Il ticchettio dell’orologio a muro della cucina sembrava il conto alla rovescia di un ordigno innescato. Erano le tre del mattino.
Rientrai in cucina con il petto ancora stretto in una morsa. Anna era esattamente dove l'avevo lasciata. Seduta al tavolo, la schiena dritta, la sua figura illuminata dal bagliore asettico dello schermo del portatile. Davanti a lei c'era la scaletta della nostra arringa. E, a pochi centimetri dai suoi appunti scritti con grafia impeccabile, riposava la fottuta penna viola di Val, con quel cuoricino di plastica che sembrava deridere entrambi.
Mi sedetti di fronte a lei, svuotato. Anna non alzò lo sguardo. Allungò una mano dalle dita sottili, girò una pagina del fascicolo con un fruscio secco e mi indicò un paragrafo con l'indice. Si stava comportando come se, solo pochi minuti prima in camera da letto, non avesse appena tracciato un confine netto e invalicabile, dichiarando che tra noi esisteva solo il processo e nient'altro. La sua capacità di rimettersi addosso l'armatura del controllo era spaventosa.
«La terza conclusione è ancora troppo sentimentale,» esordì, la voce levigata, priva di qualsiasi incrinatura. La fissai, incredulo. «Sono le tre del mattino, Anna.» «Non è una giustificazione.» «No,» ribattei, sentendo la stanchezza scivolarmi nelle ossa. «È un dato temporale verificabile.»
Di solito, a una risposta del genere, avrebbe sollevato gli occhi al cielo e, forse, le sue labbra carnose si sarebbero piegate in un mezzo sorriso riluttante. Stavolta no. Il suo viso ovale e delicato rimase una maschera di concentrazione accademica. La cosa che mi fece davvero male non fu la coltellata verbale di poco prima; fu la facilità apparente, quasi disumana, con cui riusciva a tornare a lavorare. Non potevo sapere che anche lei stava fingendo, che quel rigore maniacale era l'unico modo che conosceva per non andare in pezzi quando perdeva il controllo. Ai miei occhi, in quel momento, sembrava solo intoccabile.
Rimasi a guardarla per qualche minuto. Guardai i suoi occhi castani scorrere sulle righe, concentrati, distanti. Poi, allungai la mano e le chiusi il fascicolo sotto il naso. «Non ce la faccio.» Anna si bloccò, le mani sospese a mezz'aria. «A fare cosa?» «A fingere che cinque minuti fa non sia successo niente,» le dissi, la voce roca, priva del mio solito cinismo di facciata.
Anna non rispose. I suoi occhi si abbassarono sulla copertina di cartone del faldone. La sua mascella si contrasse leggermente, ma non aggiunse una parola. Il silenzio tra noi era una parete di vetro: potevamo vederci, ma non potevamo più toccarci.
Mi alzai, trascinando i piedi verso la mia camera. Per la prima volta da quando avevamo trasformato il mio appartamento nel nostro campo di battaglia e nel nostro rifugio, Anna non mi seguì. Sentii i suoi passi leggeri dirigersi verso la stanza che Vittoria le aveva ceduto. Mi infilai nel letto freddo. Dopo aver condiviso così tanto, dopo aver sentito il calore della sua pelle e il ritmo del suo respiro aggrovigliato al mio, il peso di quel materasso vuoto era schiacciante.
Il risveglio, poche ore dopo, fu un inventario di assenze. Aprii gli occhi e il mio cervello registrò le mancanze prima ancora che io mettessi a fuoco la stanza. Non c'era nessuna ciocca di lunghi capelli scuri sparsa sul mio cuscino. Non c'era il suo calore. Non c'era la mia vecchia maglietta grigia abbandonata in fondo al letto, né il suono della sua voce pronta a fari una battuta spietata sul fatto che avessi dormito troppo.
Mi alzai, stropicciandomi il viso, e mi trascinai in cucina. Anna era già lì, pronta per l'università. L'immagine della ragazza spettinata, vulnerabile e nuda davanti allo specchio era stata completamente cancellata. La "Perfettina" era stata ricostruita in ogni suo dettaglio: indossava pantaloni scuri dal taglio severo e una camicia chiara perfettamente stirata. I suoi capelli castani erano domati, ordinati, senza un filo fuori posto. E, soprattutto, notai che non indossava la mia maglietta. Si era ripresa i suoi spazi, i suoi vestiti, la sua distanza.
Mi appoggiai allo stipite della porta. «Buongiorno.» Anna stava sistemando il portatile nella borsa in pelle. Non si voltò. «Sono le nove e quaranta.» «Anche a te, Anna,» mormorai, passandomi una mano tra i capelli in disordine.
Poi, abbassai lo sguardo sul bancone. Accanto ai fornelli c'era una tazzina di caffè. Fumante. Perfettamente preparata. La fissai per un lungo istante. Anna era una maestra nel togliere il romanticismo e la vicinanza dalle parole, trasformandole in sentenze, ma non riusciva ancora a eliminarlo dai gesti. La cura c'era, muta e ostinata, nascosta dietro il pragmatismo.
Feci un passo verso il bancone e presi la tazzina. «Quindi,» dissi, guardando il liquido scuro, «il caffè è ancora incluso nella collaborazione processuale?» Anna si infilò la giacca, sistemandosi il colletto con movimenti precisi e chirurgici. Alzò i suoi occhi grandi e luminosi su di me, freddi come l'inverno. «Serviva a evitare che tu fossi inutilizzabile per le prossime sei ore.»
Abbozzai un mezzo sorriso stanco, una reazione debole al suo muro di ghiaccio. Lei, però, non sorrise. Prese la sua borsa, superandomi senza sfiorarmi, e mi lasciò da solo in cucina, a bere un caffè amaro che sapeva di un addio mascherato da procedura.
Il dipartimento di Giurisprudenza a quarantott'ore dall'udienza conclusiva aveva lo stesso fascino ospitale di un braccio della morte. L'aria nei corridoi e nelle aule studio odorava di toner bruciato, evidenziatori scarichi e panico trattenuto. Non c'erano lezioni, non c'erano appelli con Nardi: c'era solo il lavoro sporco di trincea. Fascicoli da ristampare in triplice copia, riferimenti giurisprudenziali da incrociare, domande-trappola da prevedere e verbali da blindare.
Io e Anna eravamo chiusi in una saletta studio al secondo piano, seduti allo stesso tavolo di legno graffiato, ma separati da una faglia tettonica. Dopo la condanna della notte precedente – quel suo glaciale "Quando finisce il processo, finisce anche il resto" – si era barricata dietro la sua armatura. I suoi lunghi capelli castano scuro erano raccolti con una precisione quasi militare, lasciando scoperto il viso ovale e i lineamenti fini, tirati per la concentrazione. Le sue labbra carnose, che solo poche ore prima avevo maledettamente sentito gemere contro il mio collo, ora si muovevano solo per dettare numeri di commi e articoli del codice.
Il problema sul tavolo era enorme. Con l'acquisizione integrale delle chat, avevamo tra le mani l'arma per smontare la testimone dell'accusa, ma avevamo anche scoperchiato la fogna sul nostro assistito. L'accusa – cioè Val e Vittoria – avrebbe sicuramente usato quei messaggi completi per dimostrare che il nostro cliente aveva un movente meschino e calcolato per distruggere la reputazione della collega.
Anna stava scorrendo la nostra scaletta difensiva, cancellando le mie note a margine con un tratto secco di penna nera. Voleva costruire un muro tecnico, un'eccezione procedurale talmente fredda e inattaccabile da rendere il movente irrilevante.
Appoggiai la schiena alla sedia, incrociando le braccia. «Non reggerà, Anna.» «Reggerà se ti attieni al perimetro dell'imputazione,» rispose lei, senza alzare i grandi occhi castani dal foglio. «Se nascondiamo quelle righe, facciamo esattamente quello che contestiamo alla testimone,» insistetti, picchiettando il dito sulle stampe delle chat. «Passiamo per ipocriti.» Anna finalmente sollevò lo sguardo, calmo ma tagliente come un bisturi. «Non le nascondiamo. Contestiamo la ricostruzione dell'accusa. È diverso.» «Allora diciamolo apertamente in aula, anticipando Val: il nostro assistito è uno stronzo.»
Anna sbatté le palpebre, la penna ferma a mezz'aria. «Quella non è una qualificazione giuridica, Alessandro.» «Dovrebbe esserlo,» ribattei con il mio solito ghigno storto. «Risolverebbe metà dei processi italiani in primo grado.»
Per una frazione di secondo, l'armatura si incrinò. Vidi gli angoli della sua bocca fremere, le labbra piene che si piegavano nell'inizio di un sorriso spontaneo. Ma si fermò in tempo. La mascella leggera si contrasse, ricacciando indietro l'umanità per tornare alla disciplina. Io, però, me n'ero accorto. E quella minuscola crepa mi fece capire che, anche se sentimentalmente stavamo precipitando in un burrone senza paracadute, la nostra intelligenza condivisa funzionava ancora a meraviglia. Eravamo una squadra letale, condannata a capirsi al volo mentre fingeva di non conoscersi più.
A metà mattina, con la scusa di dover far rilegare le copie definitive della memoria, uscii dalla saletta per prendere un po' d'aria. Avevo bisogno di staccarmi dal profumo di Anna e dalla tensione che mi stava divorando i nervi.
