Processo Simulato - Vol.1

Capitolo 8 - Scopata in archivio dopo la prima udienza

Il primo appello travolge la simulazione: Ale tiene testa a Val senza umiliarla e apre un varco decisivo nel caso.
Anna, divorata da gelosia ed eccitazione, lo trascina in archivio e perde finalmente il controllo.

A
Alessia

2 ore fa

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Il risveglio fu un lento, doloroso riemergere da un lago di stanchezza, sale e cortocircuiti mentali.

Aprii gli occhi fissando il soffitto, mentre il mio corpo mi presentava immediatamente il conto. Avevo i muscoli indolenziti, i capelli induriti e appiccicosi per la salsedine, e la pelle che tirava, ancora impregnata del profumo dolce di Val e dell'odore freddo del mare notturno. L’eco del suo respiro spezzato contro la mia bocca, il calore della sua pelle bagnata sotto le mie mani sulla spiaggia… tutto mi pulsava nelle vene con una prepotenza disarmante.

Ma a schiacciare quell'euforia, come una lastra di piombo, c'era la consapevolezza del mio ritorno a casa. La figura immobile di Anna nel buio della cucina, il suo sguardo vuoto, e quella frase pronunciata con il tono di un boia: «Non rispondere a domande che non ti ho fatto.»

Mi trascinai fuori dal letto, infilai i jeans e andai in cucina, preparandomi all'impatto. Anna era già lì. E, come una maledizione ineluttabile, era assolutamente perfetta.

La luce cruda del mattino illuminava la sua figura snella e proporzionata. Indossava una camicia di seta bianca, abbottonata con un rigore militare e infilata in una gonna a matita scura che non le concedeva mezza piega. I suoi capelli castano scuro, che solo ventiquattr'ore prima avevo visto spettinati e selvaggi sul mio tappeto, le cadevano lisci e ordinati oltre le spalle, incorniciando il viso ovale dai lineamenti fini. Non c'era traccia della donna che mi aveva tenuto in ostaggio tra le sue cosce. Non c'era traccia della ragazza ferita della notte prima. L'armatura era tornata su, lucidata a specchio e priva di fessure.

Teneva la sua solita penna tra le dita curate, scivolando con quegli occhi scuri e imperscrutabili sulle carte del fascicolo. Non mi chiese dove fossi stato. Non mi chiese a che ora fossi rientrato.

Ma quando mi avvicinai al bancone per versarmi il caffè, il suo sguardo scese rapido e chirurgico verso il pavimento. «Hai ancora sabbia sulla scarpa,» disse. La voce era atona, levigata. Letale.

Guardai giù. Un minuscolo mucchietto di granelli chiari si era staccato dalla suola della mia sneaker, spargendosi sulle piastrelle e tradendo in un secondo netto tutta la mia fottuta serata. Deglutii a vuoto. «Buongiorno anche a te, Anna.»

Le sue labbra, carnose e velate da un lucidalabbra neutro, si strinsero in una linea di puro, concentrato disprezzo. In quel momento, il suo erotismo non risiedeva nella seduzione, ma nella crudeltà assoluta del suo controllo. «Non era un saluto,» replicò fredda, tornando a guardare il documento. «Era una constatazione probatoria.»

Sospirai, appoggiandomi al bancone, sfinito. «Anna, ascolta...»

«Oggi non mi interessa cosa hai fatto ieri sera, Alessandro,» mi interruppe. La voce le scese di un'ottava, affilata come un bisturi. Sollevò il viso e il suo sguardo mi inchiodò sul posto. Si era trasformata. La sua ferita, la gelosia glaciale che le bruciava le viscere, era stata completamente sublimata in procedura.

«Sicura?» la provocai, non riuscendo a trattenere il mio istinto suicida, abbozzando un mezzo sorriso cinico. «Non ti interessa nemmeno un po'?»

Anna si alzò in piedi. Con un movimento fluido, elegante e inavvicinabile, raccolse i fascicoli, sbattendoli sul tavolo per allinearli. Il suo profumo pulito e asettico mi investì, lavando via l'odore del mare e ricordandomi quanto fosse dannatamente brava a tenermi per la gola. «Mi interessa solo una cosa,» sibilò, fermandosi a un palmo dal mio viso. I suoi occhi mi setacciarono l'anima. «Che tu oggi non faccia il gentile con l'accusa.»

Due ore dopo, l'aria della facoltà sapeva di ansia, caffè scadente dei distributori e fotocopie fresche. Il corridoio del dipartimento era il solito formicaio, ma quando il professor Nardi e il nostro tutor entrarono nell'aula magna, la pressione atmosferica sembrò precipitare di colpo.

Non era la solita lezione. Nardi si piazzò dietro la cattedra, sistemandosi gli occhiali sul naso, e ci guardò con quell'espressione da predatore accademico che riservava ai momenti di puro sadismo.

«Visto il livello raggiunto dai gruppi in questa fase istruttoria,» esordì, la voce baritonale che rimbombava nell'aula silenziosa, «abbiamo deciso di stringere i tempi. Niente più simulazioni a vuoto e prove tecniche. La simulazione entra nel vivo oggi.» Fissò la platea. «Oggi faremo una prima udienza di verifica ufficiale. Apertura, produzione documentale e prima escussione della testimone principale. Avete venti minuti per sistemare le vostre carte. Poi, sarete sotto giudizio.»

Il brusio che si alzò nell'aula fu immediato, un ronzio di panico collettivo. Fino a quel momento, il processo simulato era stato uno spettro, una pressione in costante aumento, un gioco di ruolo consumato tra le mura di casa o nei corridoi deserti. Adesso era un'aula vera. I ruoli erano veri. E tutto il lavoro maniacale e notturno di Anna stava per esplodere sotto la luce dei neon.

Vittoria, seduta al banco dell'accusa a pochi metri da noi, non perse un colpo. Si appoggiò allo schienale della sedia, il viso delicato ma deciso piegato in un'espressione di puro cinismo. «Perfetto,» mormorò a mezza voce, in modo che potessi sentirla. «La crisi d’ansia adesso ha anche un calendario ufficiale. Non vedevo l'ora.»

Fu in quel momento che il mio sguardo scivolò oltre Vittoria. E il colpo mi arrivò dritto al centro del petto, togliendomi il fiato.

Val era lì. Ma non era più la ragazza del mare. Non era la creatura folle, luminosa e spontanea che solo dodici ore prima, bagnata di salsedine e tremante di freddo, si era spogliata sulla spiaggia per poi ansimare e contorcersi di piacere contro la mia bocca. L'intimo bagnato, la sabbia sulla pelle chiara, l'arrendevolezza e le risate goffe erano evaporate, cancellate con un colpo di spugna.

Al loro posto, in piedi dietro il banco dell'accusa, c'era un pubblico ministero fatto e finito. Indossava una camicia azzurra dal taglio elegante che assecondava le sue forme morbide senza scoprirle. I capelli biondo miele erano sistemati in onde voluminose, perfette, e il trucco più curato del solito le donava un'aria adulta, altezzosa e inavvicinabile.

I nostri sguardi si incrociarono attraverso l'aula. Val mi guardò. I suoi occhi chiari e penetranti non tradirono mezza emozione. Nessun sorriso complice, nessun lampo di tenerezza, nessun ricordo della felpa che le avevo prestato. Era composta. Lucida. Trasmetteva un'energia sicura, quasi spietata. Era pronta a fare il suo lavoro, e il suo lavoro consisteva nel farmi a pezzi.

Sentii un brivido freddo scendermi lungo la colonna vertebrale. Anna, seduta al mio fianco, estrasse la sua penna con un clac metallico, pronta a sbranarmi alla mia prima esitazione. Le guardai entrambe, intrappolato tra l'incudine e il martello, e capii una cosa assoluta: la vera guerra era appena cominciata, e nessuno avrebbe fatto prigionieri.

L'aula magna aveva un'acustica perfetta, il che significava che ogni respiro, ogni fruscio di carta e ogni colpo di tosse venivano amplificati, rendendo l'aria densa e claustrofobica.

Dietro il banco dell'accusa, Val si alzò in piedi. Non c'era traccia della ragazza che solo dodici ore prima, con i capelli incrostati di sale e il respiro rotto, mi aveva trascinato nella notte. Aveva indossato la sua divisa da battaglia: camicia azzurra, capelli biondi e voluminosi sistemati con cura, e uno sguardo freddo, penetrante, che la rendeva irraggiungibile.

Quando prese la parola, non lo fece per difendersi. Lo fece per attaccare.

«La difesa sta cercando disperatamente di trasformare un atto di ordine logico in una manipolazione dolosa,» esordì Val, la voce chiara e musicale che riempiva la stanza. Camminò di un passo fuori dal banco, guardando dritta verso il professor Nardi. «Ma una vittima, o una testimone sotto shock, possono ordinare il caos senza per questo mentire. Una storia può essere riordinata senza essere inventata. L’ordine non è sempre manipolazione. A volte, Vostro Onore, è solo il modo disperato in cui il panico prova a diventare comprensibile.»

Il silenzio in aula fu pesantissimo. Era una frase bellissima. Umana. Inattaccabile dal punto di vista morale. Val aveva preso la nostra strategia fredda e tecnica e l'aveva fatta scontrare con l'empatia. Era brava da far paura.

Nardi annuì lentamente, poi puntò i suoi occhi da falco su di me e Anna. «Difesa, attenzione,» ammonì il professore, la voce carica di avvertimento. «L'argomentazione dell'accusa è solida. Se la vostra linea è la manipolazione, dovete dimostrare l'esistenza di un filtro consapevole. Non basta evocarlo per creare il ragionevole dubbio.»

Accanto a me, Anna si irrigidì. Potevo percepire la sua temperatura corporea scendere sotto lo zero. La sua mascella leggera ma definita si contrasse in modo impercettibile. Aveva preparato tutto, ma l'umanità di Val stava per smontare il nostro castello di carte. Anna capì che la sua ferocia chirurgica non bastava più. Serviva il mio carisma. Serviva qualcuno che sapesse ballare sul filo del rasoio.

Senza guardarmi, Anna fece scivolare un foglio a quadretti verso il mio gomito. Sopra, scritto con la sua inconfondibile calligrafia spigolosa in inchiostro nero, c'era una sola parola.

Adesso.

Feci un respiro profondo e mi alzai. Val spostò lo sguardo su di me. I suoi occhi chiari, solitamente pronti all'ironia, erano due lame. “Domani in aula non mi regalare niente”, mi aveva sussurrato la sera prima, stringendomi la mano nel buio. E io, per la prima volta nella mia vita, avevo intenzione di mantenere una promessa.

Non la attaccai come persona. Non attaccai la vittima dandole della bugiarda, come avrebbe voluto Anna. Guardai Nardi, poi Val, e scelsi la precisione.

«Nessuno qui sta dicendo che il panico della vittima sia falso,» dissi, modulando la voce per farla suonare calma, quasi conciliante. «La domanda che la difesa pone è un’altra: quando una prova nasce confusa, nel pieno di un trauma, e arriva su questo tavolo perfettamente ordinata, chi ha deciso quell'ordine? Chi ha scelto cosa mostrare alla corte e cosa lasciare fuori?» Feci una pausa, lasciando che le parole sedimentassero. «Il problema non è il dolore della vittima. Il problema è che qualcuno ha preso quel dolore e lo ha trasformato in una sequenza accusatoria a tavolino, prima che la difesa o le indagini potessero verificarla.»

Era la mia terza via. Lontano dal sadismo, lontano dalla vigliaccheria. Val incassò il colpo. Vidi i suoi muscoli tendersi sotto la camicia, ma non crollò. «Una prova ordinata non è automaticamente falsa,» ribatté subito Val, sostenendo il mio sguardo senza indietreggiare di un millimetro.

La guardai negli occhi. «No,» risposi, abbassando il tono della voce per renderlo più incisivo. «Ma una prova selezionatanon è automaticamente completa

Fu come sganciare una granata al rallentatore. Il silenzio fu totale. Nardi abbassò la testa e scrisse furiosamente sul suo blocco note. Con la coda dell'occhio, vidi Anna. Mi stava fissando. Per la prima volta da quando avevamo iniziato a lavorare insieme, non avevo improvvisato per strappare un applauso. Avevo costruito un muro di mattoni logici inattaccabile. E a lei, quella dimostrazione di disciplina mista a talento, fece un effetto devastante.

Venti minuti dopo, fu il momento dell'escussione. La testimone principale, l'amica della vittima, si sedette al centro dell'aula. Val condusse l'esame diretto con una delicatezza e un'intelligenza rare. Fece sembrare la ragazza credibile, spaventata, assolutamente sincera.

Quando toccò a me, sentii il ginocchio di Anna sfiorare il mio sotto il tavolo. Un ordine silenzioso. Voleva che affondassi i denti nella giugulare della testimone. Io, invece, mi alzai e mi abbottonai la giacca con una lentezza calcolata.

«Signorina,» iniziai, con tono pacato. «Lei ha ricevuto tutto il materiale dalla sua amica, giusto?» «Sì.» «Lo ha ordinato lei sul suo computer?» «Sì, per aiutare la polizia a capirlo. Era tutto confuso.» «Certo, comprensibile,» annuii, passeggiando lentamente. «Ha scelto lei cosa inserire nella sequenza che poi è stata stampata e depositata?» La ragazza esitò un istante, guardando Val, poi annuì. «Sì.»

Mi fermai. La guardai dritta negli occhi, cancellando ogni traccia di empatia dal mio viso. «Ha escluso qualcosa?»

Il tempo nell'aula sembrò fermarsi. La testimone sbiancò. Aprì la bocca, poi la richiuse. Guardò Val, ma Val, da brava professionista, rimase immobile.

«Io...» mormorò la ragazza, la voce tremante. «Sì. Alcuni messaggi... creavano confusione. Non sembravano importanti ai fini della denuncia. Rischiavano solo di essere fraintesi, quindi... non li ho inclusi.»

Boom. Non avevo dimostrato che la vittima mentisse. Non avevo dimostrato che Val fosse scorretta. Ma avevo appena fatto ammettere alla teste chiave dell'accusa che la prova principe del processo era filtrata, monca, alterata alla fonte.

Il mormorio in aula esplose. Nardi alzò una mano. «Questo cambia il perimetro della discussione,» decretò il professore, la voce carica di gravità. «Difesa, l’integrità della sequenza probatoria diventa ora un punto centrale del dibattimento.»

Mi risedetti. Dall'altra parte dell'aula, Val rimase in piedi. Era seria, i lineamenti del viso induriti. L'avevo ferita professionalmente, ma non l'avevo distrutta. Accanto a lei, Vittoria si massaggiò le tempie con due dita, il suo cinismo naturale sostituito dalla consapevolezza che avevano appena preso una mazzata nei denti.

Mi voltai verso Anna. Non mi stava correggendo gli appunti. Mi stava guardando come se mi vedesse davvero per la prima volta. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, erano dilatati. Non avevo fatto il teatrante, non avevo fatto lo stronzo crudele. Avevo fatto la domanda giusta.

L'udienza fu sospesa un'ora dopo. Il corridoio si riempì di studenti vocianti, borse sbattute e adrenalina in calo. Feci per avviarmi verso le macchinette, ma una mano mi afferrò la manica della giacca.

Mi voltai. Era Val. I suoi occhi chiari mi scrutavano. C'era tensione, ma non c'era traccia di quel dramma da soap opera che mi sarei aspettato. Val non mi odiava. Soffriva, certo, ma c'era un rispetto feroce nel modo in cui mi guardava.

«Non mi hai regalato niente,» mi disse, incrociando le braccia al petto. «Me l’avevi chiesto tu,» risposi, sostenendo il suo sguardo. «Lo so.» Deglutii, la maschera da avvocato che scivolava via. «Ti ho fatto male?» Val fece un mezzo sorriso amaro, abbassando gli occhi per un secondo. «Un po’.» Ci fu una pausa. Intorno a noi l'università scorreva, ma eravamo rinchiusi in una bolla. «Però non sei stato scorretto,» aggiunse lei, rialzando il viso. «Era importante?» Val fece un passo verso di me, sfiorandomi il braccio. «Era tutto.»

Il mio petto si allargò. Val non voleva un codardo che le cedesse il passo, ma non voleva nemmeno un cinico spietato. Voleva me. «Oggi eri bravo, Ale,» ammise, con quella sua sincerità disarmante. Sorrisi, il mio ego che si gonfiava. «Solo bravo?» «Non rovinare il complimento cercando una sentenza,» mi ammonì lei, e per un attimo il mare della notte prima tornò a riempirmi i polmoni.

A dieci metri di distanza, appoggiata a una colonna, Anna stava guardando l'intera scena. Non poteva sentire le parole, ma vedeva i corpi. Vedeva Val che non era stata annientata. Vedeva Val che mi rispettava e che, malgrado la botta processuale, mi guardava ancora come un uomo che desiderava ardentemente. E Anna, sotto la sua camicia di seta perfetta, stava bruciando viva.

Non feci in tempo a salutare Val che Anna mi fu addosso. Non disse una parola. Mi afferrò per il polso, le unghie laccate che mi si conficcavano nella pelle, e mi trascinò lungo il corridoio, svoltando bruscamente in un piccolo magazzino usato per l'archivio tesi.

Mi spinse dentro, chiuse la porta con un tonfo secco e girò la chiave. Il magazzino era stretto, illuminato solo da un neon sfarfallante. Odorava di carta vecchia e polvere. Eravamo intrappolati in due metri quadrati.

Anna sbatté il suo fascicolo su un banco di metallo. Era fredda come il marmo, ma il suo petto si alzava e si abbassava troppo velocemente. Sotto la superficie, l'adrenalina e la furia stavano straripando.

«Hai esitato,» sibilò, puntandomi un dito contro il petto. «No. Ho scelto dove colpire,» ribattei, non indietreggiando di un millimetro. «Hai protetto Val!» accusò lei, gli occhi castani che mi incenerivano. «Ho protetto la domanda, Anna! Se attacco lei, se attacco la vittima, sembro disperato e perdo la corte. Se attacco la prova, vinco. E l'ho fottutamente fatto.»

La frase la mandò in crisi. Le parole le morirono in gola, perché sapeva che avevo ragione. Avevo usato il suo metodo, la sua arma, ma non ero diventato lei. Non ero stato una macchina spietata. Ed era questo a farla impazzire di eccitazione e rabbia.

Anna deglutì, cercando disperatamente di riprendere le redini. Si raddrizzò, alzando il mento. «Non montarti la testa.» «Troppo tardi,» le risposi, accorciando la distanza tra noi. «Oggi hai funzionato perché ti ho preparato io. Perché ti ho costretto a studiare.» «Oggi ho funzionato perché ho scelto io come usare quello che mi hai insegnato.»

Quella fu la scintilla finale. Anna era gelosa marcia di Val, eccitata fino al midollo dalla mia performance in aula, e terrorizzata dal fatto che stavo diventando autonomo. E io, dall'altra parte, ero ubriaco di adrenalina. Avevo tenuto testa a Val, avevo spaccato l'accusa, e ora avevo davanti a me la Perfettina che mi guardava non come un esperimento fallito, ma come qualcosa di pericoloso. E irresistibile.

«Ti è piaciuto?» sussurrò Anna, la voce roca, tagliente. «Cosa?» «Vederla incassare il colpo. Sapere che l'hai battuta.» Feci un altro passo. Il mio petto sfiorò il suo. «Mi è piaciuto non tremare davanti a lei.» «Bugia elegante,» mormorò lei, il respiro che le si spezzava.

Alzai una mano e gliela posai sul fianco. «E a te? Ti è piaciuto vedermi farlo?»

Anna non rispose. I suoi occhi si dilatarono, le labbra si schiusero. Capii tutto in quell'istante. Non c'era più nessun addestramento. Nessuna penale. Nessuna ricompensa.

Le presi il viso tra le mani e la baciai. All'inizio, Anna provò a respingermi. Mi spinse il petto con i palmi, una resistenza di puro principio, un riflesso condizionato per non cedere il controllo. Ma durò un secondo. Le sue mani si aggrapparono ai risvolti della mia giacca, tirandomi contro di lei con una forza animale.

Rispose al bacio con una ferocia inaudita. Aprii la bocca e le nostre lingue si scontrarono, si intrecciarono in una lotta per il predominio. I baci erano duri, bagnati, disperati. Non c'era dolcezza, solo una collisione emotiva violentissima. La spinsi contro gli scaffali di metallo. L'impatto fece tremare i faldoni polverosi.

«Se vuoi che mi fermi, lo dici,» ansimai contro la sua bocca, tenendole i polsi bloccati contro il metallo freddo. Gli occhi di Anna erano fiamme scure. «Se ti fermi adesso, Alessandro, ti odio davvero.»

Fu l'unico consenso di cui avevamo bisogno. La mia bocca scese sul suo collo. Anna buttò la testa all'indietro, inarcando la schiena contro lo scaffale, un gemito sordo che le sfuggì dalle labbra. Le mie mani non furono delicate. Sbottonai la camicia di seta con un'urgenza febbrile, facendone saltare un bottone che tintinnò sul pavimento, mentre lei armeggiava con la mia cintura, slacciandola con dita tremanti.

Le tirai giù la zip della gonna a matita, infilando le mani all'interno, afferrando i suoi glutei sodi attraverso il tessuto sottile dell'intimo. Anna ansimava, le unghie che mi graffiavano le spalle attraverso la camicia. Non dettava più regole. Non c'erano più sguardi altezzosi. C'era solo pelle, sudore, l'odore asettico del magazzino e il profumo del suo desiderio.

Le spostai l'intimo di lato. Era già bagnatissima, bollente. La sollevai per i fianchi e lei capì immediatamente, avvolgendo le gambe attorno alla mia vita, agganciando le caviglie dietro la mia schiena. Aprii la camicia sbottonata, esponendo il reggiseno di pizzo nero. Abbassai le coppe, liberando i suoi seni pieni, e presi un capezzolo turgido tra le labbra. Lo succhiai e lo morsi leggermente. Anna soffocò un urlo, stringendomi i capelli e tirandoli per tenermi premuto contro di lei, mentre il suo bacino si muoveva disperatamente contro di me, cercando attrito.

Abbassai i boxer. Guidai l'erezione pulsante contro la sua fessura umida. Feci una pressione decisa. L'ingresso fu stretto, un guanto di carne caldissimo che mi avvolse togliendomi il fiato. Anna sgranò gli occhi, il petto che si sollevava furiosamente, e per un momento il suo viso si contrasse. Cercò di mantenere quell'espressione dura, sicura di sé, ma le labbra le tremarono, tradendo una fragilità e un piacere che le stavano smantellando l'anima. Affondai completamente dentro di lei.

«Cazzo, Anna...» gemetti, la sensazione delle sue pareti che si contraevano attorno a me che mi mandava in corto circuito il cervello.

Cominciai a muovermi. Ritmi decisi, profondi, senza sconti. L'impatto dei nostri corpi rimbombava nel piccolo magazzino. La sbattevo contro lo scaffale di metallo a ogni spinta. Lei mi prese il viso tra le mani, sporcandosi di rossetto, e mi baciò ancora, una furia di denti e lingue, mentre i nostri respiri diventavano un unico rantolo spezzato.

Mangiavo la sua pelle, scendendo di nuovo sul suo seno, leccando e mordendo la carne morbida, mentre lei mi conficcava le unghie nella schiena. Non stavo cercando di meritarla. La stavo prendendo. E lei si stava lasciando prendere.

L'intensità era spaventosa. Nessuno dei due voleva cedere. Le parole che ci eravamo urlati in aula e nel corridoio si trasformavano in spinte e gemiti. «Questa...» ansimai, ritirandomi quasi del tutto per poi affondare fino in fondo, «questa non era una ricompensa, vero?»

Anna rovesciò la testa all'indietro. Le sue cosce si strinsero intorno ai miei fianchi come una morsa d'acciaio. «No,» rantolò, il viso deformato da un piacere crudele. «Allora... cos'era?» Mi guardò, gli occhi lucidi, le guance arrossate. «Una conseguenza...» Spinsi più forte, colpendola nel punto nevralgico che la faceva inarcare. «Di cosa?» «Di te... che finalmente hai smesso... di tremare.»

L'orgasmo la investì come un treno merci. La sentii contrarsi violentemente attorno al mio cazzo, le sue pareti che mi spremevano a ondate caldissime e ritmiche. Anna urlò il mio nome contro il mio collo, le unghie che mi lasciavano solchi rossi sulle spalle, perdendo ogni singolo brandello di controllo e dignità accademica.

Il suo piacere mi trascinò oltre il limite. Mi spinsi contro di lei un'ultima, disperata volta, e mi svuotai dentro di lei con un gemito rauco, il corpo scosso da spasmi inarrestabili.

Rimanemmo lì, schiacciati contro lo scaffale, i vestiti a brandelli, i petti che si alzavano e si abbassavano in un ritmo frenetico, sudati e devastati. Lentamente, la feci scivolare giù, finché i suoi piedi non toccarono il pavimento polveroso.

La guardai. Aveva i capelli scompigliati, il rossetto sbavato, la camicia mezza strappata. Era la cosa più bella e letale che avessi mai visto. Sorrisi, un sorriso arrogante, esausto, carico di consapevolezza.

Anna si passò una mano tra i capelli, cercando di ricomporsi, ma quando vide il mio sguardo, si bloccò. «Non fare quella faccia,» mi intimò, la voce che tremava ancora per l'adrenalina. «Quale faccia?» «Quella di uno che crede di avermi vinta.»

Mi accostai al suo orecchio, sfiorandole il lobo con le labbra. «E tu non fare quella di una che ha una fottuta paura che sia vero.»

Il neon sfarfallante del magazzino gettava una luce malata sulle sagome dei faldoni impolverati, ma in quel momento era l’unico mondo che esisteva.

L’eco dei nostri respiri pesanti rimbalzava contro il metallo freddo degli scaffali. L’odore asettico di carta vecchia si era fuso con quello muschiato del sesso, del sudore e della foga. Eravamo ancora lì, a pochi centimetri di distanza, i corpi svuotati ma le menti ancora in cortocircuito.

Non ci fu nessuna tenerezza improvvisa. Nessun abbraccio morbido, nessuna carezza romantica per addolcire i contorni di quello che era appena successo. Non eravamo quel tipo di persone. La collisione era stata brutale, nata dalla gelosia, dall'adrenalina processuale e da una fottuta incapacità di starci lontani. E ora, le conseguenze ci stavano piovendo addosso.

Anna si staccò lentamente dallo scaffale. Il suo respiro era ancora irregolare, il petto che si alzava e si abbassava sotto la seta chiara. I suoi capelli castano scuro, di solito disciplinati in una piega perfetta, erano un groviglio selvaggio che le ricadeva sulle spalle e le sfiorava il viso arrossato. Le sue labbra piene e carnose erano gonfie, prive del lucidalabbra perfetto, segnate dai miei baci.

La guardai mentre cercava di ricomporsi. Di solito, Anna impiegava tre secondi netti per rimettersi la sua fottuta armatura. Ma non questa volta.

Mentre tentava di riallacciare i bottoni superstiti della camicia, notai un dettaglio che mi bloccò il respiro in gola: le sue dita sottili, quelle mani curate che impugnavano la penna come uno scettro, stavano tremando. Un tremore reale, incontrollabile, che la costrinse a fermarsi per un secondo. L'avevo smontata. L'avevo spinta oltre la soglia del suo maniacale controllo, e ora ne stava pagando il prezzo fisico.

Si accorse del mio sguardo. La mascella leggera le si contrasse e, con uno sforzo di volontà sovrumano, si impose di raddrizzare la schiena, aggrappandosi all'unico salvagente che conosceva: la procedura.

«Domani,» esordì, la voce ancora un po' rauca che cercava disperatamente di ritrovare la sua freddezza chirurgica, «dobbiamo chiedere l’acquisizione integrale dei messaggi esclusi. Dobbiamo costringere l'accusa a depositare l'intero log della chat.»

Mi sistemai la cintura dei pantaloni, senza staccare gli occhi dai suoi. «Anna.»

«La testimone ha ammesso il filtro a verbale,» continuò lei, ignorandomi, stringendo il suo fascicolo contro il petto nudo sotto la camicia mezza sbottonata, usandolo come uno scudo. «Non abbiamo finito.»

Feci un passo verso di lei, azzerando di nuovo la distanza, invadendo il suo spazio. La guardai negli occhi, quegli occhi scuri e grandissimi che stavano cercando di scappare. «No,» risposi, abbassando il tono della voce. «Infatti.»

Il doppio senso cadde tra noi come una mannaia. Non stavo parlando del fascicolo. Non stavo parlando del processo o del controinterrogatorio. Stavo parlando di noi. Di quello che c'era in quella stanza.

Per la prima volta da quando la conoscevo, Anna non ebbe una risposta pronta. Aprì la bocca, ma non uscì nulla. Le sue certezze evaporarono sotto il peso di quella verità. La vidi deglutire, gli occhi che diventavano lucidi per una frazione di secondo prima di indurirsi di nuovo. Il mare. La sabbia. Val. Era tutto lì, tra noi, un fantasma ingombrante che il sesso non aveva esorcizzato, ma solo reso più evidente.

«Non voglio essere il posto in cui torni quando il mare finisce, Alessandro,» mormorò.

La frase mi trafisse il petto. Non l'aveva urlata. L'aveva detta con una freddezza che nascondeva una vulnerabilità straziante. Era il suo modo di dirmi che sapeva dell'odore di salsedine, che sapeva di Val, e che il suo orgoglio non le avrebbe mai permesso di essere il premio di consolazione di nessuno.

«Non sono tornato per quello,» replicai d'istinto, la voce tesa. Era la verità. Non l'avevo cercata per fuggire da Val; l'avevo cercata perché con lei bruciavo in un modo che non potevo ignorare.

Anna mi fissò, e il suo sguardo si fece spietato, affilato dal dolore. «Tu non torni mai per qualcosa,» sentenziò, la voce che scendeva come una sentenza definitiva. «Ti lasci trovare dove fa più comodo sanguinare.»

Incastrato. Annientato. Era crudele, ma fottutamente vero. Non seppi cosa rispondere. Rimasi in silenzio, mentre lei finiva di sistemarsi la gonna a matita, recuperava il controllo dei suoi lineamenti e si voltava verso la porta, pronta a tornare nel mondo reale, lasciandomi a fare i conti con le macerie del mio stesso egoismo.

Uscimmo dal magazzino separatamente, scivolando nei corridoi dell'università come due estranei che per caso condividevano la stessa aria. L'adrenalina del sesso era evaporata, sostituita da una tensione sorda, metallica.

Mentre camminavamo verso l'uscita del dipartimento, il mio telefono vibrò nella tasca della giacca. Subito dopo, sentii il segnale acustico provenire anche dalla borsa di Anna. Mi fermai vicino alle macchinette del caffè e sbloccai lo schermo.

Era un'e-mail ufficiale. Mittente: professor Nardi, con il tutor in copia. Lessi il testo, e il sangue mi si gelò nelle vene.

“A seguito di quanto emerso nell'udienza odierna, la difesa è autorizzata a richiedere formalmente l’acquisizione integrale della sequenza di messaggi originali. Domani, ore 9:00: discussione sull’ammissibilità della prova e prosecuzione del controesame della testimone.”

Alzai gli occhi. Anna aveva appena letto la stessa e-mail. Il suo viso ovale si era trasformato. La vulnerabilità del magazzino era sparita. Al suo posto c'era un predatore che aveva appena fiutato il sangue.

Quella comunicazione era il cliffhanger definitivo. Era il varco che avevamo aperto con la mia domanda. Ma per usarlo, per vincere, dovevamo infilarci dentro le budella dell'accusa e tirare fuori tutto lo sporco. Se avessimo costretto l'acquisizione dei messaggi esclusi, avremmo dimostrato che la prova era stata inquinata. Avremmo ribaltato il processo. Avremmo vinto.

Ma c'era un problema grosso come una casa. Se avessimo fatto emergere quei messaggi, la testimone sarebbe crollata, e Val – il pubblico ministero che aveva costruito il caso su quella prova, la ragazza solare e genuina che mi aveva chiesto di essere vero con lei – sarebbe stata messa in una difficoltà enorme, professionale e personale. Umiliata davanti a Nardi.

Guardai Anna. Lei strinse il telefono, gli occhi che brillavano di un'ambizione pura, fredda e calcolatrice. Lei voleva affondare la lama. Voleva distruggere Val, l'accusa e la testimone, non solo per vincere il caso, ma per sancire il suo dominio totale, in aula e nella mia testa.

Io, invece, fissavo lo schermo sentendo lo stomaco stringersi in una morsa. Volevo vincere. Cazzo se volevo vincere. Ma volevo farlo dimostrando di essere un avvocato, non diventando una fottuta macchina crudele e senz'anima.

Misi il telefono in tasca, mentre il silenzio tra me e Anna si caricava di un peso insopportabile.

Val mi aveva chiesto di non regalarle niente, stringendomi la mano nel buio. Anna mi aveva insegnato a non tremare, spingendomi oltre i miei limiti contro uno scaffale di metallo. Ora, il fascicolo mi stava offrendo il modo perfetto, chirurgico e inequivocabile per obbedire a entrambe.

Ed era esattamente per questo che mi faceva una fottuta paura.

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