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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 9
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Capitolo 9 di 14 20 min di lettura

Scopata domestica e prove sporche

Dopo l’archivio, Anna invade la casa di Ale trasformando il desiderio in una routine pericolosamente intima.
L’arrivo dei messaggi integrali offre alla difesa la vittoria, ma sporca la coscienza di Ale molto più del previsto.

Alessia
2 mesi fa · 1.2k letture · 1

La luce cruda del mattino non ha il dono della diplomazia. Quando filtrai dalle tapparelle della mia camera, non si limitò a svegliarmi: illuminò la scena di un disastro.

Aprii gli occhi e il primo senso a riattivarsi fu il tatto. La pelle delle mie spalle bruciava, un reticolo di graffi sottili e marcati che pulsavano sotto il tessuto del lenzuolo, firma indelebile delle unghie di Anna contro gli scaffali di metallo dell'archivio. Mi tirai su a fatica. La stanza era immersa in quel silenzio ovattato tipico dei postumi da sbornia, solo che la nostra sbornia era stata fatta di procedura penale, gelosia e fluidi corporei.

Anna era in piedi davanti alla sedia della mia scrivania. Non era nuda, ma non era nemmeno vestita. Indossava solo l'intimo scuro e stava fissando la sua camicia di seta bianca, o meglio, quello che ne restava. La teneva sollevata con due dita, l'espressione di chi sta esaminando un reperto autoptico particolarmente raccapricciante. I suoi capelli castani, di solito domati in pieghe perfette, erano un groviglio di onde selvagge che le ricadevano sulle spalle nude, evidenziando il contrasto con la pelle chiara.

Mi stropicciai la faccia, la voce impastata dal sonno. «La tua camicia è morta in servizio.»

Anna non si voltò. Continuò a fissare il tessuto stropicciato, spostando l'attenzione sul punto esatto in cui un bottone era stato letteralmente sradicato dall'asola con una violenza che, a ripensarci, mi fece sorridere. «È stata danneggiata da condotta colposa,» sentenziò, la voce ancora roca, priva del suo solito smalto accademico.

Mi alzai dal letto, sentendo i muscoli indolenziti. Mi avvicinai al mio armadio, recuperai una mia t-shirt grigia, pulita ma scolorita, e gliela lanciai. La prese al volo con un riflesso condizionato. «Colposa?» chiesi, inarcando un sopracciglio.

Anna infilò la mia maglietta. Le stava enorme. Le copriva i fianchi e le scivolava oltre la metà delle cosce, nascondendo la sua corporatura asciutta ma lasciando scoperte quelle gambe perfette. Il contrasto tra la ragazza glaciale dei corridoi e la donna spettinata che indossava i miei vestiti era un pugno dritto allo stomaco. Sistemò il collo della t-shirt, alzò quegli occhi grandi, castani e implacabili su di me, e mi fulminò. «Dolosamente imbecille.»

Sorrisi. Era la cosa più vicina a una dichiarazione di pace che avrei mai ottenuto.

Quella mattina non ci fu nessuna fuga precipitosa. Nessuna porta sbattuta per imbarazzo. Anna non tornò a casa sua per cambiarsi. La dinamica tra noi si era spostata in una dimensione completamente nuova. La trincea dell'archivio si era trasformata in una convivenza spudorata, non dichiarata, ma fottutamente evidente.

Usò la mia doccia. Mentre io preparavo la moka in cucina, sentii il rumore dell'acqua scrosciare e l'odore del mio bagnoschiuma espandersi nel corridoio, ma alterato dalla chimica della sua pelle. Quando uscì dal bagno, aveva i capelli umidi raccolti in modo precario. Indossava ancora la mia t-shirt grigia e camminava a piedi nudi sul parquet. Non c'era timidezza nel modo in cui si muoveva nel mio spazio. Lo attraversava con la solita autorità, come se ne fosse la proprietaria legale.

Si sedette al tavolo della cucina. Aprì il suo computer, affiancò il mio fascicolo e incrociò le gambe sotto il tavolo. Il tessuto della maglietta si sollevò appena. Il mio sguardo cadde su un minuscolo livido, una sfumatura violacea sull'interno della sua coscia sinistra, esattamente nel punto in cui l'avevo afferrata la sera prima per spingerla contro il muro. Anna se ne accorse. Seguì la traiettoria dei miei occhi, poi incrociò il mio sguardo. Non arrossì, non si coprì. Si limitò a sostenere la mia attenzione per tre lunghissimi secondi, prima di far scivolare gli occhi sulle mie spalle nude, soffermandosi sui graffi rossi e paralleli che mi decoravano la clavicola. Un muto, elettrico scambio di ricevute di ritorno.

Le porsi la tazza di caffè fumante. Non le chiesi come lo voleva. Sapevo già che lo prendeva amaro, per puro masochismo o per non perdere tempo con lo zucchero, non l'avevo ancora capito. «Grazie,» mormorò lei, prendendo la tazza.

Mi sedetti di fronte a lei. Iniziammo a lavorare alla memoria per Nardi, spalla a spalla. C'era un'intimità domestica, quasi banale, che mi stava fottendo il cervello peggio di qualsiasi perversione. Anna non mi stava addestrando. Non mi stava punendo. Stava semplicemente esistendo nel mio stesso metro quadro. A un certo punto, allungò la mano, prese la mia penna senza chiedere permesso, e cancellò un'intera riga della mia bozza. «Hai usato un'avversativa di troppo,» disse, senza nemmeno guardarmi, la mascella leggera contratta nella concentrazione.

Mi alzai per andare in bagno. Vicino al lavandino, notai una sua forcina nera abbandonata sul bordo di ceramica. Quando tornai in cucina, vidi un suo elastico per capelli avvolto attorno al caricabatterie del mio computer. Gesti minuscoli. Tracce.

Mentre la guardavo leggere, con i piedi nudi appoggiati sulla sbarra della sedia e le labbra carnose che si muovevano impercettibilmente, capii una cosa devastante. Anna non aveva invaso casa mia. L’aveva archiviata, classificata e resa operativa. Ed era molto, molto peggio. Perché mi stavo fottutamente abituando a quel disordine organizzato.

Ero perso in questa realizzazione quando la porta d'ingresso scattò. Passi pesanti in corridoio.

Vittoria entrò in cucina come un uragano di prima mattina, vestita con dei pantaloni della tuta sformati e una felpa oversize, i capelli biondo miele raccolti in un nido disordinato sulla testa. Aveva quell'espressione cinica e mezza addormentata di chi è pronto a odiare il mondo.

Si fermò sulla soglia. I suoi occhi chiari, gelidi e acutissimi, fecero una panoramica dell'ambiente in meno di un secondo. Registrò il tavolo coperto di fascicoli. Registrò Anna, la Perfettina, che sedeva nella sua cucina, a piedi nudi, indossando inequivocabilmente una mia maglietta grigia che le arrivava a metà coscia. Registrò la mia schiena mezza nuda e, inevitabilmente, la mappa di graffi freschi che mi segnava le spalle e il collo. E infine, il suo sguardo da predatore si posò sulla sedia vuota nell'angolo, dove giaceva, accartocciata e moribonda, la camicia di seta bianca di Anna, con un bottone strappato ben visibile.

Il silenzio in cucina divenne solido. Io smisi di respirare. Anna, per la prima volta nella sua vita, si bloccò, la penna sospesa a mezz'aria.

Vittoria non sbatté le palpebre. Si appoggiò allo stipite della porta, incrociando le braccia al petto, con l'aria di un detective che ha appena risolto il caso prima ancora dei titoli di testa. «Io non voglio sapere,» esordì Vittoria, la voce raschiata dal sonno ma carica di un sarcasmo letale, «perché Anna indossa una tua maglietta, e soprattutto perché tu sembri appena uscito da un processo per lesioni personali aggravate.»

Deglutii, afferrando disperatamente la mia ironia come scudo. «Meglio,» risposi, sperando di chiuderla lì.

Vittoria mi lanciò un'occhiata che avrebbe potuto congelare il sole. Si staccò dallo stipite, puntando un dito verso il caos di carte, corpi segnati e vestiti morti che avevamo creato. «No, Ale,» disse, scandendo le parole con una lentezza spietata. «"Meglio" era prima che il tavolo dove io solitamente faccio colazione diventasse una fottuta scena del crimine sentimentale. Adesso è solo un problema di igiene visiva.»

Anna si schiarì la gola. Raddrizzò la schiena, cercando di recuperare la sua aura di superiorità accademica nonostante fosse a piedi nudi e mezza nuda con la mia roba addosso. «Stavamo revisionando la memoria per Nardi,» disse Anna, con un tono così professionale da rasentare la follia.

Vittoria la guardò. Poi guardò la camicia strappata sulla sedia. Poi guardò di nuovo Anna. «Certo, tesoro,» rispose Vittoria, un sorriso finto e velenosissimo che le increspava le labbra morbide. «Si vede benissimo che avete applicato una profonda revisione... alla procedura d'urgenza. Vi lascio al vostro deposito atti.»

Si voltò e tornò in corridoio, lasciandoci esattamente come ci aveva trovati: io con l'aria di un colpevole colto in flagrante, e Anna con l'unica maglietta al mondo capace di far vacillare il suo perfetto controllo sulle cose.

Il tavolo della mia cucina era ormai diventato il centro nevralgico di una guerra su due fronti. Da una parte c'era il processo simulato, dall'altra la mia sanità mentale.

Anna era ancora seduta di fronte a me. Indossava la mia t-shirt grigia, che le scivolava addosso come un vestito corto, lasciando scoperte le gambe snelle e la pelle chiara. I suoi capelli castani erano raccolti alla bell'e meglio con la mia solita pinza di plastica superstite, eppure, anche con i piedi nudi appoggiati sulla sedia e l'aria di chi aveva dormito due ore, manteneva un'autorità accademica che mi faceva impazzire. L'erotismo di quella scena non risiedeva nella nudità, ma nell'assoluta, arrogante naturalezza con cui aveva preso possesso del mio spazio, del mio corpo e, inevitabilmente, del mio tempo.

Davanti a noi, lo schermo del computer brillava con il documento Word aperto. Dovevamo redigere la richiesta formale per acquisire i messaggi esclusi.

Anna picchiettò la penna sul tavolo, gli occhi scuri fissi sullo schermo. Il suo profumo pulito si mescolava all'aroma del caffè amaro che le avevo appena preparato. «La testimone ha ammesso a verbale di aver filtrato la prova,» esordì, la voce levigata e spietata. «Abbiamo il varco. Domani mattina depositiamo l'istanza. E domani, in udienza, la apriamo in due.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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