Capitolo 9 - Scopata domestica e prove sporche
Dopo l’archivio, Anna invade la casa di Ale trasformando il desiderio in una routine pericolosamente intima. L’arrivo dei messaggi integrali offre alla difesa la vittoria, ma sporca la coscienza di Ale molto più del previsto.
La luce cruda del mattino non ha il dono della diplomazia. Quando filtrai dalle tapparelle della mia camera, non si limitò a svegliarmi: illuminò la scena di un disastro.
Aprii gli occhi e il primo senso a riattivarsi fu il tatto. La pelle delle mie spalle bruciava, un reticolo di graffi sottili e marcati che pulsavano sotto il tessuto del lenzuolo, firma indelebile delle unghie di Anna contro gli scaffali di metallo dell'archivio. Mi tirai su a fatica. La stanza era immersa in quel silenzio ovattato tipico dei postumi da sbornia, solo che la nostra sbornia era stata fatta di procedura penale, gelosia e fluidi corporei.
Anna era in piedi davanti alla sedia della mia scrivania. Non era nuda, ma non era nemmeno vestita. Indossava solo l'intimo scuro e stava fissando la sua camicia di seta bianca, o meglio, quello che ne restava. La teneva sollevata con due dita, l'espressione di chi sta esaminando un reperto autoptico particolarmente raccapricciante. I suoi capelli castani, di solito domati in pieghe perfette, erano un groviglio di onde selvagge che le ricadevano sulle spalle nude, evidenziando il contrasto con la pelle chiara.
Mi stropicciai la faccia, la voce impastata dal sonno. «La tua camicia è morta in servizio.»
Anna non si voltò. Continuò a fissare il tessuto stropicciato, spostando l'attenzione sul punto esatto in cui un bottone era stato letteralmente sradicato dall'asola con una violenza che, a ripensarci, mi fece sorridere. «È stata danneggiata da condotta colposa,» sentenziò, la voce ancora roca, priva del suo solito smalto accademico.
Mi alzai dal letto, sentendo i muscoli indolenziti. Mi avvicinai al mio armadio, recuperai una mia t-shirt grigia, pulita ma scolorita, e gliela lanciai. La prese al volo con un riflesso condizionato. «Colposa?» chiesi, inarcando un sopracciglio.
Anna infilò la mia maglietta. Le stava enorme. Le copriva i fianchi e le scivolava oltre la metà delle cosce, nascondendo la sua corporatura asciutta ma lasciando scoperte quelle gambe perfette. Il contrasto tra la ragazza glaciale dei corridoi e la donna spettinata che indossava i miei vestiti era un pugno dritto allo stomaco. Sistemò il collo della t-shirt, alzò quegli occhi grandi, castani e implacabili su di me, e mi fulminò. «Dolosamente imbecille.»
Sorrisi. Era la cosa più vicina a una dichiarazione di pace che avrei mai ottenuto.
Quella mattina non ci fu nessuna fuga precipitosa. Nessuna porta sbattuta per imbarazzo. Anna non tornò a casa sua per cambiarsi. La dinamica tra noi si era spostata in una dimensione completamente nuova. La trincea dell'archivio si era trasformata in una convivenza spudorata, non dichiarata, ma fottutamente evidente.
Usò la mia doccia. Mentre io preparavo la moka in cucina, sentii il rumore dell'acqua scrosciare e l'odore del mio bagnoschiuma espandersi nel corridoio, ma alterato dalla chimica della sua pelle. Quando uscì dal bagno, aveva i capelli umidi raccolti in modo precario. Indossava ancora la mia t-shirt grigia e camminava a piedi nudi sul parquet. Non c'era timidezza nel modo in cui si muoveva nel mio spazio. Lo attraversava con la solita autorità, come se ne fosse la proprietaria legale.
Si sedette al tavolo della cucina. Aprì il suo computer, affiancò il mio fascicolo e incrociò le gambe sotto il tavolo. Il tessuto della maglietta si sollevò appena. Il mio sguardo cadde su un minuscolo livido, una sfumatura violacea sull'interno della sua coscia sinistra, esattamente nel punto in cui l'avevo afferrata la sera prima per spingerla contro il muro. Anna se ne accorse. Seguì la traiettoria dei miei occhi, poi incrociò il mio sguardo. Non arrossì, non si coprì. Si limitò a sostenere la mia attenzione per tre lunghissimi secondi, prima di far scivolare gli occhi sulle mie spalle nude, soffermandosi sui graffi rossi e paralleli che mi decoravano la clavicola. Un muto, elettrico scambio di ricevute di ritorno.
Le porsi la tazza di caffè fumante. Non le chiesi come lo voleva. Sapevo già che lo prendeva amaro, per puro masochismo o per non perdere tempo con lo zucchero, non l'avevo ancora capito. «Grazie,» mormorò lei, prendendo la tazza.
Mi sedetti di fronte a lei. Iniziammo a lavorare alla memoria per Nardi, spalla a spalla. C'era un'intimità domestica, quasi banale, che mi stava fottendo il cervello peggio di qualsiasi perversione. Anna non mi stava addestrando. Non mi stava punendo. Stava semplicemente esistendo nel mio stesso metro quadro. A un certo punto, allungò la mano, prese la mia penna senza chiedere permesso, e cancellò un'intera riga della mia bozza. «Hai usato un'avversativa di troppo,» disse, senza nemmeno guardarmi, la mascella leggera contratta nella concentrazione.
Mi alzai per andare in bagno. Vicino al lavandino, notai una sua forcina nera abbandonata sul bordo di ceramica. Quando tornai in cucina, vidi un suo elastico per capelli avvolto attorno al caricabatterie del mio computer. Gesti minuscoli. Tracce.
Mentre la guardavo leggere, con i piedi nudi appoggiati sulla sbarra della sedia e le labbra carnose che si muovevano impercettibilmente, capii una cosa devastante. Anna non aveva invaso casa mia. L’aveva archiviata, classificata e resa operativa. Ed era molto, molto peggio. Perché mi stavo fottutamente abituando a quel disordine organizzato.
Ero perso in questa realizzazione quando la porta d'ingresso scattò. Passi pesanti in corridoio.
Vittoria entrò in cucina come un uragano di prima mattina, vestita con dei pantaloni della tuta sformati e una felpa oversize, i capelli biondo miele raccolti in un nido disordinato sulla testa. Aveva quell'espressione cinica e mezza addormentata di chi è pronto a odiare il mondo.
Si fermò sulla soglia. I suoi occhi chiari, gelidi e acutissimi, fecero una panoramica dell'ambiente in meno di un secondo. Registrò il tavolo coperto di fascicoli. Registrò Anna, la Perfettina, che sedeva nella sua cucina, a piedi nudi, indossando inequivocabilmente una mia maglietta grigia che le arrivava a metà coscia. Registrò la mia schiena mezza nuda e, inevitabilmente, la mappa di graffi freschi che mi segnava le spalle e il collo. E infine, il suo sguardo da predatore si posò sulla sedia vuota nell'angolo, dove giaceva, accartocciata e moribonda, la camicia di seta bianca di Anna, con un bottone strappato ben visibile.
Il silenzio in cucina divenne solido. Io smisi di respirare. Anna, per la prima volta nella sua vita, si bloccò, la penna sospesa a mezz'aria.
Vittoria non sbatté le palpebre. Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia al petto, con l'aria di un detective che ha appena risolto il caso prima ancora dei titoli di testa. «Io non voglio sapere,» esordì Vittoria, la voce raschiata dal sonno ma carica di un sarcasmo letale, «perché Anna indossa una tua maglietta, e soprattutto perché tu sembri appena uscito da un processo per lesioni personali aggravate.»
Deglutii, afferrando disperatamente la mia ironia come scudo. «Meglio,» risposi, sperando di chiuderla lì.
Vittoria mi lanciò un'occhiata che avrebbe potuto congelare il sole. Si staccò dallo stipite, puntando un dito verso il caos di carte, corpi segnati e vestiti morti che avevamo creato. «No, Ale,» disse, scandendo le parole con una lentezza spietata. «"Meglio" era prima che il tavolo dove io solitamente faccio colazione diventasse una fottuta scena del crimine sentimentale. Adesso è solo un problema di igiene visiva.»
Anna si schiarì la gola. Raddrizzò la schiena, cercando di recuperare la sua aura di superiorità accademica nonostante fosse a piedi nudi e mezza nuda con la mia roba addosso. «Stavamo revisionando la memoria per Nardi,» disse Anna, con un tono così professionale da rasentare la follia.
Vittoria la guardò. Poi guardò la camicia strappata sulla sedia. Poi guardò di nuovo Anna. «Certo, tesoro,» rispose Vittoria, un sorriso finto e velenosissimo che le increspava le labbra morbide. «Si vede benissimo che avete applicato una profonda revisione... alla procedura d'urgenza. Vi lascio al vostro deposito atti.»
Si voltò e tornò in corridoio, lasciandoci esattamente come ci aveva trovati: io con l'aria di un colpevole colto in flagrante, e Anna con l'unica maglietta al mondo capace di far vacillare il suo perfetto controllo sulle cose.
Il tavolo della mia cucina era ormai diventato il centro nevralgico di una guerra su due fronti. Da una parte c'era il processo simulato, dall'altra la mia sanità mentale.
Anna era ancora seduta di fronte a me. Indossava la mia t-shirt grigia, che le scivolava addosso come un vestito corto, lasciando scoperte le gambe snelle e la pelle chiara. I suoi capelli castani erano raccolti alla bell'e meglio con la mia solita pinza di plastica superstite, eppure, anche con i piedi nudi appoggiati sulla sedia e l'aria di chi aveva dormito due ore, manteneva un'autorità accademica che mi faceva impazzire. L'erotismo di quella scena non risiedeva nella nudità, ma nell'assoluta, arrogante naturalezza con cui aveva preso possesso del mio spazio, del mio corpo e, inevitabilmente, del mio tempo.
Davanti a noi, lo schermo del computer brillava con il documento Word aperto. Dovevamo redigere la richiesta formale per acquisire i messaggi esclusi.
Anna picchiettò la penna sul tavolo, gli occhi scuri fissi sullo schermo. Il suo profumo pulito si mescolava all'aroma del caffè amaro che le avevo appena preparato. «La testimone ha ammesso a verbale di aver filtrato la prova,» esordì, la voce levigata e spietata. «Abbiamo il varco. Domani mattina depositiamo l'istanza. E domani, in udienza, la apriamo in due.»
Smisi di digitare. Alzai lo sguardo dalle mie mani e lo puntai sul suo viso ovale, sui suoi lineamenti così perfetti e taglienti. «La apriamo o la macelliamo, Anna?» le chiesi, il tono piatto, privo della mia solita ironia.
Anna si fermò. Inclinò leggermente la testa, studiandomi come se fossi un comma interpretato male. Le sue labbra piene si incurvarono in una linea che non era un sorriso, ma una dichiarazione di intenti. «In aula, Alessandro,» rispose, glaciale, «la differenza tra aprire una prova e macellare l'accusa è spesso solo una questione di stile.»
Incrociai le braccia al petto. Fino a qualche settimana prima, avrei assecondato la sua sete di sangue pur di strapparle un complimento o un'ora di sesso sul tappeto. Ma la notte al mare, l'acqua ghiacciata, la voce di Val che mi chiedeva di non essere vigliacco... tutto questo aveva cambiato le carte in tavola. Non ero più morbido, non ero più il ragazzino che voleva solo piacere a tutti. Ma non volevo nemmeno diventare una fottuta macchina crudele e senz'anima.
«Io non macello nessuno,» scandii, la voce ferma. «Chiediamo l'acquisizione integrale perché è un nostro diritto processuale. Mostriamo che la catena di custodia è corrotta. Punto. Non trasformiamo il controesame in un'esecuzione pubblica della testimone o del pubblico ministero.»
Anna si sporse verso di me. La scollatura slabbrata della mia maglietta si aprì appena, offrendomi la vista dell'ombra dei suoi seni morbidi, ma il suo sguardo era pura fiamma ossidrica. «Se non affondi la lama quando l'avversario sanguina, sei un idiota,» sibilò. «Se affondi la lama solo per il gusto di vederlo sanguinare, sei un sadico,» ribattei, sostenendo lo sguardo. «E io voglio vincere il caso, Anna. Non voglio distruggere Val.»
Il nome di Val cadde sul tavolo come una secchiata di ghiaccio. Anna si irrigidì. I muscoli delle sue cosce si tesero sotto il tavolo. Non disse nulla, ma la sua mascella si contrasse in un silenzio che pesava tonnellate. Avevo tracciato un confine, e per la prima volta, stavo tenendo la posizione.
L'aria in cucina era ancora satura di quella tensione elettrica e irrisolta quando il mio telefono, abbandonato accanto alla tazza di caffè, vibrò. Lo schermo si illuminò.
Val: Domani sarà brutto.
Fissai il display. Tre parole. Semplici, dirette, prive di difese. Val non era lì, ma la sua presenza irruppe nella stanza con la forza di uno tsunami. Immaginai il suo viso luminoso, i capelli biondi spettinati, il modo in cui sicuramente si stava mordendo il labbro inferiore mentre aspettava una mia risposta. Volevo scriverle qualcosa di caldo. Volevo dirle che mi dispiaceva, volevo ricordarle il rumore del mare, il sapore del sale sulla sua pelle e il modo in cui mi aveva stretto la mano nel buio.
Ma alzai gli occhi. A neanche mezzo metro da me c'era Anna. Indossava i miei vestiti, aveva i graffi della nostra passione ancora freschi sotto la stoffa, e stava rileggendo con ferocia l'istanza che avrebbe messo in ginocchio la ragazza che mi aveva appena scritto.
Era il triangolo nella sua forma più pura e asfissiante. L'ordine spietato di Anna contro la verità viscerale di Val. Ed io ero incastrato esattamente in mezzo, a desiderare disperatamente entrambe.
Le dita mi rimasero sospese sulla tastiera. Sapevo che Anna mi stava osservando con la coda dell'occhio, il respiro impercettibilmente più lento. Non potevo fare il romantico. Non potevo mentire a nessuna delle due.
Digitai, asciutto: Io: Sì. Lo so.
Il telefono vibrò di nuovo, quasi istantaneamente. Val: Non fare lo stronzo.
Chiusi gli occhi per un secondo. Un pugno dritto allo stomaco. Val non stava chiedendo sconti, non stava pregando. Stava chiedendo a quell'Ale vero, quello che aveva visto sulla spiaggia, di non scomparire dietro la maschera del cinico avvocato difensore.
Anna si schiarì la gola, voltando una pagina del codice con un fruscio secco e autoritario, un promemoria fisico e sonoro del fatto che lei era lì, presente, reale, e che il nostro patto esigeva sangue.
Guardai il cursore lampeggiare sullo schermo del telefono. Ingoiai il nodo che avevo in gola e risposi con l'unica verità che potevo permettermi in quel momento.
Io: Ci sto provando.
Bloccai lo schermo e girai il telefono a faccia in giù sul tavolo. Non serviva aggiungere altro. Val restava viva, una pulsazione calda e luminosa sotto la pelle del processo. E mentre Anna riprendeva a dettarmi le conclusioni in diritto, gelida e inappuntabile nella mia t-shirt stropicciata, capii che la vera condanna non era dover scegliere chi distruggere in aula l'indomani. La vera condanna era sapere che, comunque fosse andata, avrei ferito qualcuno che non volevo perdere.
Il silenzio nel mio appartamento aveva smesso di essere un vuoto da riempire ed era diventato un rumore di fondo a cui mi stavo pericolosamente abituando.
Erano le due di notte passate. Il tavolo della cucina era un disastro di evidenziatori aperti, tazze incrostate di caffè e fogli di procedura penale. Eravamo sfiniti. La guerra accademica ci aveva prosciugato, ma nessuno dei due accennava ad andarsene a dormire.
Anna era seduta di fronte a me. Indossava ancora la mia t-shirt grigia, ormai stropicciata, che le scivolava morbida sulle spalle. I suoi capelli castano scuro, solitamente un vanto di piega e rigore, erano raccolti in un nido caotico tenuto su da una mia matita. Aveva le gambe rannicchiate sulla sedia, il viso ovale e i lineamenti fini concentrati sullo schermo del portatile, la luce azzurrognola che le accarezzava la pelle chiara e le labbra carnose.
Era un'immagine di una domesticità assoluta. Non c'era la tensione del magazzino, non c'erano sfide urlate né fascicoli sbattuti. C'era solo una ragazza stanca, bellissima, che leggeva nel mio salotto come se lo facesse da dieci anni. E io, invece di ripassare l'eccezione di inammissibilità, non riuscivo a smettere di fissarla.
Anna non alzò lo sguardo, ma la sua penna smise di ticchettare. «Stai leggendo il fascicolo o me?» domandò, la voce bassa, vellutata dalla stanchezza. «Sto valutando due prove contemporaneamente,» risposi, appoggiando il mento sul palmo della mano. «Una è irrilevante.» «Non per me.»
Anna provò a restare di ghiaccio. La sua mascella si contrasse leggermente, quel suo tipico meccanismo di difesa per mantenere il controllo. Ma non si spostò. Non si irrigidì. Anzi. Sotto il tavolo, sentii qualcosa sfiorarmi il polpaccio. Era il suo piede nudo.
Trattenni il respiro. Le dita del suo piede risalirono lentamente lungo il tessuto dei miei jeans, accarezzandomi il ginocchio, per poi infilarsi con precisione chirurgica nell'incavo delle mie cosce. Iniziò a fare una pressione lenta, circolare, ritmica, esattamente contro la mia erezione che si stava già svegliando. Il tutto mentre i suoi occhi scuri restavano incollati a una fottuta sentenza della Cassazione.
Il contrasto tra l'espressione imperturbabile del suo viso e quello che stava facendo sotto il tavolo mi mandò il cervello in cortocircuito. Il calore del suo piede, il movimento esperto, il tessuto dei jeans che sfregava contro la mia carne sensibile. Socchiusi gli occhi, emettendo un sospiro silenzioso.
Lei se ne accorse. Alzò lo sguardo dallo schermo. I suoi occhi castani erano dilatati, scuri, densi di un bisogno che non sapeva come formulare a parole. Anna non sapeva chiedere intimità. Era troppo orgogliosa per dire ho voglia di te o vieni qui. Così, la trasformò in un orario.
«Cinque minuti,» sussurrò. Deglutii, il cuore che accelerava. «Di pausa?» «Di quello che sei abbastanza intelligente da non farmi dire.»
Non serviva altro. Mi alzai, feci il giro del tavolo e le presi la mano. Lei non oppose resistenza. Si lasciò sollevare e guidare fino al divano.
Non ci fu la furia predatoria del magazzino. Fu tutto disarmantemente lento, un crescendo morbido ma inesorabile. Ci lasciammo cadere sui cuscini. Le presi il viso tra le mani, accarezzandole gli zigomi delicati con i pollici, e la baciai. Fu un bacio profondo, dolce, che sapeva di caffè e di stanchezza condivisa. Le nostre lingue si cercarono senza fretta, esplorandosi con una confidenza che mi spaventò da morire.
«Anna...» mormorai contro le sue labbra, sfilandole la matita dai capelli. Le ciocche castane le caddero morbide sulle spalle. Lei non rispose a parole. Mi afferrò la nuca, tirandomi contro di sé, mentre le mie mani scivolavano sotto il bordo della t-shirt grigia. La sua pelle era calda, di seta. Le accarezzai la schiena, risalendo fino a sfilarle la maglietta dalla testa. Rimase solo con uno slip di pizzo nero. I suoi seni perfetti si offrirono al mio sguardo, i capezzoli già turgidi.
Mi chinai a baciarle il collo, scendendo lentamente verso il décolleté. La presi in bocca con delicatezza, succhiando piano, facendola sospirare. Le sue dita mi accarezzavano i capelli, tracciando linee lente sulla mia nuca. Era una vulnerabilità che Anna concedeva raramente, un abbandono che non nasceva da una sconfitta processuale, ma dal semplice fatto che eravamo noi due, soli, nel cuore della notte.
Le sfilai gli slip. Lei slacciò i miei pantaloni, aiutandomi a spogliarmi con movimenti intimi, familiari. Mi posizionai tra le sue gambe. Anna piegò le ginocchia, aprendosi per me, gli occhi lucidi fissi nei miei. Non c'era arroganza nel suo sguardo, solo un'attesa vibrante.
Guidai la mia erezione contro il suo ingresso. Era bagnatissima, il suo calore scivoloso mi accolse non appena feci la prima pressione. Entrai in lei lentamente. Millimetro dopo millimetro. Anna chiuse gli occhi, buttando la testa all'indietro sul bracciolo del divano, e si lasciò sfuggire un gemito lungo, morbido, totalmente privo di difese. Le sue pareti interne, strette e bollenti, si modellarono attorno a me, risucchiandomi in un abbraccio di carne che mi fece tremare i polsi.
«Così...» sussurrò lei, le unghie che mi graffiavano dolcemente la schiena, senza la cattiveria dei giorni precedenti.
Iniziai a muovermi. Un ritmo lento, costante, profondo. A ogni affondo, i nostri petti sudati si scontravano. Le baciavo il viso, la mascella, il collo, assaporando il sale della sua pelle. Lei assecondava i miei movimenti, sollevando il bacino per accogliermi più a fondo, le mani intrecciate dietro la mia schiena per tenermi ancorato a sé. Non c'erano regole da rispettare. Non c'era Nardi, non c'era Val, non c'era l'udienza dell'indomani. Eravamo solo Alessandro e Anna, due ragazzi fottutamente stanchi che cercavano conforto l'uno nel corpo dell'altra.
Era fare l'amore, non solo sesso, e la cosa mi terrorizzò. Perché se non stavamo attenti, quella fusione perfetta, quella dolcezza nascosta sotto strati di cinismo, sarebbe diventata la nostra normalità. E da una normalità del genere non sarei mai più riuscito a scappare.
Aumentai il ritmo, guidato dal bisogno e dall'intimità schiacciante di quel momento. I gemiti di Anna si fecero più alti, spezzati. Il suo bacino si muoveva in perfetta sincronia con il mio. Strinsi le sue cosce, affondando con tutta la lunghezza, sentendo il suo centro pulsare contro di me. «Ale...» ansimò lei, aprendo gli occhi, dilatati e persi nel piacere.
Sentii la sua muscolatura interna contrarsi violentemente. Le sue pareti mi strinsero in una morsa liquida e rovente. Il suo orgasmo mi investì, silenzioso ma potentissimo, e mi trascinò con sé. Venni dentro di lei con un grugnito sordo, svuotandomi completamente, il cuore che mi martellava contro le costole come se volesse uscirmi dal petto.
Crollai su di lei, nascondendo il viso nell'incavo del suo collo. Anna mi strinse le braccia intorno alla schiena, accarezzandomi la pelle madida di sudore. Restammo così per minuti interi, ascoltando i nostri respiri tornare regolari nel silenzio del salotto.
Poi, dal tavolo della cucina, arrivò il suono secco e metallico di una notifica.
Il momento si ruppe. La bolla domestica scoppiò. Anna riaprì gli occhi. Anche nuda, sdraiata sotto di me, la sua mente si era già ricollegata al server dell'università. Si scostò dolcemente, si raddrizzò e si infilò di nuovo la mia t-shirt. Io mi tirai su i boxer, passandomi le mani sul viso per svegliarmi.
Tornammo al tavolo. Lo schermo del portatile illuminava la stanza. Era un'e-mail ufficiale. Mittente: Segreteria - Prof. Nardi. Oggetto: Integrazione documentale - Riservato.
Anna cliccò. Il testo dell'e-mail era breve e burocratico: “Si trasmette, in via riservata e su autorizzazione, la sequenza integrale dei messaggi prodotti dalla testimone, inclusi i frammenti precedentemente omessi dall'accusa.”
C'era un file ZIP in allegato. Anna lo aprì con dita che quasi tremavano per l'attesa. Estrasse i PDF e iniziammo a scorrere le schermate. I messaggi originali, evidenziati in giallo, mostravano la conversazione nella sua totalità.
La prima cosa che emerse fu una vittoria schiacciante per noi. «Avevamo ragione,» sussurrò Anna, gli occhi che le brillavano di pura ambizione. «La testimone ha fottutamente filtrato la prova.» I messaggi esclusi da Val mostravano la presunta vittima in una luce molto diversa. Non era la ragazza spaventata e passiva che l'accusa aveva dipinto. Era contraddittoria, a tratti aggressiva, e palesemente confusa. La sequenza smontava la narrazione lineare di Val e rendeva la vittima umana, fallibile, e soprattutto, una testimone inaffidabile. L'accusa si stava sgretolando sotto i nostri occhi.
Ma il mio sguardo scivolò più in basso, su una schermata successiva. Una chat tra il nostro assistito e un suo amico, datata poche ore prima dell'esplosione del caso. Mi fermai. «Aspetta. Torna su.»
Anna aggrottò la fronte, ma scorse la pagina verso l'alto. Lessi il testo del messaggio escluso, inviato dal nostro imputato.
“Lasciala fare. Se pubblica quella roba, le si ritorce contro e la fanno fuori dalla selezione. Anzi, facciamo in modo che lo posti. Io ho bisogno che lei sia fuori dai giochi per quel posto.”
Il gelo calò in cucina. Non era una confessione di manipolazione informatica diretta. Ma era una fottuta ammissione di colpevolezza morale. Il nostro cliente non era un povero cristo incastrato dagli eventi; era uno stronzo consapevole che aveva orchestrato la situazione per far crollare la reputazione della collega e rubarle il posto. Aveva un movente disgustoso.
Guardai Anna. Il suo viso ovale, la sua postura perfetta: tutto in lei gridava vittoria. «È perfetto,» disse lei, fredda e calcolatrice. «Usiamo i primi messaggi per distruggere la credibilità della testimone di Val. L'accusa crolla per inquinamento probatorio.»
«Anna, hai letto il messaggio del nostro cliente?» chiesi, indicando lo schermo. «Sapeva tutto. Ha usato la situazione per sabotarla professionalmente.» «Irrilevante ai fini del capo d'imputazione,» tagliò corto lei. «Noi dobbiamo dimostrare che non ha hackerato le chat. Il fatto che sia moralmente uno schifo di persona non è un reato penale.»
«Ma rende la prova di Val sporca e il nostro cliente colpevole nella sostanza,» ribattei, sentendo lo stomaco stringersi. «Se omettiamo questo messaggio, facciamo esattamente quello che ha fatto l'accusa. Filtriamo la verità.»
Anna si voltò verso di me. Indossava la mia maglietta, aveva il sapore della mia bocca sulle labbra, eppure in quel momento mi sembrò distante chilometri. La sua ambizione aveva preso il sopravvento su tutto il resto. «Noi siamo la difesa, Alessandro. Il nostro compito è smontare l'accusa, non fare da confessori. Questo file ci dà la vittoria in mano.»
Mi alzai, allontanandomi dal tavolo. Fino a dieci minuti prima, fare l'amore con lei mi era sembrato l'inizio di qualcosa di reale. Ora, guardando le carte sparpagliate e quel messaggio infame, il caso era diventato molto più di un gioco accademico.
La prova dell'accusa era sporca, e questo avrebbe distrutto Val. Ma il nostro assistito non era innocente, e difenderlo chiudendo gli occhi davanti a quel messaggio mi avrebbe distrutto l'anima. L'e-mail non ci aveva dato solo la vittoria. Ci aveva appena consegnato il dubbio perfetto per far saltare in aria tutto quello che eravamo.
Le tre di notte. Anna era tornata al suo computer, digitando furiosamente la memoria per l'acquisizione delle prove. Era eccitata, carica a molla dalla possibilità di affondare il colpo. La stanchezza era sparita dal suo volto. Era nel suo elemento, una creatura forgiata per il conflitto, e la prospettiva del sangue accademico le donava un'aura quasi ipnotica.
Io, invece, ero sprofondato sulla mia sedia, svuotato, inquieto, il respiro bloccato in una gabbia toracica che sembrava diventata troppo stretta.
Girai il telefono, appoggiato a faccia in giù sul tavolo. Lo schermo si illuminò, silenzioso. Nessuna notifica. Nessun messaggio da Val. Il suo silenzio pesava cento volte di più di una sua ipotetica sfuriata. Val era dall'altra parte della città, probabilmente a dormire nel suo mondo luminoso e disordinato, ignara del fatto che in questa cucina, sotto la luce fredda di una lampada, avevamo appena caricato l'arma che l'avrebbe umiliata davanti all'intero dipartimento.
Guardai di nuovo il log integrale sullo schermo. Il quadro era completo, spietato. Vidi la testimone che aveva filtrato per proteggere la sua amica. Vidi Val, la ragazza con i capelli sporchi di sale che mi aveva insegnato a respirare senza maschere, che domani mattina si sarebbe schiantata contro un muro a duecento all'ora. Vidi Anna, bellissima e implacabile, che smistava prove a piedi nudi nel mio appartamento, determinata a vincere a ogni costo, per dimostrare a se stessa e a me che l'ordine trionfa sempre sul caos. E vidi il nostro assistito, il tizio che dovevamo salvare, che in fondo era solo un cinico pezzo di merda.
Spensi lo schermo del telefono. Il buio inghiottì il display, ma non le mie colpe.
Pensavo che acquisire la prova integrale ci avrebbe resi liberi. Invece ci aveva dato una cosa molto peggiore: la possibilità di scegliere quale verità usare. E Anna, seduta di fronte a me, i lineamenti rilassati dal sesso e induriti dall'ambizione, davanti a quella scelta non tremava affatto.
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