Le afferrai le tette, stringendole a piene mani, impastandole mentre affondavo in lei fino alla radice. Anna era persa. Buttava la testa a destra e a sinistra sul cuscino, le labbra dischiuse, il respiro rotto. Le sue pareti si contraevano attorno al mio cazzo a ogni mia spinta, risucchiandomi in un vortice di piacere puro e carnale.
La passione era terribile, intensa, ma priva della guerra che ci facevamo di solito. Era l'urgenza di due persone che non volevano smettere di toccarsi. «Vengo... Anna, vengo,» ringhiai contro il suo collo, mordendole leggermente la pelle. Lei mi strinse più forte, sollevando il bacino per prendere ogni singolo millimetro di me. «Sì... vieni... Ale...»
L'orgasmo ci investì insieme. Mi svuotai dentro di lei con un gemito lungo e roco, mentre Anna si contraeva sotto di me, tremando violentemente e graffiandomi la schiena in un ultimo spasmo di piacere assoluto.
Crollai di peso su di lei, esausto, i cuori che battevano all'unisono contro le nostre gabbie toraciche.
Mezz'ora dopo, il silenzio era sceso sulla stanza. Anna si era addormentata, il viso premuto contro il mio petto nudo, il respiro finalmente calmo e regolare. Un suo piede, quello stesso piede che mi aveva fatto impazzire poco prima, spuntava fuori dal lenzuolo stropicciato.
Girai la testa verso il comodino. Il portatile era ancora acceso, lo schermo che illuminava fiocamente la penombra. Su un lato c'era la playlist pop, ferma in pausa. Sull'altro, campeggiava ancora la cartella con le prove sporche e le chat compromettenti che l'indomani avrebbero cambiato tutto. Chiusi gli occhi, stringendola un po' di più a me, e per la prima volta sperai che quella notte non finisse mai.
Il sonno, dopo una notte passata a mescolare fluidi corporei, sudore e procedura penale, non è un semplice riposo. È uno stato comatoso, un’apnea in cui il cervello cerca disperatamente di riprendersi dalle proprie pessime decisioni.
La stanza puzzava inequivocabilmente di sesso, caffè freddo e carta stampata. Aprii un occhio solo, la luce del mattino che filtrava dalle tapparelle a ferirmi la retina. Accanto a me, aggrovigliata nelle lenzuola, c’era Anna. Il suo viso ovale e delicato, solitamente una maschera di lucida imperturbabilità, era sprofondato nel cuscino. Dormiva a pancia in giù, con addosso solo la mia vecchia t-shirt grigia. Il cotone leggero era scivolato da una spalla, rivelando la linea della clavicola e la curva morbida, nuda, del fianco che sfuggiva al tessuto. I suoi capelli castano scuro, normalmente perfetti, erano un groviglio selvaggio e bellissimo. Intorno a noi, il letto era un disastro: il mio portatile era ancora acceso, con la playlist pop in pausa, circondato da screenshot, appunti e un codice civile usato come sottobicchiere.
Era il nostro bunker erotico-legale. Un ecosistema perfetto.
Il rumore metallico della maniglia che scattava verso il basso mi fece gelare il sangue. La porta si aprì.
Sapevo benissimo che Vittoria sarebbe tornata. Sapeva che Anna aveva dormito lì, dopotutto era stata lei a cederci la stanza per "lavorare in pace". Quindi non entrò pensando di trovare la stanza vuota. Ma non si aspettava di trovare quello.
Vittoria si bloccò sulla soglia. I suoi capelli biondo miele le ricadevano sulle spalle in modo naturale, ma i suoi occhi chiari, di solito magnetici e distaccati, si spalancarono per una frazione di secondo. Il silenzio che calò nella stanza fu così denso che avrei potuto tagliarlo con un coltello. Due secondi. Due lunghissimi, fottuti secondi in cui l'aria smise di circolare.
Non era solo lo shock di averci beccati. Vittoria, con la sua intelligenza cruda e diretta, stava decodificando l'immagine. Stava vedendo Anna, la "Perfettina", non solo nuda e sfatta, ma spudoratamente a suo agio nel suo letto, nel suo spazio. Anna aveva colonizzato un pezzo di casa nostra, un pezzo del mio mondo.
Poi, l'istinto di sopravvivenza di Vittoria prese il sopravvento. Il suo sguardo si raffreddò, diventando tagliente come un rasoio. «Perfetto,» esordì, la voce limpida e carica di un cinismo che le faceva da scudo. «Io vi cedo la stanza per lavorare e voi, in cambio, mi restituite un set completo di prove biologiche.»
Mi tirai su a fatica, passandomi le mani sul viso stropicciato, cercando disperatamente di recuperare un minimo di dignità a torso nudo. «Vitto...»
«No, tranquillo,» mi interruppe lei, alzando una mano perfetta con le unghie laccate. «Cercavo solo un maglione, non la prova materiale della tua inevitabile rovina.»
A quel punto, Anna si svegliò. Sbatté le palpebre, confusa per un millesimo di secondo, prima che il suo cervello, addestrato al controllo maniacale, registrasse la situazione. Si tirò le coperte fin sopra il petto, cercando di ricomporsi, di assumere quell'aria distante e superiore che usava per difendersi. Ma era nel territorio di Vittoria. Nel letto di Vittoria. E per la prima volta da quando la conoscevo, non aveva la fottuta battuta pronta.
«Possiamo spiegare,» tentò Anna, sistemandosi una ciocca ribelle dietro l'orecchio con un gesto che voleva sembrare elegante, ma che tradiva tutto il suo imbarazzo.
Vittoria incrociò le braccia al petto, fissandola con una freddezza ammirevole. «Anna, tesoro,» rispose, con un sorriso velenoso che le increspava le labbra morbide. «Tu puoi spiegare una memoria difensiva. Puoi spiegare un cavillo procedurale. Questo, no.»
La tensione era una corda di violino pronta a spezzarsi. Ma Vittoria non fece la coinquilina isterica. Non era da lei. Avanzò nella stanza verso il suo armadio, ignorando ostentatamente i miei pantaloni abbandonati sul tappeto e la tazza di caffè in bilico sul suo comodino.
Aprì l'anta e iniziò a tirare fuori dei vestiti con gesti secchi, misurati. Non stava esplodendo, e questo era molto, molto peggio. Sotto quel sarcasmo feroce c'era una ferita reale. Non stava giudicando il sesso. Stava giudicando il fatto che io avessi portato il mio caos sentimentale, l'ennesimo, nel nostro rifugio.
«Comunque,» disse, senza voltarsi, infilando un paio di jeans e un maglione in una borsa, «le lenzuola le lavate voi.»
«Ovvio,» risposi subito, con la voce raschiata, cercando di ammorbidire l'impatto.
Vittoria si fermò. Si girò lentamente verso di me. I suoi occhi chiari mi trapanarono l'anima, spogliandomi di ogni finta ironia. «No, Ale. Ovvio era non colonizzare il mio letto come l’Impero britannico in cerca di spezie.»
Si caricò la borsa in spalla. L'eleganza estiva e luminosa che la contraddistingueva era ora un'armatura gelida. Si incamminò verso l'uscita, ma si fermò esattamente sulla soglia, dandomi le spalle.
«Stasera vieni a bere qualcosa con me,» ordinò. Non era un invito. Era una citazione in giudizio.
Sgranai gli occhi. «Con te?»
Vittoria girò appena la testa, lanciando un'ultima occhiata al letto sfatto e ad Anna, che era rimasta pietrificata sotto le coperte, per poi guardare me. «No, con Anna,» rispose, il tono grondante di sarcasmo acido. «Io vi guardo dal bagno mentre violate anche quello.»
Fece per andarsene, ma poi il cinismo le scivolò via dal viso per un istante, lasciando il posto a una serietà nuda, disarmante. Mi guardò dritta negli occhi, e ci vidi dentro anni di convivenza, di confidenze notturne, di caffè amari e di verità che solo lei sapeva dirmi.
«Ale, davvero,» mormorò, la voce che scendeva di un'ottava, priva di qualsiasi battuta. «Io e te. Mi sa che dobbiamo parlare.»
E senza aggiungere altro, uscì, chiudendosi la porta alle spalle e lasciandomi lì, nel letto ancora caldo del suo profumo, con la consapevolezza assoluta che il vero processo non si sarebbe tenuto in aula, ma al tavolo di un bar. E l'imputato, senza possibilità di appello, sarei stato io.
Il sole del tardo pomeriggio tagliava le strade del centro storico, tingendo i palazzi di una luce dorata che non aveva nulla a che fare con il disastro morale che mi portavo dentro.
Il nostro "bere qualcosa" si era trasformato, prevedibilmente, in una missione punitiva. Eravamo nel reparto tessile di un grande magazzino, circondati da cuscini, piumoni e una quantità di cotone percalle che mi stava facendo venire l'orticaria.
Vittoria camminava tra gli scaffali con il passo marziale di chi deve bonificare un'area radioattiva. I suoi lunghi capelli biondo miele, luminosi e perfetti anche quando sembrava non averci perso un secondo, ondeggiavano a ogni passo. Indossava un paio di jeans chiari e un maglioncino sottile, un'estetica apparentemente casual ma sofisticata, che strideva meravigliosamente con il veleno che le usciva dalla bocca.
Afferrò un set di lenzuola in raso blu notte – il più costoso dell'intero fottuto espositore – e me lo piazzò contro il petto.
«Ti rendi conto che mi devi delle lenzuola nuove, vero?» decretò, con i suoi occhi chiari e taglienti puntati dritti nei miei. «Vitto, non erano rovinate,» provai a difendermi, cercando di rimettere a posto il pacco. «Le avrei lavate. A novanta gradi. Con la candeggina, se necessario.» «Ale,» mi bloccò lei, fulminandomi, «quelle lenzuola hanno visto cose che nemmeno il codice penale vuole tipizzare. Le pretendo come risarcimento morale.»
Sospirai e mi arresi al mio destino finanziario. Ci spostammo nella corsia dei detersivi. Vittoria si fermò, incrociò le braccia e mi indicò gli scaffali con un cenno del mento. «Scegli tu il detersivo.» «Perché io?» «Perché sei il responsabile principale del disastro ambientale. Prendi quello con più agenti chimici, voglio che la mia stanza smetta di odorare di procedura civile e ormoni repressi.»
