Anna posò la borsa a terra. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e regolari, era tirato, illuminato di taglio dalla luce calda del lampadario. Allungò una mano e, con un gesto automatico, riallineò una pila di quattro fogli stampati che sporgevano di mezzo centimetro rispetto al bordo del codice.
La guardai. Fino a ieri, quella sua mania di controllo mi faceva sorridere, mi dava il pretesto perfetto per stuzzicarla e portarla allo scontro. Ora, invece, quel gesto mi irritò profondamente. Mi diede sui nervi perché mi ricordò con una brutalità disarmante quanto mi fossi abituato alla sua presenza tra queste mura, e quanto facesse male sapere che aveva già deciso la data di scadenza.
«Non devi sistemare tutto,» dissi, la voce più ruvida di quanto avessi preventivato. Anna non alzò nemmeno i suoi grandi occhi castani dal tavolo. «Se non lo faccio io, qui dentro non lo fa nessuno.» «Anna, sono quattro fogli.» «Sono quattro fogli messi male, Alessandro.»
Restammo immobili, ai lati opposti della cucina. La tensione era palpabile, ma entrambi sapevamo benissimo che il problema non erano i margini della carta stampata.
Ci sedemmo per finire di rivedere la scaletta dell'udienza. Il silenzio tra noi era rotto solo dal fruscio delle pagine e dal respiro del riscaldamento centralizzato. Anna prese la mia ultima bozza dell'arringa, la lesse con lo sguardo calmo e distaccato che usava come scudo, e poi puntò la penna su un capoverso a metà pagina.
«Questa formulazione sul movente è debole,» sentenziò, fredda. «Espone il fianco alla replica dell'accusa.»
In qualsiasi altro giorno, avrei difeso la mia frase fino alla morte. Avrei fatto una battuta cinica, mi sarei appoggiato allo schienale per godermi il modo in cui si accendeva quando mi teneva testa, trasformando la correzione in un preludio per metterle le mani addosso. Stavolta no. Guardai il foglio, vidi che aveva ragione, e presi la penna.
«Va bene,» risposi, piatto. «La cambio.»
Tirai una riga netta sulla frase e iniziai a riscriverla a margine. Anna non si mosse. Rimase a fissarmi, le labbra carnose leggermente socchiuse in un'espressione di sincero spiazzamento.
«Non vuoi discuterne?» chiese, aggrottando le sopracciglia definite. «No.» «Da quando?» Posai la penna e alzai lo sguardo, incatenando i miei occhi ai suoi. «Da quando ho capito che non devo trasformare qualsiasi cosa in una battaglia solo per avere la tua attenzione.»
Il colpo andò a segno. Lo vidi nel modo in cui le sue spalle strette si irrigidirono sotto la camicia chiara. Per Anna, l'attrito era l'unico linguaggio sicuro che conoscevamo. Litigare era il nostro modo per toccarci senza dover ammettere che ne avevamo bisogno, per restare vicini fingendo di farci la guerra. Togliendole lo scontro, la stavo lasciando nuda.
E quando Anna perdeva il controllo del terreno, non diventava fragile in modo dolce: diventava più aggressiva, più fredda, più tagliente.
«Se hai intenzione di comportarti da vittima da qui a dopodomani,» sibilò, la mascella leggera contratta, «fallo dopo l'udienza. Adesso mi servi lucido.» «Non mi sto comportando da vittima, Anna.» «Allora smettila di guardarmi come se ti dovessi qualcosa!» «Non mi devi niente,» replicai, con una calma gelida che non mi apparteneva. «È esattamente questo che mi hai spiegato ieri notte, no? Che siamo solo il processo.»
Silenzio. Un silenzio pesante, saturo di tutto quello che avevamo fatto sul tappeto, sotto la doccia e davanti a quello specchio. Anna mi fissò per tre lunghi secondi. Poi, con un gesto secco, chiuse di colpo il fascicolo. Il tonfo del cartone sul legno fece tremare la penna viola di Val. La maschera dell'avvocato difensore era appena caduta. Finalmente, eravamo pronti a scannarci sul serio.
Mi alzai dalla sedia, appoggiando le nocche sul tavolo e sporgendomi verso di lei. «Spiegami solo una cosa,» la incalzai, sentendo il sangue pulsarmi nelle tempie. «Se per te tutto questo è solo sesso, stress da esame e collaborazione processuale... perché cazzo ti comporti come se ti appartenessi? Perché diventi di ghiaccio ogni volta che quella penna ti entra nel campo visivo o che incrociamo Val in corridoio?»
Anna si alzò a sua volta. Non indietreggiò di un millimetro. I suoi occhi castani, grandi e luminosi, avevano perso ogni traccia di distacco: bruciavano di un'indignazione feroce, ferita nell'orgoglio.
«Tu vorresti che io ti dicessi che siamo qualcosa,» mi attaccò, la voce bassa e vibrante. «Vorrei che smettessi di fingere che non lo siamo!» «E poi?» fece un passo verso il tavolo, sfidandomi. «Sentiamo, Alessandro. E poi cosa succede?» «Poi potremmo provare a capirlo, come fanno le persone normali.» «Mentre Val ti aspetta fuori dall'aula?»
La frase mi bloccò il respiro in gola. Non risposi subito, e quella frazione di secondo di esitazione fu la mia condanna a morte.
Anna fece un sorriso amaro, spietato, che non aveva nulla di divertito. Per la prima volta, lasciò uscire tutta la rabbia che aveva compresso dietro i suoi schemi e i suoi post-it. «Eccolo lì,» mormorò, scuotendo la testa, i capelli scuri che le scivolavano sulle spalle. «Tu vuoi che io mi esponga per prima, Alessandro. Vuoi la garanzia. Vuoi sapere che mi avrai ancora nel tuo letto anche quando questo fottuto processo sarà finito. Vuoi che io sia abbastanza stupida da restare qui ad aspettarti, mentre tu prendi tempo per decidere comodamente se preferisci la vita facile con lei oppure bruciare con me.»
Rimasi pietrificato. Fino a un istante prima, nella mia arroganza, avevo pensato che il muro di Anna fosse solo il frutto della sua fobia per i sentimenti, della sua incapacità di lasciarsi andare. Invece mi stava sbattendo in faccia una verità molto più matura, lucida e dolorosa: Anna aveva visto tutto. Sapeva che ero diviso, aveva visto come guardavo Val, e il suo orgoglio non le avrebbe mai permesso di mettersi in fila, di umiliarsi in una competizione per farsi scegliere da uno che non sapeva nemmeno scegliere se stesso.
Cercai disperatamente di afferrare un appiglio. «Non sei una seconda scelta, Anna. Non lo sei mai stata.» Lei mi guardò dritta negli occhi, senza tremare, con una dignità che mi fece sentire minuscolo. «Nemmeno Val, immagino.»
Deglutii, la gola improvvisamente secca. Non potevo mentirle. Non lì, non dopo tutto quello che c'era stato. «No,» ammisi a mezza voce. «Nemmeno lei.»
Anna annuì lentamente, il viso che tornava a chiudersi in un'espressione indecifrabile e lontana. «Appunto.»
E non aggiunse altro. Mi lasciò lì, in piedi davanti al tavolo della cucina, completamente senza parole. Perché non c'era nessuna obiezione a verbale che potesse smontare la verità: le volevo entrambe, e in quel preciso istante, stavo perdendo il diritto di averne anche solo una.
Il silenzio che seguì il mio "Nemmeno lei" era così denso che sembrava aver risucchiato via tutto l’ossigeno dalla cucina. La lampada a sospensione ronzava debolmente sopra le nostre teste, illuminando il campo di battaglia dei nostri fascicoli sparsi e quella fottuta penna viola che sembrava guardarci con un ghigno di plastica.
Eravamo immobili, a meno di un metro di distanza. Il respiro di Anna era corto, spezzato, e per la prima volta non c’era traccia di calcolo nei suoi grandi occhi castani. Anche lei stava perdendo lucidità. La sua armatura di regole, post-it e confini processuali stava andando in frantumi sotto il peso di una gelosia e di una paura che non sapeva come archiviare.
Fece un passo verso di me. Non aveva l'aria della dominatrice dell'archivio, né della studentessa pronta a darmi una lezione. Era solo una ragazza che cercava disperatamente di spegnere un incendio con le mani nude. Mi afferrò per il tessuto della felpa e si sollevò sulle punte, premendo le sue labbra carnose contro le mie.
Per un istante, il mio corpo rispose da solo. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi morbidi, la bocca si schiuse per accogliere il sapore caldo e familiare della sua lingua, lasciandomi travolgere da quel riflesso pavloviano che ci portava sempre a sbranarci sul pavimento pur di non affrontare la realtà.
Poi, il mio cervello si riaccese.
Le presi i polsi con delicatezza e mi staccai di qualche centimetro, quel tanto che bastava per interrompere il contatto, tenendo la fronte appoggiata alla sua.
«No, Anna,» mormorai, con il fiato già corto.
