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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 10
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Capitolo 10 di 14 20 min di lettura

Scopata nel letto di Vittoria

Anna e Ale trasformano il letto di Vittoria in un rifugio erotico-legale, tra pop star, confessioni intime e desiderio ormai domestico.
Ma quando Vittoria li trova, il pomeriggio insieme diventa un controesame spietato sul caos sentimentale di Ale.

Alessia
2 mesi fa · 441 letture · 0

L’aria nella stanza di Vittoria sapeva di sudore, inchiostro stampato e sesso.

Non era esattamente un’invasione a sorpresa. Vittoria mi aveva ceduto il suo letto di spontanea volontà prima di rifugiarsi a casa di Val, convinta che io e Anna avessimo bisogno di spazio e silenzio per "lavorare al caso". Se avesse saputo che tipo di lavoro stavamo portando avanti, probabilmente avrebbe dato fuoco al materasso.

Il letto era un campo di battaglia. Il lenzuolo era aggrovigliato in fondo al materasso, coperto da fascicoli aperti, screenshot stampati e tazze di caffè ormai freddo. I nostri vestiti erano sparsi ovunque. Io ero a torso nudo, appoggiato alla testiera di legno, mentre Anna era sdraiata accanto a me. Indossava solo una mia vecchia t-shirt grigia che le stava enorme. Il cotone leggero era umido di sudore e le si appiccicava addosso, scivolando da una spalla e lasciando intravedere la curva morbida e perfetta del suo seno nudo. I suoi capelli castano scuro, di solito disciplinati, erano un nido selvaggio che si spargeva sul cuscino, e la sua pelle chiara brillava, ancora accaldata dal sesso che avevamo appena consumato.

Sul mio portatile, incastrato tra le sue gambe e un codice di procedura penale, stava girando una playlist pop in riproduzione casuale, mentre sul desktop campeggiava l'archivio ZIP con le chat del processo.

La guardai. Era bellissima, sfatta e pericolosamente umana. «Lo sai che questo è il letto di Vittoria, vero?» le chiesi, passandomi una mano tra i capelli.

Anna non si scompose. Teneva gli occhi chiusi e il respiro lento. «Lo so.»

«E non ti turba minimamente?»

Aprì un occhio, scuro e implacabile. «Mi turba molto di più il fatto che tu abbia nominato un file “prova vera finale definitiva due”. È un crimine contro l'ordine logico e l'informatica.»

Risi piano. Era sempre lei. Anche con il fiato corto e la mia maglietta addosso, non rinunciava al suo ruolo. In quel momento, le casse del computer sputarono fuori le prime note di una hit pop commerciale, una di quelle canzoni che passano in radio fino alla nausea. Abbassai lo sguardo sullo schermo, poi guardai lei.

«Aspetta. Tu ascolti questa roba?» la presi in giro, inarcando un sopracciglio.

Anna si stiracchiò, e il movimento fece sollevare ulteriormente la t-shirt, rivelando la linea dei fianchi e l'assenza totale di biancheria intima. «Io ho diritto a una forma privata di degrado, Alessandro.»

«Anna, questa è musica da ragazza che canta nel phon davanti allo specchio fingendo di essere in un videoclip con il vento tra i capelli.»

«E tu chi ascolti, sentiamo? Quale raffinato cantautorato indie nascondi per fare il finto intellettuale?» Si appoggiò sui gomiti, avvicinando il viso al mio. Il suo profumo si mescolò a quello del sesso recente. «Anzi, facciamo un gioco più adatto al tuo livello. Chi ti faresti, tra le pop star?»

Ci pensai esattamente un secondo e mezzo. «Olivia Rodrigo.»

Anna si bloccò. Il suo viso ovale si contrasse in un broncio che non le avevo mai visto, un'espressione così tenera, spontanea e infastidita da fargli perdere tutta la sua aura glaciale. Mi guardò malissimo. «Ovviamente.»

«Che vuol dire ovviamente?»

«Che ti piacciono quelle con l’aria fragile, gli occhi enormi e abbastanza rancore da scriverti un intero album contro per farti sentire importante.» La battuta era affilata come un rasoio. Parlava di Olivia Rodrigo, ma sotto quella patina pop c'era Val. E, in un modo contorto, c'era anche lei.

Sorrisi, incassando il colpo. «Questa non era un’analisi musicale.» «No,» ribatté Anna, incrociando le braccia al petto e facendo strusciare il tessuto contro i capezzoli turgidi. «Era un referto psicologico.»

«E tu invece?» la punsi, avvicinandomi fino a sfiorarle la spalla nuda con il naso. «Qual è il tuo oscuro segreto?» «Io non rispondo a domande formulate da soggetti emotivamente instabili.» «Quindi hai una celebrity crush. Avanti, Perfettina. Chi è?» «Io ho gusto. È un concetto diverso.»

Eravamo avvolti in una bolla. Eravamo sudati, pigri, immersi in quel tipo di intimità post-sesso in cui le barriere crollano senza che tu te ne accorga. Mentre la canzone sfumava nel ritornello, notai che le sue labbra carnose si muovevano. Appena. Senza emettere suono.

Mi fermai. La fissai. «Tu secondo me canti,» le dissi, quasi sottovoce.

Anna smise di muovere le labbra e si irrigidì. «Io non canto.» «Canti eccome. Ti ho vista.» «Io, eventualmente, interpreto in forma strettamente privata.» «Quindi canti.»

«Smettila,» sbuffò, ma le guance le si tinsero di un leggero rossore. Non insistetti. Mi limitai a guardarla, con un sorriso morbido. Sotto il peso del mio sguardo, Anna cedette. Sospirò, chiuse gli occhi e, con una voce sottile, intonata e incredibilmente dolce, cantò due versi del ritornello. Piano. Quasi sussurrando contro il mio petto.

Smisi di sorridere. Smisi di fare battute. Guardai quella ragazza, sdraiata nel letto di Vittoria, che cantava sottovoce una stupida canzone pop. In quel momento non era la dominatrice dell'archivio, non era la collega militare che voleva distruggere l'accusa. Era solo Anna. Anna non mi stava confessando un sentimento, pensai, sentendo una morsa stringermi lo stomaco. Stava facendo una cosa molto più pericolosa: mi stava mostrando una parte inutile di sé. Una parte che non serviva a vincere niente.

Era una vulnerabilità che mi terrorizzava e mi eccitava allo stesso tempo. E, siccome ero un fottuto idiota allergico ai momenti troppo seri, decisi di rovinarlo.

Allungai una mano sotto il lenzuolo, afferrai la sua caviglia e le tirai su la gamba, prendendo il suo piede nudo e portandomelo davanti alla bocca come se fosse un gelato.

«Signorina Anna, astro nascente del pop forense,» feci la voce da presentatore radiofonico, «cosa risponde alle accuse di avere una playlist imbarazzante?»

Anna spalancò gli occhi, cercando di ritirare la gamba, ma io la tenni ferma. «Che il giornalista è un idiota che dorme sul divano da stasera!» «Il pubblico chiede un ritornello, signorina.» «Il pubblico può andare a studiare procedura penale!»

Cercò di divincolarsi, ridendo. Una risata vera, non calcolata. Abbassai la bocca e le baciai il collo del piede. Anna sussultò. Le presi l'alluce tra le labbra, succhiandolo piano, facendole scorrere la lingua sulla pelle liscia. «Smettila, Ale,» ansimò, ma la sua voce aveva perso ogni tono di rimprovero. Si stava imbarazzando, e la cosa era deliziosa.

Baciai l'arco plantare, annusando il profumo della sua pelle pulita mescolato al sudore della nostra nottata. Invece di tirarsi indietro, Anna capì il gioco. Gli occhi le diventarono scuri, liquidi di lussuria. Smise di lottare. Usò il piede che le stavo tenendo per spingermi leggermente il mento.

Poi, con una sfacciataggine che mi fece impazzire, liberò la caviglia dalla mia presa. Strofinò la pianta del piede nudo contro la mia guancia, lentamente, come una carezza sporca. Scese lungo il mio collo, accarezzandomi il petto madido di sudore, sfiorando i graffi che lei stessa mi aveva lasciato ore prima.

Il clima era cambiato. Non era il sesso rabbioso da gelosia, non era l'addestramento. Era un gioco intimo, folle e profondamente nostro. Il suo piede scese ancora, superando l'elastico dei miei boxer. Trovò la mia erezione, che si era già risvegliata prepotentemente, e iniziò a massaggiarmi. La pelle morbida del suo piede sfregava contro il mio cazzo turgido. Mi massaggiò l'asta con l'arco plantare, poi usò le dita per stuzzicarmi le palle, applicando una pressione perfetta.

Chiusi gli occhi, gettando la testa all'indietro contro la testiera. «Cazzo, Anna...» Lei sorrise. Si portò due dita alla bocca, se le bagnò copiosamente di saliva e lasciò cadere un rivolo denso e lucido esattamente sulla cappella. Poi portò su anche l'altro piede. Mi intrappolò l'asta tra le due piante, usando la saliva come lubrificante, e iniziò a segarmi con un movimento ritmico, scivoloso e caldissimo.

La sensazione era devastante. Il contrasto tra i documenti legali sparsi sul materasso e lei che mi masturbava con i piedi, guardandomi con quell'aria da stronza meravigliosa, mi stava facendo esplodere.

«Chi ha guidato il gioco prima?» mi stuzzicò lei, aumentando la pressione e sfregando le piante dei piedi su e giù per tutta la mia lunghezza. «Tu,» grugnii, stringendo le lenzuola. «E chi ha trovato il cavillo sulle tempistiche della chat?» «Tu, maledizione... tu.»

Non resistetti più. Le afferrai le caviglie e la tirai verso di me con un colpo secco. I fascicoli volarono giù dal letto, atterrando sul pavimento con un fruscio. Le alzai la maglietta grigia fin sopra il collo, liberando i suoi seni perfetti. Mi ci fiondai sopra, prendendo un capezzolo in bocca e succhiandolo con foga, mentre con una mano mi facevo spazio tra le sue cosce.

Era bagnata fradicia. La figa era ancora gonfia e pulsante dal rapporto precedente, scivolosa dei nostri stessi umori. Mi posizionai sopra di lei e spinsi. L'ingresso fu fluido, bollente. Anna inarcò la schiena, affondando le unghie nelle mie spalle e lasciandosi sfuggire un gemito acuto, senza alcun freno.

«Ale...» ansimò, stringendo le gambe attorno ai miei fianchi. Iniziai a muovermi dentro di lei, prima con spinte lente e profonde, poi sempre più veloci. I nostri petti sudati sbattevano l'uno contro l'altro. Il rumore della nostra pelle umida riempiva la stanza di Vittoria, coprendo la musica pop che continuava a suonare dal computer.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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