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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 10
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Capitolo 10 di 14 20 min di lettura

Scopata nel letto di Vittoria

Anna e Ale trasformano il letto di Vittoria in un rifugio erotico-legale, tra pop star, confessioni intime e desiderio ormai domestico.
Ma quando Vittoria li trova, il pomeriggio insieme diventa un controesame spietato sul caos sentimentale di Ale.

Alessia
2 mesi fa · 445 letture · 0

Era la nostra dinamica. Cinica, veloce, spietata. Funzionavamo così, senza doverci spiegare nulla. Pagai le lenzuola (un salasso) e uscimmo in strada.

Il pomeriggio scivolò via leggero. Comprammo due birre in un minimarket, rubai un paio di sorsi dalla sua bottiglia e lei, in cambio, mi costrinse a entrare in un negozio vintage dove mi fece provare una camicia a fiori con colletto anni '70 che mi faceva sembrare un narcotrafficante in pensione. Ridemmo fino a piegarci in due.

Ci sedemmo su una panchina di pietra in una piazza affollata, aprendo un pacchetto di patatine. «Secondo te,» disse Vittoria, fissando un piccione che zoppicava, «Anna a casa sua piega anche le ricevute fiscali in ordine alfabetico?» «Assolutamente sì,» confermai, passandole il sacchetto. «E se lo scontrino è stropicciato, fa ricorso al TAR.»

Vittoria rise, infilandosi una patatina in bocca. Per un'ora eravamo tornati a essere "noi due". Quelli prima del processo, prima di Val, prima che la Perfettina decidesse di invadere il mio appartamento e la mia mente.

Poi, il vento cambiò. Vittoria si appoggiò allo schienale della panchina, allungando le gambe toniche davanti a sé. Lo sguardo le si fece più serio, perdendo per un attimo quell'allure altezzosa e distaccata che usava come scudo.

«Comunque Val è tornata strana,» buttò lì, come se stessimo parlando del tempo.

Il mio stomaco fece una capriola. Fissai l'etichetta della mia birra. «Strana come?» «Come una che ha fatto una cosa fottutamente stupida e vorrebbe raccontarla a tutti, ma sa che se apre bocca diventa reale.» Feci finta di non capire, raschiando il fondo della mia finta innocenza. «Non so di cosa parli.» «Certo, Ale. E io sono Nardi in cosplay.» Vittoria si voltò verso di me, gli occhi che mi leggevano come un libro aperto. «Aveva i capelli ancora umidi quando è rientrata.» «Magari aveva fatto la doccia.» «Aveva sabbia nelle scarpe, Ale.» Sbuffai, sentendomi all'angolo. «Napoli è una città sabbiosa.» «Tu sei un insulto all’intelligenza delle persone che ti vogliono bene,» sospirò, scuotendo la testa.

Poi abbassò la voce. Il cinismo sparì del tutto. «Era felice.» Il silenzio calò tra di noi, pesante e assordante nonostante il traffico attorno. «E non felice da “mi sono divertita”,» precisò Vittoria, spietata nella sua analisi. «Felice da “oddio, forse questa cosa mi importa davvero”.»

Fu la prima, vera coltellata. Sentii l'aria mancarmi. Sapevo esattamente cosa c'era stato sulla spiaggia con Val. Quel respiro, quell'intimità scivolosa e salata, il suo sapore, il modo in cui mi aveva guardato senza chiedermi di dimostrare nulla. E sapevo, con altrettanta precisione chirurgica, cosa era successo subito dopo contro gli scaffali del magazzino con Anna.

Vittoria non mi diede il tempo di recuperare fiato. «Val non è scema,» riprese. «Lo so.» «No, non lo sai. Tu pensi che sia luminosa, dolce, spontanea. E lo è, cazzo se lo è. Ma non è una bambolina da proteggere mentre tu giochi a fare il poeta maledetto e dannato.» «Non la sto proteggendo, Vitto!» sbottai, sulla difensiva. «No. Peggio,» sentenziò lei, puntandomi un dito contro il petto. «La stai usando come prova che non sei diventato uno stronzo.»

Mi ammutolii. Era una bomba intelligente, sganciata esattamente nel centro di gravità delle mie colpe. Io volevo Val perché con lei mi sentivo il bravo ragazzo, quello capace di emozioni genuine. La stavo usando per assolvere me stesso.

«E Anna?» riuscii a chiedere, la gola secca. Vittoria sbuffò, alzando gli occhi al cielo. «Anna è complicata. Anna è un codice civile con le gambe e un evidente disturbo del controllo, ma almeno lei non finge di essere semplice.» Si accigliò, la voce che si incrinava appena. «Anna ti sta entrando nella vita come se avesse firmato un decreto d’urgenza. E tu, senza nemmeno accorgertene, glielo stai lasciando fare.» «Non è così.» «Ale,» mi interruppe, dura. «Stamattina era nel mio letto. Mezza nuda, con la tua fottuta maglietta addosso, i tuoi appunti sulle ginocchia e l’aria di una che stava solo occupando un territorio che considerava già suo.»

Quella era la verità. Una verità nuda e cruda che bruciava. Ma Vittoria non aveva finito. Il suo sguardo si abbassò sulle sue mani intrecciate. Non c'era la banale gelosia di una coinquilina invidiosa. C'era qualcosa di molto più profondo, un senso di perdita che mi fece sentire un mostro.

«Io le ho ceduto la stanza perché dovevate lavorare meglio,» sussurrò. «Lo so, Vitto, e ti rin—» «No,» mi bloccò, alzando gli occhi umidi ma fieri sui miei. «Io le ho ceduto una stanza, Ale. Non il mio posto.»

Silenzio. Il traffico, le voci, i rumori della piazza... tutto si annullò. Quella frase era il cuore pulsante del nostro pomeriggio. Avevo fatto entrare Anna in casa, avevo trasformato il nostro rifugio in un campo di battaglia erotico e accademico, e avevo dimenticato che quello spazio apparteneva a chi mi aveva sempre sostenuto.

Vittoria fece un respiro profondo e sfoderò di nuovo la sua armatura di sarcasmo per stemperare. «E prima che tu faccia quella faccia da cane investito sulla tangenziale, non sto dicendo che voglio sposarti o altre simili sciagure civili.» «Meno male,» mormorai, abbozzando un sorriso stanco. «Sto dicendo che casa nostra non sembra più casa nostra. E tu eri troppo impegnato a fare il giocoliere per accorgertene.» Scosse la testa, guardandomi con un affetto ruvido. «Io ti ho visto quando non eri il brillante avvocato conteso da due pazze meravigliose. Io mi ricordo il primo anno. Eri solo un coglione con due valigie enormi, un caricatore del telefono rotto e l’aria terrorizzata di uno che aveva palesemente sbagliato città.»

«Mi stai facendo commuovere,» dissi, sentendo davvero un nodo in gola. «Non ti montare la testa. Eri comunque insopportabile e ti ho dovuto preparare il caffè io perché non sapevi accendere la moka.»

Ridemmo. Una risata piccola, sincera. Poi, il suo sguardo cadde sulla base del mio collo. Il colletto della giacca si era spostato, rivelando un graffio lungo e sottile, ancora arrossato. Il ricordo fisico della furia di Anna nel magazzino.

Vittoria non fece battute cattive, stavolta. Allungò la mano e, con il pollice, mi sfiorò leggermente il graffio. Il suo tocco era delicato, privo di giudizio, ma carico di una compassione che mi fece male. «Ti ha quasi scuoiato,» mormorò, senza sorridere. «È stato... un incidente accademico.» «No, Ale. È stato un disastro annunciato con un'ottima calligrafia.» Ritirò la mano, guardandomi dritto negli occhi. «Ti stai facendo male davvero.» Aprii la bocca per sparare la mia solita idiozia difensiva, ma lei mi zittì con un'occhiata. «No. Stavolta non fare il simpatico.»

Incanalatomi nel suo sguardo chiaro, capii la differenza abissale tra le donne della mia vita. Con Val, respiravo. Con Anna, bruciavo. Con Vittoria, purtroppo, non potevo fingere. Ero visto, completamente e senza sconti.

Il sole era sceso, l'aria si era fatta più fredda. Ci alzammo dalla panchina per tornare verso la metropolitana. Vittoria si sistemò la borsa sulla spalla, e proprio quando pensavo che il processo fosse finito, sganciò la bomba termonucleare.

«Ieri notte Val mi ha chiesto una cosa,» disse, guardando dritto davanti a sé. Mi irrigidii. I muscoli del collo mi si tesero. «Cosa?» «Mi ha chiesto se tra te e Anna c’è qualcosa.»

Il mondo smise di girare. I rumori si azzerarono. Non risposi. Camminavo, ma non sentivo più i piedi sul marciapiede.

Vittoria mi lanciò un'occhiata di sbieco, implacabile. «Io non le ho mentito, Ale.» «Che le hai detto?» chiesi, la voce ridotta a un rantolo. «Le ho detto che non lo sapevo. Perché era la verità. Fino a ieri notte, non lo sapevo.» Si fermò prima di scendere le scale della metro, fronteggiandomi. «Però dopo stamattina, Ale... se una ragazza dorme nella mia stanza, e la mattina dopo io la trovo mezza nuda nel mio fottuto letto con te... non ho più tanti dubbi. Per questa volta non lo dirò a Val.»

Mi sentii gelare il sangue nelle vene. Vittoria mi diede le spalle per scendere i gradini, ma si voltò un'ultima volta. «Val non è stupida, Ale. E io non sarò il tuo alibi.»

Scese le scale, lasciandomi fermo sul marciapiede, con le buste del grande magazzino in mano. Anna mi aveva insegnato a non tremare. Val mi chiedeva di non diventare uno stronzo. Vittoria, invece, aveva appena fatto la cosa peggiore in assoluto: aveva tolto il lenzuolo dal cadavere e mi aveva costretto a guardarlo in faccia.

Quella sera capii che Vittoria non era il personaggio secondario, la simpatica spalla della mia rovina. Era l’unica testimone attendibile della mia vita. E, da quel preciso momento, aveva deciso di smettere di coprirmi.

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Alessia

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