Lei aprì gli occhi di scatto. Il suo viso ovale e delicato si contrasse, attraversato da un lampo di rifiuto che la fece sembrare improvvisamente fragilissima. «Non vuoi?» sussurrò, la voce incrinata.
«Ti voglio,» le dissi, guardandola dritta negli occhi, senza scappare. «È proprio quello il problema.»
Anna tentò di irrigidirsi, di richiamare a sé quell'espressione fredda e pungente che usava quando si sentiva scoperta. «Adesso anche questo è diventato complicato?»
«È diventato complicato quando abbiamo cominciato a usarlo per non parlare,» risposi piano, accarezzandole l'interno del polso con il pollice prima di lasciarle andare le mani.
Non era una punizione. Non stavo rifiutando lei, e dal modo in cui le sue labbra piene tremarono impercettibilmente capii che lo aveva intuito. Stavo rifiutando il nostro meccanismo di autodifesa: quella magnifica, furiosa via di fuga fisica che usavamo ogni volta per evitare le conseguenze di quello che stavamo diventando.
Feci un passo indietro, voltandomi per andarmene in camera mia, convinto che la serata – e forse tutto il resto – si fosse appena schiantata contro un muro.
«Aspetta.»
La sua voce mi bloccò sulla soglia del corridoio. Non era il tono perentorio con cui mi dettava le correzioni, né quello gelido delle udienze. Era un suono quasi spaventato.
Mi voltai lentamente. Anna era rimasta ferma vicino al tavolo, le braccia lungo i fianchi, i lunghi capelli castano scuro che le ricadevano sulle spalle in onde morbide, un po' scompigliate. Rimase in silenzio per tre lunghissimi secondi. Si vedeva chiaramente che stava cercando le parole giuste, annaspando in un territorio dove i codici sottolineati non potevano salvarla.
«Non ho detto che non voglio altro,» disse infine, fissando un punto imprecisato sulla mia clavicola.
Incrociai le braccia, sentendo il cuore martellare contro le costole. «Hai detto che quando finisce il processo finiamo noi.»
«Lo so.»
«E allora che cosa vuoi, Anna?»
Lei alzò finalmente lo sguardo su di me. E in quel preciso istante, l’armatura della Perfettina crollò sul pavimento della cucina senza fare rumore. «Non lo so, Alessandro,» ammise, la voce nuda, tremante di una sincerità brutale. «Ed è proprio questo che mi fa paura.»
Restai senza fiato. Da una ragazza che aveva sempre un piano, che rinominava i file per data e pretendeva il controllo assoluto su ogni centimetro della propria esistenza, quel "non lo so" valeva più di qualsiasi dichiarazione d'amore.
Feci due passi verso di lei, azzerando la distanza, ma mi imposi di non toccarla subito. Volevo che avesse lo spazio per respirare. Anna deglutì, gli occhi lucidi che non distoglievano più il contatto dai miei. «So soltanto che quando sono qui non voglio andare via,» sussurrò, ed era il punto di massima vulnerabilità a cui l'avessi mai vista arrivare. «E quando penso a te con Val... vorrei non essere mai entrata in questa casa.»
Quella confessione spazzò via ogni residuo di cinismo. Non c'erano più sfide, né vincitori, né vinti. Fu Anna a muoversi per prima. Alzò una mano esitante e mi sfiorò la guancia con le dita sottili. Io inclinai il viso nel suo palmo, chiudendo gli occhi per un secondo, prima di riaprirli e cercare i suoi per verificare che fosse davvero ciò che desiderava, senza trucchi e senza reti di protezione. Lei annuì, impercettibilmente.
Quando le nostre bocche si incontrarono di nuovo, non ci fu lo scontro feroce a cui eravamo abituati. Fu un bacio lento, profondissimo, quasi esitante all'inizio, come se ci stessimo toccando per la prima volta dopo esserci finalmente visti davvero. La lampada della cucina restò accesa, i fascicoli del processo abbandonati al loro destino sul legno del tavolo, completamente dimenticati.
Le circondai la vita fine con le braccia, tirandola contro di me con una delicatezza nuova. «Stai perdendo la tua fama da spietata,» mormorai contro le sue labbra, cercando di alleggerire il peso enorme che avevamo nel petto. «Taci, idiota,» sussurrò lei, ma io risi piano contro la sua bocca, sentendo gli angoli delle sue labbra curvarsi in un sorriso vero mentre mi stringeva il collo. Il desiderio non stava cancellando la malinconia di fondo; la stava rendendo solo più acuta, più preziosa, quasi insostenibile.
Ci spostammo verso la camera da letto senza fretta, baciandoci a ogni passo, le mani che si cercavano con una sicurezza crescente ma priva di rabbia. Quando entrammo nella penombra della stanza, spogliarci non fu una gara a chi strappava via prima i vestiti dell'altro, ma un rituale lento di svelamento. Le sfilai la camicia chiara dalle spalle strette, baciando ogni centimetro di pelle luminosa e calda che veniva alla luce. Quando rimase completamente nuda davanti a me, mi fermai a guardarla. Amavo da impazzire la sua silhouette snella e proporzionata, la linea delicata delle clavicole, l'addome piatto che fremeva sotto il mio respiro e la curva morbida, naturale dei suoi fianchi che contrastava con la sua vita sottile. Non aveva bisogno di provocare: la sua era una bellezza raffinata, magnetica, che mi toglieva il sonno.
La feci stendere sul materasso e mi allungai sopra di lei, incastrando il mio corpo tra le sue cosce. Le baciai il collo, scendendo piano lungo lo sterno fino a raggiungere il suo seno: non era appariscente, ma elegante, perfetto nelle sue proporzioni, con i capezzoli già duri che imploravano il mio tocco. Li presi tra le labbra con una lentezza adorante, succhiando e accarezzando con la lingua mentre le mie mani scorrevano lungo i suoi fianchi, sentendo la pelle d'oca fiorire sotto i miei polpastrelli. Anna inarcò la schiena sul lenzuolo, infilando le dita tra i miei capelli non per tirarmi o dominarmi, ma per tenermi ancorato a sé, lasciandosi sfuggire un sospiro lungo e disarmato.
Per la prima volta, nessuno dei due stava cercando di vincere o di dimostrare qualcosa. C'era solo una reciprocità assoluta. Scivolai con una mano tra le sue gambe, trovandola già caldissima e bagnata. La accarezzai piano, sentendo il suo respiro spezzarsi contro il mio orecchio, prima di guidare la mia erezione contro il suo ingresso.
Entrai in lei con una spinta lenta, continua, guardandola negli occhi. Il calore delle sue pareti strette che mi avvolgevano mi fece tremare il respiro, strappando a entrambi un gemito simultaneo, basso e incredibilmente sincero. Non c'erano maschere. Anna sollevò il bacino per accogliermi fino in fondo, allacciando le gambe attorno ai miei fianchi, e iniziammo a muoverci.
Il ritmo prese vita da sé: ondeggiante, profondo, totalizzante. A ogni mia spinta, guardavo il suo seno muoversi dolcemente, i suoi capelli scuri sparsi sul cuscino e le sue labbra carnose dischiuse che cercavano le mie. Ci baciammo mentre facevamo l'amore, baci umidi, disperati di tenerezza, le lingue che si intrecciavano allo stesso ritmo con cui i nostri bacini si scontravano. Il sudore cominciò a velare la nostra pelle, facendoci scivolare l'uno contro l'altra in un incastro talmente perfetto da sembrare quasi un'illusione, una bolla sospesa fuori dal tempo reale dove le scadenze e gli altri non potevano raggiungerci.
I gemiti di Anna non erano trattenuti dall'orgoglio; erano suoni puri, rotti dal piacere, che mi vibravano direttamente nel petto ogni volta che affondavo dentro di lei colpendola nel profondo. Le strinsi le mani, intrecciando le mie dita alle sue sul materasso, sopra la sua testa, mentre il ritmo accelerava inevitabilmente, spinto da un'intensità emotiva e fisica che ci stava travolgendo.
«Ale...» sussurrò lei contro la mia bocca, gli occhi lucidi e spalancati nei miei, perdendo ogni residuo controllo non per sconfitta, ma per fiducia assoluta.
Sentii le sue pareti interne contrarsi attorno al mio cazzo in spasmi caldissimi e violenti, stringendomi con una forza che mi fece mancare l'aria. Il suo orgasmo mi trascinò a fondo con lei: spinsi un'ultima volta, perdendomi nel calore del suo corpo, e venni con un gemito roco che morì nell'incavo del suo collo, svuotandomi completamente dentro di lei mentre ci stringevamo come due naufraghi.
La quiete che scese nella stanza dopo quel momento non ebbe nulla a che vedere con la solita fretta di ricomporsi. Ci eravamo incontrati senza difese, nudi in ogni senso possibile, anche se in fondo al petto restava la sensazione muta che non avessimo ancora trovato un modo per restare insieme nel mondo vero.
Ma per ora, nessuno dei due si mosse. Restammo abbracciati sotto il lenzuolo, i corpi ancora umidi e intrecciati. Anna aveva la testa poggiata sulla mia spalla e, con un gesto lento e quasi ipnotico, mi accarezzava i capelli sudati con le dita. Io mi voltai appena e le baciai la fronte ampia e liscia.
