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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 13
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Capitolo 13 di 14 36 min di lettura

L'ultima scopata con la Perfettina prima dell'addio

Tra confessioni, desiderio e un'ultima notte di passione, Ale e Anna abbandonano finalmente ogni difesa. Ma proprio quando sembrano più vicini che mai, la Perfettina prende una decisione destinata a cambiare tutto.

Alessia
5 ore fa · 21 letture · 0

Arrivato alle macchinette del piano terra, trovai Vittoria. Era appoggiata al muro con un bicchierino di plastica in mano, in una posa che sembrava uscita da un servizio fotografico nonostante il contesto deprimente della facoltà. Indossava una camicia azzurra lasciata morbida sui pantaloni chiari e un maglioncino annodato sulle spalle; i lunghi capelli biondo miele le cadevano lisci e luminosi sul petto, incorniciando il viso dalla pelle dorata.

Appena mi vide, i suoi occhi chiari e magnetici mi passarono ai raggi X. Non servivano confessioni con lei: Vittoria mi conosceva troppo bene, vedeva le mie bugie prima ancora che le pensassi.

«Hai una faccia di merda,» mi salutò, la voce limpida e carica del suo solito affetto ruvido. Mi appoggiai al distributore automatico accanto a lei, infilando le mani nelle tasche. «Grazie. Anche tu sei splendida stamattina.» Lei bevve un sorso di quella brodaglia nera, senza staccare lo sguardo dal mio profilo. «Avete litigato?» Feci il vago, guardando le piastrelle del pavimento. «Chi?» «Ale,» mi avvertì Vittoria, con una calma glaciale, «se rispondi "chi" un'altra volta ti faccio pagare pure la corrente consumata da Anna nel mio appartamento.»

Sospirai, sentendo le spalle cedere sotto il peso delle ultime quarantott'ore. Vittoria sapeva che ero uscito con Val, quest’ultima glielo aveva sicuramente accennato, anche se conoscendo il pudore della mia cotta storica non era scesa nei dettagli di quello che avevamo fatto in macchina né della domanda che mi aveva posto. E Vittoria sapeva benissimo cosa c'era stato con Anna nel suo letto. Con lei non potevo recitare il ruolo del brillante fuoricorso che se la cava sempre.

Mi passai una mano sugli occhi stanchi. Guardai il soffitto e, per la prima volta da quando questo delirio era iniziato, dissi la verità ad alta voce. «Credo di essermi innamorato di entrambe.»

Le parole caddero tra noi, nude e pesanti. Vittoria non spalancò gli occhi. Non fece drammi. Si limitò a fissarmi con quell'espressione leggermente altezzosa e cinica di chi aveva già letto il finale del libro tre capitoli prima. «Congratulazioni,» commentò, secca. «Ci sei arrivato con una puntualità degna della tua carriera universitaria.»

Feci un mezzo sorriso amaro, ma lei non rise. Buttò il bicchierino vuoto nel cestino e si voltò completamente verso di me, incrociando le braccia sotto il seno morbido. Il sarcasmo lasciò spazio a una serietà tagliente. «E loro lo sanno?» mi chiese. «Non completamente.» «Allora il problema non è che ti piacciano entrambe, Ale,» sentenziò Vittoria, colpendomi dritto allo stomaco con una lucidità disarmante. «Il problema è che sei ancora l'unico a conoscere tutto il caso.»

Rimasi in silenzio. L'analogia processuale era perfetta e spietata. Io avevo in mano l'intero fascicolo emotivo, mentre Val e Anna avevano solo degli stralci parziali. Ma Vittoria, vedendomi sull'orlo del baratro, decise di non infierire oltre. Non era una terapeuta, era la mia migliore amica. Allungò il braccio e mi posò una mano sulla spalla, stringendola con forza. Poi infilò due monete nella macchinetta e premette il tasto dell'espresso senza zucchero. «Bevi,» mi ordinò, passandomi il bicchierino bollente. «Che se svieni prima dell'udienza, Nardi dà la vittoria a noi a tavolino e mi toglie tutto il divertimento di asfaltarvi in aula.»

Mentre tornavo verso le scale con il caffè in mano e le parole di Vittoria che mi rimbombavano in testa, il corridoio principale si riempì del solito sciame di studenti. Ed è lì che la vidi.

Val stava venendo nella mia direzione, stringendo al petto un faldone pieno di post-it colorati. Era di una bellezza disarmante: indossava una giacca scura lasciata aperta su una camicia bianca leggermente sbottonata, che lasciava intravedere il collo lungo, le clavicole e la curva morbida e piena del suo décolleté, sempre elegante e mai volgare. I capelli biondo miele, voluminosi e mossi, le scendevano sulle spalle come un'onda calda.

Appena i suoi occhi chiari incrociarono i miei, il suo viso ovale si aprì in un sorriso luminoso, complice, che richiamava istantaneamente il pomeriggio passato insieme, la penna viola e il respiro condiviso nella sua macchina. Si fermò davanti a me, ma il sorriso le si smorzò leggermente sulle labbra carnose quando mi guardò meglio.

«Hai dormito?» mi chiese piano, inclinando la testa. «È una domanda retorica, signor pubblico ministero?» provai a scherzare. «No,» rispose lei, con quella sua dolcezza genuina che mi faceva sentire contemporaneamente un re e un verme. «È una domanda con una risposta molto preoccupante.»

Val non tirò fuori la questione del "dopo". Mi aveva dato quattro giorni per chiudere il processo e capire se c'ero davvero per lei, e aveva troppa classe e troppa fiducia per trasformare quella scadenza in un ultimatum quotidiano nei corridoi. Invece di farmi pressioni, fece un mezzo passo avanti. Posò una mano sul risvolto della mia giacca, sistemandomi il colletto storto con una naturalezza disarmante, per poi scivolare con le dita lungo il mio braccio e stringermi brevemente la mano. Il contatto della sua pelle calda mi mandò una scossa dritta al petto. Ebbi l'impulso feroce, quasi incontrollabile, di fregarmene dell'università, degli studenti e dei ruoli, di prenderla per la vita sottile e baciarla lì, in mezzo a tutti. Non lo feci. Mi limitai a stringerle le dita per un secondo in più del necessario, prima che lei si sfilasse con un ultimo sorriso incoraggiante e proseguisse lungo il corridoio.

Restai fermo a guardarla allontanarsi. E mi resi conto di una cosa terribile: l'avevo vista meno di ventiquattr'ore prima, eppure mi mancava già da togliermi il fiato. Non mi ero innamorato di Val per esclusione, o perché Anna mi aveva respinto. Mi ero innamorato di lei perché era aria pura.

Mi voltai per salire le scale, e il sangue mi si gelò nelle vene. In cima alla rampa, ferma vicino alla balaustra con le copie stampate tra le braccia, c'era Anna.

Aveva visto tutto. Aveva visto il sorriso di Val, aveva visto la sua mano sistemarmi il colletto, aveva visto il modo in cui ci eravamo toccati le dita. Il suo volto era una maschera di porcellana fredda. Non disse una parola. Non fece una smorfia. Mi lanciò solo uno sguardo quieto, abissale e glaciale, prima di voltarsi sui tacchi e sparire direzione saletta studio.

Quando, un paio d'ore dopo, raccogliemmo le nostre cose per tornare verso casa mia a finire il lavoro, Anna camminava al mio fianco sul marciapiede. Non aprì bocca per tutto il tragitto. Ma dal modo in cui stringeva la cinghia della borsa fino a farsi sbiancare le nocche, e dal ticchettio nervoso e veloce dei suoi passi sull'asfalto, capii che la bomba non era stata disinnescata. Stava solo aspettando che chiudessimo la porta di casa per esplodere.

La serratura scattò con un rumore metallico che parve fin troppo forte nel silenzio del pianerottolo. Quando entrammo nell'appartamento, l'aria all'interno era ferma, quasi densa, come se la casa avesse trattenuto il fiato fin da stamattina esperando l'impatto.

Fuori faceva un freddo cane e il rumore sordo del traffico serale filtrava a fatica dai doppi vetri delle finestre. Accesi solo la lampada a sospensione sopra il tavolo della cucina, lasciando il corridoio e il resto delle stanze in una penombra densa che inghiottiva i contorni dei mobili.

Ci muovemmo nello spazio seguendo una coreografia che ormai conoscevamo a memoria, ma priva di qualsiasi calore. Anna si sfilò il cappotto scuro e lo appese all'attaccapanni con una precisione chirurgica, lisciando i revers con le dita sottili prima di voltarsi. Io, per tutta risposta, lanciai il mazzo di chiavi sul bancone della cucina, ovviamente a mezzo metro di distanza dallo svuotatasche, esattamente nel solito posto sbagliato dove finivano sempre per farla innervosire.

Ma stavolta Anna non fece battute sul mio disordine cronico. Si avvicinò al tavolo. La scena era un inventario spietato degli ultimi giorni: la moka era ancora lì, fredda e dimenticata sul fornello spento; i nostri fascicoli occupavano militarmente metà del piano di legno; sulla sedia nell'angolo c'era la mia maglietta grigia, quella in cui aveva dormito e fatto l'amore, ora ripiegata in un quadrato perfetto e impersonale. E al centro esatto, buttata di traverso sulle mie bozze, spiccava la penna viola di Val con il suo stupido cuoricino di plastica.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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