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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 13
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Capitolo 13 di 14 36 min di lettura

L'ultima scopata con la Perfettina prima dell'addio

Tra confessioni, desiderio e un'ultima notte di passione, Ale e Anna abbandonano finalmente ogni difesa. Ma proprio quando sembrano più vicini che mai, la Perfettina prende una decisione destinata a cambiare tutto.

Alessia
ieri · 131 letture · 3

Mentre Anna tirava su il manico telescopico del trolley e usciva in corridoio, la serratura della porta d'ingresso scattò. Vittoria entrò in casa portando con sé una folata d'aria fredda e una busta della spesa. Aveva i lunghi capelli biondo miele sciolti sulle spalle, il viso dalla pelle dorata leggermente arrossato dal vento mattutino e quell'aria sicura e consapevole di chi domina sempre il proprio spazio.

Si bloccò a metà dell'ingresso. I suoi occhi chiari e magnetici scesero immediatamente sulle ruote del trolley di Anna, per poi risalire sui nostri volti tirati. Con la sua solita intelligenza feroce, capì tutto in meno di mezzo secondo. E, da vera Vittoria, scelse il sarcasmo come scudo d'emergenza.

«Wow,» esordì, inarcando un sopracciglio perfetto e appoggiandosi al muro. «Finalmente le Nazioni Unite mi restituiscono la sovranità territoriale.»

Anna si strinse nella sua giacca scura, mantenendo una postura composta ed elegante. «Ho lasciato la stanza in ordine. E le lenzuola pulite sono piegate nell'armadio.» «Non avevo il minimo dubbio sulla logistica, tesoro,» ribatté Vittoria con un mezzo sorriso cinico. «Avevo fortissimi dubbi su tutto il resto.»

Per qualche istante le due ragazze si guardarono in silenzio. Erano agli antipodi – il rigore glaciale contro la verità domestica e sboccata – eppure si rispettavano profondamente, unite dal fatto di essere le uniche due persone al mondo capaci di vedere attraverso tutte le mie stronzate. Non ci fu nessuna tensione ostile. Anzi, lo sguardo di Vittoria si ammorbidì, perdendo la sua patina altezzosa.

«Buon viaggio, Anna,» le disse, con una gentilezza sorprendente e sincera. Anna annuì piano. «Grazie per la stanza, Vittoria.» «Figurati,» rispose la mia coinquilina, avviandosi verso la cucina per togliersi di mezzo. «Magari la prossima volta chiedi il permesso scritto prima di occupare pure il resto della casa e il cervello del mio coinquilino.»

L'ultima battuta rimase sospesa nell'aria, un velo d'ironia per coprire il fatto che anche lei aveva capito quanto quel momento stesse facendo male a entrambi. Vittoria sparì dietro l'angolo della cucina, lasciandoci soli nell'ingresso.

Eravamo davanti alla porta chiusa. La scena aveva una semplicità quasi insopportabile. Anna aveva il cappotto allacciato e la mano stretta sulla maniglia del trolley. Non piangeva; i suoi grandi occhi scuri erano asciutti, limpidi, fissi nei miei. Io, invece, ero lì in tuta, spettinato, con le occhiaie scavate e la sensazione devastante di non aver capito in quale preciso istante quel gioco accademico fosse diventato una questione di vita o di morte.

«Ci vediamo all'udienza,» disse lei, la voce ferma. «Mancano due giorni,» mormorai, come un idiota che spera di fermare il tempo facendolo notare. «Lo so contare, Alessandro,» rispose, con una punta della sua solita, adorabile acidità.

Era una battuta normale. Una delle mille che ci eravamo scambiati tra un codice e una tazza di caffè. Ed era proprio quella normalità che mi stava spaccando in due.

Non dissi altro. Feci un passo avanti e la abbracciai. Non ci fu nulla di sensuale, nessuna mano che cercava la pelle sotto i vestiti, nessun tentativo di riaccendere il fuoco per costringerla a restare. Fu solo un abbraccio lungo, stretto, disperato, in cui affondai il viso tra i suoi capelli profumati. Sentii il suo corpo irrigidirsi per una frazione di secondo, poi Anna lasciò andare la maniglia del trolley e mi circondò la schiena con le braccia, stringendomi forte. Restò contro il mio petto molto più del necessario, inspirando contro la mia spalla come se stesse cercando di memorizzare anche lei qualcosa prima dell'inverno.

Quando ci separammo, lei abbassò la maniglia della porta. «Anna,» la fermai, la voce ridotta a un soffio ruvido. Si voltò a metà, la luce del pianerottolo che le tagliava il profilo delicato. «Mh?» «Non era solo processo.»

Anna mi guardò. Niente difese, niente citazioni giuridiche, niente fughe. «Lo so,» sussurrò.

Poi uscì, e la porta si chiuse alle sue spalle con un colpo sordo che sembrò sigillare una tomba.

Rimasi a fissare il legno verniciato per un tempo indefinito, prima di voltarmi e trascinarmi in cucina. La casa era improvvisamente tornata a essere solo casa nostra, ma l'aria sembrava più rarefatta. Vittoria era in piedi vicino ai fornelli, che armeggiava con le tazze. Era tornata nel suo elemento naturale: la custode della mia realtà, l'unica persona davanti alla quale era fisicamente impossibile fingere di stare bene.

Non mi fece il terzo grado. Non infierì con battute sul mio talento nel rovinare tutto. Si limitò a versare il caffè bollente in una tazza e a farla scivolare sul tavolo davanti a me.

«Ti manca già?» mi chiese piano, appoggiandosi al bancone con la sua tazza tra le mani. Mi lasciai cadere su una sedia, fissando il liquido scuro. «È uscita da trenta secondi, Vitto.» «Non era una domanda temporale, Ale.»

Non risposi, perché qualsiasi risposta sarebbe stata una bugia o una resa. Vittoria sospirò, venne a sedersi sulla sedia accanto alla mia e allungò le gambe sotto il tavolo. Per qualche minuto non fummo l'accusa e la difesa, né il ragazzo incasinato e la coscienza critica. Fummo semplicemente due amici di vecchia data che bevevano caffè nel silenzio pesante di una mattina storta.

«Non ti dirò chi scegliere,» disse a un certo punto, guardando fuori dalla finestra. «Lo so.» Si voltò a guardarmi con i suoi occhi chiari, limpidi e diretti. «Però prima o poi dovrai farlo tu. Senza aspettare che siano le scadenze o le partenze a decidere al posto tuo.»

Mi diede un leggero colpetto con la nocca sul braccio, si alzò e mi lasciò solo.

Finii il caffè e feci un giro per l'appartamento. Entrai in camera mia: il letto era disfatto, ma era solo il mio disordine. Passai davanti alla stanza di Vittoria: il materasso era rifatto con cura militare, la sedia nell'angolo era vuota, priva dei suoi vestiti scuri e della sua borsa in pelle. Senza la sua presenza ingombrante e silenziosa, quel trilocale da studenti sembrava improvvisamente enorme, freddo e silenziosissimo.

Tornai in cucina e mi fermai davanti al tavolo di legno. Non aveva portato via tutto. Sul ripiano erano rimaste le prove materiali di ciò che avevamo costruito: la scaletta definitiva dell'arringa conclusiva, un foglio protocollo fitto di correzioni a margine scritte con la calligrafia minuta, precisa e tagliente di Anna. E, proprio lì accanto, a pochi centimetri di distanza, la penna viola di Val con il suo piccolo cuore di plastica.

Fissai quegli oggetti, sentendo un groppo salirmi in gola. Fino alla notte prima, quella penna e quella scaletta rappresentavano due mondi paralleli, due possibilità tra cui stavo vigliaccamente oscillando. Ora, nel silenzio assordante della cucina, avevano cambiato significato: una era una possibilità luminosa e viva che mi stava ancora aspettando; l'altra era l'impronta lasciata da una ragazza che aveva scelto di andarsene per non dovermi implorare di restare.

Anna era arrivata in casa mia con un trolley, una cartellina rigida e la ferrea convinzione di potermi correggere come un compito sbagliato. Se n'era andata portandosi via una vecchia maglietta grigia, qualche libro e una parte enorme di me che non sapevo nemmeno di averle consegnato.

Sul tavolo era rimasta la sua arringa. Accanto, la penna viola di Val. Mancavano quarantott'ore all'udienza finale. E per la prima volta in vita mia, non avevo paura di perdere il processo. Avevo una fottuta paura di vincerlo senza di lei.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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