Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 8
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 8 di 14 22 min di lettura

Scopata in archivio dopo la prima udienza

Il primo appello travolge la simulazione: Ale tiene testa a Val senza umiliarla e apre un varco decisivo nel caso.
Anna, divorata da gelosia ed eccitazione, lo trascina in archivio e perde finalmente il controllo.

Alessia
2 mesi fa · 916 letture · 0

Il risveglio fu un lento, doloroso riemergere da un lago di stanchezza, sale e cortocircuiti mentali.

Aprii gli occhi fissando il soffitto, mentre il mio corpo mi presentava immediatamente il conto. Avevo i muscoli indolenziti, i capelli induriti e appiccicosi per la salsedine, e la pelle che tirava, ancora impregnata del profumo dolce di Val e dell'odore freddo del mare notturno. L’eco del suo respiro spezzato contro la mia bocca, il calore della sua pelle bagnata sotto le mie mani sulla spiaggia… tutto mi pulsava nelle vene con una prepotenza disarmante.

Ma a schiacciare quell'euforia, come una lastra di piombo, c'era la consapevolezza del mio ritorno a casa. La figura immobile di Anna nel buio della cucina, il suo sguardo vuoto, e quella frase pronunciata con il tono di un boia: «Non rispondere a domande che non ti ho fatto.»

Mi trascinai fuori dal letto, infilai i jeans e andai in cucina, preparandomi all'impatto. Anna era già lì. E, come una maledizione ineluttabile, era assolutamente perfetta.

La luce cruda del mattino illuminava la sua figura snella e proporzionata. Indossava una camicia di seta bianca, abbottonata con un rigore militare e infilata in una gonna a matita scura che non le concedeva mezza piega. I suoi capelli castano scuro, che solo ventiquattr'ore prima avevo visto spettinati e selvaggi sul mio tappeto, le cadevano lisci e ordinati oltre le spalle, incorniciando il viso ovale dai lineamenti fini. Non c'era traccia della donna che mi aveva tenuto in ostaggio tra le sue cosce. Non c'era traccia della ragazza ferita della notte prima. L'armatura era tornata su, lucidata a specchio e priva di fessure.

Teneva la sua solita penna tra le dita curate, scivolando con quegli occhi scuri e imperscrutabili sulle carte del fascicolo. Non mi chiese dove fossi stato. Non mi chiese a che ora fossi rientrato.

Ma quando mi avvicinai al bancone per versarmi il caffè, il suo sguardo scese rapido e chirurgico verso il pavimento. «Hai ancora sabbia sulla scarpa,» disse. La voce era atona, levigata. Letale.

Guardai giù. Un minuscolo mucchietto di granelli chiari si era staccato dalla suola della mia sneaker, spargendosi sulle piastrelle e tradendo in un secondo netto tutta la mia fottuta serata. Deglutii a vuoto. «Buongiorno anche a te, Anna.»

Le sue labbra, carnose e velate da un lucidalabbra neutro, si strinsero in una linea di puro, concentrato disprezzo. In quel momento, il suo erotismo non risiedeva nella seduzione, ma nella crudeltà assoluta del suo controllo. «Non era un saluto,» replicò fredda, tornando a guardare il documento. «Era una constatazione probatoria.»

Sospirai, appoggiandomi al bancone, sfinito. «Anna, ascolta...»

«Oggi non mi interessa cosa hai fatto ieri sera, Alessandro,» mi interruppe. La voce le scese di un'ottava, affilata come un bisturi. Sollevò il viso e il suo sguardo mi inchiodò sul posto. Si era trasformata. La sua ferita, la gelosia glaciale che le bruciava le viscere, era stata completamente sublimata in procedura.

«Sicura?» la provocai, non riuscendo a trattenere il mio istinto suicida, abbozzando un mezzo sorriso cinico. «Non ti interessa nemmeno un po'?»

Anna si alzò in piedi. Con un movimento fluido, elegante e inavvicinabile, raccolse i fascicoli, sbattendoli sul tavolo per allinearli. Il suo profumo pulito e asettico mi investì, lavando via l'odore del mare e ricordandomi quanto fosse dannatamente brava a tenermi per la gola. «Mi interessa solo una cosa,» sibilò, fermandosi a un palmo dal mio viso. I suoi occhi mi setacciarono l'anima. «Che tu oggi non faccia il gentile con l'accusa.»

Due ore dopo, l'aria della facoltà sapeva di ansia, caffè scadente dei distributori e fotocopie fresche. Il corridoio del dipartimento era il solito formicaio, ma quando il professor Nardi e il nostro tutor entrarono nell'aula magna, la pressione atmosferica sembrò precipitare di colpo.

Non era la solita lezione. Nardi si piazzò dietro la cattedra, sistemandosi gli occhiali sul naso, e ci guardò con quell'espressione da predatore accademico che riservava ai momenti di puro sadismo.

«Visto il livello raggiunto dai gruppi in questa fase istruttoria,» esordì, la voce baritonale che rimbombava nell'aula silenziosa, «abbiamo deciso di stringere i tempi. Niente più simulazioni a vuoto e prove tecniche. La simulazione entra nel vivo oggi.» Fissò la platea. «Oggi faremo una prima udienza di verifica ufficiale. Apertura, produzione documentale e prima escussione della testimone principale. Avete venti minuti per sistemare le vostre carte. Poi, sarete sotto giudizio.»

Il brusio che si alzò nell'aula fu immediato, un ronzio di panico collettivo. Fino a quel momento, il processo simulato era stato uno spettro, una pressione in costante aumento, un gioco di ruolo consumato tra le mura di casa o nei corridoi deserti. Adesso era un'aula vera. I ruoli erano veri. E tutto il lavoro maniacale e notturno di Anna stava per esplodere sotto la luce dei neon.

Vittoria, seduta al banco dell'accusa a pochi metri da noi, non perse un colpo. Si appoggiò allo schienale della sedia, il viso delicato ma deciso piegato in un'espressione di puro cinismo. «Perfetto,» mormorò a mezza voce, in modo che potessi sentirla. «La crisi d’ansia adesso ha anche un calendario ufficiale. Non vedevo l'ora.»

Fu in quel momento che il mio sguardo scivolò oltre Vittoria. E il colpo mi arrivò dritto al centro del petto, togliendomi il fiato.

Val era lì. Ma non era più la ragazza del mare. Non era la creatura folle, luminosa e spontanea che solo dodici ore prima, bagnata di salsedine e tremante di freddo, si era spogliata sulla spiaggia per poi ansimare e contorcersi di piacere contro la mia bocca. L'intimo bagnato, la sabbia sulla pelle chiara, l'arrendevolezza e le risate goffe erano evaporate, cancellate con un colpo di spugna.

Al loro posto, in piedi dietro il banco dell'accusa, c'era un pubblico ministero fatto e finito. Indossava una camicia azzurra dal taglio elegante che assecondava le sue forme morbide senza scoprirle. I capelli biondo miele erano sistemati in onde voluminose, perfette, e il trucco più curato del solito le donava un'aria adulta, altezzosa e inavvicinabile.

I nostri sguardi si incrociarono attraverso l'aula. Val mi guardò. I suoi occhi chiari e penetranti non tradirono mezza emozione. Nessun sorriso complice, nessun lampo di tenerezza, nessun ricordo della felpa che le avevo prestato. Era composta. Lucida. Trasmetteva un'energia sicura, quasi spietata. Era pronta a fare il suo lavoro, e il suo lavoro consisteva nel farmi a pezzi.

Sentii un brivido freddo scendermi lungo la colonna vertebrale. Anna, seduta al mio fianco, estrasse la sua penna con un clac metallico, pronta a sbranarmi alla mia prima esitazione. Le guardai entrambe, intrappolato tra l'incudine e il martello, e capii una cosa assoluta: la vera guerra era appena cominciata, e nessuno avrebbe fatto prigionieri.

L'aula magna aveva un'acustica perfetta, il che significava che ogni respiro, ogni fruscio di carta e ogni colpo di tosse venivano amplificati, rendendo l'aria densa e claustrofobica.

Dietro il banco dell'accusa, Val si alzò in piedi. Non c'era traccia della ragazza che solo dodici ore prima, con i capelli incrostati di sale e il respiro rotto, mi aveva trascinato nella notte. Aveva indossato la sua divisa da battaglia: camicia azzurra, capelli biondi e voluminosi sistemati con cura, e uno sguardo freddo, penetrante, che la rendeva irraggiungibile.

Quando prese la parola, non lo fece per difendersi. Lo fece per attaccare.

«La difesa sta cercando disperatamente di trasformare un atto di ordine logico in una manipolazione dolosa,» esordì Val, la voce chiara e musicale che riempiva la stanza. Camminò di un passo fuori dal banco, guardando dritta verso il professor Nardi. «Ma una vittima, o una testimone sotto shock, possono ordinare il caos senza per questo mentire. Una storia può essere riordinata senza essere inventata. L’ordine non è sempre manipolazione. A volte, Vostro Onore, è solo il modo disperato in cui il panico prova a diventare comprensibile.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 2 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 9

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista