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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 7
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Capitolo 7 di 12 30 min di lettura

Sabbia, Sale e la Figa di Val

Nel giorno del caffè “senza processo”, Alessandro prova a respirare fuori dalla trincea di Anna e si lascia trascinare dalla leggerezza pericolosa di Val.
Tra città, mare e desiderio, una notte apparentemente libera apre una frattura impossibile da ignorare.

Alessia
3 mesi fa · 795 letture · 0

La luce del mattino filtrava dalle tapparelle a fessura, tagliando il soffitto della mia camera in strisce grigie e polverose.

Mi svegliai con la sensazione di essere stato investito da un tir carico di contraddizioni. Sulla pelle e nei muscoli avevo ancora impresso il climax della notte precedente: il calore umido della bocca di Anna, la morsa implacabile delle sue cosce sul mio viso, il suo gemito rotto e incontrollabile. Ma nella testa, come un chiodo piantato a martellate, pulsavano le scadenze: le domande per distruggere l'accusa, la sua mezza confessione sull'ex "voglioso", il messaggio luminoso di Val. E quella fottuta frase, l'ultima che Anna aveva pronunciato prima di chiudersi nel suo silenzio metodico: «Domani vai da lei. Prima, però, vieni in aula con me.»

Mi stropicciai la faccia e mi trascinai in cucina, preparandomi a gestire un imbarazzo post-sesso spesso come cemento. Speravo di trovarla in pigiama, magari un po' vulnerabile, magari arrabbiata. Qualcosa di umano.

Invece, Anna era già lì. Ed era la peggiore versione possibile: era perfetta.

La cucina odorava di caffè appena fatto. I fascicoli che la notte prima avevamo sparpagliato in preda all'impeto e all'intuizione erano di nuovo impilati con rigore geometrico. Lei era seduta al suo posto. Indossava una camicia di seta chiara, immacolata, stirata con una precisione che faceva male agli occhi. I capelli castano scuro, che poche ore prima le avevo stretto tra le mani, erano tornati a essere lunghi, lisci e ordinati, incorniciandole il viso con quell'aria raffinata e distante che la rendeva inavvicinabile. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e il naso regolare, non tradiva la minima traccia di stanchezza. Il trucco leggero era impeccabile.

Teneva la penna in mano, la postura dritta. Il suo fascino pulito ed elegante era stato rimontato pezzo per pezzo, trasformato in una corazza antiproiettile. Sapeva benissimo che alle diciotto avrei visto Val fuori dalle logiche del processo, e poiché non aveva alcun titolo legale o sentimentale per impedirmelo, aveva deciso di trasformare l'attesa in una spietata simulazione militare. Confondeva il controllo con la sicurezza: se controllava tutto, non avrebbe sofferto.

«Di nuovo,» ordinò, senza nemmeno alzare gli occhi quando mi sedetti di fronte a lei, con la mia tazza di caffè nero fumante già pronta sul tavolo.

Sbuffai, passandomi una mano sul collo indolenzito. «Anna, la so.»

«La saprai,» ribatté, la voce piatta e glaciale, «quando riuscirai a dirla senza sembrare uno che le sta chiedendo scusa.»

«Non le sto chiedendo scusa. Sto solo cercando di non sembrare un sociopatico.»

Anna alzò lo sguardo. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, si piantarono nei miei con una durezza che mi fece mancare il respiro per un secondo. «Il tuo tono sì. Il tuo tono è un'apologia continua. Sei troppo morbido. Se usi quell'inflessione, la giuria penserà che non credi nemmeno tu a quello che stai dicendo.»

Non stava dicendo mi fa impazzire che tu sia dolce con lei. Stava dicendo la tua morbidezza compromette la linea difensiva. Era la sua gelosia glaciale, tradotta nell'unica lingua che le era permessa: la procedura. E a me, maledizione, quell'intransigenza faceva salire un'eccitazione nervosa e competitiva.

«D'accordo,» dissi, raddrizzando la schiena e poggiando i gomiti sul tavolo. «Testiamo l'artiglieria.»

La cucina divenne la nostra aula di tribunale. L'aria si fece elettrica. La guardai dritta negli occhi, cancellando il volto di Val dalla mente e concentrandomi solo sull'obiettivo, sul bersaglio che avevamo costruito insieme. Scandii le domande con una voce ferma, baritonale, priva di qualsiasi empatia. Pura aggressione logica.

«Chi ha deciso l'ordine in cui questi screenshot sono stati presentati?» Pausa. «Chi li ha selezionati dal dispositivo originale?» Feci scorrere il dito sul tavolo. «Perché una prova, che a verbale viene definita come la reazione spontanea di una vittima nel panico, arriva al nostro fascicolo già organizzata, impaginata e rinominata sequenzialmente?» Mi sporsi in avanti. «Chi ha trasformato il caos di una presunta aggressione in una narrazione pre-confezionata, utile solo a sostenere la tesi dell'accusa? E infine: come può questa corte pretendere fiducia, se la prova chiave arriva su questo tavolo già filtrata, manipolata e diretta a tavolino?»

Il silenzio che seguì fu assoluto. Anna mi fissò. Le sue labbra, solitamente carnose e lucide, si socchiusero appena in un'espressione neutra, ma i suoi occhi parlarono per lei. Avevo fatto a pezzi la teoria di Val. Ero stato cinico, inattaccabile. Perfetto.

La dinamica tra noi si nutriva di quello: lei mi sfidava, io rispondevo, nessuno concedeva un millimetro, ma entrambi sapevamo di funzionare in modo letale.

«Meglio,» disse infine, abbassando lo sguardo sulle sue carte e facendo un piccolo segno di spunta con la penna.

Sorrisi, un sorriso arrogante. «Solo meglio?»

«Vuoi un complimento o vuoi vincere il caso, Alessandro?»

«Da te, un complimento sincero sarebbe statisticamente più raro e prezioso di un'assoluzione con formula piena.»

Anna non sorrise, ma la linea della sua mascella si ammorbidì impercettibilmente. «Infatti sto cercando di preservarne l'altissimo valore di mercato.»

Funzionavamo. Cazzo, se funzionavamo. Aveva preso il mio talento disordinato e lo aveva affilato come un rasoio. Ma il peso sullo stomaco aumentò, perché proprio ora, mentre mi sentivo una macchina invincibile al suo fianco, l'orologio sul muro segnava lo scorrere inesorabile del tempo.

Le 17:35.

L'aria nell'appartamento cambiò densità, diventando improvvisamente pesante, quasi soffocante. Ero in corridoio. Infilai le braccia nel giubbotto di pelle scura, sistemai il colletto davanti allo specchio e controllai lo schermo del telefono. Nessuna notifica da Val. Era tutto confermato.

Anna era rimasta al tavolo della cucina. Aveva il computer aperto, codici impilati, e stava apparentemente lavorando. Ma non stava leggendo nulla. Lo percepivo dall'immobilità innaturale delle sue spalle strette e delicate. Mi stava ascoltando. Stava ascoltando il rumore delle mie scarpe, lo scatto della cerniera, il ticchettio delle chiavi di casa che prendevo dal piattino.

Non fece mezza scenata. La sua natura non contemplava l'isteria. Non mi chiese dove stavo andando, in quale bar l'avrei portata, se sarei tornato per cena. Non aveva il diritto di farlo. Era questo il patto. Eppure, ogni suo respiro trattenuto era una frustata invisibile. La sua gelosia non urlava; si congelava in una compostezza che tagliava la pelle.

Mi fermai sulla soglia della cucina. Sentivo il bisogno fisico di dirle qualcosa, di smorzare quella tensione che ci stava strangolando entrambi. «Io... vado,» annunciai, sentendomi un idiota totale.

Anna non si voltò. Si limitò a spostare una ciocca di capelli scuri dietro l'orecchio, un gesto elegante e calcolato. «Alle diciotto hai il tuo impegno,» constatò, la voce priva di colore.

«Sì.»

«Non fare tardi domani mattina.»

Aggrottai la fronte. «Domani mattina?»

Anna sollevò finalmente il viso. Il suo sguardo quieto, quasi distaccato, era un capolavoro di simulazione. «Il processo simulato non sospende i termini di deposito solo perché il co-difensore ha deciso di dare priorità alla sua vita sentimentale. Abbiamo una contro-replica da strutturare.»

Ingoiai il groppo in gola. Stava ribadendo i confini. Mi stava lasciando andare, ma stava marchiando il territorio del giorno dopo, ricordandomi che, alla fine della fiera, sarei dovuto tornare lì. Da lei.

«Ci sarò. Alle nove in punto,» promisi.

Feci per voltarmi, la mano già sulla maniglia della porta d'ingresso.

«Alessandro.» Mi bloccai. «Divertiti,» disse Anna.

Il tono era liscio, perfetto, ma l'implicazione era così affilata che sentii un brivido freddo risalirmi lungo la nuca. Mi girai a guardarla. «Detto così sembra una fottuta minaccia.»

Le labbra piene e sensuali di Anna si tesero appena in una linea inespugnabile. «È una formula di cortesia. Sotto giuramento, non potresti provare il contrario.»

Uscii e mi chiusi la porta alle spalle, portandomi addosso il profumo pungente della sua disciplina e un senso di colpa che non avevo idea di come gestire.

Uscire dall'appartamento che condividevo con Vittoria e che Anna aveva militarmente annesso, fu come riemergere da un'apnea durata ventiquattr’ore.

Mentre camminavo verso il centro storico, il silenzio asfissiante e chirurgico delle nostre nottate di studio venne gradualmente inghiottito dal caos della città. Era l'ora dell'aperitivo. L'aria era vibrante, carica del rumore sordo dei motorini sui sampietrini, del tintinnio dei bicchieri e delle risate sovrapposte. La luce dorata e calda del tramonto tagliava i vicoli, sciogliendo la tensione che avevo accumulato nei muscoli.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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