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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 12
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Capitolo 12 di 14 33 min di lettura

Scopata allo specchio prima della condanna

Con Val ancora addosso, Ale torna da Anna e vive con lei una giornata quasi da coppia, tra studio, doccia e una sintonia sempre più pericolosa.
Ma dopo il sesso e le coccole, Anna gli nega ogni futuro: era tutto solo per il processo.

Alessia
2 mesi fa · 572 letture · 0

Il sapore di Val mi era rimasto incollato sulle labbra, dolce, umido e inequivocabile. Era il sapore di una ragazza genuina e luminosa, un promemoria fisico che non si era dissolto quando avevo chiuso la portiera della sua utilitaria. La sua voce continuava a rimbombarmi nel cranio, ritmica e spietata: «Vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.»

Non avevo lasciato Val nel parcheggio. Me l'ero portata dentro, fin su per le scale, sotto la pelle.

Infilai la chiave nella toppa. Erano da poco passate le 19:30 e l'appartamento era avvolto in una penombra silenziosa, spezzata solo dall'alone azzurrognolo di un portatile acceso sul tavolo della cucina.

Anna era già lì. Aveva occupato la scena come un esercito invasore che non ha bisogno di sparare un colpo per prendere il controllo. I fascicoli erano allineati in modo maniacale, gli evidenziatori perfettamente paralleli, una tazza di caffè nero accanto al codice. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e delicati, fu illuminato dallo schermo quando alzò la testa. I capelli castano scuro le scivolavano morbidi oltre le spalle, incorniciando quegli occhi grandi, luminosi e implacabili.

«Sei tornato vivo,» esordì, la voce levigata e imperturbabile. Feci un mezzo sorriso, provando a indossare la mia solita maschera da cinico disilluso, quella che usavo per non impegnarmi mai davvero. «Avevi dubbi?» «Avevo statistiche,» ribatté lei, senza battere ciglio.

Feci per avvicinarmi al tavolo, ma la recita non mi stava venendo benissimo. E la Perfettina, che detestava l'improvvisazione e scansionava il mondo con precisione chirurgica, lo notò in un nanosecondo. Le sue labbra carnose, lucide e naturalmente sensuali, si strinsero in una linea sottile. «Hai quella faccia.» «Quale?» «Quella di uno che ha fatto qualcosa e non ha ancora deciso se confessarla.»

Era spaventosamente acuta. Anna non sapeva tutto, ma il suo istinto al controllo la faceva vibrare quando qualcosa fuoriusciva dai suoi schemi. Sospirai e mi sfilai la giacca per appoggiarla alla sedia. Nel movimento, la mia tasca si piegò e la ridicola penna viola di Val scivolò fuori, cadendo sul tavolo di legno con un tintinnio plastico e sordo che suonò come un colpo di pistola.

Il silenzio piombò in cucina. Anna abbassò lo sguardo. Fissò quel pezzo di plastica viola, sormontato da un cuoricino, come se fosse una prova irrimediabilmente contaminata, un insulto al suo fottuto ordine.

«Cos’è?» chiese, glaciale. «Una penna.» «Questo lo avevo intuito. Mi riferivo al reato estetico.» Allungai la mano, cercando di riprenderla per infilarla di nuovo in tasca, ma il mio tempismo fu goffo. Anna capì all'istante. Alzò gli occhi, puntandoli nei miei. L'attrazione tra noi sembrava sempre rabbia, una perenne sfida di forza. «Val?» domandò, secca. «Non ogni oggetto viola appartiene all’accusa,» provai a difendermi. «No,» ribatté lei, la voce che scendeva di un'ottava, «ma ogni oggetto imbarazzante che porti in casa sì.»

La penna viola, lì, in mezzo ai codici sottolineati di Anna, sembrava una cosa ridicola. Il problema era che, accanto ai suoi fascicoli, sembrava anche una cazzo di dichiarazione. E io, guardando le mani perfette di Anna sfiorare la carta stampata, mi sentii in colpa in un modo assurdo, come se le avessi appena costrette a respirare la stessa aria.

Ma Anna non fece la fidanzata gelosa. Le scenate teatrali non appartenevano al suo repertorio; la sua gelosia era formale, controllata, e proprio per questo faceva molto più male. Si rifugiò nell'unica armatura che conosceva: il processo.

«Abbiamo quattro giorni,» scandì, tornando a fissare lo schermo. «Lo so.» «No,» mi corresse, afferrando un evidenziatore con un gesto secco. «Tu hai una penna viola, una faccia da incidente probatorio e quattro giorni. Io ho una scaletta incompleta.»

Stava cercando di strattonarmi indietro nel nostro mondo, fatto di obiezioni, difesa e controllo. Mi sedetti di fronte a lei, ma i miei occhi tradirono una distrazione fatale, scivolando di nuovo sulla tasca dove avevo nascosto la penna. Anna batté l'evidenziatore sul tavolo. «Se devi stare qui, stai qui.» «Ci sono,» mentii. «No. Sei seduto qui. È diverso.»

La frase mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. Val, in macchina, mi aveva chiesto esattamente la stessa cosa: di esserci per davvero, senza usare la nostra vicinanza per sfuggire ad altro. Val pesava come un macigno, anche ora che non c'era.

L'inizio della sessione di studio fu un disastro. Eravamo un ingranaggio inceppato. Anna era più tagliente, fredda, quasi punitiva. Io ero spento, privo del mio solito carisma naturale. Ci incastrammo malissimo. Le porsi il foglio con la mia bozza per l'arringa. Lei lo scansionò con gli occhi, poi prese la penna rossa e tirò una linea netta su un intero paragrafo. «Questa sembra scritta da uno che vuole farsi perdonare da tutti,» sentenziò, alzando il mento. «Magari è il mio stile.» «Lo so,» sibilò lei, i suoi occhi castani che lanciavano scintille. «È per questo che la sto cancellando.»

Eppure, il crescendo della nostra chimica funzionava esattamente come una tensione fisica inesplosa. Più lottavamo sulle parole, più il muro di ghiaccio si assottigliava, rivelando il calore che c'era sotto. Lentamente, la macchina mentale ripartì.

Anna iniziò a sistemare la struttura, offrendomi la gabbia logica perfetta. Io cominciai a trovarci dentro il mio ritmo, trasformando le sue deduzioni asettiche in argomentazioni vive, vibranti. Lei correggeva una ridondanza, io le strappavo la penna di mano protestando che stava uccidendo il pathos. Le nostre dita si sfiorarono sulla carta, una carezza mascherata da conflitto. Il ritmo si fece più serrato: lei mi toglieva le frasi troppo teatrali, io scaldavo quelle troppo gelide.

Finché, leggendo l'ultimo capoverso che avevo appena appuntato, Anna si fermò. Rimase in silenzio per due lunghissimi secondi. Poi annuì, appena percettibilmente. Sorrisi, spalancando gli occhi in una finta espressione di shock. «Hai appena approvato una mia frase.» «Non drammatizzare,» rispose lei, ma la linea dura della sua mascella si era ammorbidita. «È un evento storico. Voglio che sia messo a verbale.» Anna alzò gli occhi al cielo, ma le sue labbra carnose si piegarono in un sorriso vero, inequivocabile. «È un refuso del destino. Continua a scrivere prima che io ci ripensi.»

Ridemmo. Una risata bassa, genuina, che riempì la cucina di un calore improvviso.

Mentre la guardavo scostarsi una ciocca di capelli dal viso, illuminata dalla lampada sul tavolo, sentii una scossa salirmi lungo la spina dorsale. Val mi era ancora incollata addosso, con la sua promessa di naturalezza e di respiro. Ma Anna era lì, presente, incredibilmente concreta, e mi stava agganciando il cervello con una complicità e un'intimità intellettuale che mi facevano impazzire di desiderio.

Con Val avevo avuto voglia di uscire dal processo, di scappare dalle regole per trovare la libertà. Con Anna, invece, avevo voglia di vincerlo, di sbranare l'accusa, solo per vedere se poi lei, spogliata della sua armatura, sarebbe rimasta.

Dopo altre due ore passate a smontare e rimontare la nostra fottuta arringa, eravamo due stracci. Il tavolo della cucina era un cimitero di fogli e tazze vuote. Mi passai una mano sulla faccia, sentendo gli occhi bruciare per la stanchezza e per lo schermo del portatile. Dall'altra parte del tavolo, Anna si stava guardando i polpastrelli sporchi di inchiostro nero. La sua armatura da "Perfettina" stava fisiologicamente cedendo il passo a una stanchezza quasi domestica, ammorbidendo i suoi lineamenti fini e il suo viso ovale.

Chiuse il codice con un tonfo sordo. «Devo farmi una doccia,» annunciò, alzando su di me i suoi grandi occhi castani. Mi appoggiai allo schienale della sedia, incrociando le braccia. «È un’informazione o un ordine?» Anna si alzò, stiracchiando la schiena e facendo tendere il tessuto della mia t-shirt che indossava ormai come una divisa. «Dipende da quanto vuoi continuare a fissarmi come un imputato recidivo, Alessandro.»

Capii l'invito al volo. Mentre la seguivo in bagno, il mio cervello registrò un dettaglio minuscolo ma devastante. Anna aprì l'anta del mobiletto e tirò fuori due asciugamani puliti, porgendomene uno. Mi bloccai sulla soglia. Non era la doccia in sé a fregarmi. Era il fatto che Anna sapesse perfettamente dove avevo l’asciugamano pulito. Era un'intimità vera, quotidiana, e proprio per questo fottutamente pericolosa.

Il bagno si riempì in fretta di vapore e del rumore dell'acqua calda che scrosciava. Ci spogliammo in silenzio, ma i nostri occhi non smisero di sfidarsi. Quando la t-shirt scivolò via, la figura asciutta ma femminile di Anna si offrì alla luce al neon. Mi avvicinai, circondandole la vita sottile con le mani, e le sfiorai i seni, accarezzando la linea morbida del suo décolleté. Lei trattenne il respiro, ma non si tirò indietro. «Sei lento,» mi provocò, con quel suo tono levigato e altezzoso. «Sto solo studiando le prove a carico,» ribattei, sfiorandole i capezzoli che si stavano già indurendo per il contrasto termico.

Entrammo nel box doccia. L'acqua bollente ci lavò via la stanchezza accademica, lasciando solo la pelle. La dinamica tra noi, anche nudi e bagnati, manteneva quella solita, meravigliosa tensione. Lei, rigida e precisa persino nel modo in cui si bagnava i capelli lunghi e scuri, mi passò il flacone dello shampoo senza nemmeno guardarmi. Presi la spugna e la girai di schiena. Iniziai a lavarla, massaggiandole le spalle, scendendo lungo la colonna vertebrale fino ad afferrarle i glutei sodi con un po' troppa foga.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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