Capitolo 12 - Scopata allo specchio prima della condanna
Con Val ancora addosso, Ale torna da Anna e vive con lei una giornata quasi da coppia, tra studio, doccia e una sintonia sempre più pericolosa. Ma dopo il sesso e le coccole, Anna gli nega ogni futuro: era tutto solo per il processo.
Il sapore di Val mi era rimasto incollato sulle labbra, dolce, umido e inequivocabile. Era il sapore di una ragazza genuina e luminosa, un promemoria fisico che non si era dissolto quando avevo chiuso la portiera della sua utilitaria. La sua voce continuava a rimbombarmi nel cranio, ritmica e spietata: «Vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.»
Non avevo lasciato Val nel parcheggio. Me l'ero portata dentro, fin su per le scale, sotto la pelle.
Infilai la chiave nella toppa. Erano da poco passate le 19:30 e l'appartamento era avvolto in una penombra silenziosa, spezzata solo dall'alone azzurrognolo di un portatile acceso sul tavolo della cucina.
Anna era già lì. Aveva occupato la scena come un esercito invasore che non ha bisogno di sparare un colpo per prendere il controllo. I fascicoli erano allineati in modo maniacale, gli evidenziatori perfettamente paralleli, una tazza di caffè nero accanto al codice. Il suo viso ovale, dai lineamenti fini e delicati, fu illuminato dallo schermo quando alzò la testa. I capelli castano scuro le scivolavano morbidi oltre le spalle, incorniciando quegli occhi grandi, luminosi e implacabili.
«Sei tornato vivo,» esordì, la voce levigata e imperturbabile. Feci un mezzo sorriso, provando a indossare la mia solita maschera da cinico disilluso, quella che usavo per non impegnarmi mai davvero. «Avevi dubbi?» «Avevo statistiche,» ribatté lei, senza battere ciglio.
Feci per avvicinarmi al tavolo, ma la recita non mi stava venendo benissimo. E la Perfettina, che detestava l'improvvisazione e scansionava il mondo con precisione chirurgica, lo notò in un nanosecondo. Le sue labbra carnose, lucide e naturalmente sensuali, si strinsero in una linea sottile. «Hai quella faccia.» «Quale?» «Quella di uno che ha fatto qualcosa e non ha ancora deciso se confessarla.»
Era spaventosamente acuta. Anna non sapeva tutto, ma il suo istinto al controllo la faceva vibrare quando qualcosa fuoriusciva dai suoi schemi. Sospirai e mi sfilai la giacca per appoggiarla alla sedia. Nel movimento, la mia tasca si piegò e la ridicola penna viola di Val scivolò fuori, cadendo sul tavolo di legno con un tintinnio plastico e sordo che suonò come un colpo di pistola.
Il silenzio piombò in cucina. Anna abbassò lo sguardo. Fissò quel pezzo di plastica viola, sormontato da un cuoricino, come se fosse una prova irrimediabilmente contaminata, un insulto al suo fottuto ordine.
«Cos’è?» chiese, glaciale. «Una penna.» «Questo lo avevo intuito. Mi riferivo al reato estetico.» Allungai la mano, cercando di riprenderla per infilarla di nuovo in tasca, ma il mio tempismo fu goffo. Anna capì all'istante. Alzò gli occhi, puntandoli nei miei. L'attrazione tra noi sembrava sempre rabbia, una perenne sfida di forza. «Val?» domandò, secca. «Non ogni oggetto viola appartiene all’accusa,» provai a difendermi. «No,» ribatté lei, la voce che scendeva di un'ottava, «ma ogni oggetto imbarazzante che porti in casa sì.»
La penna viola, lì, in mezzo ai codici sottolineati di Anna, sembrava una cosa ridicola. Il problema era che, accanto ai suoi fascicoli, sembrava anche una cazzo di dichiarazione. E io, guardando le mani perfette di Anna sfiorare la carta stampata, mi sentii in colpa in un modo assurdo, come se le avessi appena costrette a respirare la stessa aria.
Ma Anna non fece la fidanzata gelosa. Le scenate teatrali non appartenevano al suo repertorio; la sua gelosia era formale, controllata, e proprio per questo faceva molto più male. Si rifugiò nell'unica armatura che conosceva: il processo.
«Abbiamo quattro giorni,» scandì, tornando a fissare lo schermo. «Lo so.» «No,» mi corresse, afferrando un evidenziatore con un gesto secco. «Tu hai una penna viola, una faccia da incidente probatorio e quattro giorni. Io ho una scaletta incompleta.»
Stava cercando di strattonarmi indietro nel nostro mondo, fatto di obiezioni, difesa e controllo. Mi sedetti di fronte a lei, ma i miei occhi tradirono una distrazione fatale, scivolando di nuovo sulla tasca dove avevo nascosto la penna. Anna batté l'evidenziatore sul tavolo. «Se devi stare qui, stai qui.» «Ci sono,» mentii. «No. Sei seduto qui. È diverso.»
La frase mi colpì dritto alla bocca dello stomaco. Val, in macchina, mi aveva chiesto esattamente la stessa cosa: di esserci per davvero, senza usare la nostra vicinanza per sfuggire ad altro. Val pesava come un macigno, anche ora che non c'era.
L'inizio della sessione di studio fu un disastro. Eravamo un ingranaggio inceppato. Anna era più tagliente, fredda, quasi punitiva. Io ero spento, privo del mio solito carisma naturale. Ci incastrammo malissimo. Le porsi il foglio con la mia bozza per l'arringa. Lei lo scansionò con gli occhi, poi prese la penna rossa e tirò una linea netta su un intero paragrafo. «Questa sembra scritta da uno che vuole farsi perdonare da tutti,» sentenziò, alzando il mento. «Magari è il mio stile.» «Lo so,» sibilò lei, i suoi occhi castani che lanciavano scintille. «È per questo che la sto cancellando.»
Eppure, il crescendo della nostra chimica funzionava esattamente come una tensione fisica inesplosa. Più lottavamo sulle parole, più il muro di ghiaccio si assottigliava, rivelando il calore che c'era sotto. Lentamente, la macchina mentale ripartì.
Anna iniziò a sistemare la struttura, offrendomi la gabbia logica perfetta. Io cominciai a trovarci dentro il mio ritmo, trasformando le sue deduzioni asettiche in argomentazioni vive, vibranti. Lei correggeva una ridondanza, io le strappavo la penna di mano protestando che stava uccidendo il pathos. Le nostre dita si sfiorarono sulla carta, una carezza mascherata da conflitto. Il ritmo si fece più serrato: lei mi toglieva le frasi troppo teatrali, io scaldavo quelle troppo gelide.
Finché, leggendo l'ultimo capoverso che avevo appena appuntato, Anna si fermò. Rimase in silenzio per due lunghissimi secondi. Poi annuì, appena percettibilmente. Sorrisi, spalancando gli occhi in una finta espressione di shock. «Hai appena approvato una mia frase.» «Non drammatizzare,» rispose lei, ma la linea dura della sua mascella si era ammorbidita. «È un evento storico. Voglio che sia messo a verbale.» Anna alzò gli occhi al cielo, ma le sue labbra carnose si piegarono in un sorriso vero, inequivocabile. «È un refuso del destino. Continua a scrivere prima che io ci ripensi.»
Ridemmo. Una risata bassa, genuina, che riempì la cucina di un calore improvviso.
Mentre la guardavo scostarsi una ciocca di capelli dal viso, illuminata dalla lampada sul tavolo, sentii una scossa salirmi lungo la spina dorsale. Val mi era ancora incollata addosso, con la sua promessa di naturalezza e di respiro. Ma Anna era lì, presente, incredibilmente concreta, e mi stava agganciando il cervello con una complicità e un'intimità intellettuale che mi facevano impazzire di desiderio.
Con Val avevo avuto voglia di uscire dal processo, di scappare dalle regole per trovare la libertà. Con Anna, invece, avevo voglia di vincerlo, di sbranare l'accusa, solo per vedere se poi lei, spogliata della sua armatura, sarebbe rimasta.
Dopo altre due ore passate a smontare e rimontare la nostra fottuta arringa, eravamo due stracci. Il tavolo della cucina era un cimitero di fogli e tazze vuote. Mi passai una mano sulla faccia, sentendo gli occhi bruciare per la stanchezza e per lo schermo del portatile. Dall'altra parte del tavolo, Anna si stava guardando i polpastrelli sporchi di inchiostro nero. La sua armatura da "Perfettina" stava fisiologicamente cedendo il passo a una stanchezza quasi domestica, ammorbidendo i suoi lineamenti fini e il suo viso ovale.
Chiuse il codice con un tonfo sordo. «Devo farmi una doccia,» annunciò, alzando su di me i suoi grandi occhi castani. Mi appoggiai allo schienale della sedia, incrociando le braccia. «È un’informazione o un ordine?» Anna si alzò, stiracchiando la schiena e facendo tendere il tessuto della mia t-shirt che indossava ormai come una divisa. «Dipende da quanto vuoi continuare a fissarmi come un imputato recidivo, Alessandro.»
Capii l'invito al volo. Mentre la seguivo in bagno, il mio cervello registrò un dettaglio minuscolo ma devastante. Anna aprì l'anta del mobiletto e tirò fuori due asciugamani puliti, porgendomene uno. Mi bloccai sulla soglia. Non era la doccia in sé a fregarmi. Era il fatto che Anna sapesse perfettamente dove avevo l’asciugamano pulito. Era un'intimità vera, quotidiana, e proprio per questo fottutamente pericolosa.
Il bagno si riempì in fretta di vapore e del rumore dell'acqua calda che scrosciava. Ci spogliammo in silenzio, ma i nostri occhi non smisero di sfidarsi. Quando la t-shirt scivolò via, la figura asciutta ma femminile di Anna si offrì alla luce al neon. Mi avvicinai, circondandole la vita sottile con le mani, e le sfiorai i seni, accarezzando la linea morbida del suo décolleté. Lei trattenne il respiro, ma non si tirò indietro. «Sei lento,» mi provocò, con quel suo tono levigato e altezzoso. «Sto solo studiando le prove a carico,» ribattei, sfiorandole i capezzoli che si stavano già indurendo per il contrasto termico.
Entrammo nel box doccia. L'acqua bollente ci lavò via la stanchezza accademica, lasciando solo la pelle. La dinamica tra noi, anche nudi e bagnati, manteneva quella solita, meravigliosa tensione. Lei, rigida e precisa persino nel modo in cui si bagnava i capelli lunghi e scuri, mi passò il flacone dello shampoo senza nemmeno guardarmi. Presi la spugna e la girai di schiena. Iniziai a lavarla, massaggiandole le spalle, scendendo lungo la colonna vertebrale fino ad afferrarle i glutei sodi con un po' troppa foga.
Poi le presi il braccio e iniziai a strofinarle via la macchia di inchiostro dal polso. Anna si voltò a metà, fulminandomi con lo sguardo. «Ale, non strofinarmi come una pentola incrostata.» Scoppiai a ridere. Era un'immagine così assurda detta da lei che non riuscii a trattenermi. Anna strinse le sue labbra carnose, cercando disperatamente di mantenere la sua posa austera, ma alla fine cedette. Una piccola risata le sfuggì, cristallina, mescolandosi al rumore dell'acqua.
L'atmosfera si rilassò. Per qualche minuto, l'ansia del processo evaporò insieme al vapore. Iniziammo a scherzare, ripassando l'esame della testimone con voci impostate, prendendoci in giro a vicenda. Sganciai il doccino dal supporto e glielo piazzai davanti alla bocca. «L'imputata ha facoltà di cantare,» le dissi, facendo il verso a un presentatore. Anna roteò gli occhi, ma si lasciò trascinare dal gioco, canticchiando due note stonate prima di spingermi via la mano.
«Basta idiozie,» sorrise lei, scuotendo i capelli bagnati che le si appiccicavano al collo. «Hai ragione. Passiamo alle cose serie.»
Senza preavviso, abbassai il doccino. Lo puntai direttamente tra le sue cosce, usando il getto d'acqua calda contro la sua intimità. Anna sgranò gli occhi, e il suo controllo andò in frantumi all'istante. Lasciò cadere la testa all'indietro, inarcando la schiena contro le piastrelle mentre il getto d'acqua le stimolava il clitoride con una pressione perfetta e continua.
«Ale...» ansimò, la voce rotta. Iniziai a muovere il doccino in piccoli cerchi, accarezzandole i seni gonfi e bagnati con l'altra mano, impastandoli, stringendoli con una forza passionale che le strappò un gemito acuto. Anna era completamente eccitata. Le sue mani scivolarono sulle mie spalle, le unghie che mi graffiavano la pelle bagnata. Mi cercava, mi voleva, chiamando il mio nome con una disperazione che non aveva nulla a che fare con la studentessa di legge che conoscevo.
Lanciai il doccino sul pavimento del piatto doccia, lasciando che l'acqua tornasse a pioverci addosso dal soffione principale, avvolgendoci in una cascata calda. La presi per i fianchi e la sbattei contro il muro. Il rumore dei nostri corpi bagnati che si scontravano riecheggiò nel bagno. Anna sollevò una gamba, avvolgendomela attorno alla vita. Guidai il mio cazzo turgido contro la sua fessura bollente e scivolosa. Spinsi con decisione, entrando in lei con un colpo secco.
L'ingresso fu stretto, scivoloso, devastante. Le sue pareti mi strinsero in una morsa di fuoco, contrastando con il freddo delle piastrelle contro la sua schiena. Anna soffocò un urlo contro il mio collo, mordendomi la pelle salata. Iniziai a muovermi con affondi profondi, violenti, passionali. Non c'era dolcezza, c'era un bisogno crudo e feroce. Le afferrai di nuovo i seni, stringendoli, succhiandole il collo, baciandola con foga mentre l'acqua ci scorreva negli occhi e sulla bocca.
Ogni mia spinta la faceva sbattere contro il muro, ma lei assecondava il ritmo, spingendo il bacino in avanti, esigendo sempre di più. L'intensità aumentava a ogni respiro spezzato. Eravamo due animali bagnati, intrappolati in un box doccia, che cercavano di cancellare i propri casini fottendosi l'anima. «Vieni... Ale...» rantolò Anna, gli occhi chiusi e il viso deformato dal piacere. Sentii le sue contrazioni mungermi, violente e ritmiche. Il suo orgasmo esplose, facendole tremare violentemente le gambe contro i miei fianchi. Il suo lamento mi fece perdere ogni freno. Spinsi un'ultima volta, affondando fino alla radice, e mi svuotai dentro di lei con un grugnito sordo.
Rimanemmo lì, schiacciati contro la parete umida, l'acqua che continuava a scivolare sui nostri corpi tremanti, i cuori che battevano all'unisono. Lentamente, recuperammo il fiato. Ci staccammo, e in un silenzio carico di un'intimità stanca e rassicurante, finimmo di lavarci via il sapone a vicenda.
Mezz'ora dopo, il bagno era solo un ricordo. La camera da letto era immersa nel buio, illuminata solo dalla luce dei lampioni che filtrava dalle persiane. I fascicoli, per una volta, erano chiusi e abbandonati sul tavolo della cucina.
Ero già steso sotto le coperte quando Anna entrò. Indossava la mia maglietta grigia, i capelli castani umidi che le lasciavano piccole macchie d'acqua sul cotone. Non aveva l'aria di chi aveva appena consumato un amplesso selvaggio in doccia; aveva l'aria di chi stava andando a dormire a casa propria.
Si infilò sotto il piumone, sistemandosi il cuscino con la sua solita meticolosità. Si girò su un fianco, dandomi le spalle. «Non russare,» decretò nel buio. «Io non russo, Anna.» «Appunto. Non iniziare stanotte.»
Sorrisi nel buio. All'inizio rimase a distanza di sicurezza, ma non passò molto tempo prima che, nel dormiveglia, il suo corpo cercasse il mio. Mi ritrovai la sua schiena premuta contro il fianco, e una sua gamba liscia incrociata sopra la mia. Era un calore domestico, una quasi-normalità che mi spaventava a morte.
Lei respirava profondamente, ormai addormentata. Io, invece, avevo gli occhi sbarrati a fissare il soffitto. Il profumo del bagnoschiuma di Anna mi riempiva le narici, ma nella mia testa continuava a suonare una voce completamente diversa, chiara e luminosa.
“Vieni da me perché vuoi me. Non perché Anna ti ha lasciato fuori dalla porta.”
Val me lo aveva detto con una dolcezza che feriva più di qualsiasi insulto. Voleva essere scelta, non usata come piano B. Strinsi i denti. La contraddizione mi bruciava nelle vene come acido. Val, con la sua spontaneità e il suo bisogno di conferme, mi stava chiedendo di essere un uomo migliore. E intanto Anna, la collega sbagliata, la perfezionista che odiava l'improvvisazione, era lì. Dentro il mio letto. Che stringeva la mia gamba nel sonno, aggrappandosi a me in un momento in cui non poteva controllare le sue difese.
Ero diviso a metà, e la cosa peggiore era che, in quel momento, non volevo rinunciare a nessuna delle due.
Il sole era già alto quando trascinai i piedi in cucina, sentendo i muscoli indolenziti per la nottata passata a sfidarci sul codice di procedura. La luce invadeva l'ambiente, illuminando la scena di un'occupazione militare in piena regola.
Anna era già sveglia, ovviamente. Seduta al mio tavolo, immersa in un mare di fascicoli, post-it e fogli protocollo. Il suo viso ovale, dai lineamenti così delicati e fini, era concentrato sullo schermo del portatile. I suoi lunghi capelli castano scuro non avevano la solita piega perfetta dei corridoi universitari: erano raccolti alla bell'e meglio, un po' arruffati, lasciando scoperte le spalle coperte solo da una mia maglietta grigia.
Mi avvicinai al bancone, sfregandomi gli occhi, e afferrai la moka. La scossi. Vuota.
«Hai finito il caffè,» le feci notare, con la voce impastata dal sonno. Anna non alzò lo sguardo dallo schermo. «È casa mia.» «Non era una giustificazione, Anna,» ribattei, iniziando a smontare la caffettiera. «Era un’accusa formale.»
«Usa meno polvere, ieri sapeva di bruciato,» ordinò lei, tamburellando le dita sulla tastiera. «Guarda che anche la moka prima o poi presenterà ricorso contro di te,» borbottai, ma feci esattamente come mi aveva detto.
Mentre aspettavo che il caffè salisse, la guardai. Anna non mi chiedeva più dov’erano le cose. Non chiedeva dove fossero le tazze, i cucchiaini o i caricabatterie. Li prendeva e basta. E la parte veramente grave di tutta questa storia era che io avevo smesso di trovarlo assurdo. Quel disordine ordinato, la sua presenza fissa, la sua mania di controllo applicata alla mia pigrizia... tutto questo stava diventando una fottuta abitudine.
Due ore dopo, la cucina era diventata a tutti gli effetti un'aula di tribunale bunkerizzata. Dovevamo preparare l'arringa finale. Il processo simulato era tra quattro giorni, ma Anna pretendeva una struttura di ferro fin da ora. Il problema era che il nostro assistito era, di fatto, indifendibile dal punto di vista umano.
«Non devi farlo sembrare innocente,» decretò Anna, sottolineando con un righello una riga del log integrale. Mi passai una mano tra i capelli. «Di solito in un'arringa difensiva aiuta.» «No,» tagliò corto lei, alzando su di me i suoi grandi occhi castani e luminosi. «Stavolta no, Alessandro. Stavolta devi far sembrare l’accusa incompleta. È l'unico varco che abbiamo.» «Quindi, riassumendo, difendiamo uno stronzo manipolatore.» Anna si appoggiò allo schienale, incrociando le braccia. «Difendiamo il principio per cui anche gli stronzi hanno diritto a una prova intera. E Val ha depositato una prova parziale.»
Rimasi in silenzio per un attimo, masticando le sue parole. Erano ciniche, glaciali, ma giuridicamente ineccepibili. Era questo che mi faceva impazzire di lei: la sua lucidità tagliente. Iniziai a camminare avanti e indietro per la cucina. «E se dicessi...» mormorai, cercando il ritmo. «Una verità selezionata non è sempre falsa. Ma una prova selezionata non può mai pretendere di essere intera.»
Anna si bloccò. La sua penna restò sospesa a un millimetro dalla carta. «Ripetila.» Mi fermai, inarcando un sopracciglio. «Per insultarla o per usarla?» Le sue labbra carnose, la cui forma piena dava sempre una nota sensuale anche al suo volto più severo, si strinsero. «Per decidere quanto mi dà fastidio che sia buona.»
Sorrisi, sentendo una scossa elettrica attraversare la stanza. Quella era la nostra chimica: un conflitto costante che si trasformava in pura intuizione condivisa. L'attrito con lei mi faceva bruciare, ma mi costringeva a essere migliore.
Ma non potevamo sopravvivere di sola procedura penale, e Anna, nonostante la sua aria da cyborg accademico, sapeva abitare lo spazio con un ritmo tutto suo.
Per spezzare la tensione, avevo collegato il telefono alla cassa bluetooth. La riproduzione casuale decise di tradirmi, sparando a tutto volume l'ultimo tormentone pop commerciale, roba da classifica estiva. Anna alzò gli occhi al cielo. «Togli.» «Ammettilo che la conosci,» la provocai, alzando il volume di una tacca. «Conosco molte cose che disprezzo, Ale.» Mi avvicinai al tavolo. «Dai, Perfettina. Hai quasi cantato, ti ho vista muovere le labbra.» «Hai quasi perso l’uso della parola “quasi”,» ribatté gelida. Ma quando il ritornello esplose, la vidi tenere il tempo tamburellando l'evidenziatore sul tavolo. La beccai, le feci l'occhiolino, e lei scosse la testa, tradendo un mezzo sorriso che illuminò la stanza.
Poco dopo, cercai di provare l'apertura dell'arringa, mettendoci tutto il mio carisma naturale, gesticolando come se fossi davanti a una giuria popolare americana. Una penna mi volò a un millimetro dall'orecchio, rimbalzando sul frigo. «Non siamo a Forum, Alessandro,» sbuffò Anna, massaggiandosi le tempie. «Lo dici come se fosse un limite,» replicai, oltraggiato. «Lo dico come se domani volessi ancora rispettarti. Togli quel tono da teatro tragico e usa i verbi al posto giusto.»
A ora di pranzo, la situazione precipitò nel degrado culinario. Mettemmo insieme un pasto fatto di crackers, pasta fredda avanzata e un toast pericolosamente vicino alla combustione. Anna mi guardò mentre cercavo di impilare i piatti sporchi in un equilibrio precario nel lavandino, per poi lanciare un sospiro rassegnato e riposizionarli seguendo un criterio fisico incomprensibile. «Sei venuta a studiare o a riformare il mio sistema domestico?» le chiesi, appoggiato al bancone. «Le due cose sono collegate,» rispose lei, asciugandosi le mani. «Il tuo caos esterno è una chiara manifestazione del tuo rifiuto di assumerti responsabilità strutturali.» «Sei insopportabile.» «È per questo che mi hai scelta.»
Non era solo attrazione oscura e litigi. Era compagnia. Era un ritmo che funzionava, che faceva sembrare quel buco di appartamento una vera casa.
A metà pomeriggio, la stanchezza iniziò a farsi sentire. Mi sedetti accanto a lei per prendere appunti sulle repliche. Senza pensarci, infilai la mano nella tasca dei pantaloni abbandonati sulla sedia vicina e tirai fuori una penna. Era viola. E aveva un cuore di plastica attaccato al tappo.
L'avevo portata alla bocca per togliere il tappo, quando sentii lo sguardo di Anna bruciarmi il profilo. Mi fermai. Il silenzio in cucina divenne improvvisamente denso. Anna non fece scenate. Il suo controllo era la sua armatura. Ma i suoi occhi castani si assottigliarono, mettendo a fuoco il cuore di plastica con un disprezzo che rasentava l'arte.
«Scrivi davvero con quella cosa?» chiese, la voce piatta. «Ha personalità,» provai a sdrammatizzare, stringendo la penna tra le dita. «È un’aggravante.»
La battuta era affilata, un filo più dura delle altre. Anna sapeva benissimo da dove veniva quella penna, di chi era quel colore, chi rappresentava quella "personalità" solare e buffa. Val era entrata nella stanza senza bisogno di aprire la porta. Abbassai gli occhi sul foglio. La penna viola di Val stava scrivendo una frase letale per l’arringa di Anna. Era un'immagine così assurda e contraddittoria che sembrava quasi onesta. Le due donne della mia vita si stavano fondendo nello stesso, identico gesto.
Verso sera, il cielo fuori dalla finestra era diventato inchiostro. Eravamo distrutti. Raccontai una stronzata assurda su un professore del primo anno, una di quelle battute idiote che di solito le facevano solo alzare gli occhi al cielo. Stavolta, però, Anna rise. Non un sorriso trattenuto, ma una risata vera, stanca, che le fece piegare la testa di lato. Aveva la guancia appoggiata al palmo della mano, i capelli spettinati che le ricadevano disordinatamente sul viso delicato, e la penna nera che le penzolava tra le dita snelle. Era bellissima, spogliata di ogni fottuta difesa.
La guardai, e il fiato mi si bloccò in gola. In quel preciso, silenzioso istante, il mio mondo si capovolse.
Non era il sesso il problema. Il sesso, con un po’ di vigliaccheria e molta fantasia, avrei potuto ancora archiviarlo come una conseguenza di insonnia, stress da processo e pessime scelte giovanili. Il problema vero era che mi piaceva da morire quando rideva. Mi piaceva quando mi correggeva senza distruggermi. Mi piaceva il modo arrogante in cui aveva occupato casa mia, come se avesse vinto un ricorso d’urgenza al tribunale civile. Mi piaceva perfino il silenzio carico e perfetto che lasciava dopo una frase buona.
Non la stavo solo desiderando. Stavo iniziando ad amarla. E lì capii di essere fottuto in un senso molto, molto meno divertente.
Mi alzai lentamente dalla sedia. Anna alzò lo sguardo, la risata che le moriva dolcemente sulle labbra carnose, avvertendo il cambio di pressione nell'aria. Il nostro gioco di sguardi non era più una sfida, era una resa. Le tolsi la penna dalle dita e la appoggiai sul fascicolo.
Iniziammo adagio, con un'attrazione sottile ma ineluttabile. Mi chinai su di lei, accarezzandole il viso ovale, tracciando la linea degli zigomi con i pollici. Lei chiuse gli occhi e si appoggiò al mio tocco, un gesto di fiducia che da lei valeva più di una dichiarazione. La baciai. Fu un bacio profondo, lento, che sapeva di caffè freddo e di una dolcezza che non ci eravamo mai concessi. Non c'era rabbia da esorcizzare stavolta. C'era solo la necessità assoluta di sentirla mia.
Anna si alzò, le mani che scivolavano sotto la mia felpa, cercando il calore della mia pelle. I suoi baci si fecero più diretti, affamati. La sollevai per i fianchi, facendola sedere sul bordo del tavolo, spingendo di lato i codici e le scartoffie senza curarmi del disordine. Sfilò la mia felpa in un unico, fluido movimento, mentre io le accarezzavo le cosce, risalendo sotto la maglietta che le faceva da vestito. La sua corporatura asciutta ma femminile rispondeva a ogni mio tocco; le sue spalle strette e la vita fine tremarono quando le baciai la curva del collo.
L'intimità divenne esplosiva, una sinfonia in crescendo. Ci spogliammo a vicenda con urgenza, i vestiti che finivano sul pavimento mescolandosi agli appunti. Il suo seno, elegante e proporzionato, si offrì alla mia bocca. Assaporai la sua pelle chiara, stringendo i suoi fianchi morbidi, mentre lei mi tirava i capelli, gemendo il mio nome non come una correzione, ma come una preghiera.
La feci stendere all'indietro sui fascicoli. Le sue gambe si aprirono per accogliermi. La penetrai lentamente, riempiendola mentre i nostri occhi restavano ostinatamente incatenati. Le sue pareti strette e bollenti mi strinsero, facendomi mancare il fiato. «Ale...» sussurrò lei, il viso contratto in un'espressione di puro piacere e vulnerabilità.
Il ritmo accelerò, scandito dal rumore dei nostri corpi che si cercavano disperatamente e dai respiri sempre più affannosi. Eravamo un incastro perfetto, carne contro carne, sudore e passione che si fondevano in un'apoteosi dei sensi. Spinsi dentro di lei con tutta la forza del sentimento che avevo appena scoperto, sentendo i suoi spasmi violenti avvolgermi mentre raggiungeva l'orgasmo, gridando contro la mia bocca. La seguii un istante dopo, svuotandomi in lei con un lamento roco, profondo, che sanciva la mia definitiva condanna.
L’orologio del computer segnava le tre del mattino, ma il tempo in quella stanza aveva smesso di seguire le regole della fisica. Eravamo immersi nei fascicoli da ore, ma per la prima volta da quando era iniziato quel fottuto processo simulato, non c’erano stati attriti gratuiti, battibecchi velenosi o guerre di posizione. C'era solo una sintonia spaventosa, un ingranaggio perfetto che girava senza fare rumore.
Mi alzai, appoggiando i palmi sul tavolo, e recitai l'apertura dell'arringa finale. Non usai il tono teatrale da serie tv americana che tanto la faceva impazzire. Usai il ritmo che mi aveva insegnato lei, le pause giuste, il tono fermo.
Quando finii, calò il silenzio. Anna era seduta di fronte a me, i gomiti poggiati sul legno, le mani intrecciate sotto il mento. Il suo viso ovale e delicato, incorniciato dai lunghi capelli castano scuro, era illeggibile. Non prese la penna rossa. Non sbuffò. Non disse una parola.
«Niente?» chiesi, aggrottando la fronte. «Niente,» rispose lei, la voce piatta e levigata. «Devo preoccuparmi?» Anna abbassò le mani. I suoi occhi castani, grandi e solitamente pronti a vivisezionarmi, mi fissarono con un'intensità diversa. «Sì.» «Perché?» «Perché era giusta.»
Il silenzio tornò a riempire la stanza, ma stavolta era denso, elettrico, quasi palpabile. Anna si alzò lentamente. Fece il giro del tavolo e si fermò davanti a me. Non c’era la tensione rabbiosa delle prime volte, né l’adrenalina del magazzino. C'era la consapevolezza disarmante che funzionavamo alla perfezione. Sollevò il viso e mi baciò. Un bacio lento, profondo, umido, che sapeva di stanchezza condivisa e di una resa incondizionata.
La presi per i fianchi e, senza smettere di baciarla, la guidai fuori dalla cucina, spingendola dolcemente lungo il corridoio fino alla camera da letto. Lì, illuminato solo dalla luce giallastra del lampione fuori dalla finestra, c'era l'armadio con le ante a specchio. La feci voltare, in modo che avesse la schiena premuta contro il mio petto e il viso rivolto verso il proprio riflesso.
Anna sussultò impercettibilmente, irrigidendosi. Per lei, che considerava il controllo non un’abitudine ma una vera e propria armatura, vedersi in quello stato era una violazione. Indossava ancora i vestiti da studio: la camicetta sbottonata, la gonna scura un po' stropicciata, i capelli castani che le cadevano disordinati davanti al viso, velando in parte i suoi lineamenti fini. Non era perfetta, non era in posa. Era viva.
«Che fai?» mormorò, la voce improvvisamente più sottile, cercando di abbassare lo sguardo. Le bloccai i fianchi con le mani, tenendola ferma. «Ti faccio vedere una prova.» «Non usare quella parola,» sibilò, un riflesso condizionato della sua natura tagliente. «Allora guardati.»
Anna provò di nuovo a distogliere lo sguardo, a scappare da quell'immagine di sé che si stava sgretolando. «Anna.» Il mio tono non ammetteva repliche. Lei deglutì, sollevando gli occhi sul riflesso. «Così è troppo reale.» «Appunto.»
Iniziai a baciarle la spalla scoperta, scendendo lungo la curva del collo, mordicchiando la pelle sensibile. Volevo che guardasse. Volevo che vedesse la Perfettina, la studentessa implacabile, che si lasciava devastare dal desiderio. Il suo sguardo nel riflesso incrociò il mio. Era terrorizzato ed eccitato allo stesso tempo. La spogliai con una fretta carica di passione. Le sfilai la gonna facendola cadere sul pavimento, poi aprii del tutto la camicia, liberando il seno. I vestiti ordinati diventarono un disordine meraviglioso ai nostri piedi. Le accarezzai i seni pieni, stringendole i capezzoli tra le dita. Nello specchio vidi le sue labbra carnose dischiudersi in un gemito strozzato, la testa che cadeva all'indietro contro la mia spalla.
Lentamente, si lasciò andare. Il riflesso ci costringeva a non mentire. «Non guardarmi così,» sussurrò, il respiro che si spezzava mentre la mia mano scivolava tra le sue cosce, trovandola già bagnata e bollente. «Così come?» le sussurrai all'orecchio. Anna chiuse gli occhi per una frazione di secondo. «Come se stessi capendo qualcosa.»
La girai, facendola piegare in avanti con le mani appoggiate al ripiano sotto lo specchio. Il suo respiro si fece affannoso. Le allargai i glutei sodi e perfetti con entrambe le mani, godendomi la visuale di quel centro umido e dischiuso che mi aspettava. Entrai in lei da dietro, con una spinta decisa e profonda. Anna lanciò un grido roco, inarcando la schiena. L'ingresso fu stretto, le pareti della sua figa mi avvolsero come un guanto di fuoco, stringendomi con una forza che mi fece tremare i polsi.
Iniziai a muovermi dentro di lei, dettando un ritmo che cresceva di intensità a ogni affondo. Nello specchio, continuavo a cercare il suo viso. Volevo che vedesse la propria espressione. Era la faccia di una donna che aveva paura di vedersi felice, di vedersi abbandonata. Le afferrai una ciocca di capelli castani, spessi e morbidi, stringendola nel pugno e tirandole dolcemente la testa all'indietro per esporre il collo. La baciai con violenza, lingua contro lingua, mentre il mio bacino sbatteva contro il suo con un rumore umido e sordo che riecheggiava nella stanza silenziosa. I suoi gemiti si fecero disperati, le sue pareti mi mungevano a ogni singola spinta. Il ritmo divenne furioso, un crescendo inarrestabile. Spinsi un'ultima volta, uscendo da lei proprio un attimo prima di esplodere, e il mio climax denso e caldissimo si riversò sulle curve del suo culo, sporcandola, mentre lei tremava appoggiata al mobile, ansimando.
Ma non era finita. Anna si raddrizzò lentamente. Si girò verso di me, il petto nudo che si alzava e si abbassava, i capelli scompigliati. C'era una luce nuova, pericolosa e fiera, nei suoi grandi occhi castani. Fece un mezzo sorriso spietato. «Credi di aver preso il controllo solo perché mi hai tirato i capelli, Alessandro?»
Prima che potessi rispondere, mi spinse per le spalle. Indietreggiai e persi l'equilibrio, cadendo con la schiena sul tappeto morbido della camera. Ero sudato, ansimante e vulnerabile. Anna avanzò verso di me con la grazia letale di un predatore. Alzò un piede nudo e piantò la pianta esattamente sulla mia virilità ancora sensibile, applicando una pressione che era a metà tra il dolore e un'eccitazione pazzesca. «Non illuderti,» sibilò, accarezzandomi l'asta con la pianta del piede, provocandomi fino a farmi impazzire.
Poi si abbassò su di me. Si mise a cavalcioni sulle mie ginocchia e mi baciò con una passione animalesca, affondando letteralmente le unghie laccate nel mio petto sudato. Con un movimento fluido e spietato, si sollevò e si lasciò cadere sulla mia erezione, prendendomi di nuovo tutto dentro di sé. Era fradicia. L'ingresso fu un suono scivoloso, un impatto di carne che mi fece ringhiare.
Ora era lei a guidare il gioco. Si alzava e si abbassava con una forza brutale, dettando un ritmo forsennato. Le mie mani tornarono a stringere il suo fondoschiena, assecondando i suoi movimenti, mentre lei mi cavalcava come se volesse sbranarmi. Quando staccammo le bocche per riprendere fiato, un rivolo lucido e denso di saliva collegò le nostre labbra. «Cazzo, Anna... amo la tua saliva,» ansimai, completamente perso. Lei mi guardò negli occhi, le pupille dilatate dal piacere. Sorrise, un sorriso sporco e bellissimo, e si chinò in avanti, lasciando scivolare lentamente un altro filo di saliva direttamente nella mia bocca dischiusa, mentre il suo bacino accelerava.
Il rapporto divenne fin troppo intenso, animalesco, svuotato di ogni logica. I nostri corpi sudati scivolavano l'uno contro l'altro, i gemiti coprivano il respiro. Anna gridò il mio nome, le unghie conficcate nelle mie spalle, e sentii le sue pareti contrarsi in spasmi violentissimi. Il suo piacere fu il detonatore del mio. Esplosi dentro di lei, un climax profondo, devastante, che ci consumò entrambi fino a lasciarci svuotati, tremanti e incollati al tappeto.
Ci volle molto tempo prima che i nostri respiri tornassero a un ritmo accettabile. Ci trascinammo sul letto, sfiniti. Non ci fu la solita corsa a rivestirsi o a cercare una distanza di sicurezza dietro una battuta cinica. Anna restò sdraiata addosso a me, il viso premuto nell'incavo del mio collo, una gamba incrociata sopra le mie. Il suo corpo era caldo, pesante, familiare. Non si spostò.
Sollevai una mano e le sistemai una ciocca di capelli umidi di sudore dietro l'orecchio. La sua pelle era morbida sotto i miei polpastrelli. Mi chinai leggermente e le baciai la fronte.
«La fronte non è un luogo processualmente rilevante,» mormorò lei contro la mia clavicola, la voce impastata dal sonno e priva di qualsiasi vera asprezza. Scoppiai a ridere, una vibrazione profonda che le scosse il petto. E, miracolo dei miracoli, Anna rise davvero. Una risata piccola, sincera, che sapeva di abbandono.
Iniziammo a scambiarci baci lenti, morbidi, piccoli tocchi che non cercavano il sesso ma solo la vicinanza. Lei mi accarezzava il petto nudo con la punta delle dita, tracciando linee invisibili; io le sfioravo la schiena liscia, sentendo le vertebre sotto la pelle. Per la prima volta da settimane, in quella stanza non c’era il processo. Non c'era Nardi. Non c'era Vittoria con i suoi giudizi affilati come lame. E non c'era Val. C’era solo una cosa che, in modo spaventosamente inequivocabile, assomigliava a una fottuta relazione.
«Hai riso,» le feci notare, accarezzandole il braccio. «No,» negò lei, cocciuta. «Anna.» Lei sospirò, sollevando appena il viso per guardarmi con i suoi occhi da cerbiatto assassino. «Era una contrazione muscolare involontaria.» Sorrisi, baciandole la punta del naso. «Molto romantica.» «Querelabile.»
Era dolce, ma era pur sempre Anna. Non si era trasformata in un'altra persona, ma per la prima volta aveva smesso di combattermi.
Eppure, proprio in quel momento di quiete assoluta, con il suo peso rassicurante addosso, il mio cervello decise di tradirmi. Mi venne in mente Val. La ragazza bionda, goffa e solare, con le sue labbra morbide e quel sorriso che mi faceva sentire invincibile. Non pensai a lei perché rovinava il momento, o per una banale crisi di coscienza. Pensai a Val perché, nella penombra di quella stanza, compresi l'entità del mio disastro.
Val, nella sua macchina dai vetri appannati, mi aveva fatto una domanda precisa sul dopo. Mi aveva chiesto di sceglierla, di esserci davvero. Anna, invece, senza fare domande, mi stava dando un presente che sembrava già in tutto e per tutto un dopo.
Chiusi gli occhi, stringendo Anna un po' più forte. Con Val avevo capito che potevo respirare. Con lei mi sentivo leggero, capace di ridere senza dover calcolare ogni mossa, liberato dal peso di dover dimostrare chi fossi. Ma con Anna... con Anna, lì, in quel letto, capii una cosa molto più stupida e molto più grave: che avevo iniziato a voler restare anche quando bruciava. Quando mi correggeva, quando mi sfidava, quando mi faceva impazzire.
Aprii gli occhi e fissai il soffitto macchiato di ombre. Non ero più diviso tra una ragazza vera e una banale distrazione universitaria. Ero diviso tra due modi profondamente diversi, opposti e devastanti di essere felice. E naturalmente, da perfetto, insuperabile idiota, li stavo rovinando magnificamente entrambi.
Il silenzio in camera da letto era denso, caldo, ancora impregnato del nostro respiro. Eravamo sdraiati l'uno accanto all'altra, le lenzuola stropicciate a testimoniare quello che era appena successo.
Mi voltai su un fianco per guardarla. Anna aveva gli occhi chiusi e il respiro finalmente calmo. I suoi lunghi capelli castano scuro, di solito così ordinati, le ricadevano morbidamente sulle spalle nude e sul cuscino in un groviglio selvaggio. Il suo viso ovale, con quei lineamenti fini e delicati, sembrava per una volta spogliato della sua perenne espressione di sfida. Allungai una mano e le accarezzai lentamente la testa, facendo scivolare le dita tra le ciocche scure.
«Anna,» mormorai nel buio. «Mh?» rispose lei, senza aprire gli occhi, la voce impastata di stanchezza. «Tu cosa pensi di me?»
Le sue labbra carnose, la cui forma piena le donava sempre una nota sensuale anche quando era seria, si incurvarono in un mezzo sorriso stanco. «Giuridicamente o clinicamente?» Sorrisi, ma non lasciai cadere la cosa. Le sfiorai lo zigomo con il pollice. «Davvero.»
Anna aprì gli occhi. Quelle grandi iridi castane, solitamente così dirette e inquisitorie, mi studiarono con una calma insolita, priva della solita corazza di freddezza. Sembrò pensarci su per qualche secondo. «Penso che tu sia brillante,» disse infine, la voce bassa, «quando smetti di voler sembrare brillante.»
Il mio cuore perse un battito. Venendo da lei, non era una semplice osservazione. Era una fottuta radiografia dell'anima. «Questo è quasi un complimento,» le feci notare. «Non abituarti,» replicò subito, cercando di recuperare un po' del suo tono tagliente, ma senza troppa convinzione.
Sorrisi, accarezzandole il collo. Ma non mi bastava. Quella bolla di intimità, quella sensazione di averla finalmente raggiunta dietro il muro della sua precisione maniacale, mi diede un coraggio idiota. O forse solo un'urgenza disperata.
«E cosa vorresti?» le chiesi, la voce che si abbassava fino a diventare un sussurro. «Dopo?»
Lo sentii sotto i polpastrelli. I muscoli del suo collo si tesero all'istante. L'irrigidimento fu impercettibile, ma per me, che ormai avevo imparato a mappare il suo corpo, fu come un allarme antiaereo. Anna si ritrasse di un millimetro. Abbastanza per spezzare l'incanto. «Dopo cosa?» La guardai dritto negli occhi. «Dopo il processo.»
Il silenzio che seguì fu assoluto. Non c'era più calore. C'era solo il rumore del gelo che si riformava.
Anna non divenne fredda di colpo. Il suo istinto al controllo, quella sua mania di governare ogni variabile per non rischiare di farsi male, provò prima a disinnescarmi.
«Non farlo, Alessandro,» mi ammonì, la voce che tornava levigata e formale. «Cosa?» «Non prendere una cosa bella e trasformarla in una richiesta.» Mi tirai su col busto, appoggiandomi al gomito. «Non è una richiesta.» «Sì che lo è.» «È una semplice domanda, Anna.» Lei scosse la testa, i lineamenti che si indurivano, recuperando quell'aria distante e intoccabile. «Le domande sono solo richieste con una toga addosso.»
Era una frase bellissima. Pura giurisprudenza applicata al terrore di vivere. Era così fottutamente Anna. Ma io non avevo intenzione di farmi liquidare con un aforisma. «Io voglio sapere cosa siamo,» insistei, con una fermezza che non sapevo di possedere.
Anna si staccò del tutto. Si mise seduta, tirandosi il lenzuolo sul seno nudo, voltandomi in parte le spalle. Non si allontanò fino in fondo al letto, ma creò una faglia sismica tra di noi. Era la sua tecnica: confondere il controllo con la sicurezza, allontanarsi appena percepiva di poter perdere lucidità. Il distacco fisico fu una botta nello stomaco.
Quando parlò, non mi guardò in faccia. «Siamo il processo, Alessandro.»
Fissai la sua schiena nuda, la linea perfetta della sua colonna vertebrale. «No.» «Sì,» ribadì lei, spietata. «Non puoi chiamare tutto questo processo,» le dissi, la voce che tradiva una rabbia disperata. «Non puoi farlo.» Anna girò il viso verso di me, il profilo illuminato dalla luce fioca della strada. I suoi occhi erano scuri, liquidi, ma la sua mascella era serrata. «Posso,» sentenziò, fredda come il marmo. «Perché è l’unico nome che non rovina le cose.»
Incastrato. Stava usando la terminologia per non dover ammettere che stava provando qualcosa. «E quando finisce?» la sfidai, sentendo la gola bruciare.
Lei sostenne il mio sguardo. E poi affondò la lama, girandola con cura. «Quando finisce il processo, finisce anche il resto.»
Mi rifiutai di incassare il colpo in silenzio. Tutta l'attrazione tra di noi era sempre stata una sfida, una guerra di nervi e argomentazioni in cui nessuno dei due voleva cedere un fottuto millimetro. E io non stavo per cedere ora.
Mi misi seduto anch'io, ignorando il freddo della stanza. «Davvero?» l'attaccai. «E la doccia di stasera? Anche quello era processo?» «Stanchezza,» rispose lei, senza battere ciglio, stringendo il lenzuolo con le nocche sbiancate. «Le risate in cucina?» «Privazione del sonno.» «Il fatto che prima, davanti a quello specchio, non volevi che smettessi di guardarti?»
Anna scattò, come se l'avessi colpita fisicamente. I suoi occhi castani lampeggiarono di una rabbia che nascondeva puro panico. «Anna,» incalzai. «Alessandro, non usare il mio corpo come un argomento,» sibilò, tagliente come un rasoio. «Tu usi tutto come argomento!» le urlai contro, esasperato dalla sua fottuta coerenza. «Appunto!» ribatté lei, alzando la voce per la prima volta. «E proprio per questo so perfettamente quando un argomento non regge in aula.»
Era cattivissima. Glaciale. Impeccabile. E mi stava facendo a pezzi. Ma la conoscevo. Sapevo che tutto quel rigore era solo la corazza di una ragazza terrorizzata dal caos emotivo che le stavo portando dentro. Così, presi la mira e colpii esattamente dove faceva più male.
«Tu vuoi che sia solo processo perché così puoi andartene senza perdere,» dissi, scandendo ogni singola parola. «Perché se è solo una simulazione, nessuno ne esce ferito, vero, Perfettina?»
Silenzio. Le parole rimasero sospese a mezz'aria, pesanti come piombo. Anna smise di respirare per due secondi infiniti. Guardai il suo viso ovale, cercando una crepa in quella maschera di superiorità. La pausa fu così lunga che capii di aver centrato in pieno il bersaglio.
Quando finalmente rispose, la sua voce era scesa di un'ottava, priva dell'arroganza accademica, sostituita da una stanchezza amara. «No,» sussurrò. «Voglio che sia solo processo perché almeno una cosa, tra noi, deve avere dei fottuti confini.»
Lì, in quella frase, c'era tutta la sua verità. Anna mentiva. Non lo faceva per disprezzo, lo faceva perché aveva una paura fottuta che io fossi inaffidabile, che io restassi solo quando mi conveniva. E il suo terrore era così grande che preferiva distruggere tutto prima che potessi farlo io.
Mentre guardavo Anna chiudersi in se stessa, rialzando i muri pezzo per pezzo, un'altra voce si fece spazio nella mia testa. Una voce chiara, luminosa, accompagnata dal ricordo di due occhi penetranti e di capelli biondi spettinati dal vento.
Val.
L'avevo lasciata in una macchina dai vetri appannati poche ore prima. Era viva, goffa, solare. E mi aveva fatto una richiesta che ora, nel buio di quella stanza, suonava come un'eco devastante. «Dopo voglio sapere se ci sei. Davvero.»
Val mi aveva chiesto di esserci dopo il processo. Mi aveva chiesto di smettere di fuggire, di scegliere la realtà, di non usare più l'ironia per nascondermi. Anna, seduta a trenta centimetri da me, mi stava spiegando con logica ferrea che dopo il processo lei non ci sarebbe stata. Mai più.
E io, che avevo sempre vissuto di rinvii, di esami saltati, di battute ciniche usate per non prendere mai posizione, mi trovavo all'improvviso incastrato. Ero davanti alla prima, ineludibile scadenza vera della mia vita.
Anna non fece melodrammi. Le scenate non erano previste nel suo codice di procedura. Si alzò dal letto, portandosi via il calore. Si infilò la gonna e abbottonò la camicia con gesti meccanici, precisi, spazzando via il disordine meraviglioso che avevamo creato poco prima. Si ricompose, chiudendo fuori il mondo.
«Dobbiamo continuare,» disse, dandami le spalle mentre si allacciava le scarpe. La fissai dal letto, sentendomi svuotato. «Adesso?» Si voltò, e sul suo viso non c'era più traccia della ragazza che aveva riso contro il mio collo. C'era solo l'avvocato difensore. «Abbiamo quattro giorni.»
La guardai negli occhi. Sapevo esattamente cosa intendeva. «Per chiudere il processo,» le dissi, a mezza voce. Anna non distolse lo sguardo. «Sì.» Per chiudere noi due, diceva il sottotesto, forte e chiaro come un colpo di martelletto.
Uscì dalla stanza, tornando verso la cucina. Mi infilai i pantaloni e la seguii lentamente. Quando entrai, lei era già seduta al tavolo, la schiena dritta, le mani posate sui fascicoli.
Il mio sguardo cadde sulla superficie di legno. La ridicola penna viola di Val, con quel cuoricino di plastica, era ancora lì sul tavolo, adagiata esattamente accanto alla scaletta ordinata e perfetta scritta da Anna.
Fissai quell'immagine. Una mi aveva chiesto un dopo. L’altra mi aveva regalato una giornata che sembrava in tutto e per tutto un dopo, e poi l’aveva archiviata chiamandola processo.
E io, per la prima volta da quando ero nato, non avevo mai avuto così tanta fottuta paura di vincere.
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