo sorriso, cercando di nascondere il panico. «Segnalo l’evento alla segreteria.» «No,» ribatté lei, posando i documenti sul banco con un colpo secco. «Tu lo trasformeresti in una circostanza attenuante.»
Cercai di alzarmi, raccogliendo la mia giacca. «Bene, ci vediamo dopo.» Anna si parò davanti a me, sbarrandomi la strada. Il suo profumo pulito, lo stesso che poche ore prima avevo respirato sulla mia federa, mi investì in pieno. «Dobbiamo parlare della scaletta,» disse, perentoria. «Più tardi,» svicolai, facendo un passo di lato. «Più tardi quando?» insistette, aggrottando le sopracciglia perfette e naturali. «Oggi torno presto.» «Questa frase, detta da te, danneggia la credibilità della difesa,» sentenziò, incrociando le braccia.
Sorrisi, ma non mi fermai. Feci per superarla, ma lei mi afferrò leggermente per il gomito. La sua presa era salda. Anna era una che odiava l'improvvisazione e pretendeva di avere sempre un piano. «Mi stai evitando?» mi chiese. La sua voce si era abbassata, perdendo per un secondo l'intonazione accademica. «Ti sto solo offrendo dieci minuti senza dovermi correggere,» mentii, guardandola negli occhi castani, così luminosi e inquisitori. «Questa è una forma più stupida di evitamento.»
Lasciò la presa. Aveva registrato ogni mia singola esitazione. Sapeva che stavo fuggendo, e io sapevo che lei sapeva. Scappavo perché, se fossi rimasto un minuto di più a fissare le sue labbra carnose, avrei avuto il terrore di leggerle in faccia la domanda che mi stava distruggendo: tu cosa sei per me?
Uscii dall'aula come se mi avessero tolto l'ossigeno. Scesi i primi tre gradini dello scalone monumentale della facoltà e mi bloccai.
Val era lì. Era appoggiata alla balaustra di marmo, illuminata dalla luce del sole che entrava dalle grandi vetrate. Aveva quel fascino luminoso e curato che mi aveva sempre fregato. I suoi lunghi capelli biondo miele scendevano voluminosi e mossi in modo naturale sulle spalle, incorniciando il viso ovale e armonioso. Indossava una camicia morbida che le valorizzava il décolleté in modo elegante, senza mai risultare volgare.
Non sembrava essere lì per caso. Mi stava aspettando. Mentre l'ombra di Anna, rigida e calcolatrice, restava intrappolata nell'aula alle mie spalle, Val riempiva lo spazio davanti a me con una presenza solare, goffa e profondamente viva.
Quando mi vide, si staccò dalla balaustra. I suoi occhi chiari e penetranti, capaci di darle un'aria raffinata, mi puntarono addosso. «Hai cinque minuti?» chiese.
Mi fermai sul gradino sopra di lei, guardandola dall'alto in basso, sentendo l'attrazione sottile ma innegabile che iniziava a vibrare tra noi. «Parli tu o l’accusa?» le chiesi, infilando le mani in tasca per non farle vedere che mi sudavano i palmi.
Le sue labbra piene e ben disegnate si incurvarono in un sorriso spontaneo, disarmante. «Io,» rispose, con una morbidezza che non aveva nulla a che fare con i codici e le sentenze. «L’accusa oggi la lascio nel fascicolo.»
Fu come ricevere una boccata d'aria fresca in una stanza chiusa da mesi. In quella singola frase, Val aveva tranciato i fili del processo. Non era il mio avversario. Era la ragazza che mi faceva ridere il cuore.
Scesi l'ultimo gradino, azzerando la distanza tra noi. «E cosa propone la parte civile?» Val inclinò la testa, passandosi una mano tra i capelli dorati in un gesto che attirò il mio occhio esattamente dove lei sapeva di farlo cadere. «Andiamo a prendere un caffè vero?» propose. «Non quello del distributore che sa di rinvio d’udienza e depressione.»
Annuii. In mezzo a tutto quel caos, a quella guerra fredda con Anna e alle verità scomode di Vittoria, seguire Val fuori da quell'edificio mi sembrò l'unica, fottuta cosa sensata da fare.
L’aria fuori dalla facoltà aveva quel tipico sapore pungente dei tardi pomeriggi di novembre, quando il sole si abbassa velocemente e taglia i profili dei palazzi con una luce dorata e malinconica.
Uscire dall'università con Val fu come togliere il tappo a una bottiglia sotto pressione. La lasciai fare da capofila mentre ci facevamo largo tra i motorini parcheggiati male sul marciapiede. Val camminava un po' troppo veloce, il fascicolo dell'accusa stretto sotto il braccio, ma poi, come se si fosse ricordata all'improvviso di non essere da sola, rallentò il passo per allinearsi al mio. I suoi lunghi capelli biondo miele, mossi in modo del tutto naturale, le ondeggiavano sulle spalle a ogni passo, catturando i riflessi del tramonto.
Non c’era un piano. Non lo avevamo chiamato "appuntamento". Era iniziato come un semplice andiamo a prendere un caffè vero, ma mentre camminavamo, mi resi conto di una verità spaventosa: non volevo tornare a casa. Non volevo tornare ai codici, alle scalette, a Nardi, e soprattutto non volevo tornare nell'orbita gravitazionale, asfissiante e glaciale di Anna.
