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Erotika
Processo Simulato - Vol.1 · Cap. 11
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Capitolo 11 di 14 17 min di lettura

La sega dolce prima della sentenza

Val trascina Ale fuori dal processo in un appuntamento tenero, vivo e pericolosamente vero. Tra baci in macchina e una promessa dopo l’udienza, Ale capisce che lei non è più una fantasia: è una possibilità.

Alessia
2 mesi fa · 395 letture · 0

Finimmo per infilarci in una piccola cartoleria polverosa a metà di via Mezzocannone, perché Val aveva improvvisamente decretato che la sua penna nera "la deprimeva". La osservai aggirarsi tra gli scaffali. Aveva una ciocca chiara, leggermente più corta delle altre, che le era sfuggita dalla piega e le solleticava la guancia. Era un dettaglio minuscolo, imperfetto, ma su di lei sembrava una dichiarazione di vita.

Val scelse una penna viola con un piccolo cuore di plastica tempestato di brillantini finti attaccato al tappo. Io la fissai come si fissa una prova manifestamente inutilizzabile. «Quella non può entrare in aula,» sentenziai, incrociando le braccia. Lei fece scattare il tappo con un clic soddisfatto. «Questa penna ha più personalità della tua giacca.» «La mia giacca ha dignità.» «La tua giacca ha paura di vivere, Ale.»

Scoppiai a ridere. Ma a ridere per davvero, non con quel ghigno cinico che usavo per difendermi. Con lei tutto sembrava sgonfiarsi, perdere peso.

Prendemmo il caffè in un bar minuscolo lì vicino. Mentre eravamo appoggiati al bancone di zinco, notai che non mi aveva nemmeno chiesto come lo volessi. Aveva ordinato per entrambi: per me ristretto, senza zucchero. Mi passò la tazzina e, notando che il bavero del mio cappotto era rimasto incastrato all'interno, allungò una mano e me lo sistemò con un gesto rapido, naturalissimo.

Mi bloccai con la tazzina a mezz'aria. Anna mi correggeva come se fossi una frase sbagliata, una bozza da revisionare con la penna rossa. Val, invece, mi aggiustava senza farmi sentire rotto. Con Anna volevo essere all’altezza, pensai, sentendo un calore strano espandersi nel petto. Con Val, per qualche motivo assurdo, mi sembrava già abbastanza essere lì.

Uscimmo di nuovo in strada, passeggiando senza una meta precisa. Lei aveva una piccola macchia di zucchero a velo sul bordo del giubbotto, un residuo della sfogliatella che aveva diviso con me. «Stamattina l’hai evitata,» disse all'improvviso, la voce chiara e musicale che tagliava il rumore del traffico. Feci il finto tonto, la mia specialità. «Chi?» Val mi lanciò un'occhiata laterale. Quegli occhi chiari, di solito un po' altezzosi, ora erano semplicemente lucidi e consapevoli. «Ale.» «Ok, pessima difesa,» ammisi, alzando le mani in segno di resa. «Molto.»

Cercai di buttare lì una battuta per deviare il colpo, ma lei sorrise debolmente e rimase seria. «Quando c’è Anna, cambi,» continuò, stringendosi un po' nel giubbotto. «In peggio?» «Non lo so,» mormorò, guardando davanti a sé. «In tensione. Come se stessi sempre aspettando un voto. Come se dovessi dimostrare continuamente qualcosa.» Non c'era cattiveria nella sua voce, non stava demonizzando la mia partner di difesa. Val vedeva semplicemente l'effetto che la Perfettina aveva su di me. Poi si fermò, voltandosi a guardarmi. Le sue labbra carnose e ben disegnate si incurvarono in un sorriso piccolo, genuino. «Con me invece fai il cretino.» «Questo dovrebbe offendermi?» le chiesi, fingendomi oltraggiato. «No,» rispose lei, accorciando impercettibilmente la distanza. «Mi piace.»

La frase mi arrivò dritta allo stomaco. Val non voleva l'avvocato brillante, non voleva il fenomeno dell'aula. Voleva me, con tutte le mie fottute insicurezze.

Ci fermammo vicino a una panchina in pietra, proprio dove la strada iniziava a scendere verso il mare. Il cielo era ormai un livido viola e arancione. Val si appoggiò al muretto. Sembrava improvvisamente più vulnerabile, spogliata di quella sua ironia solare. «Io prima delle cose importanti faccio sempre finta di essere più leggera di come sono,» confessò, la voce poco più che un sussurro. «Funziona?» «Con gli altri sì.» Feci un passo verso di lei. «E con me?» Val alzò gli occhi, inchiodandomi. «Con te mi sto impegnando meno.»

Era una frase di una tenerezza disarmante. Mi appoggiai al muretto accanto a lei, le nostre braccia che si sfioravano. «Io invece faccio finta che le cose importanti non siano affatto importanti.» Lei fece un mezzo sorriso triste. «Lo so.» «Così sicura?» «Ale,» sospirò lei, scuotendo la testa, «tu hai fatto finta che io non fossi importante per un fottuto anno intero.»

Incastrato. Annientato. Val mi aveva aspettato, mi aveva osservato, aveva sopportato le mie pose da cinico disilluso, e aveva capito tutto. Non era solo la ragazza che volevo baciare da una vita. Era l'unica che mi vedeva davvero.

«Inizia a fare freddo,» dissi con la voce rauca, cercando di mascherare il fatto che mi stesse tremando la terra sotto i piedi. «Dovrei tornare a... studiare.» Lei annuì. «Ho la macchina parcheggiata qui dietro. Ti accompagno.»

Il tragitto verso l'auto fu silenzioso. Quando entrammo nell'abitacolo della sua piccola utilitaria, lo spazio si restrinse drasticamente. Restammo in macchina senza un motivo valido. Il motore era spento. Il fascicolo dell’accusa era buttato sul sedile dietro come un cadavere provvisorio, e la famosa penna viola guardava entrambi dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.

Fuori, i fari dei motorini tagliavano il buio che calava, ma dentro i vetri cominciavano già ad appannarsi per i nostri respiri. Lo spazio era così stretto che il mio ginocchio urtò il suo. Val fece una piccola, nervosa risata. Si voltò verso di me, il viso illuminato a tratti dai lampioni della strada. L'aria era carica, densa. Ogni volta che respirava, il suo décolleté si alzava e si abbassava sotto il giubbotto aperto.

Ci guardammo per un secondo di troppo. Nessuno dei due parlò. «Posso?» sussurrai, la voce che non mi sembrava nemmeno la mia. Val non rispose a parole. Inclinò leggermente la testa, socchiudendo gli occhi.

Allungai la mano, sfiorandole il collo, intrecciando le dita tra i suoi capelli morbidi e profumati. Il primo bacio fu esitante, una carezza leggerissima delle mie labbra sulle sue. Ma durò un millesimo di secondo. La tensione accumulata per anni esplose. Lei mi afferrò il bavero del cappotto, tirandomi contro di sé con una foga che non le conoscevo. Il bacio divenne urgente, affamato. Le nostre lingue si cercarono, danzando in un ritmo disperato.

Mi sporsi oltre il freno a mano, azzerando la distanza. Lei gemette piano nella mia bocca, un suono caldo, vivo, che mi fece impazzire. Le mie mani scivolarono lungo i suoi fianchi, infilandosi sotto il giubbotto, sentendo il calore della sua pelle attraverso la camicia. Val ricambiò, le sue dita fredde si infilarono sotto il mio maglione, accarezzandomi la schiena con un'urgenza che mi fece mancare il fiato.

Non c'era la guerra che facevo con Anna. C'era un desiderio genuino, caldo, inevitabile. Quando mi staccai per riprendere fiato, i nostri petti aderivano l'uno all'altro, sollevandosi affannosamente nel piccolo abitacolo. Val teneva la fronte appoggiata alla mia, gli occhi chiusi e le labbra lucide. E io seppi, con una chiarezza devastante, che la simulazione era finita. Eravamo fottutamente reali.

I vetri della piccola utilitaria di Val si erano appannati nel giro di cinque minuti, isolandoci completamente dal mondo esterno, dai fari dei motorini di passaggio e dal peso del processo simulato che ci aspettava al varco. L’abitacolo era diventato una bolla satura del suo profumo dolce e floreale, mescolato all'odore inconfondibile dell'aria fredda invernale che c'eravamo portati dentro.

Eravamo rimasti lì, i sedili troppo vicini, il fascicolo dell’accusa buttato sui sedili posteriori come un cadavere provvisorio, e la ridicola penna viola che ci guardava dal portaoggetti con un’aria decisamente più dignitosa della mia.

Val si voltò verso di me. Nel buio parziale, i suoi occhi chiari brillavano di una luce divertita e consapevole. «Devi scendere?» sussurrò. Sospirai, sentendo già la mancanza del suo calore. «Tecnicamente, sì.» Val storse il naso, un'espressione buffa che le increspò i lineamenti morbidi. «Tecnicamente è una parola brutta.» «Colpa di Anna,» mi difesi d'istinto. Le dita di Val scivolarono sul bavero del mio cappotto, tirandomi dolcemente verso di lei. «Allora non usarla adesso.»

Prima di andare avanti…

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