Vai al contenuto
Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 13
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 13 di 14 36 min di lettura

L'ultima scopata con la Perfettina prima dell'addio

Tra confessioni, desiderio e un'ultima notte di passione, Ale e Anna abbandonano finalmente ogni difesa. Ma proprio quando sembrano più vicini che mai, la Perfettina prende una decisione destinata a cambiare tutto.

Alessia
ieri · 129 letture · 3

«Sei insopportabile,» mormorò lei, la voce bassa e morbida nella penombra.

Sorrisi contro le sue tempie. «Hai appena trascorso una serata intera a dirmi che ti piaccio.»

«Non ho mai utilizzato quell'espressione,» ribatté subito, con quella punta di precisione lessicale che la rendeva inconfondibile.

«Posso produrre testimonianza.»

«La testimone è chiaramente inattendibile.»

Ridemmo entrambi, piano, nel buio della camera. Poi Anna sollevò il viso. Mi guardò per un lungo istante e, senza alcuna provocazione, senza nessuna sfida in corso, si sporse e mi baciò sulle labbra per prima. Un bacio piccolo, tenero, che mi lasciò spiazzato molto più delle sue sfuriate.

Si sistemò meglio contro il mio petto, tracciando un cerchio invisibile sul mio sterno con l'indice.

«Quando hai capito che eri bravo a parlare davanti agli altri?» mi chiese all'improvviso. «Prima dell'università, intendo.»

Rimasi immobile per un secondo.

Dopo aver passato giorni a ripetermi che noi due eravamo circoscritti al perimetro del processo simulato, Anna mi stava facendo una domanda sul mio passato. Voleva conoscere l'Alessandro che esisteva prima della facoltà, prima dei codici e prima di lei.

Le raccontai della mia prima assemblea d'istituto al quarto anno di liceo, di come fossi salito sul palco completamente impreparato solo per difendere un mio amico che rischiava la sospensione, improvvisando un discorso assurdo che aveva fatto ridere perfino il preside, ma in cui avevo finito per incastrarmi da solo sui regolamenti scolastici. Anna rise, prendendomi in giro per la mia cronica allergia allo studio preliminare, ma i suoi occhi brillavano di curiosità vera.

Poi, abbassando leggermente il tono, si aprì a sua volta. Mi confessò che durante i primi mesi del primo anno di Giurisprudenza aveva avuto il terrore puro di non essere abbastanza intelligente, di essere solo una che imparava a memoria mentre gli altri capivano le cose al volo, e che aveva iniziato a riempire la sua vita di schemi, scalette e controllo maniacale proprio per zittire quel panico.

La ascoltai in silenzio, stringendola più forte contro il mio fianco. Guardando il suo profilo delicato nella luce fioca della stanza, sentii una chiarezza disarmante farsi strada dentro di me. Non volevo vincerla. Non volevo convincerla. Non volevo nemmeno avere ragione. Volevo soltanto che il giorno dopo fosse ancora lì.

Restammo in silenzio per un tempo lunghissimo, cullati dal rumore lontano della città notturna. Pensavo che si stesse addormentando. E invece, proprio nel mezzo di quella pace perfetta, Anna parlò.

«Domani torno a casa mia.»

Lo disse con una calma assoluta. Non mentre litigavamo, non per ferirmi con rabbia, ma mentre era ancora stretta tra le mie braccia, la sua pelle nuda contro la mia. E per questo fece infinitamente più male.

Sbatté le palpebre, il cervello che cercava istintivamente una spiegazione logistica per proteggermi dal colpo.

«Per prendere qualcosa? Dei vestiti?»

«No,» rispose piano, senza sciogliere l'abbraccio. «Torno a casa.»

Mi irrigidii sotto il lenzuolo. «Anna, manca pochissimo all'udienza conclusiva.»

«Lo so.»

«E come lavoriamo alle repliche?»

«Come due persone adulte perfettamente capaci di utilizzare un computer e un telefono.»

Provai ad abbozzare uno dei miei soliti sorrisi ironici, ma i muscoli della faccia non mi risposero. Mi tirai leggermente indietro sul cuscino per riuscire a guardarla in faccia. «Quindi è davvero finita?»

Anna non si ritrasse, restando vicina al mio viso, ma esitò prima di rispondere. Nei suoi grandi occhi scuri passò un'ombra densa, priva di qualsiasi certezza granitica. «Non lo so.»

Quella risposta mi scavò una voragine nello stomaco. Non era un rifiuto definitivo, ma era la conferma che ormai nessuno dei due poteva più fingere che non ci fosse in ballo qualcosa di enorme.

«E allora perché devi andartene proprio adesso?» le chiesi, la voce rauca.

Anna sostenne il mio sguardo con una lucidità dolorosa, quasi regale nella sua fragilità scoperta. «Perché se resto qui altri due giorni, Alessandro, potrei cominciare a sperare che tu scelga me.»

Il silenzio piombò tra noi come una lastra di marmo. Prima che potessi aprire bocca, lei aggiunse, con una dignità feroce che mi tolse il fiato: «E io non voglio diventare una persona che aspetta di essere scelta.»

Non se ne stava andando perché non mi voleva o perché non si sentiva desiderata. Se ne stava andando per salvarsi, perché aveva capito di volere da me una totalità che io, in quel momento, avevo ancora troppa paura o troppa confusione per garantirle.

Allungai una mano e le strinsi il braccio, spinto da un istinto disperato di non lasciarla scivolare via.

«Resta,» le dissi.

Anna chiuse gli occhi per un lungo istante, inspirando profondamente, come se quella singola parola le costasse uno sforzo fisico immane. Quando li riaprì, mi guardò fin dentro l'anima.

«Non chiedermelo se non sai che cosa significa.»

Rimasi immobile, con le labbra socchiuse. Avrei voluto dirle che significava che c'era solo lei. Avrei voluto prometterglielo. Ma mentre la guardavo, nella mia mente balenò l'immagine degli occhi chiari di Val, del suo sorriso luminoso, di quel pomeriggio passato a respirare insieme e della promessa silenziosa rimasta sospesa nell'abitacolo della sua macchina. Val esisteva. Ed era reale tanto quanto il fuoco che avevo tra le braccia.

Per la prima volta nella mia vita, decisi di non mentire per cavarmela. «Io ti voglio, Anna,» le dissi, sentendo ogni parola raschiarmi la gola. «Ma non posso fingere che quello che provo per Val non esista.»

Anna incassò il colpo in pieno viso, ma non abbassò lo sguardo. Non mi insultò, non fece battute taglienti, non mi rinfacciò quello che avevamo appena condiviso tra quelle lenzuola.

«Lo so,» sussurrò semplicemente, posandomi una mano leggera sul petto.

Lo sapeva già prima di entrare in quel letto. Ed era esattamente per questo che, mentre mi stringeva per l'ultima notte prima della fine del nostro processo, aveva già deciso di andarsene.

Il risveglio non fu brusco, fu semplicemente vuoto. Quando aprii gli occhi e allungai il braccio sul materasso, le mie dita incontrarono solo il cotone tiepido del lenzuolo. Anna non era accanto a me.

Mi alzai in fretta, infilandomi i pantaloni della tuta con il cuore che batteva già fuori tempo, e seguii i rumori attutiti lungo il corridoio. La trovai nella stanza di Vittoria.

La scena aveva la lentezza agonizzante di uno smantellamento metodico. Sul pavimento era aperto il piccolo trolley rigido con cui era entrata in casa mia all'inizio di quella folle convivenza. Anna era in piedi davanti al letto, già vestita di tutto punto, i lunghi capelli castano scuro raccolti e ordinati, il viso ovale dai lineamenti fini concentrato nell'operazione. Stava piegando gli ultimi vestiti con la sua consueta, irritante precisione geometrica, controllando che non rimanesse indietro nemmeno uno spillo.

Rimasi appoggiato allo stipite della porta, incapace di fare un passo avanti, mentre il mio cervello registrava ogni singolo dettaglio come una ferita. Il rumore metallico e secco della zip di una tasca interna che veniva chiusa. I suoi evidenziatori colorati, che per giorni avevano colonizzato il tavolo della cucina, già tutti raccolti e allineati nel suo astuccio. Il cavo bianco del caricabatterie arrotolato in una spirale perfetta e posato sopra i codici. Le sue scarpe col tacco basso, sistemate una accanto all'altra vicino alle ruote della valigia, pronte per portarla via. E, sopra ogni cosa, il suo profumo: quell'odore pulito, fresco e inconfondibilmente suo che impregnava ancora l'aria della stanza, ma che sapevo sarebbe evaporato nel giro di poche ore.

Poi, il mio sguardo cadde sull'angolo del materasso rifatto. Lì, piegata in un quadrato impeccabile, c'era la mia vecchia maglietta grigia. Quella in cui aveva dormito, studiato, litigato e fatto l'amore con me.

Deglutii, trovando a fatica la voce. «Puoi tenerla.»

Anna si fermò. Abbassò i grandi occhi castani sul tessuto scolorito, le mani sottili ferme sui bordi della valigia. «È tua,» disse piano. «Lo so.» Alzò lo sguardo su di me, con quell'espressione calma e quasi distaccata che usava per proteggersi. «Allora perché dovrei portarla via?» Feci un mezzo sorriso stanco, infilando le mani nelle tasche. «Perché ti sta decisamente meglio che a me.»

Per un lunghissimo secondo, la maschera della Perfettina vacillò. Le sue labbra carnose si incurvarono in un sorriso minuscolo, quasi impercettibile, intriso di una malinconia dolcissima. Scosse leggermente la testa, come a voler rimproverare la mia solita idiozia. Poi, senza dire una parola, allungò la mano. Prese la maglietta grigia, la sollevò dal letto e la adagiò con cura dentro il trolley, proprio sopra le sue camicie di seta, prima di chiudere il guscio della valigia e tirare la lampo finale. Non era una promessa di ritorno. Lo sapevamo entrambi. Ma era una crepa nella sua armatura, un piccolo cedimento che mi si incise nel petto.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 6 senza votare
Indice dei capitoli
Cap. 14

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista