Processo Simulato - Vol.1

Capitolo 7 - Sabbia, Sale e la Figa di Val

Nel giorno del caffè “senza processo”, Alessandro prova a respirare fuori dalla trincea di Anna e si lascia trascinare dalla leggerezza pericolosa di Val.
Tra città, mare e desiderio, una notte apparentemente libera apre una frattura impossibile da ignorare.

A
Alessia

1 ora fa

24 visualizzazioni6,767 parole

La luce del mattino filtrava dalle tapparelle a fessura, tagliando il soffitto della mia camera in strisce grigie e polverose.

Mi svegliai con la sensazione di essere stato investito da un tir carico di contraddizioni. Sulla pelle e nei muscoli avevo ancora impresso il climax della notte precedente: il calore umido della bocca di Anna, la morsa implacabile delle sue cosce sul mio viso, il suo gemito rotto e incontrollabile. Ma nella testa, come un chiodo piantato a martellate, pulsavano le scadenze: le domande per distruggere l'accusa, la sua mezza confessione sull'ex "voglioso", il messaggio luminoso di Val. E quella fottuta frase, l'ultima che Anna aveva pronunciato prima di chiudersi nel suo silenzio metodico: «Domani vai da lei. Prima, però, vieni in aula con me.»

Mi stropicciai la faccia e mi trascinai in cucina, preparandomi a gestire un imbarazzo post-sesso spesso come cemento. Speravo di trovarla in pigiama, magari un po' vulnerabile, magari arrabbiata. Qualcosa di umano.

Invece, Anna era già lì. Ed era la peggiore versione possibile: era perfetta.

La cucina odorava di caffè appena fatto. I fascicoli che la notte prima avevamo sparpagliato in preda all'impeto e all'intuizione erano di nuovo impilati con rigore geometrico. Lei era seduta al suo posto. Indossava una camicia di seta chiara, immacolata, stirata con una precisione che faceva male agli occhi. I capelli castano scuro, che poche ore prima le avevo stretto tra le mani, erano tornati a essere lunghi, lisci e ordinati, incorniciandole il viso con quell'aria raffinata e distante che la rendeva inavvicinabile. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e il naso regolare, non tradiva la minima traccia di stanchezza. Il trucco leggero era impeccabile.

Teneva la penna in mano, la postura dritta. Il suo fascino pulito ed elegante era stato rimontato pezzo per pezzo, trasformato in una corazza antiproiettile. Sapeva benissimo che alle diciotto avrei visto Val fuori dalle logiche del processo, e poiché non aveva alcun titolo legale o sentimentale per impedirmelo, aveva deciso di trasformare l'attesa in una spietata simulazione militare. Confondeva il controllo con la sicurezza: se controllava tutto, non avrebbe sofferto.

«Di nuovo,» ordinò, senza nemmeno alzare gli occhi quando mi sedetti di fronte a lei, con la mia tazza di caffè nero fumante già pronta sul tavolo.

Sbuffai, passandomi una mano sul collo indolenzito. «Anna, la so.»

«La saprai,» ribatté, la voce piatta e glaciale, «quando riuscirai a dirla senza sembrare uno che le sta chiedendo scusa.»

«Non le sto chiedendo scusa. Sto solo cercando di non sembrare un sociopatico.»

Anna alzò lo sguardo. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, si piantarono nei miei con una durezza che mi fece mancare il respiro per un secondo. «Il tuo tono sì. Il tuo tono è un'apologia continua. Sei troppo morbido. Se usi quell'inflessione, la giuria penserà che non credi nemmeno tu a quello che stai dicendo.»

Non stava dicendo mi fa impazzire che tu sia dolce con lei. Stava dicendo la tua morbidezza compromette la linea difensiva. Era la sua gelosia glaciale, tradotta nell'unica lingua che le era permessa: la procedura. E a me, maledizione, quell'intransigenza faceva salire un'eccitazione nervosa e competitiva.

«D'accordo,» dissi, raddrizzando la schiena e poggiando i gomiti sul tavolo. «Testiamo l'artiglieria.»

La cucina divenne la nostra aula di tribunale. L'aria si fece elettrica. La guardai dritta negli occhi, cancellando il volto di Val dalla mente e concentrandomi solo sull'obiettivo, sul bersaglio che avevamo costruito insieme. Scandii le domande con una voce ferma, baritonale, priva di qualsiasi empatia. Pura aggressione logica.

«Chi ha deciso l'ordine in cui questi screenshot sono stati presentati?» Pausa. «Chi li ha selezionati dal dispositivo originale?» Feci scorrere il dito sul tavolo. «Perché una prova, che a verbale viene definita come la reazione spontanea di una vittima nel panico, arriva al nostro fascicolo già organizzata, impaginata e rinominata sequenzialmente?» Mi sporsi in avanti. «Chi ha trasformato il caos di una presunta aggressione in una narrazione pre-confezionata, utile solo a sostenere la tesi dell'accusa? E infine: come può questa corte pretendere fiducia, se la prova chiave arriva su questo tavolo già filtrata, manipolata e diretta a tavolino?»

Il silenzio che seguì fu assoluto. Anna mi fissò. Le sue labbra, solitamente carnose e lucide, si socchiusero appena in un'espressione neutra, ma i suoi occhi parlarono per lei. Avevo fatto a pezzi la teoria di Val. Ero stato cinico, inattaccabile. Perfetto.

La dinamica tra noi si nutriva di quello: lei mi sfidava, io rispondevo, nessuno concedeva un millimetro, ma entrambi sapevamo di funzionare in modo letale.

«Meglio,» disse infine, abbassando lo sguardo sulle sue carte e facendo un piccolo segno di spunta con la penna.

Sorrisi, un sorriso arrogante. «Solo meglio?»

«Vuoi un complimento o vuoi vincere il caso, Alessandro?»

«Da te, un complimento sincero sarebbe statisticamente più raro e prezioso di un'assoluzione con formula piena.»

Anna non sorrise, ma la linea della sua mascella si ammorbidì impercettibilmente. «Infatti sto cercando di preservarne l'altissimo valore di mercato.»

Funzionavamo. Cazzo, se funzionavamo. Aveva preso il mio talento disordinato e lo aveva affilato come un rasoio. Ma il peso sullo stomaco aumentò, perché proprio ora, mentre mi sentivo una macchina invincibile al suo fianco, l'orologio sul muro segnava lo scorrere inesorabile del tempo.

Le 17:35.

L'aria nell'appartamento cambiò densità, diventando improvvisamente pesante, quasi soffocante. Ero in corridoio. Infilai le braccia nel giubbotto di pelle scura, sistemai il colletto davanti allo specchio e controllai lo schermo del telefono. Nessuna notifica da Val. Era tutto confermato.

Anna era rimasta al tavolo della cucina. Aveva il computer aperto, codici impilati, e stava apparentemente lavorando. Ma non stava leggendo nulla. Lo percepivo dall'immobilità innaturale delle sue spalle strette e delicate. Mi stava ascoltando. Stava ascoltando il rumore delle mie scarpe, lo scatto della cerniera, il ticchettio delle chiavi di casa che prendevo dal piattino.

Non fece mezza scenata. La sua natura non contemplava l'isteria. Non mi chiese dove stavo andando, in quale bar l'avrei portata, se sarei tornato per cena. Non aveva il diritto di farlo. Era questo il patto. Eppure, ogni suo respiro trattenuto era una frustata invisibile. La sua gelosia non urlava; si congelava in una compostezza che tagliava la pelle.

Mi fermai sulla soglia della cucina. Sentivo il bisogno fisico di dirle qualcosa, di smorzare quella tensione che ci stava strangolando entrambi. «Io... vado,» annunciai, sentendomi un idiota totale.

Anna non si voltò. Si limitò a spostare una ciocca di capelli scuri dietro l'orecchio, un gesto elegante e calcolato. «Alle diciotto hai il tuo impegno,» constatò, la voce priva di colore.

«Sì.»

«Non fare tardi domani mattina.»

Aggrottai la fronte. «Domani mattina?»

Anna sollevò finalmente il viso. Il suo sguardo quieto, quasi distaccato, era un capolavoro di simulazione. «Il processo simulato non sospende i termini di deposito solo perché il co-difensore ha deciso di dare priorità alla sua vita sentimentale. Abbiamo una contro-replica da strutturare.»

Ingoiai il groppo in gola. Stava ribadendo i confini. Mi stava lasciando andare, ma stava marchiando il territorio del giorno dopo, ricordandomi che, alla fine della fiera, sarei dovuto tornare lì. Da lei.

«Ci sarò. Alle nove in punto,» promisi.

Feci per voltarmi, la mano già sulla maniglia della porta d'ingresso.

«Alessandro.» Mi bloccai. «Divertiti,» disse Anna.

Il tono era liscio, perfetto, ma l'implicazione era così affilata che sentii un brivido freddo risalirmi lungo la nuca. Mi girai a guardarla. «Detto così sembra una fottuta minaccia.»

Le labbra piene e sensuali di Anna si tesero appena in una linea inespugnabile. «È una formula di cortesia. Sotto giuramento, non potresti provare il contrario.»

Uscii e mi chiusi la porta alle spalle, portandomi addosso il profumo pungente della sua disciplina e un senso di colpa che non avevo idea di come gestire.

Uscire dall'appartamento che condividevo con Vittoria e che Anna aveva militarmente annesso, fu come riemergere da un'apnea durata ventiquattr’ore.

Mentre camminavo verso il centro storico, il silenzio asfissiante e chirurgico delle nostre nottate di studio venne gradualmente inghiottito dal caos della città. Era l'ora dell'aperitivo. L'aria era vibrante, carica del rumore sordo dei motorini sui sampietrini, del tintinnio dei bicchieri e delle risate sovrapposte. La luce dorata e calda del tramonto tagliava i vicoli, sciogliendo la tensione che avevo accumulato nei muscoli.

Arrivai al bar con dieci minuti di anticipo, mi appoggiai al tavolino all'aperto e aspettai. Val arrivò con cinque minuti di ritardo, e fu come se qualcuno avesse improvvisamente alzato il volume del mondo.

Non aveva la perfezione geometrica e intimidatoria di Anna. Val era vera, viva, fottutamente luminosa. Indossava un paio di jeans chiari e un top bianco leggero che scivolava morbido sul busto, valorizzando quel suo décolleté rotondo ed evidente in un modo così naturale da sembrare quasi involontario. I lunghi capelli biondo miele, con la radice leggermente più scura, erano mossi, un po' spettinati dal vento, e le incorniciavano il viso ovale e armonioso. Si avvicinò cercando disperatamente le chiavi in una borsa di tela che sembrava contenere l'inventario di una cartoleria e tre cambi d'abito. Sbatacchiò contro una sedia, fece una smorfia buffa, quasi goffa, e poi alzò il viso verso di me, sfoderando un sorriso solare che mi disarmò all'istante.

«Non fare quella faccia,» esordì, lasciando cadere la borsa sulla sedia di fronte alla mia con un tonfo.

Sbattei le palpebre, ancora imbambolato dalla sua figura femminile, proporzionata e dannatamente seducente. «Che faccia?» «Da uno che sta perennemente aspettando un’obiezione da parte della corte.» «È la mia faccia normale, Val.» Lei si sedette, appoggiando i gomiti sul tavolino, il top che le si tendeva appena sul petto. «Allora dobbiamo lavorarci su con urgenza.»

Chiamò il cameriere con un cenno disinvolto, ordinò due Spritz senza nemmeno consultare il menù, e poi mi puntò addosso quegli occhi chiari, freddi nel colore ma caldissimi nell'espressione. «Regola fondamentale del caffè nostro,» decretò, con finta severità. «Niente processo. Vietato parlare di Diritto, di imputati, di testimoni e di giurisprudenza.»

«Una regola sola?» chiesi, abbozzando un sorriso cinico. «Sì. E tu l’hai già quasi violata.» «Io non ho detto niente.» «Stavi pensando all'articolazione delle tempistiche probatorie. Lo so. Puzzavi di Codice di Procedura Penale fin da laggiù.»

Risi. Risi per davvero. Con Anna ero costretto a una trincea in cui l'aria mancava e ogni passo falso era una coltellata. Val mi stava tirando fisicamente e mentalmente fuori dall'aula. Non mi voleva come avvocato, non mi voleva come brillante oratore. Voleva Ale. E io, con lei, riuscivo stranamente a respirare.

I drink arrivarono. L'alcol e l'atmosfera rilassata iniziarono a smussare i miei angoli. Val era un concentrato di energia pura. Parlava gesticolando, raccontandomi di un disastro con un professore di Diritto Privato, e ogni volta che rideva il suo viso si illuminava. Le labbra carnose e ben disegnate si curvavano in modo così spontaneo che avrei voluto sporgermi sul tavolo e baciarla lì, in mezzo a cento persone.

Eppure, il mio fottuto cervello continuava a fare dei cortocircuiti. Ogni volta che Val si sistemava una ciocca di capelli biondi dietro l'orecchio, io ricordavo la morsa delle cosce di Anna sul mio viso.

«Comunque è incredibile,» disse Val, a un certo punto, passando l'indice sul bordo del bicchiere inumidito di condensa. «Cosa?» «Voi due. Tu e Anna.» Val fece una piccola pausa, guardandomi da sotto in su, senza traccia di malizia, ma con un'intelligenza acutissima. «Vi detestate così tanto, vi scontrate così ferocemente su ogni singola virgola, che ormai sembrate una coppia di vecchi sposati in attesa del divorzio.»

Mi irrigidii. Fu un riflesso condizionato. Il mio corpo si tese all'istante, come se Val avesse appena tirato un filo invisibile collegato direttamente alla mia spina dorsale.

Val non era stupida. Capiva molto più di quanto la sua aria leggera desse a vedere. Si appoggiò allo schienale della sedia, inclinando il collo e scoprendo una linea morbida e delicata. «Hai ancora Anna addosso,» constatò, la voce che scendeva di mezza ottava. «Io non ho nemmeno nominato Anna,» mi difesi subito, usando la mia solita strafottenza come scudo.

«No,» ammise Val, senza affondare, ma senza nemmeno indietreggiare. «Però hai appena fatto quella faccia. Quella da uno che sta litigando mentalmente con lei anche se lei non è neanche in questo quartiere.»

Incastrato. Val non sapeva del sesso, non sapeva del patto erotico-legale, non sapeva dell'addestramento. Ma intuiva la gravità. Intuiva che la Perfettina non era solo un fastidio accademico, ma una presenza che mi rimaneva incollata addosso. Bevvi un sorso di Spritz per non dover rispondere. Val non si offese. Non fece la fidanzata gelosa. Sorrise appena, capendo che aveva toccato un tasto scoperto, ma decise di non calcare la mano.

Il sole era ormai sceso, lasciando il posto ai lampioni gialli del centro storico. La conversazione scivolò via dai binari della facoltà. Parlammo di tutto. Del futuro, delle aspettative, delle nostre famiglie incasinate. Mentre la ascoltavo, mi accorsi di un'altra cosa: il desiderio che provavo per Val era caldo, affettuoso, genuino. Non c'era l'istinto predatorio e di controllo che mi avvelenava con Anna.

Poi, all'improvviso, in uno di quei micro-silenzi che si creano tra una battuta e l'altra, Val appoggiò i gomiti sul tavolo. Si sporse verso di me, l'odore del suo profumo dolce e floreale che mi invase lo spazio personale.

«Ale,» mi chiamò. Gli occhi chiari diventarono seri, penetranti, spogliati di ogni leggerezza difensiva. «Dimmi.» «Tu chi sei quando non devi dimostrare qualcosa?»

La domanda arrivò come una palla da demolizione su un castello di carte. Era semplice. Devastante. Provai istintivamente a schivarla. Abbozzai un sorriso sghembo. «Sono un fuoricorso con un problema di dipendenza dal caffè e un pessimo gusto in fatto di coinquiline.»

Val non rise. Le sue labbra piene rimasero serrate. Mi guardò con un'intensità che non ammetteva repliche. «No, davvero.»

Mi bloccai. Le parole della battuta successiva mi morirono in gola. Con Anna ero sempre su un palcoscenico: dovevo essere preciso, tagliente, spietato, perché se abbassavo la guardia lei mi puniva. La dinamica con la Perfettina si nutriva di attrito, di guerra, di maschere. Con Val, improvvisamente, la maschera non serviva. E senza di quella, non sapevo cosa cazzo ci fosse sotto.

La guardai negli occhi. La bellezza luminosa del suo viso non era più solo un sogno erotico da rincorrere per i corridoi; era uno specchio in cui stavo disperatamente cercando di capire chi fossi. Ingoiai il vuoto. «Non lo so, Val,» confessai, e fu la cosa più nuda e vulnerabile che avessi detto ad alta voce da anni. «Giuro che non lo so.»

Val non mi giudicò. Non usò quella debolezza per correggermi o per mettermi in riga, come avrebbe fatto Anna. Il suo sguardo si addolcì, carico di una complicità vera, profonda. Allungò la mano sul tavolino freddo di metallo e sfiorò il dorso della mia con le dita calde e morbide.

«Allora possiamo scoprirlo,» mormorò, la voce avvolgente e sicura. «Senza che tu faccia casino per forza. Senza che tu debba distruggere niente.»

Una scossa elettrica mi percorse il braccio fino allo stomaco. La pelle calda di Val contro la mia non era la promessa di una penale o di una ricompensa condizionata. Era l'offerta di uno spazio libero. Con Anna ero costretto alla precisione assoluta, e la desideravo per quel rigore crudele che mi sventrava. Con Val, invece, ero costretto alla sincerità. E questo, capii mentre stringevo dolcemente le dita attorno alle sue, non la rendeva un rifugio innocuo. La rendeva una forza altrettanto potente, fottutamente pericolosa, e capace di competere ad armi pari con l'ombra di Anna che mi portavo addosso.

Uscimmo dal bar che il cielo si era già tinto di un blu scuro e profondo, tagliato dai riflessi gialli dei lampioni. L’aria della sera era frizzante, ma Val camminava al mio fianco emanando un calore naturale.

«Devo passare da casa,» disse a un certo punto, spostandosi sulla spalla la borsa di tela che sembrava pesare quanto un cadavere. «Devo posare questo macigno, prendere una felpa e cambiare le scarpe. I miei piedi stanno implorando pietà da tre ore.»

Il mio cervello di maschio ventenne, seppur annebbiato da due Spritz e dalla stanchezza cronica, fece un calcolo rapido. Casa sua. Noi due da soli. Cambio d'abiti. La tensione romantica e vibrante che si era creata al tavolino del bar aveva bisogno di un posto dove scaricarsi. «Ti accompagno,» dissi, cercando di far sembrare la voce disinteressata.

Il tragitto fu breve. Val aprì il portone di un palazzo storico e salimmo le scale fianco a fianco. I suoi capelli lunghi, biondo miele, le ricadevano disordinatamente sulle spalle, e il suo profumo estivo mi riempiva le narici. Infilò la chiave nella toppa. Il mio respiro si fece leggermente più pesante.

Aprì la porta. E il mio castello di carte erotico si schiantò contro la cruda realtà della convivenza universitaria.

Spaparanzata sul divano del salotto, illuminata solo dalla luce azzurrognola della TV e dallo schermo del suo Mac, c'era Vittoria. La mia coinquilina, nonché migliore amica, nonché mente diabolica dell'accusa, era l'antitesi del fascino luminoso e curato che sfoggiava di solito in facoltà. Indossava un paio di pantaloni della tuta sformati, una canotta bianca e aveva i capelli legati in uno chignon precario. Il tavolino davanti a lei era un cimitero di fascicoli aperti, appunti, una vaschetta di gelato mezza vuota e un pacchetto di patatine al formaggio. Era l'archetipo della domesticità cinica e sboccata.

Vittoria si infilò una patatina in bocca, masticò lentamente e mi fissò con quegli occhi chiari e distaccati che sapevano leggerti l'anima. «Oh,» esclamò, la voce impastata. «Il prigioniero della difesa.»

Alzai gli occhi al cielo, sentendo le mie speranze scivolare sotto il tappeto. «Ciao anche a te, Vittoria.» Lei mi ignorò, rivolgendosi a Val con un tono di finto rimprovero. «Val, tesoro, lo sai che se lo porti in casa poi Anna gli sente l'odore addosso e ci denuncia in blocco alla Corte Europea per sottrazione di manodopera?»

Val scoppiò a ridere, una di quelle sue risate larghe, goffe e meravigliosamente spontanee, lasciando cadere la borsa sul pavimento con un tonfo. Io, invece, incassai il colpo, soffrendo in silenzio. Vittoria sapeva sempre dove colpire per smontare ogni posa.

«Faccio un cambio rapido e usciamo,» disse Val, sfilandosi le scarpe rimanendo a piedi nudi sul parquet. Guardai le sue caviglie, la morbidezza dei suoi movimenti, il modo in cui il top si tendeva sul suo busto pieno ed elegante mentre si stiracchiava. Vittoria se ne accorse. I suoi occhi saettarono da me a Val.

«Io stasera resto qui,» annunciò Vittoria, chiudendo il pacchetto di patatine. «Perché?» chiese Val, fermandosi sulla soglia della sua camera. «Primo, perché pago metà dell'affitto e questo divano è mio di diritto. Secondo, perché voi due avete l'energia erotica repressa di due adolescenti che stanno per rovinarmi la tappezzeria. E io domani devo essere lucida per distruggervi in aula.»

Val arrossì appena, ma il suo sorriso si fece più malizioso, confermando quell'allure da ragazza perfettamente consapevole del proprio effetto. «Allora usciamo,» decise Val, infilandosi in camera.

Mi appoggiai allo stipite della porta. «Dove andiamo?» La testa bionda di Val sbucò da dietro la porta, gli occhi che brillavano di un'eccitazione pura. «A fare una cosa stupida.»

La nostra "cosa stupida" iniziò con l'acquisto di viveri di dubbia provenienza. Entrammo in un minimarket aperto 24 ore su 24 gestito da un signore che ci guardò con totale apatia. Comprammo due birre in lattina ghiacciate, un pacchetto di patatine al gusto di qualcosa che in natura non esisteva e una confezione di caramelle gommose a forma di coccodrillo.

Uscimmo nel buio della città, Val che stringeva il sacchetto di plastica come se fosse un bottino di inestimabile valore. Indossava la felpa che aveva recuperato a casa, troppo grande per lei, che le copriva le mani e le dava un'aria tenera, ma i jeans aderenti continuavano a fasciare le sue forme morbide e slanciate, richiamando costantemente la mia attenzione.

«Facciamo una cosa irresponsabile,» propose, aprendo la sua lattina di birra con un clac metallico. «Quanto irresponsabile?» chiesi, affiancandola. Le nostre braccia si sfiorarono. «Scala universitaria. Niente che sporchi la mia fedina penale prima dell'esame di Stato, per favore.» Lei rise, passandomi il sacchetto di patatine. «Una cosa stupida.» «Definisci stupida, Val.» «Se la devi definire, Alessandro, sei ancora seduto in quell'aula.»

Aveva ragione. Con lei il mondo tornava ad avere un peso normale. Non c'era la pressione chirurgica di Anna, non c'erano regole, punizioni o ricompense basate sulla perfidia. C'era solo l'aria fredda, il sapore della birra economica e noi.

Camminammo senza meta. Sbagliammo volutamente strada un paio di volte, con Val che sosteneva di conoscere "una scorciatoia pazzesca" che ci portò dritti in un vicolo cieco. Ridemmo come idioti. Le offrii una caramella gommosa e lei, invece di prenderla con la mano, si avvicinò e la prese direttamente dalle mie dita con le labbra. Fu un gesto rapido, goffo ma fottutamente sensuale. I suoi denti mi sfiorarono i polpastrelli, i suoi occhi chiari e penetranti si alzarono sui miei, e per un secondo il mondo smise di girare.

Il calore che provavo per lei era diverso. Era una passione genuina, un'attrazione che sapeva di familiarità e leggerezza. Mi faceva sentire bene. Mi faceva uscire dalla testa.

Ci sedemmo su un muretto basso che costeggiava una piazza vuota. Le nostre gambe penzolavano nel vuoto. Le cosce si toccavano a ogni nostro movimento. Rimanemmo in silenzio per un po', ascoltando la città che andava a dormire. Val giocherellava con la linguetta di metallo della sua birra. I lineamenti del suo viso ovale e armonioso erano rilassati, addolciti dalla luce dei lampioni.

Poi, sollevò il viso. Un soffio di vento più forte ci investì, portando con sé un odore inconfondibile, denso e salmastro. Il vento aveva girato.

Le labbra carnose di Val si curvarono in un sorriso piccolo, deciso. Si voltò verso di me, l'energia luminosa che le vibrava addosso come una scossa. «Voglio vedere il mare.»

La guardai, sorpreso dalla repentinità della richiesta. «Adesso?» Val inarcò un sopracciglio, sfoderando quell'aria un po' altezzosa e brillante che la rendeva irresistibile. «No, Alessandro. Tra sei mesi, quando potremo allegarlo come prova ambientale al tuo fottuto fascicolo.»

Scoppiai a ridere. Era inevitabile. Come era inevitabile tutto quello che riguardava lei in quel momento. Non c'era logica, non c'era utilità. C'era solo il desiderio di seguirla. Scesi dal muretto con un salto, le tesi la mano e la tirai giù. Il suo corpo si scontrò morbidamente contro il mio per una frazione di secondo. Il suo décolleté mi sfiorò il petto, e io respirai a fondo il suo profumo.

«Andiamo,» dissi, intrecciando le mie dita alle sue. E per la prima volta da giorni, non pensai né al caso, né ad Anna.

Lasciammo il centro storico alle nostre spalle. Più ci allontanavamo dai lampioni e dal rumore dei locali, più il respiro della città si faceva lento, sostituito da quello scuro e ritmico del mare.

Trovammo un tratto di spiaggia abbastanza appartato, una lingua di sabbia fredda avvolta nel buio. L'acqua era una distesa d'inchiostro nero che si infrangeva a pochi passi da noi. Alle nostre spalle, le luci di una strada lontana sembravano appartenere a un altro pianeta. Lì non c'erano codici, non c'erano obiezioni, non c'erano fascicoli da studiare o penali da pagare.

Val non esitò un secondo. Si lasciò cadere la borsa pesante dalla spalla e, con un gesto fluido, si sfilò le scarpe, affondando i piedi nudi nella sabbia. Poi, senza pensarci, camminò verso la riva e mise i piedi nell’acqua.

Incrociai le braccia, rabbrividendo al solo pensiero. «Hai paura?» mi sfidò lei, voltandosi. «Del mare di notte? No,» risposi, restando a distanza di sicurezza. «Allora dei vestiti bagnati.» «Quella, Val, è una paura fottutamente razionale. Siamo a novembre inoltrato, per la cronaca.»

Lei scoppiò a ridere. Quella sua risata aperta, capace di fare esattamente quello per cui l'avevo sempre desiderata: farmi ridere il cuore. «Hai ragione,» disse.

E con la naturalezza di chi non sta recitando la parte della femme fatale, ma segue solo l'istinto di una ragazza solare e spontanea, si sfilò la felpa. La buttò sulla sabbia. Poi le mani andarono al bottone dei jeans. Se li tolse insieme al top chiaro. Rimase in intimo. La luce lunare e il bagliore lontano dei lampioni le disegnarono addosso un’estetica perfetta: la pelle chiara, i lineamenti morbidi del viso, il busto pieno e la figura slanciata e femminile. Non c'era nulla di costruito in quella sensualità, era pulita, viva, sfacciata nella sua innocenza.

Sgranai gli occhi. «Val, sei completamente fuori.» «Lo so,» rispose lei, con un sorriso sghembo che le increspò le labbra carnose. «È la parte migliore.»

Non potevo lasciarla sola. E, soprattutto, non volevo. Mi spogliai in tre secondi netti, buttando giubbotto, felpa e jeans in un mucchio disordinato, e corsi verso di lei, in boxer, mentre l'aria gelida mi schiaffeggiava la pelle.

Entrare in acqua fu un trauma termico. «Cristo santo, è ghiacciata!» urlai, mentre l'acqua mi arrivava alle ginocchia.

Val non ebbe pietà. Con un movimento rapido, mi sollevò un'ondata d'acqua gelida addosso. «Ma sei pazza?!» sbottai, arretrando. Lei rideva, una risata cristallina e goffa che le faceva buttare la testa all'indietro, i capelli biondo miele che le si appiccicavano alle spalle. Mi lanciò un'altra manata d'acqua.

«Ah, vuoi la guerra,» dissi, scattando in avanti. Provai a prenderla, ma lei scartò di lato. Inciampammo entrambi, l'acqua che ci frenava i movimenti, scivolando quasi sul fondale sabbioso. Facevamo un casino pazzesco. Ci schizzavamo, ansimavamo per il freddo e per la fatica. Mi lanciai su di lei, afferrandola per la vita e sollevandola appena per farle perdere l'equilibrio. Val strillò, aggrappandosi alle mie spalle bagnate.

Eravamo congelati. I muscoli tremavano. Eppure, non mi ero mai sentito così fottutamente caldo. Mentre la tenevo stretta per non farla cadere, scoppiai a ridere. Una risata vera, profonda, che mi venne dritta dallo stomaco. Non stavo cercando la battuta brillante. Non stavo calcolando l'effetto della mia ironia. Stavo solo ridendo.

Val si bloccò. Il suo sorriso si addolcì, gli occhi chiari e penetranti mi misero a fuoco nell'oscurità. Mi guardò in un modo che non mi aveva mai riservato. «Eccolo,» sussurrò, il fiato corto che si condensava nell'aria fredda. «Cosa?» chiesi, stringendola un po' di più. «Quello che non sta cercando di dimostrare niente a nessuno.» Sollevò una mano bagnata e mi scostò una ciocca di capelli dalla fronte. «Ti sta meglio.»

La mia ironia, il mio cinismo, la mia maschera da studente disilluso: tutto sgretolato da due parole. Non seppi cosa rispondere. E non serviva. Ci baciammo. Non fu un bacio che dovevo guadagnarmi. Non fu una sfida. Non fu la concessione di un premio dopo aver dimostrato di essere all'altezza. Fu un impatto inevitabile. Le nostre labbra fredde si scontrarono, si schiusero, e il calore delle nostre lingue si intrecciò con una disperazione dolce, salata di mare.

Uscimmo dall'acqua incespicando, i corpi che tremavano violentemente per lo sbalzo termico, le mani intrecciate. Arrivammo al mucchio dei nostri vestiti e ci lasciammo cadere sopra la mia felpa e il suo giubbotto, la sabbia fredda che si attaccava alla nostra pelle bagnata.

Il tono cambiò. Le risate si spezzarono, sostituite da respiri pesanti. Ci baciammo ancora, rotolando uno sull'altra. Non c'era geometria in quello che stavamo facendo. C'era un disordine vitale.

La spinsi dolcemente sulla schiena. Val mi tirò verso il basso, ma io scivolai più giù. Le sue mani si persero nei miei capelli bagnati quando premetti il viso contro il suo ventre. Afferrai le sue cosce, rese scivolose dall'acqua salata, e le aprii. L'odore del mare si mescolò al suo profumo intimo, caldo e dolce.

Quando la mia bocca la toccò, Val sussultò. La sua figa era bollente, una fornace contro la punta gelida della mia lingua, ed era già inondata, bagnatissima, desiderosa. Leccai l'ingresso con lentezza, raccogliendo il suo sapore, sentendo il contrasto ruvido di qualche granello di sabbia che le si era attaccato alla pelle. Non c'era metodo. C'era fame.

Con le dita le tenni aperte le labbra morbide e premetti la bocca sul suo clitoride. Iniziai a succhiare, applicando una pressione calda e avida. Val non trattenne niente. Il suo erotismo era passionale, caldo, privo di censure. Lasciò andare la testa all'indietro, inarcando la schiena e piantando i talloni nella sabbia. Non cercava il controllo. Si lasciava devastare. I suoi gemiti diventarono rumorosi, rotti, meravigliosamente sporchi. Strinse le cosce attorno alle mie orecchie, spingendo il bacino contro il mio viso in cerca di più attrito, più forza. Non era il sogno idealizzato che avevo rincorso nei corridoi. Era una donna viva, di carne, che bruciava sotto la mia bocca. Aumentai il ritmo, divorandola, finché un grido strozzato non le esplose in gola. Le sue gambe tremarono violentemente mentre l'orgasmo la travolgeva con spasmi intensi che mi bagnarono il mento e la lingua.

Si accasciò sulla felpa, il respiro che era un mantice. Per un secondo infinitesimale, il mio cervello condizionato dall'addestramento cercò l'obiezione, la domanda successiva, il prossimo step. Val aprì gli occhi e lo capì. Mi afferrò per le spalle e mi tirò su, sopra di lei. Il suo viso era a un soffio dal mio. «Non pensare,» mi sussurrò, accarezzandomi la guancia. «Resta qui.»

Era l'antitesi di Anna. Con la Perfettina il piacere era la ricompensa per essere lucido. Con Val, il piacere era l'abbandono totale della mente.

Mi stesi su di lei. La pelle del mio petto aderì al suo seno pieno e morbido. Premetti il mio bacino contro il suo. Non eravamo nudi, avevamo ancora l'intimo bagnato addosso, ma l'attrito fu devastante. Il mio cazzo, duro e dolorante contro la stoffa umida dei boxer, trovò la fessura dei suoi slip bagnati, sfregando esattamente contro l'ingresso del suo calore.

Iniziai a strusciarmi contro di lei. Su e giù. La frizione della stoffa bagnata contro la pelle sensibile mi mandò in tilt. Val gemeva contro la mia bocca, assecondando i miei movimenti. Poi, la sua mano scivolò giù. Infilò le dita sotto l'elastico dei miei boxer bagnati, afferrando la mia erezione. Non era un tocco clinico o esperto come quello a cui mi aveva abituato Anna. Era goffo, urgente, ma fottutamente passionale.

Iniziò a muovere la mano. Io mi spinsi contro il suo pugno, usando il peso del mio corpo su di lei. Le sue dita mi stringevano, scivolando grazie all'acqua salata e al mio stesso liquido pre-seminale. Uncinò i piedi dietro i miei polpacci, baciandomi il collo, mordendomi la pelle, mentre la sua mano continuava a darmi un piacere disordinato e vitale. La stavo perdendo. Il sangue mi urlava nelle orecchie, il freddo della notte era stato annientato dal fuoco. Spinsi forte contro la sua mano, sfregando la punta sulla sua carne attraverso lo slip, e venni. Gemetto il suo nome contro i suoi capelli bagnati di salsedine, i muscoli che si contraevano mentre le sue dita raccoglievano il mio spasmo.

Crollai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo della sua spalla. E per la prima volta da mesi, non sentii il bisogno di scappare o di inventare una battuta.

Rimanemmo intrecciati. Tremavamo di freddo, ma eravamo troppo storditi per muoverci. Ci baciammo ancora, baci pigri, salati, lenti.

Il mio bacino era ancora premuto contro il suo. L'istinto, la lussuria residua, spingevano per andare oltre. Volevo spogliarla del tutto. Volevo entrare in lei e cancellare il resto del mondo. Lo voleva anche lei; lo sentivo nel modo in cui il suo respiro si spezzava quando le accarezzavo il fianco.

Ma Val si fermò. Mise una mano piatta contro il mio petto nudo e bagnato, creando una minuscola, vitale distanza. Non era un gesto freddo. Non c'era moralismo o vergogna. I suoi occhi chiari erano sereni, ma lucidissimi.

«Non così, Ale,» disse. La guardai, confuso. «Perché?»

Val mi accarezzò i capelli incrostati di sabbia. «Perché mi piaci davvero. E non voglio essere una cosa stupida, bella e avventata che fai di notte solo perché con Anna è tutto fottutamente difficile e complicato.»

Rimasi zitto. Mi aveva letto dentro con la precisione di uno scanner. Non sapeva che mi scopavo Anna sul tappeto del salotto, ma sapeva benissimo che la Perfettina abitava la mia testa. Sapeva che io ero diviso.

«Le cose stupide mi piacciono da morire,» continuò Val, il suo sorriso che riapparve, appena accennato e dolcissimo. «Le cose vigliacche, no.»

Era una frase potentissima. Non mi stava respingendo. Mi stava dicendo che la sua spontaneità non era sinonimo di ingenuità. Non sarebbe stata la mia via di fuga. Se doveva succedere qualcosa tra noi, se io dovevo entrare in lei, doveva essere per Val. E non contro Anna.

Annuii, lentamente. «Hai ragione.»

Non ci furono dichiarazioni solenni. Niente promesse sotto le stelle o discorsi su cosa eravamo. Ci fu solo la realtà di due ragazzi infreddoliti e pieni di sabbia.

Mi alzai, battendo i denti, e mi infilai i jeans direttamente sui boxer bagnati, un'operazione che definire sgradevole è un eufemismo. Val si stava rimettendo il top. Mi sedetti accanto a lei e le sistemai i capelli bagnati, togliendole qualche granello di sabbia dalla fronte. Poi presi la mia felpa asciutta, l'unica cosa scampata al disastro, e gliela infilai addosso.

«Grazie,» mormorò lei, annegandoci dentro. Ridemmo per l'assurdità della situazione, cercando di ripulirci il peggio di dosso. Mi caricai le sue scarpe in mano, le feci scivolare il mio giubbotto di pelle sulle spalle sopra la felpa, e tornammo verso la strada camminando scalzi sull'asfalto ancora tiepido della passeggiata, io in maglietta e lei infagottata nelle mie cose.

Sotto il primo lampione utile, ci fermammo. Mi avvicinai, circondandole la vita con un braccio, e la baciai ancora. Un bacio morbido, senza urgenza, pieno di una promessa silenziosa.

Lei si staccò appena, sorridendomi. «La prossima volta,» disse, incrociando le braccia al petto, «portiamo un fottuto asciugamano.»

Mi bloccai. Le parole di Val erano sempre le più semplici, ma le più detonanti. «La prossima volta?» ripetei.

Val mi diede un piccolo colpo col fianco. «Non rovinare tutto con l'analisi grammaticale, avvocato. Andiamo.»

Non eravamo fidanzati. Non avevamo risolto un cazzo dei miei conflitti. Ma avevamo stabilito un inizio. Un inizio reale. E mentre camminavamo verso casa, spalla contro spalla, sorrisi nel buio.

Il tragitto verso la fermata dell'autobus notturno fu un capolavoro di disordine e intimità.

Eravamo un disastro. Avevamo i vestiti umidi e stropicciati, appiccicati alla pelle, e i capelli incrostati di salsedine. I miei jeans erano pesanti e scomodi, mentre Val camminava al mio fianco, stretta nel mio giubbotto di pelle che le arrivava a metà coscia. I suoi capelli biondo miele, solitamente voluminosi, ora le ricadevano mossi e selvaggi intorno al viso ovale. C'era sabbia ovunque: nelle scarpe, tra le dita, persino sui bordi delle labbra carnose di Val, che continuavano a incurvarsi in piccoli sorrisi silenziosi.

Eravamo stanchi, svuotati dall'adrenalina e dal freddo, ma camminavamo vicinissimi. I nostri fianchi si sfioravano a ogni passo, in una danza goffa e spontanea che non aveva nulla a che fare con le geometrie calcolate a cui ero abituato ultimamente. L'erotismo tra noi si era depositato: non era più l'urgenza di sbranarsi sulla sabbia, ma il calore di una complicità che finalmente era diventata carne.

Val si fermò un attimo sotto la luce arancione di un lampione per togliersi una scarpa e svuotarla dalla sabbia. Si appoggiò alla mia spalla per non cadere. Il suo profumo naturale, mescolato al sale del mare, mi fece chiudere gli occhi per un secondo.

«È stata una pessima idea,» sentenziò, infilandosi di nuovo la scarpa e guardandomi dal basso verso l'alto. «Tua,» le ricordai, abbozzando il mio solito sorriso cinico. «Infatti era bellissima,» ribatté, con una naturalezza disarmante.

Riprendemmo a camminare. Il silenzio tra noi era comodo, leggero. Poi, la sua mano fredda scivolò lungo il mio braccio, intrecciando le dita alle mie. Si voltò a guardarmi, e l'allegria nei suoi occhi chiari lasciò il posto a una serietà lucida, penetrante.

«Ale,» disse, abbassando la voce, il tono improvvisamente adulto. «Domani in aula non mi regalare niente.» Mi bloccai in mezzo al marciapiede. Le sue parole mi colpirono con la precisione di un cecchino. Non voleva sconti. Non voleva che la proteggessi. Voleva l'avversario, voleva la verità, anche a costo di farsi male.

La fissai, sentendo l'eco di una cucina illuminata al neon e di una voce molto più fredda risuonarmi nel cranio. «Me l’hanno già detto,» risposi, senza riuscire a trattenermi.

Val non chiese chi. Non indagò. Il suo sorriso si fece solo un po' più consapevole, un po' più stretto. «Allora, per una volta nella tua vita, ascolta qualcuno.»

Quando infilai la chiave nella serratura del mio appartamento, la città dormiva da ore.

Aprii la porta cercando di fare meno rumore possibile, sperando egoisticamente che la casa fosse immersa nel buio. Invece, la striscia di luce giallastra che filtrava dal corridoio mi confermò la mia condanna.

Entrai in cucina. L'aria era viziata, pesante di caffè freddo e tensione inespressa. Anna era lì. Ovviamente.

Il tavolo era ancora un campo di battaglia di codici e fascicoli aperti, ma la disposizione era talmente ordinata da sembrare finta. Lei era seduta al suo posto, la schiena drittissima, la camicia bianca perfettamente abbottonata e stirata, senza la minima piega. I capelli scuri erano raccolti in modo severo, il viso pulito, i lineamenti fini tesi nello sforzo di mantenere l'espressione più neutra della storia umana.

Fingeva di leggere una sentenza, ma la penna che teneva tra le dita non si muoveva da chissà quanto tempo. Sapevo benissimo che mi aveva aspettato. Ed era la consapevolezza più schiacciante di tutte.

Feci un passo avanti, e il rumore della sabbia sotto la suola delle mie scarpe grattò contro il pavimento. Suonò come una bestemmia in una cattedrale.

Anna alzò lentamente lo sguardo. I suoi occhi castani, di solito così magnetici e sicuri, misero a fuoco il mio disastro. Ero la prova vivente di un altrove che lei non poteva controllare. Avevo i capelli umidi e scompigliati, la felpa stropicciata, e mi portavo addosso l'odore inconfondibile dell'acqua salata, del freddo e di Val. Peggio ancora, avevo addosso un'energia rilassata, una leggerezza e un sorriso accennato che nessuna battuta cinica sarebbe riuscita a spegnere.

Il silenzio che cadde tra noi fu assoluto. Diverso da quello della sera prima. Ieri c'era possesso, c'era un patto erotico che bruciava l'ossigeno. Stanotte c'era solo un vuoto pneumatico. Lei capì all'istante che Val mi aveva dato qualcosa che in quell'appartamento non trovavo. Non sesso. Mi aveva dato aria.

Anna non mosse un muscolo. La sua voce arrivò piatta, priva di qualsiasi colore. «Sei bagnato.»

Mi fermai in mezzo alla stanza, sentendomi improvvisamente sotto accusa per un crimine che non sapevo di aver commesso. «Siamo finiti a mare,» risposi, la voce roca.

Anna non mi guardò subito. Lo sguardo tornò a fissarsi sulla pagina del codice, come se la risposta ai suoi problemi fosse nascosta in un comma. «Ovviamente.» La parola fu uno schianto di ghiaccio. Glaciale, sprezzante, tagliente come il vetro.

Poi, prese la penna, la chiuse con un clic secco e la allineò perfettamente al fascicolo. «Domani alle nove in aula,» disse.

Feci un passo verso di lei, l'istinto di superare quel muro che mi spingeva in avanti. L'abbandono di Val e il rigore di Anna mi stavano lacerando. «Anna…»

«Non ho chiesto niente, Alessandro,» mi fulminò lei, alzando il viso. I suoi occhi erano due pozzi neri, la mascella serrata in una linea difensiva impenetrabile. Non voleva dettagli. Non voleva sapere cosa fosse successo sulla spiaggia. Non si sarebbe mai umiliata fino a quel punto.

«Lo so,» mormorai. «Allora non rispondere a domande che non ti ho fatto.»

Fece l'unica cosa che le riusciva in modo magistrale: divenne perfetta. Si alzò, raccolse due fascicoli con una grazia fredda e si diresse verso il corridoio, lasciandomi solo con il rumore dei miei stessi passi.

Rimasi fermo sulla soglia della cucina, i muscoli indolenziti, il sapore del sale ancora sulle labbra, e lo sguardo fisso sulla sedia vuota di Anna.

La stanza era la stessa della notte precedente. C'era la stessa lampada, lo stesso tavolo, la stessa polvere di procedura civile che fluttuava nell'aria. Ma le pareti sembravano improvvisamente più strette. Prima, quella cucina era stata il nostro fottuto mondo, un universo a parte dove il desiderio si mescolava al diritto e la disciplina diventava puro erotismo.

Ora, io ci ero rientrato portandomi addosso l'odore del mare e la luce di un'altra ragazza. Mi lasciai scivolare lentamente sulla sedia.

Quella sera capii che Val non aveva soltanto interrotto la nostra routine domestica. L’aveva resa visibile. Perché certe abitudini, certi patti notturni, certi sguardi scambiati sopra un codice penale sembrano innocui solo finché qualcuno torna sempre alla stessa ora, a farsi divorare dallo stesso gioco.

E Anna, orgogliosa, tagliente, ostinatamente rinchiusa nella sua fottuta corazza di perfezione, senza nemmeno guardarmi, stava facendo finta di non avermi aspettato.

Commenti (0)

Per favore accedi per lasciare un commento.

Ancora nessun commento su questo capitolo, sii il primo a commentare!